Posts tagged ‘corte di Cassazione’

aprile 22, 2020

Carceri: evitare una strage annunciata.

di Beppe Sarno

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L’emergenza carceraria ormai non fa più notizia, eppure le carceri italiane per quanto emerge dai dati del Ministero della Giustizia, al 29 febbraio (dato più aggiornato) in Italia i detenuti erano 61.230, a fronte di una capienza regolamentare delle carceri pari a 50.931 posti.

In altre parole, dove dovrebbero stare 100 persone lo Stato italiano ne ha confinate 120. Le ribellioni di questi giorni,  peraltro a fronte di misure restrittive più stringenti per evitare il contagio da coronavirus hanno messo in evidenza la fragilità di questo sistema e la precarietà di una situazione insostenibile.

Il 15 marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha redatto delle linee guida applicabili in ambiente detentivo allo scopo di prevenire la diffusione del coronavirus.

Tra queste raccomandazioni innanzitutto quella di osservare la distanza fisica di un metro. Ma è possibile questo nelle nostre carceri?

Il governo dal canto suo ignora il problema prevedendo misure per i  carcerati nel  decreto del 17 marzo che è stato  da più parti criticato perchè  dimostra l’assoluta indifferenza della nostra classe politica ad un problema così grave.

Sono stati vietati ai carcerati i colloqui con i familiari e  prevede la detenzione domiciliare per chi debba scontare una pena o un residuo di pena fino a 18 mesi. Secondo calcoli fatti  saranno poco meno di tremila i beneficiari di questa misura.

Mentre la politica si divide  la magistratura cerca di affrontare il problema  e tentare di risolvere l’emergenza carceraria utilizzando le norme esistenti.

Il primo aprile, il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, dopo una riunione via web con i Pg di tutta Italia, ha sottoscritto un documento di 19 pagine che, sfruttando le leggi attualmente in vigore, tenta di affrontare il surplus di detenuti chiusi nelle patrie galere che, per oggettiva mancanza di spazio, non possono rispettare le regole anti Covid-19 ovviamente obbligatorie per tutti gli italiani. La parola chiave con cui si chiude il testo è “detenzione domiciliare semplice”, indicata come la strada maestra da seguire.

Il documento parte  dalla constatazione semplice che per affrontare l’urgenza del coronavirus servono misure di effettiva emergenza.

 

L’ex PM Giuseppe Cascini, ex pubblico ministero a Roma, oggi consigliere al Csm propone che escano dalle carceri al più presto tutti coloro che devono scontare ancora tre anni di pena. E che non entri neppure in cella chi è stato condannato a 4 anni ed è in attesa dell’esecuzione.

la magistratura ordinaria ha immediatamente risposto con atti concreti adottando una serie di misure volte a scongiurare l’emergenza sanitaria in corso.

Vale la pena di sottolineare la decisone del tribunale di Sorveglianza di Milano che con ordinanza n. 2206 del 31 marzo 2020 ribaltando la decisone del tribunale di sorveglianza di Pavia annullava la decisone di rigetto di applicazione della detenzione domiciliare  nei confronti di un detenuto, con fine pena al 24 novembre 2020 condannato per reati gravi.

Per il magistrato di Pavia la detenzione in carcere non era incompatibile con l’epidemia da coronavirus. Beato lui!

Il Tribunale di Sorveglianza di Milano ribaltava la decisione del Giudice di Sorveglianza di Pavia e disponeva il differimento della pena nella forma della detenzione domiciliare fino al suo termine. Nel motivare il provvedimento il Presidente del Tribunale di Sorveglianza stabiliva che “non è possibile fronteggiare l’emergenza così drammaticamente insorta: il virus corre più veloce di qualunque decisone, che, alle condizioni date,è certo perverrebbe fuori tempo massimo.”

Il diritto alla salute posto come una dei cardini della nostra Carta Costituzionale è stato considerato in questa decisione meritevole di tutela prevalente rispetto ad ogni altra considerazione, mettendo in secondo piano le istanze sociali correlate alla pericolosità del detenuto.
l’Unione delle Camere penali e l’Associazione dei docenti di diritto penale ha dichiarato che servono “ulteriori misure di rapida applicazione che portino la popolazione detenuta al di sotto della capienza regolamentare effettivamente disponibile“. (10.000 in meno)

le indicazioni di Cascini se inserite in un contesto normativo, magari nella legge di conversione del dl 17 marzo  dimostrerebbe una solidarietà che i detenuti nella situazione attuale, e non solo, meritano, quindi la proposta  per evitare una strage annunciata deve essere  che tutti coloro che devono scontare ancora tre anni di pena possano scontare la pena residua nella forma di detenzione domiciliare e chi è stato condannato a 4 anni ed è in attesa dell’esecuzione non entri neppure in carcere applicando anche a questi la misura del differimento della pena nella forma della detenzione domiciliare fino al suo termine o mediante l’affidamento ai servizi sociali.

luglio 11, 2013

Voleva il processo breve ed è stato accontentato.

maggio 18, 2013

Ore contate per il porcellum.

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La Corte di Cassazione, Sez. I  Civile ha fatto proprie le  censure ci costituzionalità di 27 cittadini elettori patrocinati dagli avvocati Bozzi e Tani  in un giudizio che prendeva le mosse dalle sentenze n. 15 e 16 del 2008 della Corte Costituzionale, dove le censure erano già state sollevate dall’Avv. Felice Besostri nel  febbraio del 2008.
L’avv. Besostri, già componente della commisioni affari costituzionali del Senato, è lo stesso che ha discusso il ricorso davanti alla Cassazione lo scorso 21 Marzo. “Si sarebbe potuti arrivare prima a questo traguardo – ha sottolineato Besostri – se i giudici amministrativi avessero rimesso alla Corte nei ricorsi contro le elezioni del 2008 e se il Tribunale e la Corte d’Appello di Milano non si fossero, illegittimamente, sostituiti alla Corte Costituzionale”.
Un pensiero va anche ai mezzi di comunicazione che hanno ignorato le vicende per ben 5 anni.
novembre 23, 2011

Moglie ha diritto all’assegno divorzile anche se percepisce stipendio e altro.

La ex moglie ha diritto all’assegno di divorzio da parte del marito anche se percepisce già un canone di locazione di un appartamento comprato con la liquidazione di lui, un piccolo stipendio da baby sitter e una pensione. Lo ha stabilito la prima sezione civile della Corte di Cassazione (sentenza n. 24160, depositata il 17 novembre 2011) precisando che in tema di determinazione dell’assegno di divorzio il giudice non deve darne giustificazione con riferimento a tutti i parametri di riferimento indicati dall’art. 5 della legge sul divorzio, potendo considerare prevalente quello basato sulle condizioni economiche delle parti ritenendolo sufficiente al fine di determinarne l’importo, implicitamente ritenendo la mancanza di elementi che possano indurre a una diversa determinazione. Nel caso preso in esame da Piazza Cavour una donna separata aveva chiesto l’assegnazione di un assegno per sé e per il figlio maggiorenne con lei convivente oltre all’assegnazione della casa coniugale. In primo grado, il Tribunale aveva accolto la domanda di divorzio, liquidando in favore della ex un assegno divorzile di euro 2.330,00 mensili revocando l’assegnazione della casa coniugale, di proprietà del marito, stante la raggiunta indipendenza economica del figlio. La decisione veninva confermata sia in Corte di appello sia in Cassazione.

marzo 10, 2011

Meno male che la Cassazione riconosce il diritto di indignarci.

Corte di Cassazione, Sezione Terza Civile, sentenza n. 4248 del 22 febbraio 2011:
Ciò premesso, qualora la narrazione di determinati fatti sia esposta insieme alle opinioni dell’autore dello scritto, in modo da costituire nel contempo esercizio di cronaca e di critica, la valutazione della continenza non può essere condotta sulla base di criteri solo formali, richiedendosi, invece, un bilanciamento dell’interesse individuale alla reputazione con quello alla libera manifestazione del pensiero, costituzionalmente garantita … Ed è appena il caso di sottolineare come nell’esercizio del diritto di critica, mirante per definizione non ad informare ma a fornire giudizi e valutazioni personali, ben possano essere adoperate espressioni di commossa partecipazione alla vicenda che si racconta e di indignazione nei confronti di determinate situazioni che si siano venute oggettivamente a determinare
La Corte di Cassazione ci ricorda che abbiamo il diritto di indignarci, e pure il diritto di esprimerla, questa indignazione, e quindi se dopo aver sentito la nuova riforma della giustizia, diciamo che questo governo è una merda e Berlusconi un corruttore, amico di mafiosi, pervertito e pure evasore fiscale esprimiamo soltanto un nostro diritto.

Ma si sà che anche la Cassazione è piena di magistrati comunisti mangiatori di bambini.

marzo 4, 2011

Cassazione: no a logiche mercantili e a dimissioni rapide negli ospedali.

La volontà di contenere la spesa sanitaria non può prevalere sul diritto alla salute dei cittadini e le dimissioni dei pazienti dagli ospedali devono essere decise solo in base a valutazioni di ordine medico. È quando sottolinea la Cassazione nella sentenza 8254 della quarta sezione penale con cui ha annullato l’assoluzione di un medico dall’accusa di omicidio colposo di un paziente dimesso dopo 9 giorni da un intervento cardiaco, secondo le linee guida in uso nella struttura sanitaria.

NO SALVACONDOTTO – Se le linee guida in uso negli ospedali «dovessero rispondere solo a logiche mercantili», il rispetto delle stesse «a scapito dell’ammalato, non potrebbe costituire per il medico una sorta di salvacondotto, capace di metterlo al riparo da qualsiasi responsabilità, penale e civile, o anche solo morale» scrivono i giudici, aggiungendo che «sul rispetto di quelle logiche non può innestarsi un comportamento virtuoso del medico che, secondo scienza e coscienza, assuma le decisioni più opportune a tutela della salute del paziente». Secondo la Cassazione le linee guida possono «legittimamente essere ispirate anche a logiche di economicità di gestione purché non siano in contrasto con le conclamate esigenze di cura del paziente».

dicembre 10, 2010

Via libera della Corte di Cassazione ai referendum per l’acqua pubblica e contro il nucleare

La Corte di Cassazione ha dato ieri il via libera ai referendum contro la privatizzazione dell’acqua e a quello promosso dall’Italia dei Valori per abrogare la scelta nucleare del Governo. Via libera anche al referendum contro il legittimo impedimento, promosso anch’esso dall’Idv.Deve ancora pronunciarsi la Corte Costituzionale, per verificare che i quesiti non contrastino  con la Costituzione.

Il primo referendum per l’acqua pubblica è promosso dall’Italia dei Valori. In caso di vittoria dei sì, permetterebbe l’esistenza di società miste pubblico-privato per la gestione dei servizi idrici e la remunerazione attraverso le bollette. 

L’altro referendum per l’acqua pubblica comprende tre quesiti  ed è promosso da una miriade di gruppi ed associazioni uniti nel Forum italiano dei movimenti per l’acqua e nello slogan “L’acqua non si vende”. L’obiettivo è far sì che l’acqua sia considerata un bene comune e venga sottratta ai processi speculativi. 

Coloro che vogliono mantenere la privatizzazione dell’acqua sono uniti nel fronte Acqualiberatutti, un bel nome per confondere le idee. Sostengono che la privatizzazione dell’acqua non è mai avvenuta, in quanto è stato privatizzato “solo” il servizio idrico. Cioè quel fenomeno per cui l’acqua esce da un pozzo e arriva al rubinetto di casa.

Questi tre quesiti chiedono l’abrogazione dell’articolo 23 bis della legge 133/2008, conosciuta come Decreto Ronchi: approvata con voto di fiducia nel novembre 2009, è quella con cui il Governo Berlusconi  ha introdotto la privatizzazione dell’acqua. Chiedono inoltre l’abrogazione degli articoli 150 e 154 del Decreto legislativo 152/06 (cosiddetto Decreto Ambientale) del Governo Prodi, che hanno creato i presupposti per la privatizzazione.

luglio 13, 2010

Libertà di Stampa: la cassazione smentisce Berlusconi.

Libertà di stampa e privacy sono entrambi beni costituzionali, ma la prima «prevale» sulla seconda. Parola della corte di Cassazione che, con una sentenza di venerdì scorso, sembra aver scritto una sorta di memorandum sui rapporti tra informazione e riservatezza, al centro dell’infuocato dibattito politico di questi giorni sul ddl intercettazioni. La tutela della privacy – ricorda la corte – vale come «eccezione» rispetto «al diritto insopprimibile e fondamentale della libertà di informazione e di critica». Un diritto senza il quale non esisterebbe la «sovranità popolare» (non nel senso evocato da taluni attori della vita politica degli ultimi anni). Secondo la Cassazione, infatti, «intanto il popolo può ritenersi costituzionalmente “sovrano”», in quanto sia «pienamente informato» di tutti i fatti di interesse pubblico. È soltanto così che si forma, in modo «compiuto e incondizionato», l’opinione pubblica. La sentenza (n. 16236/2010, presidente Mario Morelli, relatore Bruno Spagna Musso) è stata depositata più o meno nelle stesse ore in cui il premier Silvio Berlusconi affermava che la libertà di stampa non è un diritto assoluto ma incontra un limite in altri diritti «prioritari o uguali», come quello alla privacy. La Corte non sembra dello stesso avviso. Ovviamente, non mette in discussione che il diritto all’informazione possa incontrare dei limiti, ma piuttosto che il diritto alla privacy sia della stessa portata o, addirittura, prioritario. Non è così, scrive la Cassazione, richiamando norme costituzionali, ordinarie e deontologiche, giurisprudenza, anche della Corte di Strasburgo nonché risoluzioni del Consiglio d’Europa. Ne vien fuori un quadro tanto chiaro quanto scontato, osserva qualcuno al Palazzaccio, se non fosse che la sentenza è già rimbalzata in rete e, visti i tempi, «fa notizia». «L’attività di informazione è chiaramente prevalente rispetto ai diritti personali della reputazione e della riservatezza, nel senso che questi ultimi, solo ove sussistano determinati presupposti, ne configurano un limite», scrive la Corte. Un principio valido anche per il giornalismo d’inchiesta che è forse «l’espressione più alta e più nobile dell’attività di informazione».

aprile 21, 2010

Caso Mills: Berlusconi colpevole.

cassazione: MILLS RETICENTE, FAVORI  BERLUSCONI

 

(AGI) – Roma, 21 apr. – David Mills fu reticente, in qualita’ di testimone, nei processi Arces e All Iberian per favorire Silvio Berlusconi, imputato in quei procedimenti. Ne e’ convinta la cassazione che, nelle motivazioni della sentenza con cui, il 25 febbraio scorso, dichiaro’ prescritto il reato di corruzione in atti giudiziari contestato all’avvocato inglese, sottolinea che “il fulcro della reticenza di David Mills, in ciascuna delle sue deposizioni, si incentra, in definitiva, nel fatto che egli aveva ricondotto solo genericamente a Fininvest, e non alla persona di Silvio Berlusconi, la proprieta’ delle societa’ offshore, in tal modo favorendolo in quanto imputato in quei procedimenti”. Questo perche’, si legge nella sentenza n.15208 delle Sezioni unite penali, “era necessario distanziare la persona di Silvio Berlusocni da tali societa’, al fine di eludere il fisco e la normativa anticoncentrazione” la cosiddetta legge Mammi’ sui mezzi di comunicazione di massa, “consentendo anche, in tal modo, il mantenimento della proprieta’ di ingenti profitti illecitamente conseguiti all’estero e la destinazione di una parte degli stessi a Marina e Pier Silvio Berlusconi”. La reticenza, sottolineano gli ‘ermellini’, “si concreta in un comportamento omissivo nel tacere in tutto o in parte cio’ che il testimone sa circa i fatti sui quali e’ interrogato: il testimone non ha certamente l’obbligo di rivelare fatti sui quali non e’ interrogato, ma, quanto all’oggetto dell’interrogatorio, deve essere sincero, preciso ed esauriente su ogni particolare”. Il tacere, infatti, “ha rilievo in relazione alla materia dell’esame cui il testimone e’ sottoposto e, nella vicenda che ci occupa – spiegano i giudici di ‘Palazzaccio’ – chiarissimo era l’oggetto dell’indagine dei giudici e Mills, nei processi Arces e All Iberian, si era perfettamente reso conto della pertinenza dei fatti e delle circostanze da lui conosciuti all’oggetto dell’indagine e della loro suscettivita’ di portare un contributo alla prova”. Era stato lo stesso Mills, ricorda la Cassazione ripercorrendo le tappe del lavoro dei giudici milanesi, ad “ammettere la propria reticenza”, in particolare nella lettera inviata nel febbraio 2004 a Robert Drennan dello studio Rawlinson & Hunter, nell’ambito di un’indagine fiscale effettuata dalle autorita’ britanniche. Nella missiva, Mills “oltre a riepilogare le vicende relative all’inaspettato guadagno rappresentato dal dividendo di circa 1,5 milioni di sterline (il cosiddetto dividendo Horizon) ‘proveniente dalle societa’ di Mr.B.’, aveva anche raccontato come egli, con la sua testimonianza, avesse ‘tenuto Mr.B. Fuori da un sacco di problemi’ evitando di dire tutto cio’ che sapeva”, nonche’, si legge ancora nella sentenza depositata oggi, “come, all’incirca alla fine del 1999, gli fosse stato detto che avrebbe ricevuto dei soldi, segnatamente 600mila dollari, da considerare quale un prestito a lungo termine od un regalo”.

febbraio 26, 2010

Mills, Cassazione: reato prescritto

Non prosciolto nel merito, confermata condanna al risarcimento di 250 mila euro a Palazzo Chigi

David Mills 

 La prescrizione del reato ha salvato l’avvocato inglese David Mills dalla condanna a quattro anni e sei mesi per corruzione in atti giudiziari. Lo hanno deciso – dopo quattro ore e mezzo di intensa camera di consiglio – le Sezioni Unite penali della Cassazione presiedute da Torquato Gemelli, presidente aggiunto della Suprema Corte. Decisione tartufesca, cher non da ragione a nessuno e salva tutti. Anche Berlusconi, anche se il processo continua per effetto della interruzione per il lodo Alfano. Alla fine il Califfo sarà salvo un’altra volta.