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maggio 13, 2021

Socialismo come fine!

Di Beppe Sarno

Molti compagni o ex compagni si definiscono socialisti liberali, perché ormai definirsi socialisti senza aggettivi fa un po’ schifo.  Marx è visto come un refuso del passato e la sua teoria inconsistente e debole nell’interpretare l’evoluzione del capitalismo nella sua attuale evoluzione.

Si ricorre al socialismo liberale di  Rosselli come foglia di fico per dichiararsi socialisti senza esserlo. Se la categoria del socialismo liberale  di oggi serve per nascondersi fra le file di un centrodestra sempre più reazionario e senza idee occorre tener presente che il socialismo liberale di Carlo Rosselli era ben altra cosa.

Rosselli correttamente, partendo dall’ortodossia socialista che fa del marxismo il punto di partenza di ogni analisi, denuncia il fenomeno “delle “frequenti deviazioni oligarchiche parassitarie” di alcune organizzazioni operaie italiane “accordatesi con i datori di lavoro per meglio taglieggiare il mercato”. Nello stesso tempo, però, Rosselli conferma il principio insostituibile della lotta di classe e la necessità del collegamento internazionale delle lotte operaie.

Il liberalismo socialista significa, secondo Rosselli, una pratica socialista attuata con metodo liberale, perché “ in Italia non è mai esistito dal 1900 in poi, un Partito Socialista che potesse dirsi veramente liberale e democratico.”

Rosselli afferma che bisogna fare differenza fra il sistema liberale che “si richiama ad una specifica costituzione economica sociale e che si riassume nell’ordinamento della società borghese” ed il metodo liberale che è il rispetto delle regole della democrazia. Un partito socialista “ può essere liberale quando per liberalismo si intende quel principio metodico e che dovrebbe presiedere alla lotta per la effettuazione dei rispettivi postulati. Non ci si può erigere a tutori della conculcata libertà contro ogni violenza e tirannia, quando nel tempo stesso si ammettono e la violenza e la tirannia come metodi per la propria particolare azione.” Criticando Albertini, Rosselli afferma che “ il seguace del liberalismo come sistema considererebbe illiberale colui che lottasse ad es. contro quella categoria che è il salariato ancorché si muovesse sul terreno legale con metodo liberale.” Cioè a dire “chi si professa seguace del sistema liberale non può mai nel tempo stesso affermare il metodo liberale” Nella concezione di Rosselli “sistema” e “metodo” sono concetti antitetici, perché il sistema “si risolve in un’ideologia determinata.” In buona sostanza il sistema capitalistico non ammette alternativa.

Secondo Rosselli i socialisti debbono fare proprio il “metodo” liberale e quindi non debbono avere nessuna ideologia, men che meno quella marxista.

Perché Rosselli pone il problema?  Le sue osservazioni vanno contestualizzate perché altrimenti si corre il pericolo di non comprenderne le motivazioni: il fascismo vince dovunque, il comunismo si istaura in Russia, nello stesso tempo le lotte operaie in Italia vengono sconfitte e a Livorno il Partito si divide in due con la nascita del partito Comunista.

Rosselli cerca di dare una risposta a questa serie di avvenimenti negativi. La risposta di Rosselli  è radicale: il marxismo come ideologia ha fallito. In un articolo apparso su Critica sociale del -15 novembre 1923 “Bilancio Marxista: la crisi intellettuale del Partito Socialista” Rosselli afferma che il marxismo ha fallito, si può essere marxisti senza essere socialisti e si può essere socialisti senza essere marxisti. Il marxismo è tutto e nulla perché nel marxismo ci va tutto ed il contrario di tutto. Occorreva secondo Rosselli “restaurare l’atmosfera di libertà intellettuale in seno al partito per ridiscutere i fondamenti culturali.” Queste idee furono riproposte in maniera più compiuta nel libretto che scrisse  durante il suo confino a Lipari dal titolo appunto “Socialismo Liberale”. Claudio Treves definirà il povero Rosselli “né socialista, né liberale”

Rodolfo Mondolfo risponderà a Rosselli nel primo numero del 1924 di Critica Sociale “occorre distinguere fa due punti – dice Mondolfo – l’interpretazione del marxismo e l’opportunità della sua conservazione come bussola del movimento proletario.” Nella sua lucida analisi Mondolfo afferma che “il testamento di Marx  [….] sta sopra tutto nell’ammonimento che le cose non sempre possono rimanere così, e noi stessi, noi uomini dobbiamo mutarle.” E poi “aderire alla  vita per aderire allo spirito del marxismo”  Afferma Mondolfo “ Io non contesto affatto al Rosselli che la coesistenza di interpretazioni divergenti attesti che l’opera di Marx e Engels è tutt’altro che chiara ed univoca.” Ma bisogna “ritrovare il filo della continuità e coerenza essenziale […]e di scoprire quel che è vivo e fecondo sotto l’ingombro delle inutili e morte scorie” Per Mondolfo rispondendo a Rosselli le teorie Marxiste non sono “concezioni difficili che non possono diffondersi senza pericolosi snaturamenti. Questi pericoli ci sono sempre, per qualsiasi dottrina per semplice che sia.[…]La nostra lampada non ci basterà – dice Rosselli [….]ma quanto più malsicura sarebbe la nostra condizione se rinunciassimo a quella luce intellettuale, che alla comune dei mortali non può essere concessa? [….] Questo è il punto: e qui per me è la ragion d’essere e la funzione utile del marxismo nel movimento proletario.”

Per Mondolfo o la lotta è nelle cose ed è inutile perdere tempo ad insistere su di essa. La critica di Rosselli alle interpretazioni del marxismo gli fanno dimenticare che come diceva Mondolfo che bisognava domandarsi come fosse possibile usare il marxismo ai fini della difesa dei diritti dei lavoratori, cosa che Mondolfo invece fa. La debolezza delle teorie di Rosselli, che oggi sono un comodo alibi per taluni, non debbono però far dimenticare l’importanza delle sue critiche dei pericoli che denunciò, del richiamo al partito socialista ad assumersi le proprie responsabilità, le sue teorie economiche, la fedeltà al messaggio di Salvemini per quanto riguarda il meridionalismo.

Rosselli esce dal pensiero marxista, ma possiamo oggi definirlo non socialista? Carlo Rosselli può essere definito a pieno titolo socialista e forse sarebbe importante studiare a fondo il suo pensiero per poter allargare gli orizzonti della cultura socialista e non per rinnegare il marxismo.

Coloro che oggi si definiscono liberal-socialisti debbono ricordare il motto di Rosselli “il liberalismo come metodo, il socialismo come fine“, che è ben altra cosa di quello che oggi questi compagni vanno predicando.

aprile 25, 2020

Intervista a Carmelo Barbagallo Segretario confederale UIL x Critica Sociale

Intervista a Carmelo Barbagallo Segretario confederale UIL x Critica Sociale

di Beppe Sarno

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 1)Il lavoro è fondamento della nostra società come sarà possibile difenderlo dopo la crisi del coronavirus in cui molte imprese non riapriranno mettendo per strada migliaia di famiglie?

R)Il lavoro è alla base della nostra Costituzione ed è l’unica ricchezza di cui disponiamo per risollevare il Paese. Lo si è visto chiaramente anche in questa tragica vicenda del Covid-19, che ha sconvolto la nostra quotidianità e ha stroncato la vita di migliaia di nostri concittadini. È solo grazie al lavoro, talvolta eroico, di tante categorie di lavoratori se stiamo evitando il tracollo. E sono tanti anche coloro che, con le innovative tipologie contrattuali, stanno continuando a dare il proprio contributo anche dalle proprie case. Il lavoro resta il pilastro per la crescita del Paese. Faremo di tutto, dunque, per evitare che si perda questo patrimonio, che i lavoratori restino senza la propria attività e senza garanzie e che chiudano le imprese. Pertanto, dovranno essere messi in campo, per tutto il tempo necessario, gli ammortizzatori sociali necessari ad assicurare una continuità di reddito, ma anche una prospettiva di ripresa produttiva, indispensabile per rilanciare il Paese. Noi crediamo che quella che stiamo affrontando sia una guerra, del tutto insolita, ma pur sempre una guerra. Dunque, sarà necessario approntare un sistema economico coerente con uno scenario post bellico. Sono convinto che il nostro Paese abbia le potenzialità per vivere una stagione di ricostruzione, come accadde negli anni Cinquanta e Sessanta. In questo quadro, sarà necessario definire anche un nuovo modello fiscale che privilegi il lavoro e che riduca le tasse ai lavoratori dipendenti e ai pensionati. Se infatti, queste categorie avranno le risorse necessarie per acquistare i beni e i servizi prodotti dalle nostre imprese, anche queste ultime potranno dare continuità alla loro attività.

2)Non crede che manca un progetto di ripresa economica che possa effettivamente rilanciare l’economia italiana?

R)Premesso che l’obiettivo prioritario, ora, è quello di uscire, tutti insieme, da questa drammatica situazione di emergenza sanitaria ed anche economica, ribadisco un convincimento e una proposta che sosteniamo da anni. Noi pensiamo che la leva più efficace per risollevare l’economia sia quella degli investimenti pubblici e privati in infrastrutture materiali e immateriali. Tutte le altre opzioni rischiano di essere solo dei palliativi. Questa impostazione vale per tutto il Paese, ma in particolare per il nostro Sud, che deve trasformare le proprie potenzialità in un’opportunità di crescita a vantaggio dell’intera nazione. A questo proposito, vorrei ricordare che il periodo in cui il gap tra Nord e Sud si è maggiormente ridotto è stato quello in cui ha operato la Cassa per il Mezzogiorno. Poi, emersero fenomeni di corruttela e decisero di porre fine a quell’esperienza. Purtroppo, però, hanno eliminato lo strumento, ma la corruzione è rimasta. Non sono un nostalgico di quella fase, ma penso che si debba provare a rilanciare una sorta di Cassa per il Mezzogiorno 4.0 . Lo si chiami come si vuole, l’importante è che si attivi un piano di interventi straordinari che ridia slancio all’economia del Sud e del Paese. In questo quadro, è fondamentale utilizzare, sino all’ultimo centesimo, i finanziamenti che ci pervengono dall’Unione europea. Oggi, purtroppo, molta parte di quelle risorse vengono perdute: è inaccettabile. Ecco perché, a più riprese, abbiamo proposto di commissariare ad acta le Regioni che non provvedono ad attivare i relativi progetti e che, dunque, non spendono quei soldi che vengono poi stornati agli altri Paesi europei.

3)È possibile ora riprendere la lotta per il ripristino dellarticolo 18?

R)Le battaglie fatte in questi ultimi anni hanno impedito che fosse smantellato del tutto il sistema dei diritti conquistati nel corso dei decenni. Siamo riusciti a porre un argine a uno sfrenato liberismo espresso, in particolare, da alcune multinazionali che scorrazzano nel mondo, facendo il bello e il cattivo tempo. Ma, purtroppo, la lotta è davvero impari. Lo stesso articolo 18, anche se fosse reintrodotto nella sua formulazione originaria, non sarebbe sufficiente a fermare le dismissioni di massa operate da quelle multinazionali. Contro i rischi di licenziamenti collettivi, oggi servono strumenti ancora più incisivi. Ad esempio, a chi volesse trasferire all’estero la propria produzione, bisognerebbe richiedere la restituzione di tutti gli aiuti economici ottenuti a qualsiasi livello: bisogna, insomma, colpirli nel portafoglio e nei loro interessi.

 

4)Il nostro sistema sanitario ha retto e i medici e tutto il personale sanitario hanno dimostrato un’efficienza per molti inaspettata, non crede che da ora in poi bisogna ripensare ad un modello di sanità pubblico diverso?

R)Nonostante le enormi difficoltà e alcune contraddizioni, il nostro sistema sanitario nazionale ha risposto con eccezionale efficacia. Medici e infermieri si sono prodigati al limite dell’eroismo, pagando anche con la propria vita il loro servizio. Quando questa pandemia sarà sconfitta, nulla potrà più essere come prima. Bisognerà  battersi perché prevalga davvero l’idea di una visione sociale dell’economia. Che non ci siano più tagli indiscriminati alla sanità, al welfare, all’assistenza. Non solo. Tutti quei lavoratori che vengono indicati come eroi ogni volta che si verificano eventi che li vedono protagonisti, dai vigili del fuoco alle Forze dell’ordine, dai medici agli infermieri, non potranno essere ringraziati semplicemente con una pacca sulla spalla e poi dimenticati. Si pone, cioè, una questione complessiva di valorizzazione del lavoro. Ecco perché chiederemo, per via contrattuale, condizioni economiche decisamente più gratificanti per i lavoratori dipendenti che meritano questi riconoscimenti in vita e non solo a futura memoria.

 

5)Qual è il suo giudizio sul fenomeno degli anziani lasciati morire nelle case per anziani?

R)È un fatto di una gravità inaudita. Confidiamo nell’operato della Magistratura per fare piena luce su questa tragedia. Gli anziani sono la parte più debole della popolazione e, in questa vicenda, sono stati i più colpiti. Dal punto di vista psicologico, ciò rappresenta un peso spesso difficile da gestire. Già di per sé la loro condizione genera incertezze e, talvolta, paure. Peraltro, moltissimi hanno assegni pensionistici ai limiti della sussistenza. Ecco perché avevo proposto di sospendere la rata mensile dell’eventuale “quinto” della pensione: può essere un segnale di tranquillità che vale la pena mettere in campo, senza particolari costi aggiuntivi. In questo periodo sono stati previsti aiuti per così tante categorie che sarebbe un’ingiustizia non estenderli anche ai pensionati, veri e propri “ammortizzatori sociali” del Paese, spesso pronti a intervenire per dare un piccolo sostegno ai propri familiari in difficoltà. La battaglia contro il virus e, poi, per la ripresa dell’economia, la si vince tutti insieme, restando uniti e non creando dannose contrapposizioni che non avrebbero alcun senso.

 6)Molti propongono un’Italexit: per il suo sindacato può essere una soluzione?

R)Per entrare in Europa, abbiamo fatto mille sacrifici: non vorrei che fossimo costretti a  farne il doppio per uscirne. Non è questa l’Europa che vogliamo consegnare ai nostri figli. Ma per cambiarla, bisogna starci dentro. Dobbiamo costruire un’Europa sociale, del lavoro, dei diritti e per lo sviluppo e sconfiggere la politica del rigore che ha messo in difficoltà tutti gli Stati membri, in particolare il nostro Paese. Questa è l’unica strada da seguire per rinverdire il sogno dei nostri Padri fondatori dell’Europa e per dare una prospettiva di crescita al vecchio Continente e, dunque, ai nostri figli e nipoti.

 

7)Infine, in questi giorni Papa Francesco ha dato indicazione precise, ha detto infatti “ Forse è giunto il momento di pensare a una forma di retribuzione universale di base che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili compiti che svolgete; un salario che sia in grado di garantire e realizzare quello slogan così umano e cristiano: nessun lavoratore senza diritti”. Cosa ne pensa?

R)Quando fu eletto Papa Francesco, disse che avrebbe voluto una Chiesa povera per i poveri. E allora pensai: i poveri aumenteranno. Così è stato. Nel mondo, i ricchi sono diventati sempre più ricchi e i poveri sempre più numerosi e poveri. Non c’è dubbio, dunque, che è necessario recuperare l’esperienza del welfare state in forme sempre più rinnovate e, dunque, anche con sostegni al reddito che consentano di salvaguardare la dignità delle persone. C’è però da mettere in atto una politica che provi a risolvere il problema alla radice, preventivamente: bisogna evitare cioè che le persone diventino povere. E questo è possibile – e qui ci ripetiamo – solo si valorizza e si crea lavoro con forme di investimento pubblico e privato e con una più equa redistribuzione della ricchezza, agendo sulla leva fiscale.