Posts tagged ‘cosa nostra’

novembre 26, 2010

Anno Zero – Tg Zero del 25/11/2010 – Sulle stragi di mafia del 1993

ottobre 8, 2010

Termovalorizzatori in Sicilia, l’ultimo affare di Cosa nostra. Una torta da sei miliardi di euro.

E’ quanto emerge dall’ultima relazione della commissione parlamentare sulle ecomafie. Il documento tratteggia un’inquietante mappature degli interessi dei clan nel ciclo dei rifiuti.

Criminalità organizzata e rifiuti. Tradotto: gli interessi di Cosa nostra nel ciclo della monnezza. E’ questa la novità che si legge nella relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle ecomafie presentato oggi a Palermo. Un focus inpressionate sulla situazione siciliana che ilfattoquotidiano.it ha visionato in anteprima. Tutto parte dal cosidetto Piano di ciclo dei rifiuti per la Sicilia. Questo il nome del progetto firmato nel 2002 dall’allora governatore e commissiraio all’emergenza per la spazzatura Salvatore Cuffaro. La soluzione individuata dalla giunta regionale prevedeva la costruzione di quattro termovalorizzatori. Uno a Palermo (Bellolampo), uno ad Augusta, uno a Casteltermini-Castelfranco e a Paternò. Per un giro d’affari complessivo di 6 miliardi di euro. Denaro pubblico, ovviamente, in parte provenienti dai fondi europei. In realtà, per il procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Palermo il progetto si traduce in “una cooperazione tra mafiosi, politici, professionisti e imprenditori anche non siciliani”.

Nelle oltre quattrocento pagine del documento, la commissione, presieduta dall’avvocato Gaetano Pecorella, senatore del Pdl, rivela come la mafia avesse già messo le mani sull’affare miliardario, approfittando del suo ruolo dominante nel sistema dei rifiuti. Un patto denunciato dal successore di Cuffaro, Raffaele Lombardo, durante la seduta dell’assemblea regionale siciliana del 13 aprile 2010. Il governatore aveva da pochi giorni emanato la legge regionale n. 9 2010, che di fatto esclude la costruzione di inceneritori.

agosto 1, 2010

I nostri Santi laici: Rocco Chinnici.

Ventisette anni fa esattamente il Il 29 luglio 1983, nel pieno delle sue attività, viene ucciso davanti al portone di casa, il magistrato Rocco Chinnici. L’agguata avviene in  via Federico Pipitone a Palermo, con un’autobomba carica di tritolo. Perdono la vita, insieme a lui, i due agenti della scorta Salvatore Bartolotta e Mario Trapassi, e il portiere del suo stabile, Stefano Li Sacchi. Il processo per l’omicidio ha individuato come mandanti i fratelli Nino e Ignazio Salvo, e si è concluso con 12 condanne all’ergastolo e quattro condanne a 18 anni di reclusione per alcuni fra i più importanti affiliati di Cosa Nostra. Nato in un piccolo paese della provincia siciliana, Rocco Chinnici frequenta il liceo classico “Umberto” di Palermo dove consegue il diploma nel 1943. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza nella stessa città conosce una giovane insegnante, Agata Passalacqua, che sposa e dalla quale avrà tre figli, Caterina, Elvira e Giovanni. Dopo la laurea in giurisprudenza nel luglio del 1947, entra in magistratura cinque anni dopo e lavora come procuratore nell’ufficio del Registro della sua città natale. Per i due anni di uditorato viene assegnato prima al Tribunale di Trapani, poi alla Pretura di Partanna. La lunga tappa nella tranquilla provincia siciliana lo porta a sviluppare quelle doti di sensibilità umana che caratterizzeranno tutto il suo lavoro di magistrato. Nel 1966 lascia la piccola cittadina per trasferirsi al Tribunale di Palermo, dove si occupa dei primi grandi processi conto la mafia. Nel 1975 consegue la qualifica di magistrato in Corte d’Appello e viene nominato consigliere istruttore aggiunto.

Quattro anni dopo diventa consigliere istruttore e inizia a dirigere l’ufficio di cui fa parte da tredici anni come unico titolare. Dopo l’assassinio di alcuni importanti giudici impegnati contro la criminalità organizzata, Chinnici ha l’intuizione vincente che porterà all’istituzione del “Pool antimafia” qualche anno dopo. Dà vita a gruppi di lavoro con responsabilità e indagini condivise, per le quali chiama con sé due giovani giudici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Mette in piedi con loro le prime indagini che porteranno anni dopo all’istruzione del Maxiprocesso. Parallelamente porta avanti un intenso lavoro di sensibilizzazione nelle scuole con i più giovani, convinto che la spinta verso un’educazione antimafiosa sia parte integrante del lavoro di magistrato.

Questa la motivazione con cui è stato insignito della medaglia d’oro al valor Civile “«Magistrato tenacemente impegnato nella lotta contro la criminalità organizzata, consapevole dei rischi cui andava incontro quale Capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, dedicava ogni sua energia a respingere con rigorosa coerenza la sfida sempre più minacciosa lanciata dalle organizzazioni mafiose allo Stato democratico. Barbaramente trucidato In un proditorio agguato, tesogli con efferata ferocia, sacrificava la sua vita al servizio della giustizia, dello Stato e delle istituzioni» “Quaderni Socialisti”non dimentica i martiri della democrazia e della legalità.

dicembre 7, 2009

I successi del ministro della paura.

Nuovo colpo assestato a Cosa Nostra. Oggi è stato arrestato a Catania Salvatore Caruso, reggente della cosca mafiosa Cappello.

Oggi Caruso, pochi giorni fa Nicchi e Fidanzati. Ma qual è, in tutto questo, il ruolo del governo?

Mi chiedo, e vi chiedo solo se gli arresti, materialmente, vengano compiuti dal governo, dal ministro Maroni, dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi oppure se a portare in carcere boss e latitanti non sia invece il lavoro di polizia e pubblici ministeri che svolgono le indagini.

Sì, quei pubblici ministeri tanto attaccati dal presidente del consiglio, utilizzando quelle intercettazioni telefoniche preziosissime per le indagini. Gli stessi pm sono cattivi quando interrogano Spatuzza e bravi quando arrestano Nicchi.

Certo il governo sarebbe più credibile se non proponesse la  vendita dei patrimoni confiscati alla mafia e l’abolizione del “concorso esterno in associazione mafiosa”.

Ma si sa di fronte all’ interesse di Berlusconi  di  evitare una futura imputazione e di salvare il suo sodale  Marcello Dell’Utri, non c’è lotta alla mafia che tenga. Inoltre è storia vecchia finchè si colpiscono  le famiglie di Cosa Nostra il gioco è molto duro e i magistrati e a polizia sono eccellenti, ma quando si metterà nel mirino la “borghesia mafiosa”: cioè chi ha protetto gli interessi criminali, ricavandone degli utili, entreranno in gioco i poteri forti e saranno difesi. <improvvisamente i magistrati diventeranno “toghe rosse” ed i poliziotti onesti verranno trasferiti. Magari qualche magistrato ci rimetterà la vita, ma il governo non lascerà indietro nessuno.

dicembre 5, 2009

In Italia, la farina della mafia va quasi tutta in crusca per lo Stato.

Articolo di , pubblicato mercoledì 2 dicembre 2009 in Francia.

[Libération]

Ville con piscina, immobili di lusso, automobili sportive o proprietà agricole. Che siano appartenuti alla Cosa Nostra siciliana, alla ‘Ndrangheta calabrese o ai camorristi napoletani, i beni della criminalità organizzata confiscati dallo Stato sono una miniera d’oro. Ma per le autorità italiane, il loro utilizzo sta diventando un rompicapo e porta verso la polemica politica.

Dall’adozione, nel 1996, di una legge che permette di colpire al portafoglio i boss attraverso la confisca del loro patrimonio, il governo deve infatti gestire migliaia di beni di varia natura. Attualmente, “i tre quarti sono inutilizzati”, rivela il quotidiano La Repubblica. Quanto alle imprese confiscate ed affidate ad associazioni, un terzo sarebbero fallite.

Recentemente, il magistrato incaricato dell’inchiesta, Antonio Maruccia, ha reso note le difficoltà incontrate per riconvertire i beni dei mafiosi. Più che le minacce verso i potenziali acquirenti, tra cui enti locali, associazioni o cooperative, gli ostacoli sono spesso di ordine giuridico e amministrativo. In un rapporto, il magistrato cita il caso di un immobile confiscato alla Sacra Corona Unita. Ci sono voluti quindici anni per sfrattare il proprietario.

A volte, la Piovra riesce ad infiltrarsi nel processo di riconversione, obbligando a ripetere l’operazione. A Castelvolturno, vicino a Napoli, alcuni terreni sequestrati al clan dei Casalesi sono stati affidati all’Associazione Cristiana Lavoratori Italiani (Acli). “Il presidente locale è stato in seguito arrestato. Aveva legami con la camorra”, cita come esempio Antonio Maruccia, sottolineando che la ristrutturazione dei beni rappresenta un costo molto elevato per la collettività. A Siracusa, per creare una cooperativa agricola che produce grano, arance ed olive su un terreno di Cosa Nostra, lo Stato ha dovuto sborsare 3 milioni di euro.

Il governo di Silvio Berlusconi ha di recente previsto di semplificare la questione mettendo all’asta il patrimonio di Totò Riina, Bernardo Provenzano e di altri boss. Drastica, la proposta ha provocato il terrore delle associazioni antimafia, che temono che i clan recuperino i loro beni tramite dei prestanome e pensano che “è un regalo ai boss”.

[Articolo originale “En Italie, les biens mal acquis de la mafia ne profitent pas trop à l’Etat” di Eric Jozsef

novembre 16, 2009

Una bella notizia

Poi magari si verrà a sapere che è stato tutto organizzato per le televisioni, ma i ragazzi siciliani che fanno i cori per festeggiare l’arresto di Mimmo Raccuglia, il numero 2 di Cosa Nostra, mi sembra una bellissima notizia. La più bella immagine di qualcosa che, forse, può e sta già cambiando.

Ogni giorno cento passi contro la mafia.

Forza ragazzi!