Posts tagged ‘Craxi’

maggio 3, 2020

 DER SPIEGEL CONTRO LA MERKEL

di Giuseppe Giudice

Il Der Spiegel, il più importante periodico tedesco , con ben due articoli ha attaccato con forza , la politica del governo tedesco contrario agli eurobond. Del resto uno dei padri della Ue Jacques Delors , a 94 anni ha detto: “senza di eurobond, la mutualizzazione del debito , e il cambio dello statuto della BCE, L’ europa rischia sul serio la disintegrazione”. E torniamo allo Spiegel . Che contesta radicalmente, l’immagine dell’Italia come paese di spendaccioni irresponsabili (diffusa da molta stampa popolare) , il paese delle cicale contro le “formiche tedesche” . Lo Spiegel dimostra bene come l’Italia si sia fortemente indebolita economicamente, a causa delle politiche di austerità (imposte dalla Trojka) , con i tagli alla spesa sociale , con la precarizzazione del lavoro , con la crescita della povertà ….insomma altro che cicale! E non solo. Lo Spiegel mette in evidenza come la crescita del debito pubblico sia dovuto alla crescita degli interessi seguito al divorzio tra tesoro e Banca d’Italia . Fra l’altro c’è anche un attacco al governo Monti! Lo Spiegel è parte integrante dell’establishment tedesco. Probabilmente è un segnale che in questo establishment stanno emergendo forti contraddizioni. Credo che vi sia una preoccupazione molto realistica in settori del capitalismo tedesco che la forte crisi economica (fortemente aggravata dalla pandemia) , connessa al rallentamento dell’economia cinese, avrà effetti molto negativi sulla economia tedesca. Questo è il quadro. Ma voglio aggiungere un’altra considerazione. Si parla spesso di “piano A e Piano b”. Beh l’Italia non ha mai avuto neanche il “piano A” Si è sviluppata da molto tempo , un forte servilismo (e su questo rimpiango Craxi) verso la Germania. Un servilismo che è alimentato anche da una parte consistente della stampa : quella legata a John Elkann ed alla FCA. Che ha sede fiscale in Olanda (capite bene!) . Questo gruppo editoriale comprende , la Repubblica, la Stampa, l’Espresso, Radio Capital ecc . E sono apparsi articoli in cui addirittura si giustificava l’atteggiamento inqualificabile olandese contro l’Italia (e contro gli eurobond). E poi ci sono i soliti che emergono in queste fasi: i Prodi, i Monti. Dopo che Conte aveva annunziato che l’Italia non avrebbe utilizzato i fondi del MeS, due giorni dopo c’è l’intervento di Prodi che sconfessa Conte. Una vera coltellata politica ed anche un richiamo al PD. Conte oggi non solo deve affrontare le sbruffonate dell’estrema destra, ma anche gli attacchi infidi (all’interno della maggioranza) da parte di Renzi. Ma quello che più mi preoccupa è il ruolo di Prodi e Monti. Credo che questo governo abbia diversi limiti. Ma io oggi difendo Conte, da tutte queste manovre condotte da personaggi che hanno molto contribuito alla profonda crisi del ns paese.

aprile 29, 2020

SOCIALISTI AL CAPOLINEA; COME RIPARTIRE

di Alberto Benzoni.

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Chi scrive, dopo 63 anni vissuti all’interno di una comunità socialista, è oggi senza fissa dimora. Una situazione, credetemi, soggettivamente e oggettivamente intollerabile. Soggettivamente perché coinvolge tanti altri compagni, “rimasti fuori” o chiamatisi fuori nell’arco di una generazione; insieme ad un universo che penso assai ampio di persone che, fuori dal nostro piccolo recinto, hanno bisogno del socialismo democratico ma non sanno a chi o a che cosa rivolgersi.

Oggettivamente perché le, diciamo così, strategie perseguite dal socialismo politicamente organizzato sono tutte arrivate al capolinea. Non so quante sigle, tutte chiuse nella loro piccola dimensione e totalmente insensibili, per varie ragioni, a qualsiasi richiamo unitario; la principale delle quali e titolare del nome raccoglie lo 0.2% dei consensi e appare caudataria di un partito, Italia viva, che con il socialismo non ha e non vuole avere nulla a che fare.

Quando e dove abbiamo sbagliato? Per chiunque voglia ripartire, una domanda cui dobbiamo una risposta.

La mia ipotesi (frutto, beninteso, del senno del poi) è che abbiamo sbagliato all’inizio; ma che non potevamo non sbagliare.

Avremmo potuto, come i tre partiti minori, scioglierci; affidando le fortune personali di questo o di quel dirigente a chi l’avesse adottato. Una scelta forse corretta ma, nelle circostanze date, improponibile.

Avremmo dovuto, come la Dc, riciclarci in una nuova veste e con un gruppo dirigente di ricambio; ma, come sappiamo, non esistevano, nel nostro caso, le condizioni necessarie per portare avanti, con successo, questa operazione.

E però, avremmo potuto e dovuto, a questo punto, prendere campo; leggi chiamarci fuori, come suggeriva Craxi, dal falso bipolarismo della seconda repubblica, un ambiente, peraltro, per noi del tutto inospitale; presentandoci, nel 1994, solo nel proporzionale. Una scelta che avrebbe tenuto insieme compagni, ansiosi di fuggire nelle più diverse direzioni, e che ci avrebbe gradualmente collocato (ma questa è una mio giudizio personale) a sinistra del Pds/Pd sia sulle questioni economico-sociali sia su quelle di libertà e di rispetto dello stato di diritto.

Avremmo dovuto però pagare il prezzo di una non breve traversata nel deserto. Ipotesi che però era vista con orrore da diecine e diecine di migliaia di compagni, di quadri, di eletti di un partito allo sbando e assolutamente dominati, questo è il punto centrale, dalla duplice ansia di protezione e di vendetta. Una duplice aspirazione che, ci piaccia o no, sarebbe stata la stella cometa del popolo socialista nei decenni successivi.

Protezione e vendetta. Due pulsioni, inestinguibili anche perché mai veramente soddisfatte; e comunque incompatibili con l’esistenza stessa di un partito socialista degno di questo nome. Se tu affidi totalmente a Berlusconi la tua vendetta, puoi garantire il tuo contributo personale alla bisogna; ma scompari fatalmente come collettivo, oltre che nella tua stessa ragion d’essere. Se poi, nelle vesti di partito socialista, ti affidi, per essere prima riammesso in società e poi come protettore di ultima istanza, ad un partito che ha applaudito alla tua distruzione e che ha cancellato il socialismo dal suo passato e dal suo presente, finisci col perdere qualsiasi identità. Trasformando il desiderio di rivalsa dei tuoi iscritti in rancore impotente e autodistruttivo.

Alla fine della storia, c’è stato qualcuno che ha pensato bene, dando per scontato che il socialismo fosse un relitto del passato, di assicurare, insieme, ansia di protezione e ansia di vendetta, affidandosi al più grande rottamatore oggi in circolazione. Un binario morto; ma anche la fine, ingloriosa, della nostra storia.

Da dove ripartire allora? Per prima cosa, dalla liquidazione di questo mefitico retaggio. Il miglior modo per fare i conti con quelli che ci hanno distrutto è, semplicemente, di tornare a esistere; e per esistere e operare non abbiamo bisogno di alcuna protezione né di chiusure rancorose e impotenti.

Per tornare a esistere dobbiamo, per prima cosa, riscoprire e recuperare il socialismo: e non solo e non tanto nella sua dimensione partitica (quella verrà da sé, ma in un secondo momento) ma piuttosto come eredità del passato e come parte essenziale del nostro futuro. E, nel primo caso come nel secondo un socialismo democratico; con mille aggettivi ma anche, in proiezione futura, senza bisogno di averne qualcuno. Oggi, l’aggiunta automatica di “riformista” e “liberale” vale soltanto, come avviene di solito, a sminuire il valore del sostantivo; segnalando, al nostro interno, un richiamo al nostro passato riassumibile in una versione, per giunta edulcorata, del messaggio di Craxi.

Ora, il socialismo italiano, e in questo sta la sua capacità di risorgere, non comincia e, quindi, non finisce con Craxi. Perché ha mille fonti di cui nutrirsi; e quindi mille aggettivi. Mentre quello del presente e del futuro non ha bisogno di aggettivi; perché potrà e dovrà riassumersi in un messaggio che travalica le sue stesse frontiere – solidarietà, pace, lotta alle disuguaglianze, recupero, a tutti i livelli, dei valori e delle istituzioni della democrazia, internazionalismo – e intorno al quale si articolerà, durante e dopo la grande crisi della pandemia, lo schieramento alternativo al ritorno della barbarie.

Riscoprire il socialismo. Oggi e nell’oggi. Abbiamo gli strumenti per farlo. Riviste prestigiose, come Mondoperaio; ma non solo. Giornali come l’Avanti! non più soltanto organi di un partito ma appartenenti a tutti. Associazioni ed esperienze comuni a ogni livello; espressione, in particolare, di quanti, in nome della democrazia, si sono battuti, ieri, contro il referendum costituzionale e oggi contro la riduzione del numero dei parlamentari.

Per riscoprire, per far nascere tra di noi e soprattutto al di fuori di noi, la cultura anzi la civiltà socialista non possiamo, purtroppo, riferirci al nostro passato prossimo o a eventi esterni dell’oggi (sto parlando dell’Italia). Dovremo allora, riportare alla luce (con lo spirito del minatore non dell’archeologo) gli eventi e le parole; di ieri e di sempre. Ottima cosa, allora, uscire, periodicamente (mi riferisco al nuovo Avanti!), in relazione a grandi eventi del nostro passato nazionale: Primo maggio, 2 giugno, nascita del Psi, 20 settembre, 25 aprile, tanto per fare alcuni esempi.

E poi, i grandi appuntamenti che hanno segnato la nostra storia: dal 14 luglio alla formazione della seconda internazionale, dalla rivoluzione russa di febbraio, alle tante rivoluzioni condotte in nome di un’ansia di riscatto nei suoi più diversi aspetti.

Dovranno esserci da guida in questo percorso le tre parole lanciate al mondo dalla rivoluzione francese. E soprattutto una, la prima ad essere brutalmente cancellata e soppressa, l’unica che ci appartiene totalmente e in tutti sensi: fraternità.

aprile 12, 2020

Quando muore un compagno…..

Morto Luciano Pellicani, fu il teorico del socialismo riformista di CraxiLuciano Pellicani (1939-2020)

Era un socialista, vicino a Bettino Craxi, ma aveva dedicato grande impegno allo studio del capitalismo, nel quale vedeva molti aspetti positivi. Era un riformista convinto e battagliero, ma sin da giovane aveva rivolto un’attenzione assidua, molto critica, alle ideologie rivoluzionarie e ai loro fautori. Luciano Pellicani, scomparso all’età di 81 anni, era mosso soprattutto da una enorme curiosità per l’esperienza umana nel suo complesso.

Docente alla Luiss Guido Carli di Roma, sociologo come qualifica accademica, si destreggiava tuttavia in molti campi del sapere, dalla filosofia all’antropologia. Era un conversatore vivace e instancabile, gran conoscitore di vicende storiche poco note. E in lui ardeva la fiamma di una intensa passione politica, che lo aveva portato ad essere uno dei sostenitori più attivi, sul piano intellettuale, della linea di Craxi alla guida del Psi.

A Pellicani si doveva in gran parte la stesura del Vangelo socialista, un intervento firmato da Craxi e pubblicato nell’estate del 1978 sull’«Espresso» (riedito nel 2018 da Aragno), che venne poi ricordato impropriamente come «il saggio su Proudhon». In realtà si trattava di un’analisi spietata del pensiero di Lenin e della sua profonda vocazione totalitaria: il francese Pierre-Joseph Proudhon, a suo tempo rivale di Karl Marx, veniva citato come esempio di un socialismo libertario estraneo alla visione dogmatica del comunismo. Il senso politico dell’articolo consisteva nell’indicare ai progressisti la via maestra del riformismo, incalzando un Pci che, con Enrico Berlinguer, ancora rendeva omaggio a Lenin e vagheggiava la fuoriuscita dal capitalismo.

Fu insomma un segnale del duello a sinistra al quale si apprestava un Psi ben deciso a dismettere qualsiasi complesso d’inferiorità nei riguardi dei comunisti. E che Pellicani fosse in prima linea nella sfida non stupisce affatto. Nato a Ruvo di Puglia il 10 aprile 1939, proveniva da una famiglia antifascista. Suo padre Michele era stato un esponente del Pci, ma poi lo aveva abbandonato nel 1956, dopo il soffocamento della rivoluzione ungherese, per approdare su posizioni socialdemocratiche. E anche Luciano, in gioventù comunista, aveva seguito un tragitto analogo sulla scorta dei suoi studi.

Una pietra miliare di quel percorso era stato il volumeI rivoluzionari di professione(Vallecchi, 1975), nel quale Pellicani aveva messo a fuoco la natura intollerante delle teorie imperniate sulla pretesa di conoscere il senso della storia e il destino della società, dalla quale discendeva il progetto di radere al suolo il sistema vigente e costruirne nuovo, rimodellando gli esseri umani fino a mutarne la natura strutturalmente imperfetta. Parlava a tal proposito di «moderna gnosi» e ne sottolineava gli effetti catastrofici, verificati del resto ampiamente nell’esperienza sovietica.

Tutto ciò aveva portato Pellicani in una condizione di quasi isolamento nella sinistra, egemonizzata all’epoca dai comunisti, ma in sintonia con altri studiosi critici verso il marxismo, come Domenico Settembrini, e soprattutto con Craxi, in nome della riscoperta di autori come Eduard Bernstein, Filippo Turati, Carlo Rosselli. Non si trattava di abbattere il capitalismo e lo Stato borghese, motori del progresso economico e di quello civile, ma di sfruttarne le potenzialità piegandole alle ragioni della giustizia sociale.

Su questa linea Pellicani si era mosso con coerenza, dirigendo a due riprese la rivista ideologica socialista, «MondOperaio», ma senza mai rinunciare alla sua autonomia di giudizio. Non aveva condiviso nel 1987 la scelta antinucleare del Psi e lo aveva scritto a chiare lettere. Più tardi aveva messo in guardia il partito dalle commistioni tra politica e affari che poi avrebbero portato al suo affossamento nella stagione tumultuosa di Mani pulite.

Sul piano più strettamente teorico, Pellicani si era distinto per le sue tesi circa le origini del capitalismo. Riteneva inadeguata la spiegazione economicista formulata da Marx, basata sul concetto di «accumulazione primaria», ma scartava anche quella di taglio culturale e religioso elaborata da Max Weber, incentrata sulla spinta dell’etica protestante.

Nel saggio La genesi del capitalismo(Sugarco, 1988) aveva sostenuto che occorre guardare piuttosto a fattori di natura istituzionale: la mancanza di un potere centralistico e dispotico nell’Europa medievale e moderna, con il fiorire dei liberi comuni, delle città marinare, delle stesse strutture feudali, aveva posto le condizioni, insussistenti nei grandi imperi asiatici, per lo sviluppo della libera iniziativa economica e del mercato, con il consolidarsi dei diritti di proprietà e della contrattazione privata.

Non bisogna pensare tuttavia che la visione di Pellicani fosse eurocentrica: al contrario, era sinceramente interessato alla civiltà indiana, così come a quella musulmana. E riconosceva che la modernizzazione era comunque un trauma, suscettibile di provocare reazioni violente come quella del fondamentalismo islamico. Credeva nel progresso, attaccava aspramente i nostalgici di un passato idilliaco mai esistito, ma era conscio del vuoto creato dal disincanto del mondo nell’anima degli uomini.

Anticomunista fermissimo, si era sempre tenuto alla larga dal centrodestra e aveva sostenuto l’Ulivo, pur deprecando diversi aspetti, per esempio il giustizialismo, della cultura prevalente a sinistra. Rigorosamente laico, Pellicani respingeva le pretese della Chiesa cattolica di dettare i suoi valori alla società civile. Ammiratore della cultura classica pagana, della quale l’illuminismo gli appariva erede, aveva però ben chiari i lati problematici della secolarizzazione.

Sapeva che la libertà umana poggia su fondamenta fragili e che le sirene autoritarie restano sempre in agguato. Anche per questo Pellicani non aveva mai smesso di scrivere, polemizzare, affinare la sua critica agli antagonisti della democrazia occidentale. Forse con qualche eccesso, come l’equiparazione di Lenin a Hitler su cui aveva scritto un volume per Rubbettino. Ma con una fame di conoscenza e una limpidezza d’intenti che gli vanno doverosamente riconosciute.

aprile 6, 2020

Andiamo avanti con la sfida.

Di Gaetano Colantuono

L’anno 1976 rappresenta – comunque la si veda – uno spartiacque nella storia del PSI, che in quell’anno vedrà la fine della lunga segreteria di De Martino a favore di un allora giovane dirigente milanese, sostenuto da una composita nuova maggioranza interna.
L’intervista laterziana a Nenni, fatta da uno degli intellettuali di partito (G. Tamburrano), è una delle testimonianze di quella fase: pubblicata nel febbraio del ’77, evidentemente era stata elaborata in var

Altro…

L'immagine può contenere: il seguente testo "SAGGI TASCABILI LATERZA NENNI ista sul socialismo italiano a cura di Giuseppe Tamburrano"
febbraio 12, 2015

La profezia si avvera.

dicembre 31, 2014

Meditate gente! Meditate!

…”Ciò che si profila è ormai un’Europa in preda alla disoccupazione e alla conflittualità sociale, mentre le riserve, le preoccupazioni, le prese d’atto realistiche si stanno levando in diversi paesi che si apprestano a prendere le distanze da un progetto congeniato in modo non più corrispondente alla concreta realtà delle economie e agli squilibri sociali che non possono essere facilmente calpe Altro…

marzo 13, 2014

Craxi, Berlinguer e la sinistra.

Sono passati 30 anni dalla prematura scomparsa di Enrico Berlinguer e 14 dalla altrettanto prematura scomparsa di Craxi. Io quest’anno commemorerò il tentennale della scomparsa di Riccardo Lombardi ed il 90 anniversario dell’assassinio di Matteotti. Ma non mi unirò alla commemorazione di Berlinguer. Non lo farò fino a quando i dirigenti postcomunisti non diranno le cose che hanno detto  BFabrizioarca e Nichi Vendola. Vale a dire che la storia del Psi dal 1976 in poi non può essere ridotta a “romanzo criminale” ma che anzi ha contenuto la ultima e profonda elaborazione culturale ed ideologica fatta dalla sinistra italiana. Poi vanno fatte le critiche che vanno fatte a Craxi, legittimamente , ma non buttando insieme bambino ed acqua sporca. E le critiche sono critiche politiche e concernono la gestione del partito (come ben hanno messo in rilievo Rino Formica e Giorgio Ruffolo) che poi ha prodotto una condizione per la quale il PSI si trovò disarmato quando montò quella ondata antipolitica che ha poi prodotto il disastro della II Repubblica . E che fu abilmente guidata da poteri forti interni ed internazionali. Beninteso anche con Berlnguer occorre far attenzione a non buttare insieme acqua sporca e bambino. In lui vi sono aspetti positivi ma anche regressioni e ricadute verso forme di settarismo ed integralismo che non hanno giovato alla sinistra , e si sono esposte a strumentalizzazioni postume (ma qui Berlinguer non c’entra) da parte di personaggi che poi. la storia ha dimostrato essere un pulpito inaffidabile per fare lezioni di morale ad altri. Insomma il manicheismo da II Repubblica per cui Craxi era un gangster e Berlinguer una sorta di Padre Pio non esiste. Del resto credo che lo stesso Berlinguer si rivolta nella tomba nell’essere strumentalizzato da un Travaglio, ad esempio. Naturalmente, pur se non parteciperò alle celebrazioni, personalmente resta in me un profondo senso di ammirazione per una figura che comunque merita rispetto e deferenza, pur nel dissenso su temi importanti. Vedete la critica al pensiero di Berlinguer non fu fatta solo da Craxi. Lombardi, Mancini e Giolitti erano altrettanto critici. Anzi quest’ultimo fu più profondo di Craxi nel criticare il concetto di III Via che si fondava su basi molto fragili e dava adito a elementi di ambiguità seri. Sul piano ideologico , dal mio punto di vista, ebbe certamente ragione il gruppo dirigente socialista del congresso di Torino del 1978 (Craxi, Giolitti, Lombardi, Signorile) rispetto a Berlinguer sul tema dell’Eurosocialismo e della critica radicale al socialismo reale. Pur evidenziando la necessità di andare oltre le esperienze socialdemocratiche tradizionali (Lombardi soprattutto) questo oltrepassamento era tutto all’interno della cultura del socialismo democratico e della contestazione delle stesse radici ideologiche del comunismo del 900 (e non solo della sua prassi) poichè anche in quelle radici si celava il presupposto della evoluzione totalitaria del comunismo reale. Insomma per Berlinguer l’URSS era un paese socialista “con tratti illiberali”. ERa un passo in avanti rispetto a Togliatti (che però appartiene ad altra epoca) ma restava in mezzo al guado. I socialisti ritenevano invece che l’URSS non era un paese socialista, perchè non è possibile un socialismo senza democrazia (lo diceva già Kautsky nel 1919 – non è poi una cosa nuova) e quindi un socialismo tra tratti illiberali era un non senso. La critica dei socialisti non era affatto rivolta contro Marx (qui si fece grande confusione) ma contro Lenin e le sue derivazioni dallo stalinismo al togliattismo. C’è tutta una grande tradizione di marxismo socialista democratico (che è molto più profonda delle teorie schematiche di Lenin e Trotzky) e che comprende il già citato Kautsky, l’austromaxismo di Hilferding, Bauer, Adler, del belga Vanderverlde, di Mondolfo, Turati, Saragat, Basso in Italia. Una tradizione che il Psi del dopo 1976 rivalorizzò. Insieme a Rosselli, Capitini. Per evidenziare che a sinistra non c’era il solo pensiero unico gramsciano-togliattiano. Le egemonie serie non si costruiscono per esclusione degli altri. Berlinguer fece una importante affermazione circa la natura pluralista del socialismo (un passo decisamente più avanzato delle “vie nazionali” di Togliatti) ma mantenne il modello di centralismo democratico del partito che contraddiceva il resto. Proprio Riccardo Lombardi disse che il punto di discrimine fondamentale tra socialisti e comunisti non era la dialettica riforme-rivoluzione , ma la concezione del partito depositario di una filosofia della storia. E quindi delle chiavi della verità. Per cui il partito non è uno strumento, così come lo è nel socialismo democratico, ma diviene quasi una entità mistico-metafisica. il “corpo mistico della Chiesa” di San Paolo laicizzato. Una entità a cui sottomettersi pena di essere un “individualista piccolo borghese” . Una entità che ha i suoi sacerdoti, l’apparato. Certo poi Berlinguer cercò di spostare questa caratteristica dal piano ideologico a quello morale-antropologico, la “diversità comunista”. Ma l’integralismo resta. NOn sappiamo se Berlnguer avesse o meno , in seguito, modificato questa posizione. Certo i suoi epigoni hanno utilizzato spesso il concetto di “diversità” come sacchi di sabbia a protezione di se stessi e della loro progressiva tendenza all’autoreferenzialità gestita in modo sempre più opportunistico e trasformista. Per cui si cambia spesso nome ma i dirigenti e l’apparato restano quelli. Fino a causare la liquidazione della sinistra. Quando il soggetto precede il progetto e si emancipa anche dalla sua rappresentanza sociale, si cade nel politicismo più negativo ed in una concezione manovriera della politica atta a conservare il potere. Punto. Natualmente la sinistra di oggi ha bisogno invece di recuperare progetto di trasformazione sociale ed idealità su cui costruire la rappresentanza sociale del mondo del lavoro, dei più deboli di tutti coloro che soffroni diseguaglianze ed esclusione. Ed evitare che si ricreino nomenclature autoreferenziali ….che degradano la politica. Ma di questo ne abbiamo parlato a lungo quando abbiamo affrontato il tema del recupero di una soggettività socialista.

Giuseppe Giudice

marzo 4, 2014

Ci tocca difendere anche Craxi

Ritorno su un argomento (ma cercherò di essere il più sintetico possibile) che ho spesso affrontato. Perchè un socialista di radici lombardiane è stato spesso costretto a difendere Craxi. Nichi Vendola ha recentemente affermato che la storia del PSI dal 1976 in poi è spesso stata trattata alla stregua di un “romanzo criminale” e ciò è profondamente ingiusto, ha aggiunto. Fabrizio Barca ha detto che quella del PSI del primo Craxi è stata la ultima grande elaborazione culturale fatta a sinistra. Un parere nettamente diverso da quelli della “società civile” che hanno promosso la lista pro-Tsipras (povero Tsipras) in particolare i Curzio Maltese (un modesto scrivano che in altre epoche storiche avrebbe pulito i cessi dei giornali) , le Barbar Spinelli e dulcis in fundo Paolo Flores d’Arcais (qualcuno dice che è pure jettatore) che in verità fu prima un ultras craxiano per poi diventare dipietrista, ingroista , paragnosta ecc ecc. E’ gente da poco che però ha la potenza mediatica di “Repubblica” alle spalle. Ma la riduzione di Craxi a puro fenomeno criminale è stato funzionale ad un preciso disegno politico: quello dell’Ulivo che avrebbe dovuto rinnovare il sogno berlingueriano del “compromesso storico”. Non a caso Berlinguer e Moro sono le due icone del PD (poi forse REnzi vorrà sostituirli con la sua statua). Noi laburisti sostenemmo D’alema (facemmo un errore mortale ) perchè pensavamo che potesse contrapporsi all’asse Prodi-Veltroni che esplicitamente proponeva l’Ulivo Mondiale (Renzi ci è arrivato con grande ritardo) in sostituzione della Internazionale Socialista. Ma D’alema era ancora peggio di loro, perchè doppio , viscido e sfuggente (come del resto lo sono i peggiori prodotti di una certa logica burocratica). E’ inutile che mi soffermi sui guai da costoro provocati: li abbiamo sotto i ns occhi. Insomma l’antisocialismo era ciò che giustificava l’asse deleterio post-Pci e post-Dc. A sinistra (soprattutto i soloni del Manifesto) tutti si sciacquano la bocca con Marx . Ma spesso di Marx non hanno capito un cazzo. Perchè se si applicassero gli strumenti forniti dall’analisi marxiana alla fondazione della II Repubblica , ci renderemmo tutti conto che Craxi è stato liquidato dai poteri forti per eliminare quello che più si opponeva alle privatizzazioni made in Goldman Sachs e quello che era più scettico su Maastricht (a differenza di Amato e De Michelis). Sulle sue pesanti responsabilità su una gestione del partito che ha fatto grossi danni mi sono soffermato più volte (ma chi oggi dei ledaer attuali può dare lezioni di etica politica a qualcuno?). Però Craxi fu molto coraggioso in politica estera (e questo coraggio l’ha pagato) e fu un difensore della economia mista e dell’intervento pubblico in economia. Giorgio Ruffolo amava dire: “io sono stato un critico di Craxi ma non un suo antagonosta”. Per dire che c’erano delle intuizioni serie e condivisibili nella sua politica, ma accompagnata da una gestione per partito condannabilissima. E comunque Craxi è un gigante rispetto ai nani odierni.

Giuseppe Giudice

ottobre 15, 2013

Anche i cani nel loro piccolo si incazzano!

ottobre 15, 2013

Fuori gli extracomunitari dall’Italia.