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dicembre 28, 2020

Morire di burocrazia: il triste caso di Michele Pepe

di Antonella Ricciardi

Uno Stato che abbia le carte in regola, riconoscendo maggiormente i diritti e doveri di tutti, dimostra forza e non debolezza, e può essere maggiormente, a propria volta, riconosciuto. La costruzione di uno Stato di diritto è ancora in evoluzione, nel cercare una giustizia non solo distributiva, di commisurazione di una pena alla gravità di determinate condanne, ma anche riparativa, della ricerca del meglio complessivo, senza contrapposizioni aprioristiche tra persone. Tra i casi di affermazione del diritto ad un grado minore di intensità della pena: una forma di civiltà  (cosa diversa dall’impunità per delle malefatte), viene discusso il caso di Domenico Oppedisano, che attualmente ha terminato la sua pena: un uomo di circa 90 anni, un tempo considerato “paciere” della ‘ndrangheta, che ad 88 anni aveva ottenuto differimento della pena, nella forma degli arresti domiciliari. Diverso il caso straziante di Michele Pepe, riguardo cui si rafforza l’ipotesi non sia stato sufficientemente tutelato il diritto alla salute, connesso a quello alla vita stessa; l’indagine sul caso deve avere anche il senso di evitare in futuro rischi analoghi. Michele Pepe non era un collaboratore di giustizia, ma da tempo aveva reciso i contatti con il crimine, tanto che il suo regime carcerario non era più neanche quello del 41 bis, destinato a casi per cui vi siano perlomeno più dubbi in proposito.   Del resto, quello del diritto alla salute è tornato alla ribalta anche per allarmanti casi di coronavirus anche nella carceri: luoghi spesso tutt’altro che asettici, in cui già prima erano numerose le proteste contro condizioni di vita non sempre conformi a criteri in favore di salute pubblica. Ultimamente, per tutelare di più il diritto alla salute dei detenuti si è messo in moto uno sciopero della fame dei maggiori dirigenti dell’associazione umanitaria “Nessuno Tocchi Caino”, collegata al Partito Radicale Transnazionale:  ricordiamo in particolare Sergio D’Elia, Rita Bernardini, Elisabetta Zamparutti. Si torna poi sul caso di Raffaele Cutolo, riguardo cui l’avvocatessa Moschioni ha collaborato con il collega titolare del caso:  Gaetano Aufiero. Il caso di Raffaele Cutolo è stato  uno dei casi di detenzione più lunghi della storia italiana: non gli è stato finora tolto il 41 bis che ha da 28 anni, nonostante l’estinzione della sua NCO (Nuova Camorra Organizzata), da circa 25 anni,  e gli inviti pubblici a non seguire il crimine. Gaetano Aufiero, aveva parlato di un sistema indecente, in merito alla reiterazione del regime differenziato 41 bis, tuttora oggetto di ricorsi legali. Probabilmente, sul caso di Raffaele Cutolo, pesa ancora troppo un passato non più attuale da decenni; lo stesso procuratore generale che aveva discusso il caso sul 41 bis a Roma, Antonio Laudati, lo aveva definito una persona che richiamava qualcosa di “quasi mitologico”.   In ogni modo, dal  31 luglio 2020 Raffaele Cutolo  è ospedalizzato in un centro di cura esterno al carcere.

La sistemazione in una azienda sanitaria locale al carcere si sta stabilizzando, perché non dimissibile, in quanto deve ricevere cure specialistiche costanti. Questa situazione poco comune vede un coordinamento tra il carcere e la struttura  sanitaria pubblica dove Raffaele Cutolo è collocato, per quanto riguarda la posta cartacea: le lettere devono passare per il penitenziario, per poi, nel caso passino la censura, essere inoltrate nel centro di cura. Tale coordinamento  non c’è ancora, invece, per quanto riguarda le telefonate, che ancora non sono fattibili, per mancanza di coordinamento tra le due strutture: telefonate ammesse anche dal regime di 41 bis, in sostituzione del colloquio in presenza, quando non realizzabile: una ipotesi di soluzione potrà anche essere il videotelefono Skype, già usato in altre situazioni…  La sua vicenda era stata più volta narrata anche in dei libri, che lo avevano reso ancora più conosciuto: tra questi, “Il camorrista”, di Giuseppe Marrazzo, da cui era stato tratto un film celebre, “Un’altra vita”, opera di un giornalista laureato in Filosofia, Francesco De Rosa, che aveva intrattenuto una corrispondenza con Raffaele Cutolo.ll libro “Ricordi in bianco e nero” della giornalista psicologa e sociologa Gemma Tisci, che pure aveva approfondito la conoscenza, attraverso una corrispondenza con Raffaele Cutolo. Nel libro di Gemma Tisci, una delle frasi dedicate al senso del suo contenuto suona così: “La libertà e la cultura di una civiltà si misurano dalla possibilità di  ogni essere vivente di raccontare la propria verità”. Raffaele Cutolo vi  viene descritto provato, con il passo strisciante ed i gesti lenti della mani… Tornando a tempi più recenti,  le proiezioni sul futuro riguardano la figlia, per la quale spera un futuro diverso, di felicità: s’informa sulla scuola, che lo ricongiunge con presente e futuro,  ed auspica l’investire negli studi. Del resto, i suoi tragici errori non sono stati verso la figlia, per la quale è un padre che non si può considerare “sbagliato”. Da tempo,  inoltre, di  Raffaele Cutolo (attualmente 79 anni) viene testimoniato convertito, diventando più sentitamente cristiano e cercando anche il bene…Tra coloro che si sono definiti convinti di ciò c’è stato il già vescovo di Caserta, monsignor Raffaele Nogaro. Tornando al dialogo con Monica Moschioni, è da non dimenticare  il suo alto  ruolo nell’Osservatorio sulla carceri, che mira ad armonizzare sicurezza e considerazione che le persone, anche che abbiano sbagliato, non si risolvano solo nei propri errori.

Ricciardi: ” Poco tempo fa, vi sono stati ultimamente sviluppi importanti sul doloroso caso di Michele Pepe, riguardo l’ipotesi di eventuali responsabilità in quanto accaduto: ce ne può accennare qualcosa?”

 Moschioni: “Sì, a un certo punto  è stata conclusa l’indagine preliminare che era stata disposta per accertare eventuale responsabilità, come causazione del decesso di Michele Pepe, ed è stata fissata udienza preliminare presso il Tribunale di Parma per il giorno 19 gennaio 2021, che allo stato attuale prevede una imputazione  di omicidio colposo a carico di uno dei sanitari che aveva certificato le condizioni di salute del signor Michele Pepe prima di essere trasferito presso l’Istituto Penale di Torino. Purtroppo  situazione che  aveva determinato il suo decesso durante il trasferimento tra Parma e Torino. Quindi, d’accordo col collega che assiste i familiari, i congiunti del povero Michele Pepe, ci si è mossi, anche per accertare quali fossero gli accertamenti per un trasferimento così rapido, d’urgenza in un’altra struttura penitenziaria, che poi ha comportato anche l’occasione per questo decesso.” “

 Ricciardi: “ c’è stata una perdita di tempo rispetto alle cure?”

 Moschioni. “Mah, in realtà io mi auguro che questa azione che si è conclusa con l’accertamento di questa azione colposa, di questa azione non corretta, nell’accertamento delle condizioni di trasportabilità di Pepe Michele. Quindi il pubblico ministero è pervenuto a ritenere che ci fossero le condizioni per esercitare l’azione penale, per richiedere la fissazione dell’udienza preliminare, ritenendo che chi ha certificato che era in grado di essere trasferito ha sbagliato, evidentemente. Poi l’autorità giudiziaria verificherà se sia stato l’unico errore, se sia stato l’errore principale che abbia causato il decesso di Michele Pepe, quindi spero ci saranno ulteriori sviluppi a gennaio, all’esito di questa udienza.”

Ricciardi: “Certo, era nelle mani dello Stato: era giusto che venisse monitorato nel modo migliore..però l’indagine magari va proprio in quella direzione, anche se purtroppo si è arrivati al decesso“.

Moschioni: “Per ora l’indagine è andata in questa direzione, ed ha riscontrato, quantomeno, una condotta negligente ed imprudente, da parte di uno dei sanitari. L’intenzione dei familiari, e quindi della moglie, dei genitori del signor Pepe, è quella di chiarire se ci siano state anche altre mancanze durante il periodo di permanenza del signor Pepe nel carcere.

Anche perchè Michele Pepe aveva chiesto, mio tramite, l’accertamento della incompatibilità delle condizioni di salute con la detenzione all’interno del carcere: quindi eravamo in attesa di un accertamento: quindi eravamo in attesa, anche tramite perizia, circa la compatibilità. “.

Ricciardi: “…. se le responsabilità eventuali siano solo quelle di qualche medico, o forse da indagare ancora di più, se ho inteso bene…”

Moschioni. ” per ora l’indagine si è fermata alla figura del medico che aveva firmato il suo trasferimento presso il carcere di Torino. Sicuramente la volontà dei familiari è indagare, approfondire ancora di più, e capire se ci siano ulteriori responsabilità, anche durante la permanenza al carcere di Parma, e anche, eventualmente, la mancata concessione della detenzione domiciliare: se c’era una incompatibilità con il carcere; quindi, si valuteranno anche altre responsabilità. “

Ricciardi:”Può essere anche un modo per evitare in futuro eventuali altri casi analoghi: un caso da seguire… tornando poi al caso di Raffaele Cutolo, la sua collocazione nel centro dove è  ospedalizzato, ma ancora in regime di 41 bis, ed in tempi  di misure anti-pandemia, mette davanti ad alcune situazioni atipiche: pur essendo certamente del tutto positivo che il suo diritto costituzionale alla salute venga garantito lì, si notano ancora dei problemi di collegamento tra centro di cura esterno al carcere, e carcere stesso. La moglie non lo può andare a trovare a causa del blocco degli spostamenti tra regioni, per le misure di prevenzione  antipandemia, e l’alternativa al colloquio in presenza (ammessa anche dal 41 bis), cioè una telefonata una volta al mese, non riesce ancora ad essere autorizzata, perchè non c’è ancora abbastanza coordinamento tra centro sanitario e carcere, per attuare le misure di controllo sulla telefonata, richieste dal  41 bis. Ci sono dei modi per sensibilizzare sulla questione, per attuare la possibilità di questo diritto?

Moschioni: “Il problema principale è legato soprattutto al fatto che il signor Cutolo risulta collocato, e per fortuna, in un repartino ospedaliero, che in realtà non è il vero e proprio centro clinico: è una parte del reparto ospedaliero, adibito al ricovero in situazioni di urgenza, in caso di impossibilità del trattamento del detenuto all’interno del carcere, ma dovrebbe essere per sua natura una situazione temporanea, ed è questo il motivo per il quale non si attrezzano quelle strutture; quindi, questo repartino ospedaliero ha tutto quello che serve alla routine dei detenuti, perchè lì coloro che erano detenuti non devono rimanere dei mesi, normalmente: quindi non ci si predispone per eventuali colloqui telefonici, ed anche eventuali udienze che possano essere in videoconferenze…”

Ricciardi. “ la collocazione può essere ottimale per la salute, e la questione della telefonata può essere secondaria, ma è comunque degna di nota, vista anche la tendenza  che è in via di stabilizzazione per questioni di salute. Chiaramente, su alcune situazioni è possibile ci saranno sviluppi, anche quella ancora in discussione del 41 bis, ma si può pensare ad un inizio di risoluzione della questione, a qualche intervento?

Moschioni: “Io credo che sia difficile nell’immediato su questa possibilità, ma non è da escludersi sia possibile fare qualcosa. Dovrebbe esserci, da parte del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria al ricevimento di telefonate, su canali telefonici che non sono quelli dell’Istituto Penitenziario, perchè questa è una parte dell’ospedale, mi permetto il termine, prestata al reparto detentivo, ma è pur sempre un locale dell’ospedale: è un locale non  attrezzato come un carcere”.

Ricciardi: “Si può fare almeno una domanda, forse, per vedere se possibile, in futuro?”

Moschioni: ” bisognerebbe chiedere all’amministrazione penitenziaria di consentire che una linea telefonica dell’ospedale sia destinata all’utilizzo, da parte del detenuto per la telefonata mensile: quindi, con registrazione e possibilità di controllo dall’esterno. Questo però coinvolge anche l’amministrazione ospedaliera, perchè si dovrebbe concedere una propria linea: non credo che sarebbe possibile istituire  una linea telefonica nuova, da parte del Ministero. Diversamente,  immagino che sia possibile solo in quelle forme, che sono state richieste, ma finora non sono state mai autorizzate, della comunicazione telefonica a mezzo utenze Skype, che è stata, per il periodo del covid, concessa per i detenuti di alta sicurezza, e di media sicurezza, tant’è che è sostitutiva, attualmente, dei colloqui visivi, per le limitazioni alla circolazione, dettate dalla normativa dei DPCM, a tutela contro la  diffusione della pandemia. Potrebbe quindi essere concessa una tipologia di colloquio telefonico, nelle forme della comunicazione Skype: in questo caso, sarebbe un video-colloquio”.

Ricciardi: ” l’importante è che sia controllato“.

Moschioni: “Tra l’altro, è una questione che era stata anche posta proprio per i detenuti sottoposti al regime differenziato 41 bis, ed era stata demandata alla Corte di Cassazione: lì era stato ritenuto che non ci fosse un ostacolo giuridico alla concessione di questa modalità di svolgimento del colloquio, che è una modalità alternativa che si sostituisce perfettamente alla modalità del colloquio mensile”.

Ricciardi: ” è anche più simile, vedendosi

Moschioni: “Era stata richiesta anche per i casi all’interno del carcere, da parte dei detenuti, per evitare quella circolazione sul territorio italiano, che i familiari hanno dovuto fare, con autocertificazioni, per esercitare il proprio diritto di colloquio con il proprio familiare, nonostante ci fossero delle disposizioni assolutamente a favore della tutela, della sicurezza di tutti i cittadini, perché si trattata di tutelare la salute dei cittadini, con normative preventive rispetto alla diffusione del virus. Devo dire che il problema finora, almeno per quanto mi è stato detto dall’amministrazione penitenziaria, a Parma, cioè da chi  si occupa dei colloqui, è stato che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) non ha ancora emesso delle circolari attuative di questa autorizzazione data, sia pure in modo non tecnico: cioè di questa non impossibilità che è stata sancita dalla Corte di Cassazione. Quindi, spetterà al DAP prevedere come eseguire questi colloqui: se dovranno essere concessi degli apparecchi telefonici, portatili, intendo; e allora, qualora fossero concessi questi apparecchi telefonici portatili, oppure su computer portatili, per eseguire la videochiamata, in questo caso non vedo alcuna difficoltà a consentire il colloquio anche nell’ambito ospedaliero, perché quell’apparecchio è di proprietà dell’amministrazione penitenziaria, che diventerà così una linea controllabile. Il fatto che non sia ancora accaduto è stato più che altro per motivi organizzativi. Ogni novità in ambito penitenziario purtroppo deve passare attraverso una serie di circolari attuative, che spesso si scontrano con ambiti molto pratici: è dover acquistare un numero di apparati telefonici, o computer portabili, per darli in dotazioni ai vari carceri.

Ricciardi: “la questione che stiamo ponendo vede un inizio in via di miglioramento…”

Moschioni: “è una questione che potrebbe essere adottata in modo abbastanza definitivo: oltre l’emergenza della pandemia”

Ricciardi: “Potrà essere adottata anche successivamente, pure per coloro che siano al 41 bis, detenuti dentro il carcere e fuori…”

Moschioni: “Esatto, esatto: nel senso che durante il periodo di emergenza sanitaria potrebbe diventare l’unica modalità, se ci sono dei divieti di spostamenti, ma al di fuori del periodo di emergenza sanitaria potrebbe  essere una modalità a scelta del detenuto: nel senso che se i propri familiari hanno difficoltà di spostamento.”.

Ricciardi: “Speriamo presto; sembra un’idea buonissima.”.

Moschioni: “Non è finora stata attuata, almeno così mi è stato riferito, solo per problemi organizzativi, pratici”.

Ricciardi. “Quindi lei dice che non è stata fatta una discriminazione tra tipologie di detenuti, tra persone non al 41 bis e non?

Moschioni: “Non è stata fatta una discriminazione, anche perché sono tutti contratti in linea che sono stipulati dall’amministrazione penitenziaria e sono perfettamente controllabili, cioè sono delle linee dedicate, vengono utilizzate solamente  dall’amministrazione penitenziaria. Non c’è stato nessun problema con i detenuti di alta sicurezza e di media sicurezza; per i detenuti di alta sicurezza ci sono delle esigenze di tutela da eventuali collegamenti con l’esterno, che sono state assolutamente superate, e quindi, ordinariamente, i detenuti anche del carcere di Parma colloquiano con i propri familiari con la videochiamata, settimanalmente… E penso che sarebbe una soluzione tranquillamente applicabile anche a Cutolo, proprio perché si trova in un ambiente ospedaliero, dove non è così semplice, invece, attivare una linea fissa”.

maggio 3, 2020

Tana libera tutti!

di Beppe Sarno

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Ho  seguito con attenzione, come molti questa sera, la trasmissione di Massimo Giletti sulla questione carceraria. Il dibattito verteva sulla scarcerazione per motivi di salute del boss dei Casalesi  Pasquale Zagaria.  Mischiando mezze verità nascondendo informazioni importanti Giletti ha voluto far passare la teoria che grazie al decreto “Cura Italia” più di quattrocento detenuti  per fatti di mafia stavano per essere scarcerati.  Non è vero!

In Italia il sistema carcerario è allo stremo già da prima del coronavirus; ci sono infatti settantamila detenuti laddove la capienza massima e di sessantamila detenuti: Ve ne sono quindi diecimila in soprannumero.

Pasquale Zagaria  detenuto nel carcere di Sassari ha chiesto la scarcerazione per motivi di salute.

Il Magistrato di sorveglianza del Tribunale di Sassari dott. De Luca ha concesso gli arresti domiciliari in considerazione di tre motivi: il primo motivo riguarda le cure  di cui Zagaria, già operato di tumore, ha bisogno e che nè il carcere di Sassari, nè l’ospedale della città sono in grado di prestargli. Il secondo motivo è che le cure di cui aveva bisogno, cioè i trattamenti di chemioterapia, non potevano essergli somministrati dall’ospedale di Sassari che ne frattempo era stato trasformato in reparto Covid ed ovviamente una persona affetta da tumore correva il serio rischio di essere contagiato.  Il terzo motivo che il Dipartimento dell’amministrazione carceraria più volte sollecitato non è stato in grado di indicare al magistrato di sorveglianza di indicare un altro carcere dove Zagaria poteva essere sottoposto alla chemioterapia. ,   Applicando la legge il Magistrato di Sorveglianza di Sassari non ha potuto far altro che concedere gli arresti domiciliari.

Giletti non ha detto agli ascoltatori non informati, che Zagaria ha un tumore e che ha  bisogno di essere sottoposto a chemioterapia. Non ha detto anche che la scarcerazione di Zagaria è limitata ad un periodo di cinque mesi  decorsi i quali il provvedimento può  essere revocato o modificato.

Inoltre per ciò che riguarda Zagaria la Corte d’Appello per le misure di prevenzione ha  ritenuto che non fosse più un soggetto pericoloso, tanto che non ha applicato la misura di prevenzione personale, che è uno strumento di controllo su un soggetto ritenuto pericoloso. Ricordiamo ancora che Zagaria si costituì personalmente e che il suo “fine pena” come si definisca la scarcerazione è fissata al 2025. Dire queste cose però significava rendere meno scandalosa la notizia della sua scarcerazione.

L’obbiettivo di Giletti è  far passare l’idea che con le recenti misure adottate dal governo si rischia di far uscire di galera il meglio della mafia della ndrangheta  e della camorra.

Anche questo non è vero.

Michele Zagaria non è uscito di galera a causa del decreto “cura italia” ma per seri motivi di salute che è un diritto costituzionalmente garantito.

Nessun detenuto per reati gravi per effetto del decreto cura Italia sarà libero di uscire con la facilità di cui parla e finge di indignarsi Giletti. Infatti la detenzione   prevista dal decreto cura Italia  interesserà circa tremila detenuti e ricordiamo che ce ne sono diecimila in soprannumero, e le regole per la scarcerazione sono molto stringenti. Infatti  fino al 30 giugno 2020 potranno ottenere la detenzione domiciliare i detenuti che debbono scontare una pena o un residuo di pena fino a 18 mesi, il tutto grazie ad una procedura semplificata. Il Consiglio dei Ministri, con una propria nota, ha chiarito le misure contenute all’interno del Decreto ed ha stabilito che la misura sarà applicata dal magistrato di sorveglianza, non solo su istanza del detenuto, ma anche per iniziativa del pubblico ministero o della direzione del carcere.

La disposizione prevede che per i detenuti che debbano scontare una pena tra i 7 e i 18 mesi sia possibile ricorrere al braccialetto elettronico, che sarà reso disponibile secondo un particolare programma di distribuzione adottato dal capo dell’amministrazione penitenziaria, d’intesa con il capo del dipartimento di pubblica sicurezza, con riferimento alla capienza degli istituti di detenzione e delle concrete emergenze sanitarie rappresentate dalle autorità competenti.

Dal  provvedimento sono esclusi i soggetti condannati per i delitti indicati dall’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario, coloro che siano stati condannati per corruzione e concussione, i detenuti sottoposti a regime di sorveglianza particolare, i delinquenti abituali, professionali o per tendenza, i detenuti che siano privi di un domicilio effettivo ed idoneo anche in relazione alle esigenze di tutela delle persone offese da reato.

Perchè Giletti  non ha dato una informazione completa ed esauriente che avrebbe potuto facilmente ricavare? A Giletti non interessa informare la gente ma vendere un prodotto.

Egli tratta l’informazione come una merce da vendere e come tale non importa la qualità, ma la sua vendibilità agli spettatori e lui sa che più bassa e la qualità del prodotto che vende e più persone sono disponibile a comprarlo.

Apprezzabile l’equilibrio mostrato da Claudio Martelli.

dicembre 1, 2009

Sciopero della fame per i detenuti.

Due giornate di protesta pacifica per chiedere condizioni di detenzione più umane

Due giornate di protesta pacifica e sciopero della fame per dire basta alle condizioni disumane di detenzione. Queste le iniziative dei detenuti italiani, in programma il primo e il dieci dicembre. I giorni della protesta pacifica non sono stati scelti a caso, ma si ricollegano a due date significative. La prima, istituita appunto l’uno dicembre, vuole ricordare le mobilitazioni avvenute nei penitenziari nel 2007 e nel 2008, mentre la seconda avverrà il dieci dicembre, in concomitanza della giornata internazionale dei diritti umani.

 Secondo i dati dell’Osservatorio permanente per le morti in carcere, al mese di novembre di quest’anno i decessi sono 160, di cui 66 per suicidio, l’ultimo dei quali avvenuto pochi giorni fa nel penitenziario di Sondrio. Stando alle elaborazioni del Centro Studi di Ristretti Orizzonti su fonte del Ministero della Giustizia – Dap (Dipartimento di amministrazione penitenziaria), i detenuti rinchiusi nelle carceri italiane sono 65.355, mentre la capienza regolamentare delle prigioni è pari a 43.074 unità, 64.111 quella tollerabile. Dei 65.335 carcerati, 24.190, il 37 percento è straniero.  Alla fine di settembre 2009 i detenuti in attesa di processo erano oltre 31mila. Ogni anno in carcere vengono a mancare circa 90 persone ancora da giudicare con sentenza definitiva. Fino al 2006 inoltre il numero dei carcerati e quello degli affidati alle misure alternative era più o meno uguale. Oggi, invece, i detenuti superano le 65mila unità e delle misure alternative usufruiscono solo 13mila persone.