Posts tagged ‘disastro ambientale’

giugno 13, 2012

Università di Catania, la prima testimonianza per disastro ambientale

Al processo a Catania a carico di otto dirigenti dell’Università e facoltà di Farmacia su cui pende l’accusa di disastro ambientale e discarica abusiva è stato ascoltato il primo testimone, Domenico Prestia. Il geologo che all’epoca dei fatti lavorava per la It Group fu contattato nel 2005 da Paolo Bonina membro della Commissione sicurezza (indagato con altri 4) per una consulenza per bonifiche ambientali (nel video in alto la ricostruzione del Processo in corso da parte di Santi Terranova legale delle vittime).

La richiesta peraltro informale nasceva dopo che a fine giugno 2005 si erano avuti già diversi episodi di malessere tra chi frequentava i laboratori di farmacia tra studenti e dipendenti. Racconta Prestia:

Bruciore alla gola e al viso, nel migliore dei casi: una sensazione sperimentata dallo stesso testimone durante una delle sue visite – durata un paio d’ore – nell’ex facoltà. A quel primo incontro il geologo non prende parte ma i colleghi, al ritorno dal sopralluogo etneo, gli raccontano di una «situazione che poteva essere abbastanza critica e che faceva pensare alla presenza di sostanze inquinanti nel terreno». Sensazione che non migliora con i primi sopralluoghi: nei laboratori non tutte le cappe avevano i filtri, il sistema di areazione era sovradimensionato – «tanto da poter provocare l’estrazione degli eventuali vapori inquinanti» –, le fognature risultavano bucate in più punti. «Diversi dipendenti ci hanno poi raccontato della cattiva abitudine di sversare i reflui nei lavandini», aggiunge Prestia. La relazione finale della It group non è positiva: c’è il rischio concreto di «una contaminazione del sottosuolo con dispersione aerea – riferisce il geologo – Il nostro consiglio è stato quello di non utilizzare i locali».

La questione dell’insalubrità dei locali dell’Edificio 2 Dipartimento Scienze farmaceutiche della Cittadella di Catania emerse dopo il ritrovamento del memoriale di Emanuele Patanè, ricercatore presso l’ateneo che a 29 anni è deceduto per tumore ai polmoni, non senza aver prima però registrato in un diario quel che accadeva all’università. E si sospetta che come Patanè siano morti altri 15 giovani ricercatori.

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novembre 12, 2011

Poligono di Quirra, accuse per tre generali di disastro ambientale.

zona militare e òpoligono di quirra

La Asl di Lanusei un paio di giorni fa ha reso noti i risultati delle analisi su carne, latte e derivati prodotti nella zona del Poligono sperimentale interforze di Perdasdefogu-Salto di Quirra: nessuna contaminazione. Nelle stesse ore si chiudeva anche la prima parte dell’inchiesta sul PISQ disposta dalla procura di Lanusei e condotta dal procuratore Domenico Fiordaliasi. Ci sono sei indagati che hanno tempo 20 giorni per presentare le loro difese e attendere o l’archiviazione o l’apertura del processo. Intanto, non sono ancora giunti, sebbene annunciati fin dallo scorso settembre, i risultati delle 20 autopsie disposte da Fiordalisi sui corpi di 19 pastori e un militare morti per cancro. Il magistrato intende indagare su una possibile correlazione tra nanoparticelle e morti per cancro.

La novità è che in un certo senso viene sollevato dalle indagini l’uranio impoverito che secondo il magistrato non sarà possibile rintracciare poiché le piogge hanno dilavarto qualunque traccia utile.

Tre dei sei indagati sono militari che hanno lavorato a diverso titolo al PISQ di Perdasdefogu teatro delle indagini: il generale Fabio Molteni, il generale Alessio Cecchetti, il generale Roberto Quattrociocchi. Ai tre militari viene contestato che:

avrebbero cagionato un persistente e grave disastro ambientale con pericolo per la salute di circa 15mila animali da allevamento, e per la pubblica incolumità dei pastori, del personale civile e militare della base e dei cittadini frequentanti il poligono e i centri abitati ad esso vicini.

luglio 6, 2011

Caso Quirra: Tribunale conferma sgombero pastori

Radioactive zone

Il caso Quirra si arricchisce di un nuovo capitolo che, c’è da giuraci, non porrà fine alla annosa questione del poligono militare ed anzi animerà ulteriormente le coscienze della popolazione locale che sembra ora essere spaccata in due gruppi: ovvero coloro che credono che l’inquinamento dell’area sia soltanto un’abile montatura della Procura e chi invece sostiene che la presenza dell’uranio impoverito sia effettivamente la causa di malattie fra le persone e gli animali.

Infatti, proprio nella giornata di oggi, è arrivata anche la sentenza del Tribunale che conferma come i terreni del Poligono di Quirra siano inquinati. Ci sono, emerge dalla nuova ordinanza, sostanze nocive e velenose capaci di alterare la catena agroalimentare con effetti negativi per la salute delle persone e degli animali. Tali motivi, si legge, sono da ritenersi sufficienti per confermare il sequestro preventivo di tutta l’area che ricade nel perimetro della base militare. La nuova sentenza quindi respinge di fatto il ricorso della Coldiretti contro lo sgombero dei pastori.

Nel provvedimento dei giudici viene sottolineato come il sequestro sia fondato in quanto supportato da numerosi elementi tecnico-scientifici che indicano la presenza di veleni potenzialmente pericolosi per l’uomo, gli animali e l’ambiente. Di fatto viene quindi confermato in toto l’impianto accusatorio della Procura che sta continuando ad indagare con l’ipotesi di reato di disastro ambientale.

giugno 12, 2010

Appello di Obama ai suoi elettori:”Firmate per fermare il petrolio e avere energie rinnovabili”

 

Barack Obama invita i suoi elettori a firmare una petizione a favore delle energie rinnovabili E’ una iniziativa credo unica nel suo genere: il Presidente Obama contatta via email i suoi elettori e chiede loro di firmare una petizione per abbandonare l’uso del petrolio e passare decisamente alle energie rinnovabili.

Ovviamente l’invito parte dal disastro della marea nera causato dall’incidente alla piattaforma di estrazione Deepwater Horizon della Bp, lo scorso 20 aprile. Scrive Mr. Obama:

La fuoriuscita di petrolio BP è il peggiore disastro ambientale del suo genere nella storia della nostra nazione. La mia amministrazione ha schierato tutti gli strumenti a disposizione per le iniziative di risposta. In migliaia stanno lavorando giorno e notte, compresi alcuni dei migliori scienziati e ingegneri provenienti da tutto il mondo.

Ma specifica Obama che anche quando si sarà eliminato ogni residuo rilasciato dalla marea nera e tutto l’ecosistema e la vita delle persone saranno tornate alla normalità resterà in piedi la lezione appresa: il petrolio non dovrebbe più essere annoverato tra le fonti di energia adottabili. Spiega Obama che gli Stati Uniti consumano il 20% di tutto il petrolio estratto nel mondo e che ne possiedono solo il 2%. Una proporzione non più sostenibile anche per un gigante dell’economia come quello statunitense. Dunque come ridurre la dipendenza da petrolio?(ecoblog)

maggio 23, 2010

Non si ferma la marea nera.

Con giorni di ritardo sulle previsioni iniziali, la BP tenterà la prossima settimana, nella migliore delle ipotesi a partire da martedì, di bloccare la fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico tentando di ostruire con un tappo di cemento ad altra pressione il pozzo che continua a vomitare litri di petrolio in mare. Mentre la multinazionale britannica continua a brancolare nel buio non riuscendo a trovare in tempi brevi la soluzione adatta ad arginare la marea nera, si moltiplicano le accuse nei suoi confronti, che vanno dalla mancata trasparenza nelle operazioni di recupero al conflitto di interesse dato che alcuni laboratori di analisi sono legati alle compagnie petrolifere. Secondo la Cnn, che ha anticipato le grandi linee del tradizionale discorso radiofonico del sabato, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, sempre più irritato, ha deciso di istituire una commissione d’inchiesta incaricata di indagare nei dettagli sul dramma. A presiederla, saranno un ex Governatore della Florida, l’ex senatore Bob Graham, e l’ex numero uno dell’Environmental Protection Agency (Epa, l’equivalente del nostro ministero dell’ambiente), William Reilly. Secondo alcune fonti, una delle ipotesi che l’Epa sta addirittura studiando è di mettere al bando la Bp escludendola da tutti i contratti governativi, il che potrebbe significare alla fin fine l’allontanamento definitivo della compagnia britannica da tutti i giacimenti petroliferi federali Usa.

maggio 20, 2010

Greenpeace documenta l’arrivo della marea nera sulle coste.

A quasi un mese dall’esplosione della Deepwater Horizon, il petrolio inizia ad arrivare sulla coste. Il team di Greenpeace  sul posto – prima di essere allontanato dalla Guardia costiera – è riuscito a documentare con le foto la spiaggia ricoperta da uno strato di catrame denso e viscoso nell’area di South Pass, in Louisiana, vicino alla foce del fiume Missisipi.

Recenti stime confermano leipotesi che la reale fuoruscita di petrolio sia di ben dieci volte più grande di quanto dichiarato da BP: ecco perché si cerca di nascondere agli occhi dell’opinione pubblica l’entità di questo disastro. Prima avvelenano il mare con i disperdenti chimici per far sparire il petrolio e adesso allontanano chi cerca di monitorare e documentare l’espandersi del disastro. Sembra che la BP abbia veramente fatto male i sui conti. In documenti ufficiali compilati prima di ricevere l’autorizzazione per queste esplorazioni petrolifere la compagnia affermava, infatti, che era improbabile si verificasse una catastrofe, e che, in caso di disastro, le 50 miglia di distanza dalla costa avrebbero reso altrettanto improbabile un interessamento della costa.

Ma il petrolio è arrivato a terra e a nulla sono valsi i tentativi per arginarlo. È passato più di un mese e il pozzo non è ancora stato chiuso. È ormai sotto gli occhi di tutti che non esistono misure preventive o sufficienti tecnologie di pronto intervento: il rischio delle perforazioni petrolifere offshore è troppo alto per l’ambiente e per le popolazioni.

Eppure è di pochi giorni fa la notizia che i piani della Shell per iniziare perforazioni petrolifere in Alaska stanno andando avanti, mentre anche nel nostro Mediterraneo le richieste di autorizzazioni aumentano, soprattutto in Adriatico e nel Canale di Sicilia.

maggio 9, 2010

Orizzonte nero: sei domande a cui nessuno vuole rispondere.

 In questo blog non abbiamo l’abitudine di pubblicare articoli lunghi,  perchè riteniamo che il lettore del blog è normalmente portato a scartarli.  Ma questo report di greenpeace va letto con attenzione e mediatato profondamente. Se col petrolio la natura viene offesa così violentemente  eun disastro petrolifero provocatanti danni, provate ad immaginare un incidente nucleare cosa provocherebbe.

 “It turns out, by the way, that oil rigs today generally don’t cause spills. They are technologically very advanced.”(Risulta poi, tra l’altro, che oggi le piattaforme petrolifere general­mente non causano sversamenti. Sono tecnologicamente molto avanzate.) Barak Obama – 2 aprile 2010 

Dopo tante promesse di “rivoluzione verde” e Green Economy, agli inizi di aprile 2010, Barak Obama ha ridato il via alle esplorazioni petrolifere offshore negli USA, dopo una lunga moratoria.

. Vediamo di capire come e perché.

1. Un incidente senza precedenti? Falso!

La moratoria alle estrazioni petrolifere offshore negli USA non è cominciata per caso. Nel 1969 esplodeva infatti la piattaforma Santa Barbara (California): in dieci giorni, furono rilasciate in mare 12-13.000 tonnellate di petrolio. Almeno 10.000 uccelli furono uccisi. Dieci anni dopo era la volta della Ixtoc 1, della compagnia di Stato messicana PeMex: 450-480.000 tonnellate di petrolio furo­no rilasciate in mare nell’arco di oltre 9 mesi, nel Golfo del Messico. E’ il maggior rilascio di petro­lio in mare mai registrato, con danni anche negli USA che la PeMex non volle mai pagare. Migliaia di tartarughe marine furono sgomberate con gli aerei dalle spiagge messicane, pesantemente contaminate. Altri pesanti rilasci di petrolio furono causati dalle 30 piattaforme danneggiate o af­fondate dall’uragano Katrina, nel 2005: proprio in Louisiana.

2. Una tecnologia all’avanguardia? Falso!

La piattaforma Depwater Horizon non è della BP, che l’ha affittata dalla Transocean, alla modica cifra di 500,000 US$ al giorno. Con quella stessa cifra, la BP avrebbe potuto acquistare, e utiliz­zare, un sistema di bloccaggio del pozzo “a distanza” (azionabile con un sistema acustico, dalla superficie). Perché questo utile congegno, obbligatorio in Norvegia e in Brasile, non è stato uti­lizzato in una piattaforma assolutamente all’avanguardia (come sostiene la stessa BP)? L’uso di questo congegno è stato a lungo dibattuto negli USA, almeno dal 2000. Ma, dopo forti pres­sioni della lobby petrolifera, nel 2003 lo US Mineral Management Service concludeva che “questi sistemi non sono raccomandati perché tendono a essere troppo costosi”. Certo, mezzo milione di dollari sono una bella cifra: ma sono appena il costo dell’affitto giornaliero di una piattaforma. E nel primo quadrimestre 2010 la stessa BP, che ha fatto profitti per quasi 6 miliardi di dollari, per attività di lobby al Congresso USA ha speso non meno di 3,5 milioni di dollari.

3. Mille barili al giorno di petrolio in mare? Falso!

Non sappiamo ancora quanto petrolio stia rilasciando in mare la Deepwater Horizon. Sappiamo che BP ha mentito quando ha dichiarato una stima di circa 1.000 barili al giorno (c.a. 135 tonnel­lare). Già dopo i primi sopralluoghi la NOAA (National Oceanographic and Atmospheric Adminis­tration) ha portato la stima a 5.000 barili/giorno (c.a. 675 tonnellate) e i media riferiscono di stime assai maggiori: il 2 maggio il Wall Street Journal parlava di 25.000 barili al giorno (ovvero 3.375 tonnellate!) e la stessa BP ha dichiarato per la Deepwater Horizon una produzione potenziale di 150.000 barili al giorno (20.250 tonnellate). Queste cifre devono essere moltiplicate per la durata dello sversamento. In ogni caso ci vorrà tempo, bisognerà tagliare la condotta (che sta perdendo petrolio in almeno tre punti) e le perdite di petrolio, che fuoriesce anche da fessurazioni nel fondo marino, saranno bloccate solo scavando un altro pozzo (a mezzo miglio di distanza) per “togliere pressione” al pozzo in perdita. Ci vorranno mesi: Ixtoc 1 è esploso nel giugno 1979 ed è stato chiuso solo nel marzo 1980.

4. BP pagherà tutti i danni? Falso!

Sui media si legge che BP avrebbe già dichiarato che si assume tutte le responsabilità e che pagherà tutti i danni. Non è vero: BP ha dichiarato che pagherà tutte le perdite economiche accertate e quantificabili. Probabilmente non è poca cosa: già i pescatori (soprattutto ostriche e gamberi) si stanno attrezzando per organizzare una “class action” (azione legale collettiva) per chiedere a BP almeno 5 miliardi di dollari. Altri danni economici potrebbero essere richiesti dal settore turistico: già solo la pesca sportiva in mare, da quelle parti è un bussiness da oltre 700.000 di dollari l’anno (oltre 7.700 posti di lavoro). Tuttavia, i precedenti ci dicono che difficil­mente BP pagherà i danni ambientali che sta causando.

Dopo il disastro della Exxon Valdes (Prince William Sound, Alaska 1989) la Exxon Mobil era stata inizialmente condannata a pagare 287 milioni di dollari di danni e 5 miliardi di dollari come am­menda (anche per risarcire i danni ambientali). Dopo anni di appelli e perizie in tribunale, il 25 giugno 2008, la Corte d’Appello ha deciso che Exxon doveva pagare solo 507,5 milioni di dollari di danni. In altre parole, le compagnie petrolifere (e le loro assicurazioni) difficilmente pagano per tutti i danni ambientali collegati alle “maree nere”, danni che, d’altra parte, sono spesso difficili da quantificare.

5. Gli ecosistemi torneranno presto alla normalità? Falso!

Gli effetti di disastri petroliferi come questo sono difficili sia da valutare che da monitorare. In particolare, gli effetti sull’ecosistema pelagico sono particolarmente complessi. Le sostanze tossiche rilasciate dalle migliaia di tonnellate di petrolio potrebbero avere effetti notevoli sia sulle comunità del plancton (organismi che vivono nella colonna d’acqua) che su altre specie. A ciò bisogna aggiungere gli effetti tossici dei disperdenti (ne sono stati usati almeno 400.000 litri) tra cui è confermato l’uso del Corexit (2- butossietanolo), vietato in California perché causa infertilità e malformazioni (o morte) dei feti.

L’uso di disperdenti può ridurre l’impatto sugli uccelli (che vengono “soffocati” dal catrame) ma aumenta quello sulla fauna e flora marina. Spesso è una decisione che si prende per mo­tivi di “pubbliche relazioni” (gli uccelli incatramati fanno sensazione) che è come nascondere l’immondizia sotto il tappeto visto che l’effetto sui pesci è poco visibile. Ad esempio, da metà aprile a metà giugno nell’area è in corso la riproduzione del tonno rosso, una specie già deci­mata dalla pesca eccessiva di cui è stato anche proposto (col sostegno degli USA…) il bando del commercio internazionale. Nella stessa area sono presenti tartarughe marine e cetacei (come le focene, varie specie di delfini, balenottere, capodoglio e capodoglio pigmeo o cogia).

Lungo la fascia costiera del Golfo del Messico, negli USA ci sono oltre 2 milioni di ettari di zone umide, con oltre 400 specie a rischio. Il Governatore della Louisiana ha dichiarato che la marea nera minaccia almeno 14 Aree Protette. Tra le specie in pericolo ci sono varie specie di rettili (tar­tarughe e alligatori), lontre, pellicano bruno (il simbolo della Louisiana) e decine di specie di uccelli migratori, canori e limicoli. E’ difficile stimare in quanto tempo gli ecosistemi si riprenderanno: tra l’altro, l’evento è purtroppo in corso e non abbiamo una stima precisa né dell’area colpita né dei quantitativi di petrolio sversato.(http://www.greenpeace.org/italy/)