Posts tagged ‘decreto cura italia’

maggio 3, 2020

Tana libera tutti!

di Beppe Sarno

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Ho  seguito con attenzione, come molti questa sera, la trasmissione di Massimo Giletti sulla questione carceraria. Il dibattito verteva sulla scarcerazione per motivi di salute del boss dei Casalesi  Pasquale Zagaria.  Mischiando mezze verità nascondendo informazioni importanti Giletti ha voluto far passare la teoria che grazie al decreto “Cura Italia” più di quattrocento detenuti  per fatti di mafia stavano per essere scarcerati.  Non è vero!

In Italia il sistema carcerario è allo stremo già da prima del coronavirus; ci sono infatti settantamila detenuti laddove la capienza massima e di sessantamila detenuti: Ve ne sono quindi diecimila in soprannumero.

Pasquale Zagaria  detenuto nel carcere di Sassari ha chiesto la scarcerazione per motivi di salute.

Il Magistrato di sorveglianza del Tribunale di Sassari dott. De Luca ha concesso gli arresti domiciliari in considerazione di tre motivi: il primo motivo riguarda le cure  di cui Zagaria, già operato di tumore, ha bisogno e che nè il carcere di Sassari, nè l’ospedale della città sono in grado di prestargli. Il secondo motivo è che le cure di cui aveva bisogno, cioè i trattamenti di chemioterapia, non potevano essergli somministrati dall’ospedale di Sassari che ne frattempo era stato trasformato in reparto Covid ed ovviamente una persona affetta da tumore correva il serio rischio di essere contagiato.  Il terzo motivo che il Dipartimento dell’amministrazione carceraria più volte sollecitato non è stato in grado di indicare al magistrato di sorveglianza di indicare un altro carcere dove Zagaria poteva essere sottoposto alla chemioterapia. ,   Applicando la legge il Magistrato di Sorveglianza di Sassari non ha potuto far altro che concedere gli arresti domiciliari.

Giletti non ha detto agli ascoltatori non informati, che Zagaria ha un tumore e che ha  bisogno di essere sottoposto a chemioterapia. Non ha detto anche che la scarcerazione di Zagaria è limitata ad un periodo di cinque mesi  decorsi i quali il provvedimento può  essere revocato o modificato.

Inoltre per ciò che riguarda Zagaria la Corte d’Appello per le misure di prevenzione ha  ritenuto che non fosse più un soggetto pericoloso, tanto che non ha applicato la misura di prevenzione personale, che è uno strumento di controllo su un soggetto ritenuto pericoloso. Ricordiamo ancora che Zagaria si costituì personalmente e che il suo “fine pena” come si definisca la scarcerazione è fissata al 2025. Dire queste cose però significava rendere meno scandalosa la notizia della sua scarcerazione.

L’obbiettivo di Giletti è  far passare l’idea che con le recenti misure adottate dal governo si rischia di far uscire di galera il meglio della mafia della ndrangheta  e della camorra.

Anche questo non è vero.

Michele Zagaria non è uscito di galera a causa del decreto “cura italia” ma per seri motivi di salute che è un diritto costituzionalmente garantito.

Nessun detenuto per reati gravi per effetto del decreto cura Italia sarà libero di uscire con la facilità di cui parla e finge di indignarsi Giletti. Infatti la detenzione   prevista dal decreto cura Italia  interesserà circa tremila detenuti e ricordiamo che ce ne sono diecimila in soprannumero, e le regole per la scarcerazione sono molto stringenti. Infatti  fino al 30 giugno 2020 potranno ottenere la detenzione domiciliare i detenuti che debbono scontare una pena o un residuo di pena fino a 18 mesi, il tutto grazie ad una procedura semplificata. Il Consiglio dei Ministri, con una propria nota, ha chiarito le misure contenute all’interno del Decreto ed ha stabilito che la misura sarà applicata dal magistrato di sorveglianza, non solo su istanza del detenuto, ma anche per iniziativa del pubblico ministero o della direzione del carcere.

La disposizione prevede che per i detenuti che debbano scontare una pena tra i 7 e i 18 mesi sia possibile ricorrere al braccialetto elettronico, che sarà reso disponibile secondo un particolare programma di distribuzione adottato dal capo dell’amministrazione penitenziaria, d’intesa con il capo del dipartimento di pubblica sicurezza, con riferimento alla capienza degli istituti di detenzione e delle concrete emergenze sanitarie rappresentate dalle autorità competenti.

Dal  provvedimento sono esclusi i soggetti condannati per i delitti indicati dall’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario, coloro che siano stati condannati per corruzione e concussione, i detenuti sottoposti a regime di sorveglianza particolare, i delinquenti abituali, professionali o per tendenza, i detenuti che siano privi di un domicilio effettivo ed idoneo anche in relazione alle esigenze di tutela delle persone offese da reato.

Perchè Giletti  non ha dato una informazione completa ed esauriente che avrebbe potuto facilmente ricavare? A Giletti non interessa informare la gente ma vendere un prodotto.

Egli tratta l’informazione come una merce da vendere e come tale non importa la qualità, ma la sua vendibilità agli spettatori e lui sa che più bassa e la qualità del prodotto che vende e più persone sono disponibile a comprarlo.

Apprezzabile l’equilibrio mostrato da Claudio Martelli.

aprile 9, 2020

A chi spettano i 25.000 euro.

Dal decreto di oggi arrivano 400 miliardi di liquidità per le imprese, con il #CuraItalia ne avevamo liberati 350. Parliamo di 750 miliardi, quasi la metà del nostro Pil. Lo Stato c’è e mette subito la sua potenza di fuoco nel motore dell’economia. Quando si rialza l’Italia corre

Il tweet del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte vola con l’annuncio delle misure che dovranno dare ossigeno alle imprese e alle attività italiana.

Partite Iva, ristoranti, pizzerie, bar e pasticcerie stanno guardando fiduciosi alla super manovra che potrebbe evitare le migliaia di chiusure paventate dalla Fipe che ha lanciato il grido di allarme.

1. 25mila euro a tutti (o quasi)

La prima e più piccola cifra prevista dal decreto legge cosiddetto Liquidità, che fa parte di quell’azione #CuraItalia con cui sono stati assicurati a marzo 600 € come emergenza tampone, è 25mila euro.

  1. Per poter chiedere il prestito di 25.000 € “basterà dimostrare di avere una partita Iva e l’ultima dichiarazione dei redditi presentata o l’ultima dichiarazione di pagamento delle imposte”.
  2. La banca farà anagrafica in modo automatico
  3. Sarà la banca ad erogare il prestito
  4. Il prestito, attenzione, si tratta di un prestito e non di un fondo perduto, sarà garantito dallo Stato al 100%.
  5. “La garanzia è automatica e la procedura della valutazione della banca non c’è perché la garanzia dallo Stato”.
  6. “In alcuni casi gli istituti di credito potranno dare dei soldi senza neanche aspettare il via libera del Fondo centrale di garanzia”
  7. Non sarà necessario offrire in cambio alla banca garanzie come ad esempio ipoteche sugli immobili

Il virgolettato sono le prime spiegazioni che arrivano dal ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli.

Per questi prestiti più piccoli è stata introdotta una procedura super agevolata, senza istruttoria né da parte delle banche né da parte del fondo di garanzia.

Le condizioni del prestito andranno chiarite con il decreto di attuazione, ma guardando al costo del denaro e all’Euribor la speranza è che il tasso si posizioni ben al di sotto dell’1%. Spalmato su un tempo medio – lungo (da 3 a 6 anni anche se questo tempo massimo è stato indicato per le aziende e le richieste più grandi) è un’ottima mano per ripartire.

Per le piccole e medie imprese, anche individuali o partite Iva, sono riservati 30 miliardi e l’accesso alla garanzia rilasciata da SACE sarà gratuito ma subordinato alla condizione che le stesse abbiano esaurito la loro capacità di utilizzo del credito rilasciato dal Fondo Centrale di Garanzia.

A metà aprile ne dovremmo sapere di più.

2. I prestiti fino a 800mila euro

25mila euro possono essere pochi per attività più strutturate per questo lo Stato ha previsto un’iniezione di liquidità si 1,5 miliardi di euro.

I beneficiari di questa azione saranno le aziende fino a 499 dipendenti.

È previsto un prestito (con scadenza fino a 6 anni più preammortamento di 24 mesi) per gli importi che arrivano fino a 800.000 €.

Anche in questo caso, la garanzia sarà al 100% con una ripartizione del 90% direttamente dallo Stato e del 10% di Confidi.

Per ottenere cifre superiori ai 25mila euro, ci sarà un meccanismo di valutazione per il rilascio del 90% di garanzia a fronte dei prestiti richiesti affidato a Sace Simest, la società
specializzata nel garantire le imprese italiane sul fronte delle esportazioni, controllata dalla Cassa Depositi e Prestiti. Lo schema sarà quello del Fondo di Garanzia per le Pmi più piccole.

3. Prestiti fino a 5 milioni di euro

colomba di pasqua

I prestiti fino a 5 milioni di euro beneficeranno di una garanzia fino al 90% secondo questo schema.

  1. le imprese con meno di 5.000 dipendenti in Italia e un fatturato inferiore a 1,5 miliardi di euro ottengono una copertura pari al 90% dell’importo del finanziamento richiesto e per queste è prevista una procedura semplificata per l’accesso alla garanzia;
  2. la copertura scende all’80% per imprese con oltre 5.000 dipendenti e un fatturato fra 1,5 e 5 miliardi di euro e al 70% per le imprese con fatturato sopra i 5 miliardi;
  3. l’importo della garanzia non potrà superare il 25% del fatturato registrato nel 2019 o il doppio del costo del personale sostenuto dall’azienda;

Il decreto potenzia anche il sostegno pubblico all’esportazione, per migliorare l’incisività e tempestività dell’intervento statale. L’intervento introduce un sistema di coassicurazione in base al quale gli impegni derivanti dall’attività assicurativa di SACE sono assunti dallo Stato per il 90% e dalla stessa società per il restante 10%, liberando in questo modo fino a ulteriori 200 miliardi di risorse da destinare al potenziamento dell’export.

L’obiettivo è di consentire a SACE di far fronte alla crescente richiesta di assicurare operazioni ritenute di interesse strategico per l’economia nazionale che la società non avrebbe altrimenti la capacità finanziaria di coprire.

4. Le misure fiscali e contabili

Si interviene con norme urgenti per il rinvio di adempimenti fiscali e tributari da parte di lavoratori e imprese. In particolare, si prevede la sospensione dei versamenti di Iva, ritenute e contributi per i mesi di aprile e maggio, in aggiunta a quelle già previste con il “Cura Italia”.
Nel dettaglio:

  1. IVA, ritenute e contributi sospesi per soggetti con calo di fatturato di almeno il 33% per ricavi/compensi sotto i 50 milioni e di almeno il 50% sopra tale soglia;
  2. sono sospesi in ogni caso i detti versamenti per i soggetti che hanno iniziato ad operare dal 1° aprile 2019;
  3. per i residenti delle 5 province più colpite (Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi, Piacenza), sospensione versamento IVA se calo del fatturato di almeno il 33% a prescindere dalla soglia di fatturato dei 50 milioni;
  4. ripresa dei versamenti a giugno, con la possibilità di rateizzazione in 5 rate

La sospensione delle ritenute d’acconto sui redditi da lavoro autonomo prevista dal decreto “Cura Italia” viene estesa anche alle scadenze di aprile e maggio.

È esteso al 16 aprile il termine per i versamenti in scadenza il 20 marzo scorso e la scadenza per l’invio della Certificazione Unica è stata prorogata dal 31 marzo al 30 aprile.

Inoltre, il credito d’imposta al 50% per le spese di sanificazione degli ambienti di lavoro viene allargato anche all’acquisto dei dispositivi di protezione individuale, mascherine e occhiali.

Viene consentito all’Inps di rilasciare un Pin semplificato, tramite identificazione telematica del richiedente e posticipando al termine dell’emergenza la verifica con riconoscimento diretto.

Si introducono norme sui “farmaci compassionevoli” (i farmaci non ancora autorizzati), che prevedono l’esclusione all’applicazione di imposte in caso di cessione gratuita.

aprile 9, 2020

Cassa Integrazione: i contributi che si maturano

Con il decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18 (cd.decreto “CuraItalia” o decreto “#IoRestoACasa“), il Governo italiano ha introdotto diverse misure a sostegno di imprese, lavoratori e famiglie e delle imprese per far fronte all’emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del COVID-19. Tra gli aiuti previsti per far fronte all’emergenza epidemiologica, il decreto ha allargato la platea dei beneficiari dei trattamenti di integrazione salariale, includendo gli eventi strettamente correlati all’emergenza COVID-19.

=> #Curaitalia Incentivi al via: come fare domanda

In particolare il decreto concede a Regioni e Province autonome la possibilità di riconoscere la cassa integrazione in deroga, per massimo 9 settimane, ai datori di lavoro del privato (compresi agricoltura, pesca, terzo settore ed enti religiosi) esclusi da CIG e CIGS. Un trattamento aggiuntivo rispetto a quello della durata massima di 13 settimane già concesso in LombardiaVeneto ed Emilia-Romagna con il decreto n. 9/2020.

Ma come cosa accade ai contributi a fini pensionistici, nel periodo in cui si usufruisce della cassa integrazione?

=> Cassa in deroga Covid-19: la corretta procedura INPS

Contributi in cassa integrazione

I periodi di cassa integrazione sono coperti da contribuzione figurativa, quindi, il lavoratore continua a maturare la pensione. Esistono specifiche eccezioni stabilite specificatamente per i singoli strumenti che vengono attivati.

Per quanto riguarda le diverse forme di ammortizzatore sociale previste per rispondere all’emergenza Coronavirus, come la CIG in deroga, il dl 18/2020 prevede la contribuzione figurativa valida sia ai fini del diritto a pensione sia per il suo calcolo.All’articolo 22 si legge infatti:

Per i lavoratori è riconosciuta la contribuzione figurativa e i relativi oneri accessori.

=> Cassa integrazione: guida alla domanda e tempi di pagamento

Questi contributi vengono accreditati d’ufficio, senza specifica domanda, nelle Gestioni pensionistiche dei lavoratori pubblici o in quelle dei lavoratori privati, senza onere a carico degli stessi e sono validi sia per raggiungere l’anzianità contributiva necessaria per maturare il diritto a pensione che ai fini della misura, facendo crescere l’importo dell’assegno previdenziale.

aprile 6, 2020

Decreto liquidità imprese: tutte le misure previste. Conte: 400 miliardi all’economia

 Isabella PolicarpioFlavia Provenzani

Decreto liquidità imprese: tutte le misure previste. Conte: 400 miliardi all'economia

Il totale, che ammonta a 400 miliardi di euro, verrà concesso tramite prestiti, lo Stato farà da garante.

Si sono rese necessarie misure urgenti per le imprese italiane: nel decreto liquidità il Premier Conte insieme al ministro Gualtieri ha valutato le misure più idonee contro la crisi della produzione causata dal coronavirus.

Roberto Gualtieri, ministro dell’Economia e delle Finanze, ha sottolineato che tali prestiti saranno “fino al 90% garantiti dallo Stato senza limiti di fatturato, per imprese di tutti i tipi. Potranno arrivare al 25% del fatturato delle imprese. Il sistema di erogazione è molto semplice e diretto al sistema bancario, attraverso Sace, con condizionalità limitate tra cui quella di non poter erogare dividendi”.

Tra le novità più rilevanti la proroga di tasse e contributi con lo stop di quelli previsti ad aprile e maggio e la sospensione dei processi fino all’11 maggio; quasi certo il rafforzamento del cosiddetto “Golden Power”, per garantire il potere del Governo contro possibili acquisizioni straniere di Pmi e imprese.

Il decreto liquidità imprese serve come anticipazione del più corposo decreto ad aprile con misure assistenziali e ammortizzatori sociali. Quest’ultimo è atteso a metà mese.

Decreto liquidità imprese: le misure previste

Tante le novità per piccole e medie imprese italiane danneggiate dall’emergenza coronavirus: le misure a sostegno della ripresa economica confluiscono in un nuovo decreto – “decreto liquidità” – ufficializzato questa sera.

Nel Consiglio dei Ministri di oggi, il Premier Conte e il ministro dell’Economia Gualtieri hanno finalmente messo sul tavolo il piano di aiuti alle imprese. Lo schema del futuro decreto era stato indicato ieri in tarda serata da Stefano Patuanelli, titolare del Mise, con tre temi fondamentali: aumentare le garanzie per i prestiti alle imprese, snellire la burocrazia e stanziare circa 7 miliardi di euro fino alla fine dell’anno. Vediamo nel dettaglio le singole misure ora approvate.

Decreto liquidità: 400 miliardi alle imprese

Argomento centrale del nuovo decreto è l’impulso ai prestiti per gli imprenditori, anche piccoli e medi.

«Mettiamo in campo 200 miliardi di garanzia per prestiti fino al 90% garantiti dallo Stato senza limiti di fatturato, per imprese di tutti i tipi. Potranno arrivare al 25% del fatturato delle imprese o al doppio del costo del personale con un sistema di erogazione molto semplice e diretto al sistema bancario, attraverso Sace, con condizionalità limitate tra cui quella di non poter erogare dividendi», ha spiegato Gualtieri.

«Un intervento senza precedenti» secondo il ministro, «un’imponente mobilitazione di risorse pubbliche» al fine di offrire «una garanzia poderosa per preservare il nostro sistema produttivo a superare questo momento difficile e potersi rilanciare». Sono previsti «30 miliardi a sostegno di queste garanzie».

A livello di garanzie, Stefano Patuanelli, il titolare del Mise, ha sottolineato:

«Rispondiamo a un’esigenza assoluta delle imprese, avere liquidità. È una operazione amplissima, probabilmente la più grande d’Europa. Il Governo ha grande fiducia nei nostri imprenditori sulla loro capacità di uscire dalla crisi».

Aggiungendo che «il nostro sistema è fatto anche di tante piccole imprese artigiane, autonomi, professionisti: per questo mondo abbiamo rafforzato il Fondo centrale di garanzia che portiamo, con la possibilità di un prestito, fino a 5 milioni di euro con la garanzia al 90% dello Stato».

Proroga tasse contributi

Altra grande novità del decreto liquidità imprese è lo slittamento delle scadenza fiscali fissate per il 16 aprile e il 16 maggio 2020. La proroga interessa ritenute, contributi e pagamenti di Iva previste ad aprile e maggio. La misura si estende anche alle partite Iva che hanno beneficiato della proroga del precedente decreto Cura Italia.

Golden Power, nuove misure contro l’acquisto delle imprese italiane

Rafforzato il Golden Power, ovvero lo scudo normativo per evitare che le imprese italiane, soprattutto in settori strategici, siano acquistate da capitali stranieri. Conte ha spiegato:

«Attraverso il potenziamento del golden power potremo controllare operazioni societarie e scalate ostili non solo nei settori tradizionali, ma in quelli assicurativo, creditizio, finanziario, acqua, salute, sicurezza. È uno strumento che ci consentirà di intervenire nel caso ci siano acquisizioni di partecipazioni appena superiori al 10% all’interno dell’Ue».

Per approfondire l’argomento si consiglia il nostro articolo dedicato:

LEGGI ANCHE 

Cos’è il Golden Power? Significato e definizione

aprile 5, 2020

Scalate ostili, Conte pronto al decreto:scudo su Eni, Enel, Generali, Leonardo

Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica sollecita il governo a trovare soluzioni per evitare che aziende estere possano approfittarsi del Coronavirus e mettere in difficoltà le realtà industriali e finanziarie italiane. E così, secondo i rumors, il premier Giuseppe Conte ha deciso di tornare sulla questione della difesa delle aziende strategiche nazionali da possibili scalate ostili e nell’informativa alle Camere sul dl Cura Italia annuncia l’intervento nel prossimo provvedimento economico del governo, denominato decreto Aprile.

A corollario di ciò, scrive il Giornale, il Copasir ha invitato il presidente del Consiglio a individuare per essi indicazioni specifiche e ad assumerne in modo costante i flussi informativi utili al formarsi delle opzioni politiche sempre considerandone gli specifici compiti definiti per legge, ovvero attenendosi alle peculiarità distinte e non interpretabili tra agenzie di intelligence ed organi di analisi e coordinamento. In questo momento le aziende italiane che rischiano di più sono Eni, Enel, Assicurazioni Generali, Leonardo. Realtà che vanno tutelate con ogni mezzo dalla prospettiva che possano finire in borsa a prezzi di saldo ed essere acquistate da sciacalli esteri che si approfitterebbero.

marzo 31, 2020

Cassa integrazione pagata subito: sottoscritto accordo con le banche

 Teresa Maddonni

 La cassa integrazione verrà pagata subito. È stato sottoscritto nella giornata di ieri l’accordo tra le banche con Abi e le parti sociali durante la videoconferenza presso il ministero del Lavoro presieduto da Nunzia Catalfo.
Cassa integrazione pagata subito: sottoscritto accordo con le banche

Il confronto è durato 7 ore e alla fine è stato sottoscritto il Protocollo con il quale le banche si impegnano ad anticipare a condizioni favorevoli, le somme dovute per la cassa integrazione ai lavoratori che potranno nell’immediato affrontare le difficoltà cui il coronavirus ci sta sottoponendo.

Così non sarà necessario attendere i tempi anche molto lunghi dell’INPS, ma la cassa integrazione verrà pagata subito dalle banche che poi riceveranno dall’Istituto in un secondo momento la somma dovuta.

La cassa integrazione, anche in deroga, è stata prevista dal decreto Cura Italia.

Vediamo come verrà pagata subito la cassa integrazione ai lavoratori e cosa prevede l’accordo sottoscritto con le banche.

Cassa integrazione pagata subito dalle banche: l’accordo

Cassa integrazione pagata subito dalle banche e ad annunciare l’accordo tra Abi e parti sociali al termine della videoconferenza durata l’intero pomeriggio del 30 marzo è anche la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo che commenta anche sul suo profilo Facebook.

Nel protocollo è previsto che le banche che aderiranno pagheranno la cassa integrazione ai lavoratori nell’immediato con delle condizioni favorevoli.

L’INPS che per pagare la cassa integrazione spesso impiega anche 2 o 3 mesi– ma i lavoratori al momento hanno bisogno di aiuto nell’immediato- si impegna dal canto suo a rimborsare le banche entro i 7 mesi.

La banca presso la quale il lavoratore chiederà la cassa integrazione non farà pagare a questi interessi aggiuntivi. Il protocollo avrà validità fino al 31 dicembre 2020 e permetterà di pagare la cassa integrazione entro Pasqua cercando così di rispettare, con l’accordo,le promesse di Conte che aveva annunciato gli aiuti entro il 15 aprile.

A margine della videoconferenza la ministra Catalfo ha così commentato, attraverso il suo profilo Facebook ufficiale, l’accordo raggiunto:

Le parti sociali e l’Associazione bancaria italiana (Abi) hanno sottoscritto, alla mia presenza e su mio invito, la convenzione per l’anticipazione degli ammortizzatori sociali previsti dal decreto Cura Italia. Tra i punti principali, la convenzione prevede che le banche aderenti adotteranno condizioni di massimo favore per evitare costi a carico dei lavoratori. Un risultato molto importante grazie al quale milioni di lavoratori potranno vedersi riconoscere dalle banche una rapida anticipazione dell’importo del trattamento d’integrazione salariale che gli spetta.

Cassa integrazione subito: domanda nei prossimi giorni

Per la cassa integrazione pagata subito grazie all’anticipo delle banche previsto dal protocollo ci sarà la possibilità di fare domanda già a partire dai prossimi giorni e si avranno anche le istruzioni in merito dettagliate.

Come abbiamo detto, nonostante i dubbi dei consulenti del lavoro, l’obiettivo è quello di concedere l’ammortizzatore sociale esteso anche alle microimprese.

Come abbiamo anticipato l’accordo avrà validità fino al 31 dicembre 2020. Il pagamento anticipato riguarda la cassa integrazione a zero ore per nove settimane che il limite fissato dal decreto Cura Italia, ma che con il nuovo decreto di aprile potrebbe essere prolungata dal momento che a prolungarsi sono anche le misure restrittive per evitare contagio da COVID-19. L’anticipazione sarà fissata in questo caso a 1.400 euro.

Una buona notizia per i 10 milioni di lavoratori coinvolti. La volontà di contribuire al processo della cassa integrazione era arrivato dalle banche già nei giorni scorsi attraverso alcune dichiarazioni di Abi e le Organizzazioni sindacali del settore bancario, Fabi, First-Cisl, Fisac-Cgil, Uilca e Unisin che:

condividono con grande favore l’importante obiettivo a cui stanno intensamente operando con le altre rappresentanze delle imprese e dei sindacati per il varo della convenzione per l’anticipazione ai lavoratori dei trattamenti di cassa integrazione conseguenti alla sospensione dal lavoro causata dall’emergenza Covid-19. Un concreto aiuto alle famiglie che sta trovando pronta definizione grazie alle consolidate positive relazioni sindacali innanzitutto nel mondo bancario che hanno sempre consentito di trovare insieme gli strumenti utili nei momenti di maggior criticità, anche con attenzione alle altre categorie.

Maggiori dettagli sull’accordo tra Abi e parti sociali sulla cassa integrazione pagata subito, con i moduli per la domanda dei lavoratori e istruzioni in merito si avranno nei prossimi giorni.

marzo 30, 2020

Coronavirus, ecco quanto spetta a ogni Comune dall’ordinanza della Protezione Civile

Coronavirus, ecco quanto spetta a ogni Comune dall'ordinanza della Protezione Civile

Come annunciato nell’ultima conferenza stampa tenuta dal premier Giuseppe Conte, con un’ordinanza della Protezione Civile sono da subito a disposizione dei circa 8.000 comuni italiani 400 milioni per sostenere le famiglie e i soggetti in difficoltà economica a causa del coronavirus.

A questi soldi poi verranno aggiunti dal governo i 4,7 miliardi del fondo di solidarietà, che saranno anticipati e versati ad aprile invece che a maggio. Una scelta questa dettata dal crescente numero di persone che al momento si trovano impossibilitate a reperire generi di prima necessità.

Lo Stato assegnerà a ogni Comune una determinata cifra, ma saranno poi i sindaci ad assegnare questi fondi come meglio si ritiene per “l’acquisizione di buoni spesa utilizzabili per l’acquisto di generi alimentari presso gli esercizi commerciali contenuti nell’elenco pubblicato da ciascun comune nel proprio sito istituzionale”.

Nelle intenzioni del governo questi soldi sono una sorta di misura tampone straordinaria, in attesa che come previsto dal decreto Cura dal 15 aprile inizieranno a essere erogate tutte le misure di sostegno al reddito messe in campo per aiutare le fasce deboli.

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Quanto spetta ai Comuni dalla Protezione Civile

Oltre ai 4,7 miliardi del fondo di solidarietà che arriveranno ad aprile invece che a maggio, gli ulteriori 400 milioni ai Comuni previsti dall’ordinanza della Protezione Civile sarebbero già a disposizione dei sindaci.

Per dividere i 400 milioni tra i vari Comuni per l’80% del totale è stato adottato il criterio della proporzionalità in base al numero degli abitanti, mentre il restante 20% andrà dove c’è un reddito pro capite più basso.

Elenco soldi elargiti a ogni Comune dalla Protezione Civile

Secondo delle indicazioni di massima da parte del governo, questi 400 milioni serviranno a fornire buoni spesa di un valore tra i 25 e i 50 euro per ogni nucleo familiare, in attesa che il 15 aprile arrivino gli assegni da 600 euro previsti dal decreto Cura.

La decisione di quanto e a chi destinare sarà presa però dalle varie amministrazioni comunali, che avranno la totale autonomia nel decidere come utilizzare questi soldi previsti dal decreto della Protezione Civile.

marzo 23, 2020

Dopo i morti i fantasmi.

Il governo Conte all’articolo 76 del decreto cura Italia autorizza, «la costituzione di una nuova società interamente controllata dal Ministero dell’economia e delle Finanze ovvero controllata da una società a prevalente partecipazione pubblica anche indiretta». Pur non riuscendo a revocare le concessioni autostradali, per effetto congiunto della crisi della società Alitalia e della emergenza del coronavirus, il governo Conte ha avuto il coraggio di saltare il fosso e di nazionalizzare la compagnia di bandiera.

Ma la nazionalizzazione non basta. Non basta per Alitalia ed andrebbe estesa anche ad altre aziende strategiche che senza  l’intervento diretto dello stato rischiano la chiusura. E’ il caso della ex ILVA, che andrebbe sottratta agli sciacalli della Alcelor MITTAL e messa sotto il controllo dello Stato. Come pure andrebbero rinazionalizzate tante aziende strategiche regalate  a finanzieri senza scrupoli.

Il decreto “Cura-Italia” che è la risposta alla drammatica situazione sanitaria che stiamo vivendo, oltre al problema del funzionamento delle strutture sanitarie per far fronte all’emergenza del coronavirus si pone anche il problema del sistema produttivo dedicandogli un intero titolo. Il secondo in ordine di importanza “misure a sostegno del lavoro.”  “nessuno dovrà perdere il lavoro” dice Conte. Ci voleva il coronavirus per accorgersi che esistono   gli operai. Ci si illudeva che con la globalizzazione questa forza  fosse solo  un’opzione trascurabile e di cui si poteva fare a meno. Le navi che arrivavano dalla Cina ci portavano tutto quello di cui avevamo bisogno a prezzi stracciati alla portata di tutte le tasche.

Il mondo del lavoro  invece esiste e il governo ha messo  in evidenza la necessità di dare ai lavoratori  una protezione che fino a qualche giorno fa pareva inimmaginabile.

Esiste lo Stato, esistono i lavoratori, si comincia a nazionalizzare, il sistema di Maastricht scricchiola. L’austerità  sta facendo i bagagli, la Lagarde potrebbe fare i bagagli e se non li farà è stata sicuramente ridimensionata.

Molti analisti, che non riescono a vedere la luce oltre il tunnel del coronavirus auspicano la necessità di elaborare un “piano Marshall” per la ripresa economica europea dopo i disastri che questa pandemia comporterà. 

Niente sarà come prima!  Dopo i morti i fantasmi.

Quante piccole e medie aziende e quanti artigiani piccoli commercianti non supereranno il momento drammatico che stiamo vivendo? Quanti lavoratori prederanno il lavoro? Quante saracinesche rimarranno abbassate? E i migranti che vagano per le strade senza alcun sostegno? Dopo questa tragica pandemia dovremo trovare gli strumenti per risollevarci.

L’Italia, Europa, avranno bisogno di un gigantesco piano economico per evitare il definitivo deterioramento delle condizioni economiche politiche e sociali che una folle politica di austerità ha generato nelle economie delle nazioni più deboli dell’Europa.

Il problema  da porsi da subito è capire chi dovrà elaborare e gestire questo futuro così pieno di incognite, così difficile da affrontare e gestire. la nazionalizzazione delle industrie strategiche come Alitalia ex ILVA e tante altre è solo una risposta, certamente condivisibile, ma non è la risposta o almeno non è l’unica. 

“Insieme ce la faremo” è il mantra di questi giorni. Sta in parte funzionando, paradossalmente non sta funzionando solo nei luoghi in cui un’oligarchia di imprenditori ottusi e superficiali  interpreta quell’ “insieme” per tutti ma non per loro. Non a caso il morbo fa più vittime dove le attività si sono fermate solo per finta. Sindacati ed imprenditori seduti allo stesso tavolo insieme al governo decidono di chiudere la aziende non strategiche per la produzione.

Viene chiesta solidarietà e collaborazione. Ed giusto farlo  in questo momento come  è giusto che la scienza detti le regole da osservare.

L’attuale crisi ha dimostrato inconfutabilmente che le politiche economiche che l’Europa ha fino ad oggi adottate sono fallimentari ed è pertanto necessario elaborare un diverso modello  di sviluppo, che ponga al centro delle scelte l’intera collettività.

Non più un  sistema produttivo finalizzato esclusivamente al profitto gestito dalle multinazionali finanziarie, ma un sistema che ponga al centro le necessità e i bisogni delle collettività rappresentate dagli Stati nazionali  che recuperando la loro sovranità  costituzionale diventano  strumento di governo autonomo e democratico delle scelte economiche e sociali.

La domanda è questa: da dove bisognerà ripartire quando l’emergenza sanitaria sarà finita?

La risposta è semplice e ce la offrono gli avvenimenti di questi giorni: la nostra Carta Costituzionale!

 Attuare la Costituzione  significa però in primo luogo ridiscutere le regole per un’Europa più democratica individuando nella nostra carta costituzionale quegli strumenti, quelle leve che facciano diventare la collettività protagonista della rinascita economica e sociale. Bisogna rimanere in Europa, ma non più nell’Europa di Maastricht, dove gli stati nazionali sono spettatori assenti di decisioni prese da un gruppo di burocrati irresponsabili, ma in un Europa dove gli Stati nazionali si pongono il problema del bene comune secondo le regole che la carta costituzionale ha scritto con il sangue della Resistenza. Uno stato sovrano che affronti il problema dell’equilibrio fra sistema produttivo  e l’ambiente, la gestione produttiva, la salute delle aree industriali, modifica dei metodi di produzione, limiti del concetto di PIL, l’uso collettivo e democratico della tecnologia e degli strumenti di comunicazione di massa.

“Insieme ce la faremo!” Ma dopo? Niente sarà come prima. Dovremo ricostruire il tessuto sociale ed economico dalle macerie che questa guerra senza nemico avrà prodotto.

Dopo dovremo essere di nuovo insieme.  Solidarietà, però, non è collaborazione. Infatti nella nostra Carta Costituzionale tra i diritti e i doveri dei cittadini nei rapporti economici si trovano in ordine i diritti del lavoro, dell’iniziativa economica, e della proprietà. Vi sono disposizioni che indicano i fini dell’azione dello Stato che potremmo definire una costituzione economica che prende lo spunto da quello che fu definito il Codice di Camaldoli ispirato dall’allora cardinal Montini nel 1943, che aveva appunto lo scopo di creare la piena occupazione, riequilibrare il sud con il nord del Paese e, contemporaneamente, risanare il bilancio dello Stato. Fra questi l’opzione delle nazionalizzazioni, e socializzazioni (art.43), la protezione della proprietà terriera,  la protezione dell’artigianato e della cooperazione e infine “la tutela del risparmio in tutte le sue forme”(art.46)

Per ripartire ecco la risposta che Carta Costituzionale ci suggerisce: “ai fini dell’elevazione economica e sociale del lavoro, in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei limiti e nei modi stabiliti dalle leggi,alla gestione delle aziende.” I lavoratori non più come variabile di cui si può far a meno, ma come elemento essenziale e fondamentale del sistema produttivo per garantire la ” effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, sociale ed economica del paese“.(art.2)

Questa e la solidarietà che serve oggi ma che dovrà essere regola fondante del domani.

Togliatti che io non amo, parlò in seno alla Costituente di garantire “organi per l’esercizio di un controllo sulla produzione, da parte dei lavoratori di tutte le categorie e nell’interesse della collettività.” Ma Togliatti, si sa, era un opportunista  e non si curò di dare  gambe a questa dichiarazione di principio.

 La cogestione nasce in Italia  per opera di Mussolini, il quale con decreto legislativo  della R.S.I. del 12 febbraio 1943 intitolato  “Socializzazione delle Imprese”, creò una serie di regole che servivano a rendere le istituzioni funzionali. Ovviamente non vi era alcun diritto riconosciuto ai lavoratori.  Più pregnante risulta il riferimento ai consigli di fabbrica istituiti a Torino nel 1919 esaltati da Gramsci sull'”Ordine Nuovo”secondo il quale  i delegati potevano decidere “il controllo del personale tecnico, il licenziamento dei dipendenti che si dimostrano nemici della classe operaia, la lotta con la direzione per la conquista dei diritti di libertà il controllo della produzione dell”azienda  e delle operazioni finanziarie,”  Vi furono precedenti in Russia, in Austria, in Germania. L’art. 165 della Costituzione di Weimar così recita “per la tutela dei loro interessi sociali ed economici, operai e impiegati ottengono rappresentanze legali nei consigli operai d’azienda e in consigli operai distrettuali, articolati per settori economici, e in un  consiglio operaio dell’impero.” sappiamo come reagì la borghesia tedesca, ma il principio della cogestione sopravvisse fino a diventare legge nella Germania postbellica, grazie ad un socialista.

In Italia l’opposizione alla  cogestione è stata condivisa allegramente dai rappresentanti delle imprese e dei lavoratori. Eppure una serie di direttive europee (Dir. 2001/86/CE) Parla di “influenza dell’organo di rappresentanza dei lavoratori e/o dei rappresentanti dei lavoratori nelle attività di una società mediante il diritto di eleggere o designare alcuni dei membri dell’organo di vigilanza o di amministrazione della società o il diritto di raccomandare la designazione di alcuni o di tutti i membri dell’organo di vigilanza o di amministrazione della società e/o di opporvisi.”

La Volkswagen nella propria carta di comportamenti riconosce il diritto di cogestione nelle sue aziende in tutto il mondo. 

Non a caso la Germania e la Volkswagen!            

Le difficoltà finanziarie delle acciaierie Krupp furono risolte con la nazionalizzazione dell’industria  e con la reazione di una società nel cui consiglio di amministrazione sedevano rappresentanti delle banche, rappresentanti dello stato e rappresentanti dei sindacati del carbone e dell’acciaio.

Un sistema di pariteticità all’interno delle aziende strategiche per l’interesse nazionale attuerebbe quella democrazia industriale oggi assente in Italia. Grandi aziende sono gestite da funzionari che percepiscono stipendi giganteschi ma che non tutelano l’interesse delle aziende che amministrano e che dopo aver fatto disastri fuggono con liquidazioni milionarie.

Il problema del lavoro importante oggi, sarà vitale domani. Grazie al liberismo sfrenato di questi ultimi venti anni i diritti dei lavoratori sono stati calpestati. Oggi la televisione l’abbonamento a sky, l’autovettura a piccole rati mensili, il telefonino per tutti hanno fatto dimenticare alla colletività di dipendere da coloro che hanno avuto nelle mani le leve del potere economico e che pertanto per anni hanno potuto disporre del destino di masse di popolazione. Hitler non ebbe nè seguito, nè potere fin quando la Germania fu in espansione. Il potere venne quando in seguito alla grande depressione del 1930 entrò in crisi lo stato nazionale tedesco, fondato sul compromesso fra la grande borghesia  e le masse lavoratrici.

Una nuova strategia di ripresa economica in Italia, come in Europa, può svilupparsi solo nell’ambito di un sistema economico produttivo improntato sul principio della cogestione. Ogni altro  tentativo di ripresa economica è destinato alla sconfitta a al riproporsi di vecchi schemi in cui il potere economico e politico rimane nelle  mani della finanza internazionale con annullamento della sovranità degli stati e con l’isolamento dei lavoratori.

La cogestione invece può diventare strumento di mutamento sociale.

 Oggi  il lavoratori stanno collaborando per tenere in piedi l’emergenza. Nella fabbriche, negli ospedali, nei trasporti, nelle forze dell’ordine sono i lavoratori che stanno gestendo l’emergenza, ma questo dopo non sarà più sufficiente.

“Siamo nella stessa barca!” E’ vero, ma proprio perchè coloro che possiedono i mezzi di produzione e coloro che sono obbligati a vendere la loro forza lavoro i primi non dovranno più avere il diritto di gestire i propri strumenti in maniera autoritaria. Ci sono imprenditori che non sono altro che dirigenti e ci sono lavoratori che sarebbero in grado di gestire un’azienda proprio come sta succedendo oggi negli ospedali italiani.

Stiamo vedendo in questi giorni che gli imprenditori, malgrado l’emergenza, vogliono conservare il potere di decisione e di disposizione, mentre i lavoratori di fatto pongono in discussione tale diritto alla disposizione individuale. I lavoratori difendendo i loro interessi difendono l’interesse collettivo, che in questo caso è il diritto alla salute. Alla collaborazione allora si deve sostituire la cogestione.

Questa autonomia che i lavoratori, responsabilmente, si sono data, deve diventare effettiva in maniera tale che quel sistema che ci ha portato al tracollo economico venga stravolto in nome di un nuovo paradigma nei rapporti produttivi.

Introducendo nelle aziende il sistema della cogestione così come suggerito dall’art 46 della Costituzione significa allargare e approfondire il concetto di democrazia. Mentre la democrazia “normale” così come è concepita oggi è ristretta solo al livello politico e quindi soggetta a ridursi laddove le burocrazie nazionali ed internazionali prendono il sopravvento, la cogestione renderebbe democratici quei settori in cui le strutture autoritarie non sono mai state messe in discussione in nome di un efficientismo di maniera per cui l’azienda per come è strutturata è immodificabile nel tempo.  Siamo ancora ai tempi del “padrone del vapore”.

Tragica illusione.

La cogestione invece rende i produttori cioè gli operai, i dirigenti, gli impiegati, i lavoratori in  genere, cioè tutti coloro che prendono parte al processo produttivo   partecipi della produzione godendo nello steso tempo di ampi poteri democratici all’interno dell’azienda.

In questo senso la cogestione diventa il fondamento di una democrazia economica che significa controlla dal basso dei sistemi produttivi.

Certo si potrà dire che i sistemi produttivi attuali richiedono competenze e professionalità che i lavoratori non hanno, ma se questo è vero per i lavoratori, è  vero anche per i proprietari delle aziende. Oggi le azienda usano stuoli  di tecnici  cui far riferimento per tutte le esigenze aziendali Perché un’azienda cogestita non potrebbe fare lo stesso?  Quante aziende si sarebbero salvate dal fallimento se invece dell’uomo solo al comando avessero ascoltato il parere di quelli che lavoravano all’interno dell’azienda senza avere alcuna voce in capitolo sulla gestione.

Nei tempi recenti molte aziende si sono salvate perchè i dipendenti le hanno acquistate e ne sono diventati i titolari e con una gestione collettiva  hanno salvato i loro posti di lavoro e la produzione.

Molti soldi arriveranno dopo il coronavirus, già adesso i burocrati di Bruxelles lasciano che gli stati rompano il patto di stabilità per far fronte ad un’emergenza economica che già da adesso si profila disastrosa, ma non dovrà accadere quello  che è successo nel 2008 e cioè che questi soldi vadano solo ad alcuni dei protagonisti: alle banche, ai fondi di investimento, agli speculatori internazionali. Questa massa di soldi che sarà messa in circolo dovrà servire per ricostruire un tessuto industriale devastato da venti anni di iperliberismo.

Questa ricostruzione non si potrà fare se non ridando dignità agli stati nazionali e rendendo tutti partecipi della ricostruzione. Alitalia è stata nazionalizzata, ma non può essere messa in mano a burocrati super-pagati pronti  a svenderla. Alitalia vale molto, ma chi vuole prenderla la vuole senza prendere quelli che fanno volare glia aerei, gli stewards il personale di terra. Se invece costringiamo lo stato a mettere nella società costituenda nei consigli di amministrazione oltre ai rappresentanti del governo, delle banche che la finanzieranno, anche una rappresentanza dei lavoratori che possano decidere insieme il futuro forse salveranno un patrimonio costruito con i soldi degli italiani. Lo stesso discorso vale per la ex Ilva e per le autostrade.

Al posto del diritto individuale di diposizione sui mezzi di produzione del proprietario, sia esso pubblico che privato subentra un diritto di disposizione collettivo, nel quale i lavoratori quali organi democratici della produzione  hanno pari diritti. E’ un capitalismo nuovo che coinvolge la collettività e ed impone il diritto al controllo della produzione con un unico limite che è quello del bene comune. Si chiama democrazia ed i padri costituenti lo avevano capito.

Per evitare in futuro i disastri economici che fenomeni come il coronavirus  produrranno bisognerà arrivare insieme a queste emergenze.

“Insieme ce la faremo” diciamo oggi e ognuno sta facendo la sua parte: chi restando a casa, chi negli ospedali a salvare vite umane, che per le strade a presidiare il territorio, gli operai andando in fabbrica a lavorare  a rischio di contaminazione, ma domani dobbiamo lottare perché ci sia un processo di democratizzazione dell’economia, non più schiavi delle borse che non chiudono in questi giorni tragici e continuano a fare affari sulle cataste di morti. Il concetto che al proprietario, all’industriale può essere tutto concesso va ridimensionato.

Naturalmente la cogestione non riguarda il contadino che con le forze sue e della sua famiglia coltiva le terra, raccoglie i prodotti e li vende; nè può riguardare il piccolo negozio di ottica che vende occhiali. Viceversa la cogestione dovrà riguardare la fabbrica o la grande catena di distribuzione o quel settore strategico per l’economia nazionale che non possono essere gestiti senza l’apporto dei lavoratori. Abbiamo potuto tristemente constatare che il rischio d’impresa non è solo del proprietario ma anche e soprattutto dei lavoratori che dall’oggi al domani i trovano in cassa integrazione prima e in mezzo ad una strada dopo.

O si democratizza l’economia o questa massa di soldi che sta arrivando e che arriverà in futuro sarà preda del capitalismo finanziario che come dimostrano gli avvenimenti di questi giorni in cui mentre si muore da una parte dall’altra si continua a speculare tenendo le borse aperte.

Beppe Sarno