Posts tagged ‘cornavirus’

maggio 6, 2020

Basta con gli agguati!

di Anna Falcone

Il nostro appello “Basta con gli agguati” (che trovate pubblicato su questo profilo in un post del 1°Maggio) ha raggiunto in soli tre giorni 16.500 firme! E continua a crescere. Ciò dimostra che, lungi dal voler limitare il diritto di critica al governo e il pluralismo delle idee – come chiaramente scritto nell’appello – mai come adesso è inaccettabile che dietro la strumentale propalazione di sedicenti moti “libertisti” si tentino evidenti manovre di potere, volte a sovvertire gli assetti politici nel Paese. Tantissimi cittadini italiani non ne possono più della politica urlata, delle palesi menzogne e degli slogan che solleticano la rabbia, ma non offrono alcuna reale soluzione ai gravissimi e inediti problemi posti dalla pandemia, che aggravano ulteriormente la crisi economica già in atto e le diseguaglianze che affliggono la nostra società. In un momento di tale gravità, tutto ciò è inammissibile. Basta con i regolamenti di conti sulla pelle delle persone: i più deboli in primis! Mai come adesso è necessario cambiare passo e far fare alla politica (tutta) e alla classe dirigente quel salto di qualità che metta il futuro dei cittadini, i loro diritti, la necessaria riorganizzazione del lavoro e dell’economia in senso più innovativo ed equitativo, la riconversione ambientale e tecnologica, la protezione dei più fragili, al primo posto. In quella che è – e sarà – la più grave crisi sociale, economica e democratica dal dopoguerra, trasparenza, competenza, responsabilità e costruttività devono essere prerogative non solo del governo, ma anche delle opposizioni! Che nessuno mai più approfitti di crisi di portata epocale, per lucrare crisi democratiche. Sono sempre i cittadini che ci vanno di mezzo. Dipende anche da noi fare in modo che, questa volta, si reagisca non con la “rottamazione” di fatto della democrazia, ma con una maggiore richiesta di partecipazione. condizione essenziale per il compimento e l’evoluzione del progetto democratico già scritto in Costituzione. E’ l’unico vero “vaccino” contro il virus del populismo e dell’uomo solo al comando. La Storia ci insegna: non funziona e finisce sempre male.. Scrive Antonio Antonio Floridia, uno dei promotori dell’appello:”Un grande insegnamento viene da questa vicenda ed emerge da tante mail: “basta” con una politica urlata e divisiva, riconquistiamo la civiltà di una discussione democratica aperta e pluralista. Puntiamo sulle cospicue risorse di mobilitazione politica e civica che ancora esistono nel nostro paese e che si sono manifestate in questi giorni. Ne avremo molto bisogno per il “dopo”. Un dopo che sia pensato dal basso, a partire delle diseguaglianze e dalle contraddizioni sociali”. Su questo obiettivo andiamo avanti.

Partiamo da una premessa: si è trattato di un testo promosso da un gruppo di intellettuali, condiviso da migliaia di cittadini “comuni”, un testo che ha rivelato una profonda consonanza con le idee e i sentimenti di una fetta importante dell’opinione pubblica (certo non tutta, ma forse propri…

ILMANIFESTO.IT
Partiamo da una premessa: si è trattato di un testo promosso da un gruppo di intellettuali, condiviso da migliaia di cittadini “comuni”, un testo che ha rivelato una profonda consonanza con le idee e i sentimenti di una fetta importante dell’opinione pubblica (certo non tutta, ma forse propri…
Partiamo
aprile 24, 2020

Iniettare disinfettanti e candeggina per sconfiggere il COVID-19, la folle proposta di Trump.

Secondo il presidente americano Donald Trump una possibile strategia per contrastare il Covid-19 potrebbe essere quella testare l’esposizione massiccia a raggi ultravioletti, oppure di fare iniezioni di disinfettanti e di candeggina.

Mentre continua a salire negli Usa il bilancio delle vittime del coronavirus, con l’ultimo aggiornamento che parla di quasi 50mila morti, Trump fa supposizioni ben lontane da quelle scientifiche suggerendo una linea tutta sua e invitando i suoi cittadini a ‘prendere il sole’. ‘‘Vedo che il disinfettante lo distrugge in un minuto. Un minuto. Non c’è un modo di fare qualcosa di simile, iniettandolo? Sarebbe interessante verificarlo. Non sono un dottore. Ma sono una persona che ha una buona conoscenza”, ha detto Trump nel corso del briefing quotidiano sul Covid-19, riportato dalla BBC.

Alla dichiarazione di Trump sono seguite decine di critiche di medici e scienziati che hanno definito le parole del presidente come pericolose e irresponsabili.

“Potremmo colpire il corpo con un gran numero di ultravioletti o una luce molto potente. Lo testeremo, no? E poi ho proposto di portare quella luce dentro il corpo: si può fare, attraverso la pelle. O in altri modi. Lo testerete, giusto? Mi sembra interessante. Inoltre vedo che il disinfettante uccide il virus in un minuto. Un minuto. C’è un modo per fare qualcosa del genere all’interno dei pazienti, con un’iniezione o una specie di pulizia? Perché arrivi nei polmoni, lo sperimenteremo, mi sembra interessante”, ha continuato Trump nella sua proposta.

Le idee del presidente, già durante il briefing, sono state respinte da un medico presente che ha sottolineato che i disinfettanti sono sostanze pericolose e possono essere velenose se ingerite. Ma non solo, anche l’esposizione secondo il medico, può essere nociva per pelle, occhi e sistema respiratorio.

aprile 17, 2020

Altro che pangolino, il coronavirus è figlio della globalizzazione capitalista. L’analisi dello storico Andrew Liu

L’espansione del coronavirus ha più a che fare con la globalizzazione capitalista che con pangolini e sistema cinese. Ne è convinto Andrew Liu, professore associato di storia alla Villanova University (USA) e autore del libro “Tea War: A History of Capitalism in China and India” che in una sua riflessione su El diario, cerca di sdoganare una per una le convinzioni che da quando è scoppiato il Covid-19 sono rimbalzate alla cronaca.

Cominciando dal concetto di ‘Cina’, che secondo Liu è diventata il capro espiatorio per i politici degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale che ‘cercano di distogliere l’attenzione dai loro terribili errori nella gestione della pandemia di coronavirus’.

“Il fascino di incolpare la “Cina” sta nella sua ambiguità. Le critiche si limitano al modo in cui il Partito comunista ha trattenuto informazioni durante quelle settimane cruciali di gennaio, poiché negli Stati Uniti difendono progressisti e conservatori, incluso Donald Trump? O è il messaggio ovvio tra le righe che il vero colpevole è il “popolo cinese” con i suoi costumi e la cultura esotici?”, scrive Liu.

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Questo tipo di atteggiamento secondo il docente non fa altro che creare un’esclation di violenza razzista contro i cinesi e gli asiatici in generale. “Siamo finiti a discutere di identità e differenze culturali quando ciò che dovremmo analizzare sono processi storici complessi. Qualsiasi tentativo serio di affrontare il ruolo della Cina in questa pandemia deve anche considerare le condizioni politico-economiche dell’ascesa della Cina sul mercato mondiale negli ultimi anni, un fenomeno che ha facilitato la diffusione del virus e ha piantato i semi per questa reazione in Europa e negli Stati Uniti”.

Liu parte dall’affermazione (non confermata) secondo cui il nuovo coronavirus deriva dal pangolino. Il loro commercio è figlio della globalizzazione.  “I prezzi degli animali sono passati da 14 dollari al chilo nel 1994 a oltre 600 dollari oggi, con spedizioni illegali confiscate che generalmente superano le 10 tonnellate”. Ciò succede secondo Liu perché gli animali selvatici sono simbolo di uno status.

“I clienti che acquistano animali selvatici lo fanno per vantarsi della propria ricchezza o per celebrare una buona giornata in borsa, sebbene siano una minoranza. Per la maggior parte, i cittadini cinesi sostengono limiti rigorosi , se non direttamente vietati, per il consumo di animali selvatici. Pertanto, per spiegare l’aumento del consumo di pangolino, non è necessario pensare tanto a una peculiarità culturale ma alla liberalizzazione economica della Cina, difesa dagli Stati Uniti”, dice ancora.

Forze economiche che avrebbero contribuito alla diffusione del virus in altri paesi. Tutto ha avuto origine da Wuhan, città solo apparentemente di secondo livello perché è anello di congiunzione tra le metropoli costiere di Guangzhou e Shanghai.

“A febbraio e marzo, nuovi casi di coronavirus hanno rivelato legami economici a lungo nascosti, come investimenti cinesi a Qom, infrastrutture dell’Iran o collegamenti tra l’industria dei ricambi auto di Wuhan e le fabbriche in Germania, Serbia e Corea del Sud. Il coronavirus potrebbe essere apparso per la prima volta in Cina, ma la successiva diffusione e crisi sono dovute al commercio globale, al turismo e ai sistemi della catena di approvvigionamento costruiti da potenti interessi durante il 21° secolo”.

Quindi, secondo Liu, ritenere che la cultura cinese sia l’unica responsabile della pandemia è ‘particolarmente ironico’.  “Combattere la posizione anti-cinese non significa trovare scusanti per lo Stato o difendere le sue azioni. È chiaro che il governo cinese ha sistematicamente minimizzato il livello di contagio e morti e che le autorità locali hanno sbagliato a mettere a tacere il dottor Li Wenliang”, dice ancora.

Tuttavia, secondo Liu, bisogna chiedersi se ci sia veramente una differenza tra regimi autoritari e quelli democratici, nella gestione dell’emergenza. “La maggior parte degli analisti concorda sul fatto che la Cina abbia coperto la crisi di Wuhan per tre settimane a gennaio. Ma i rapporti sul ritardo nella risposta di altri governi da metà gennaio forniscono anche spunti di riflessione: il Regno Unito ha impiegato otto settimane interminabili per reagire e gli Stati Uniti hanno ignorato chiari segnali di avvertimento per 70 giorni.

“Durante le peggiori settimane italiane , i funzionari hanno ammesso di aver visto la crisi di Wuhan come un “film di fantascienza che non aveva nulla a che fare con noi”. Negli Stati Uniti, un politico del Kansas ha dichiarato che la sua città era al sicuro perché c’erano pochi residenti cinesi . In una manifestazione ancora più estrema del pensiero razzista, a Filadelfia circolavano voci secondo cui il virus non poteva infettare i neri americani perché era una malattia cinese”.

In sintesi, quindi, la questione va affrontata al di la del semplice razzismo e inserita in un contesto di capitalismo mondiale. “Da ciò ne consegue che questi sentimenti pericolosi non scompariranno automaticamente con lo sviluppo di un vaccino. Dobbiamo riconoscere e affrontare le forze politico-economiche alla base della reazione dell’Occidente contro la Cina e l’inadeguatezza del nazionalismo, per rispondere alle crisi sociali e di salute pubblica globali che stiamo affrontando oggi”.

Fonte: El Diario

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aprile 17, 2020

Il Coronavirus è stato creato dall’uomo, ecco la prova: un premio Nobel fa discutere

 Flavia Provenzani

Coronavirus è stato creato dall'uomo, ecco la prova: un premio Nobel fa discutere

Il coronavirus è stato creato dall’uomo come diretto risultato di una manipolazione compiuta su un vaccino contro l’AIDS, uscito per sbaglio da un laboratorio a Wuhan, in Cina, epicentro della pandemia. È questo il pensiero del noto premio Nobel per la medicina nel 2008 Luc Montagniercome riportato da Agence France Presse.

Contrariamente a quanto finora raccontato, ovvero che il virus COVID-19 derivi da una mutazione naturale, trasmesso agli umani dai pipistrelli (forse) attraverso i pangolini – il dottor Luc Montagnier, l’uomo che ha scoperto il virus dell’HIV nel 1983, non è d’accordo e ritiene che il coronavirus è stato creato dall’uomo.

Intervenendo durante il podcast francese Pourquoi Doctor, Montagnier ha affermato che il SARS-CoV-2 è un virus manipolato ed uscito accidentalmente da un laboratorio sito a Wuhan, in cui i ricercatori cinesi stavano utilizzando il coronavirus allo scopo di sviluppare un vaccino contro l’AIDS. Per questo alcuni frammenti di DNA dell’HIV sarebbero stati trovati nel genoma del SARS-CoV-2, il coronavirus che sta paralizzando il mondo.

Le dichiarazioni del premio Nobel, secondo cui «la verità scientifica emerge sempre», hanno creato una forte reazione da parte della comunità scientifica.

aprile 17, 2020

L’Europa e la fine della democrazia.

di Franco Bartolomei

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NOI CONSIDERIAMO LA UE UNA GABBIA CHE PORTA ALLA FINE DELLA NOSTRA DEMOCRAZIA ,ALLA DISTRUZIONE DEL NOSTRO TESSUTO ECONOMICO , ED AL COLLASSO DELLA NOSTRA SOCIETA’ CIVILE .

LA RITENIAMO ASSOLUTAMENTE IRRIFORMABILE

RITENIAMO che La rottura unilaterale da parte del nostro paese del sistema Euro /Maastricht, sia la condizione base per la rinascita della nostra economia ,e per la ricostruzione della nostra Democrazia , a partire dalla affermazione una nuova CENTRALITA’ DEL LAVORO…

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aprile 14, 2020

Arresti domiciliari.

A proposito di “arresti domiciliari”, e di ciò che succede invece nel resto del mondo.

Verifichiamo se davvero il «modello Italia» sia «imitato in tutto il mondo». Jogging, uscite coi figli e uso degli spazi pubblici negli altri paesi.

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Verifichiamo se davvero il «modello Italia» sia «imitato in tutto il mondo». Jogging, uscite coi figli e uso degli spazi pubblici negli altri paesi.
Verifichiamo se davvero il «modello Italia» sia «imitato in tutto il mondo». Jogging, uscite coi figli e uso degli spazi pubblici negli altri paesi.
aprile 8, 2020

CORBYN E L’OLANDA

di Giuseppe Giudice.
Due anni fa Jeremy Corbyn fu invitato all’Aja dall'(ex ) partito laburista olandese, che ha sostenuto e con convinzione le impostazioni le impostazioni rigoriste e liberiste del finanzcapitalismo in salsa europea (alla base della attuale struttura UE). Ecco quello che disse sapendo bene a quale uditorio si rivolgesse: ““Di elezione in elezione, gli elettori hanno dimostrato di non credere che i partiti socialdemocratici rappresentino una reale alternativa. Dopo un decennio di austerità a seguito della crisi finanziaria, di anni di stagnazione della qualità di vita e di aumento dell’insicurezza, la classe lavoratrice non è più disposta ad accettare le stesse politiche,” ha sottolineato. “Il mio messaggio per i partiti socialdemocratici europei è semplice: rifiutate l’austerità o sarete rifiutati dagli elettori. Se i vostri partiti continueranno a presentarsi come parte dell’establishment, sostenendo un sistema economico fallito, controllato dai più ricchi e dalle élite, sarete osteggiati dagli elettori – e la destra populista vi rimpiazzerà.”

Corbyn ha inoltre invocato “un nuovo modello economico che rimpiazzi quello fallimentare del neoliberismo, il quale ha distrutto le condizione di vita della classe lavoratrice, rinforzato le disuguaglianze e l’insicurezza, e strappato la ricchezza alla maggioranza della popolazione per darla a una ristretta élite”, e ha invitato i suoi alleati a riscoprire la loro “radicale ragion d’essere”.

“È tempo di cambiamento in Europa. Ma i partiti socialisti europei potranno guidare il cambiamento solo se si opporranno in modo chiaro e netto a un modello economico e sociale che mette i lavoratori gli uni contro gli altri, che svende i nostri beni comuni per il beneficio di pochi, e che favorisce senza vergogna le banche, le multinazionali e gli evasori fiscali”, ha affermato Corbyn. “Se non guideremo il cambiamento, lo farà qualcun altro. Questo sistema economico fallimentare è un terreno fertile per lo sviluppo di movimenti xenofobi. Se non offriremo un’alternativa chiara e radicale, e la speranza di un futuro di giustizia sociale e ricchezza per tutti, le politiche dell’odio e della divisione continueranno ad avanzare sul nostro continente.” Oggi l’Olanda è il capofila della opposizione radicale ai coronabond, lo strumento più efficace per una politica coordinata a livello europeo per combattere efficacemente la Pandemia, ricostruire l’economia europea ed in particolare svincolare lo sviluppo dalla gabbia della austerità (di cui il Mes è uno strumento) ma per un diverso modello di sviluppo eco-socialista. Qui sta il discrimine radicale tra una sinistra socialista popolare ed internazionalista, e la destra nazionalista e reazionaria: quella del “liberismo in un paese solo- con la flat tax, la xenofobia e il dispotismo degli Orban (che poi è amico della Germania). Ed anche la differenza con un neoliberismo falsamente progressista o con l’europeismo ultra liberista della Bonino e di + Europa.

aprile 3, 2020

La sanità dopo il coronavirus.

di Alberto Leoni –  Coordinatore Socialismo XXI Veneto |

E’ l’animo che devi cambiare, non il cielo sotto cui vivi scriveva duemila anni fa Seneca a Licinio. E’ il nostro modo di “vedere” il sistema sanitario, ma soprattutto la tutela della salute che dovremo cambiare, dopo questa tragedia che sta cambiando il mondo e mettendo in discussione  il suo modello di sviluppo.

La prima cosa da stampare nella mente: questa è stata la terza pandemia in meno di 17 anni. È probabile, senza interventi correttivi nel rapporto uomo ambiente, che altre ne seguiranno a ritmi temporali più veloci. Debellata una se ne presenta un’altra. La nostra salute la difenderemo con ogni azione utile per diminuire la invasione umana, la deforestazione, lo spazio rubato agli animali, l’inquinamento dell’aria, che non è stato presumibilmente fattore secondario in pianura padana della velocità di trasmissione del Covid19.

Prima di essere un problema sanitario la pandemia è un problema di sviluppo economico  sostenibile. Succederà ancora, purtroppo. E lo si affronterà con una solida cabina di regia mondiale, europea e ovviamente nazionale. Una cabina che organizzi e integri, in una banca dati condivisa, tutti i dati scientifici per capirne l’evoluzione e i trattamenti efficaci.

Una cabina che coordini la ricerca ed i contributi degli scienziati evitando la frammentazione ed il protagonismo dei singoli. Una epidemia seria, in Italia, non va proprio delegata alla gestione delle Regioni che dovranno cooperare e attuare le direttive nazionali dell’Istituto Superiore di Sanità e del Consiglio Superiore di Sanità.

Poi urge una correzione profonda sul nostro sistema sanitario, che rimane un buon sistema sanitario, al di là delle inutili polemiche di questi giorni: non a caso l’Italia è il quarto paese al mondo per spettanza di vita della popolazione e registra uno dei tassi di mortalità adulta ed infantile più bassi al mondo).

Dove si deve intervenire?

a) In primo luogo sul capitale professionale. Noi non abbiamo meno medici della media europea, pur con l’esodo biblico di questi ultimi 10 anni (pensionamenti e fughe nel privato), ma abbiamo molte specialità scoperte, soprattutto quelle meno remunerative (pronto soccorsisti, anestesisti, radiologi, chirurghi adesso). Tra il 2009 ed il 2017 la sanità pubblica ha perso 8 mila medici e più di 13 mila infermieri.

Dobbiamo investire sui medici, dar loro il governo clinico degli ospedali, introdurre i neo laureati in corsia da dove iniziano la specializzazione sul campo, alternata alle lezioni della scuola Universitaria: era così fino ai primi anni ’90 ed era buona prassi perché favoriva quotidianamente la trasmissione del sapere pratico dal medico esperto al giovane. Ed allo stesso modo un percorso analogo va fatto per i giovani medici che vogliono fare i medici di base: questa è una grande opportunità per tornare ad avere medici che prendono realmente in carico il loro assistito, accompagnati da medici di base più esperti, nella prima fase, a volte con la supervisione dello specialista (la specialistica attuale è troppo frammentata e mai ricondotta ad una visione globale della persona che non è sommatioria di organi).  A Bergamo, in piena emergenza, giovani neolaureati sono andati in prima linea. Hanno fatto e fanno una esperienza dolorosissima, ma fondamentale per il loro futuro: scommetto che diverranno ottimi medici.

b) Si deve intervenire sugli Ospedali che abbiamo: nel 2017 erano 1000 in tutta Italia con 216 mila posti letto, il 51,8% pubblici il 48,2% privati accreditati, pari a 3,6 posti letto ogni 1000 abitanti. Nel 1998 gli ospedali erano 1381, il 61% pubblici, il 39% privati accreditati, con 5,8 posti letto ogni 1000 abitanti.

E’ evidente la sensibile diminuzione ed il cambio di rapporto tra pubblico privato a favore di quest’ultimo. Una tedenza che va rivista con attenzione selettiva, soprattutto dove la ospedalità privata è inefficiente e le convenzioni onerose.

La scelta strategica è qualificare  sempre più i nostri ospedali per la cura degli acuti, rafforzare le aree critiche, ripristinare almeno una quota parte degli 8 mila medici e dei 13 mila infermieri persi in 10 anni. Non vanno riaperti i piccoli ospedali dismessi. Spesso sono “pericolosi” per la sicurezza del paziente perché non dotati dei servizi necessari in casi di emergenza. Le risorse invece vanno investite nella messa a norma del patrimonio edilizio ospedaliero, spesso vetusto, nel rafforzamento della vigilanza igienico sanitaria (mai dimenticare i 49 mila morti per infezioni ospedaliere annue!)  nella dotazione di personale, nelle strutture territoriali  che dovevano essere la vera alternativa alla chiusura dei piccoli ospedali e mai sono veramente decollate.

c) I territori, le città hanno bisogno quindi di ospedali molto qualificati per acuti. La vicenda del Covid19 ha evidenziato la necessità di disporre, in modo flessibile, di almeno il doppio di posti di terapia intensiva e subintensiva. I 5 mila esistenti, diminuiti negli ultimi 10 anni, non sono sufficienti durante eventi eccezionali. Durante questa tragedia ne sono stati attivati ulteriori 4 mila, grazie allo straordinario apporto di aziende e volontari. Fino a febbraio 2020 l’Italia disponeva di 8,558 posti letto di terapia intensiva ogni 100 mila abitanti, contro i 29,2 della Germania. Questi posti, creati in un un mese, andranno mantenuti, con la necessaria flessibilità (in alcuni periodi ne serviranno, si spera, meno) perché il nostro futuro è ancora condizionato da possibili gravi eventi avversi. Non dobbiamo essere impreparati.

d) La vera priorità, emersa in Lombardia soprattutto, è la necessita di una rete territoriale socio sanitaria efficiente e tempestiva, in grado di curare a casa le situazioni di malattia non acute. Soprattutto in situazioni pandemiche. Le buone pratiche non sono mancate in questi anni, ma sono esempi isolati. Da domani  il perno del sistema deve esserlo la medicina di comunità, basata sul medico di base, sull’infermiere di comunità, sulla stessa assistente sociale, con la supervisione degli specialisti  in caso di situazioni più complesse. E’ la logica dell’integrazione Ospedale Territorio, per evitare di riempire gli ospedali.

Medicina di base forte e strutture intermedie, un’assistenza domiciliare integrata che va a casa della persona (in grado di prendere in carico almeno l’8% dei dimessi fragili ospedalieri), sono la risposta più adeguata alla vera priorità per la sanità italiana, le malattie cronico degenerative, dai cardiopatici, ai diabetici,ai malati tumorali, agli ipertesi, alle persone con broncopneumatia costrittiva.

Non dimentichiamo che il 40% degli italiani soffre di almeno una o più  malattie croniche!

e) In alcuni degli ospedali dismessi invece (lo ripeto, non vanno riaperti come ospedali per acuti!) , si possono creare strutture intermedie (Unità Riabilitative Territoriali, Ospedali di Comunità, Hospice), gestite dai medici di base o da medici delle cure primarie e delle cure palliative, con il supporto specialistico. Una rete diffusa di strutture, che possono essere collocate anche con idonei spazi nei Centri Servizio per anziani più moderni (personalmente opto per questa scelta).

f) La specialistica ambulatoriale, in questo contesto, si deve integrare nel concetto della presa in carico della persona ed essere strettamente integrata con il ruolo del medico di base. Oggi assorbe una spesa rilevante del sistema ma l’efficacia è piena di dubbi. Lo specialista deve essere il consulente del medico di base. Si devono parlare, devono interagire. Il telefono è lo strumento fondamentale! Ma tutti i moderni strumenti informatici possono essere utilizzati, a partire dalla telemedicina. Solo con questo rapporto si può veramente aggredire la questione delle liste d’attesa, che si risolve solo governando la domanda e riorganizzando l’offerta: pensate a quante visite specialistiche in meno potrebbero essere prescritte dal medico di base se fosse perfezionato un rapporto costante tra questo ultimo e lo specialista. Per i cittadini si apre uno scenario completamente nuovo e meno ansiogeno. Si afferma la medicina di iniziativa: è il servizio che prende in carico la persona e non la persona che corre agli sportelli a prenotare,ad uno o più specialisti. Il più delle volte, lasciatemelo dire, per visite, esami di dubbia utilità.

Questo è un possibile modello del sistema sanitario del futuro,dopo il coronavirus. Restano due aspetti. Quello della governance e delle risorse.

C’è ancora qualcuno che nutre dubbi sul fatto che le Ulss possano essere aziende? 

Laziendalizzazione figlia della follia post tangentopoli, rafforzata dalla riforma ulteriore del 1999, non funziona in Sanità. Il sistema sanitario si può, si deve ispirare a criteri di efficienza ed efficacia, ma non sarà mai un’azienda. La Sanità va ricondotta al governo delle Comunità locali, attraverso un accresciuto potere di indirizzo e verifica dei Sindaci ed una gestione da parte di uno staff direzionale collegiale. Gli Ospedali vanno affidati al governo clinico dei medici e degli altri professionisti ospedalieri, tramite una agile cabina di regia clinica ed organizzativa.

Le Regioni mantengano la loro autonomia organizzativa e legislativa in materia di sanità, ma su questioni di sanità pubblica di interesse nazionale devono eseguire le scelte nazionali di competenza del Ministero della salute. I fatti di questi giorni sono lì a dimostrare la necessità di un forte potere accentrato su questioni di interesse vitale per la nazione nel suo complesso, come può esserlo una epidemia. Come sarà necessario un ruolo forte di programmazione nazionale e di monitoraggio delle azioni svolte nelle singole regioni per una effettiva applicazione dei Livelli essenziali di assistenza, oggi troppo diversi da Regione a Regione.

Noi oggi spendiamo 114,5 miliardi (2019) per il nostro sistema sanitario, il 6,6,% del Pil. Siamo nettamente sotto la media europea. Ma gli indicatori di efficienza ed efficacia (ben definiti dalla scuola di S. Anna di Pisa) sono tra i migliori, grazie al patrimonio residuo (e sottolineo residuo!) rappresentato dal nostro capitale professionale.

Nel 2001 spendevano 71,3 miliardi, nel 2009 105 miliardi (il 7% del Pil). In dieci anni, dal 2020 al 2019 le risorse stanziate per la sanità sono cresciute di 8,8 miliardi di euro, pari allo 0,9% ogni anno, meno dell’inflazione. Ma soprattutto sono cresciute meno dell’aumento dei costi necessari per i farmaci salvavita (oncologici ed epatoprotettori compresi), meno delle apparecchiature elettromedicali necessarie, meno dei costi dei beni e servizi necessari al corretto funzionamento del servizio sanitario.

I bilanci delle Asl sono andati in sofferenza. Se è vero che un Paese come il nostro, con basso tasso di crescita economica, non poteva sopportare la crescita della spesa sanitaria pari al 5% annuo, come avveniva nei primi 8 anni del secolo, è evidente che non poteva non risentire di un forte ridimensionamento delle risorse assegnate come avvenuto dal 2008 in poi.

Un Paese deve sempre fare i conti con la propria situazione economica anche nella gestione del suo Welfare. L’Italia ha scelto di assegnare risorse alla sanità negli ultimi dodici anni inadeguate ai nuovi bisogni.

Il valore assoluto non è mai sceso. Si è ridotta la capacità di acquisto di prestazioni e di personale. Anzi il vero taglio è stato fatto proprio sul capitale umano,cosa di cui paghiamo ancora oggi le conseguenze (lo ricordo ancora: 8 mila medici in meno  e 13 mila infermieri in meno in 10 anni).

Ma c’ è anche un problema di qualità della spesa.

Non si tratta di fare più prestazioni, più esami diagnostici, di erogare più farmaci, nell’ottica di una visione “consumistica” della sanità. No. Si tratta di indirizzare la spesa sulla prevenzione secondaria, fondamentale per evitare guai seri futuri; sulla qualificazione degli ospedali dopo le chiusure eccessive degli ultimi 20 anni, sulla gestione delle strutture territoriali e sulla medicina di comunità, sui farmaci salvavita.

La nostra è una sanità pubblica che negli ultimi 10 anni ha assistito ad una costante erosione a favore della sanità privata, in alcune zone del Paese. Ma se hai un problema serio di salute è la sanità pubblica che può dare risposte diffuse ed eque. La sfida politica, quindi, soprattutto dopo questa tragedia nazionale, è quella di affermare con scelte serie e ponderate il ruolo primario della sanità pubblica.

marzo 29, 2020

Reddito di emergenza, il nuovo aiuto contro la crisi: come funziona e a chi spetta

 Antonio Cosenza

 Reddito di emergenza a tutti i lavoratori: ecco la misura pensata dal Governo per combattere la crisi economica derivata dalla diffusione del Coronavirus.
Reddito di emergenza, il nuovo aiuto contro la crisi: come funziona e a chi spetta

Niente reddito di cittadinanza per tutti, ma ad aprile arriverà il reddito di emergenza (REM), la nuova misura pensata dal Governo per tutelare tutti quei lavoratori che a causa della diffusione del Coronavirus hanno subito una notevole contrazione del fatturato.

Lo ha annunciato il Ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, smentendo qualsiasi ipotesi riguardo ad una modifica del reddito di cittadinanza visto che questo non è il momento di “riformare uno strumento ordinario”. D’altronde ci troviamo a dover far fronte ad una situazione straordinaria ed è per questo che bisognerà prevedere uno strumento ad hoc per riconoscere un sostegno economico adeguato a coloro che in questi giorni hanno dovuto sospendere la loro attività.

Il REM (reddito di emergenza) farà parte quindi del Decreto “Cura Italia” in arrivo ad aprile e avrà un doppio obiettivo: da una parte aumentare l’importo dell’indennità riconosciuta ai lavoratori autonomi (e liberi professionisti) nel mese di marzo e dall’altra tutelare anche i cosiddetti lavoratori sommersi.

Come spiegato da Gualtieri, infatti, ci sono molte persone che “non hanno altre fonti di reddito” e che sono “rimaste fuori dai 600,00€”; anche queste meritano un aiuto, un sostegno che verrà dato loro con il nuovo reddito di emergenza con il quale verrà erogato un’indennità che sarà “adeguata, efficace, universale e ancora più rapida”.

Reddito di emergenza: come funziona e a chi spetta

Per il reddito di emergenza il Governo intende stanziare circa 6 miliardi; poco meno, quindi, di quanto oggi costa annualmente il reddito di cittadinanza.

6 miliardi che verranno distribuiti tra una platea di circa 10 milioni di “lavoratori. A differenza del RdC – che nella maggior parte dei casi spetta a chi è disoccupato (anche se il fatto di avere un lavoro o meno non fa parte dei requisiti della misura), il reddito di emergenza spetterà esclusivamente a chi un lavoro ce l’ha ma che a causa del Coronavirus ha dovuto momentaneamente sospendere la propria attività.

Il contributo verrà erogato per tutta la durata della crisi – quindi non solo per il mese di aprile – e sostituirà l’indennità di 600,00€ erogata il mese scorso ad alcune categorie di lavoratori. Secondo le stime del Governo, la platea interessata dal reddito di emergenza sarà pari al doppio di quella a cui è stato riconosciuto il bonus di 600,00€, visto che saranno molte di più le categorie che ne avranno diritto.

Ecco un elenco – al momento solamente ufficioso – delle categorie di lavoratori che potranno fare richiesta del reddito di emergenza:

  • commercianti;
  • agricoli;
  • Partite IVA;
  • Co.Co.Co.
  • collaboratori dello spettacolo;
  • stagionali (compresi quelli entranti, quali bagnini, camerieri animatori turistici e addetti alle pulizie);
  • liberi professionisti;
  • badanti e colf;
  • precari;
  • lavoratori “grigi”;
  • irregolari;
  • intermittenti.

Inoltre, nel reddito di emergenza saranno compresi anche quei lavoratori che hanno appena finito di percepire la NASpI e che quindi nei prossimi mesi non avranno di cui vivere. Saranno coperti anche i fast jobs, ovvero i contrattisti a giorni, settimane o a tempo determinato per pochi mesi.

È importante però sottolineare che molto probabilmente non potranno beneficiarne coloro che già percepiscono il reddito di cittadinanza, esclusi già dall’indennità di 600,00€. In ogni caso i requisiti per richiedere il nuovo reddito di emergenza – così come gli importi della misura – saranno ufficiali solamente con la stesura e l’approvazione del Decreto “Cura Italia” di aprile, in arrivo nelle prossime settimane.

marzo 20, 2020

A propsito di Cina e Socialismo

Di Giuseppe Giudice.

Coronavirus: i contagi in Cina e nel mondo salgono a quasi 12 mila, 259 morti

Inizierò con una digressione: l’annuncio dato da una delle fondamentaliste dell’ordoliberismo sulla sospensione (e non di breve periodo) del famigerato Patto di Stabilità Europeo , è l’ammissione oggettiva di un fallimento epocale, anche se credo che la battaglia per l’abolizione definitiva del MES va continuata fino in fondo. Lo sappiamo da anni: il Fiscal Compact ed i parametri di Maastricht sono stati nodi scorsoi soprattutto per i paesi dell’Europa mediterranea (la Germania invece li ha costantemente sforati o addirittura ignorati con diversi trucchi contabili.) E sappiamo quanto queste regole e parametri abbiano influito sui forti tagli alla spesa sociale ed alla sanità (e favorendo i privati) . Ed indipendentemente dai governo di csd e csx o dai tecnici come Monti (comunque appoggiato anche dal casx) . E’ quindi pienamente comprensibile la ostilità verso l’Europa attuale ( o meglio la UE) ed anche verso la Germania e la Francia (che cominciano anche loro a fare i conti in modo purtroppo gravemente serio con questa terribile epidemia. E si capisce pure l’atteggiamento positivo verso la Cina che ha fornito medici, una grande quantità di materiale sanitario, respiratori per terapie intensive, ecc. Anche io, come italiano, non posso che ringraziare la Cina. Che e la nazione impegnata di più nel darci una mano in una situazione gravissima (certo , finora , la più grave d’Europa) ….ma , dal mio punto di vista, separo il mio ringraziamento verso un paese di antichissima civiltà, dal giudizio politico sulla Cina. Qualcuno , impropriamente ha parlato ,, di solidarietà internazionalista. Non vi è mai passato per la testa che una forte crisi dell’economia europea , sarebbe un dramma anche per l’economia cinese (ad esempio la Germania è il paese che ha il più forte rapporto import-export con la Cina. Certo in situazioni d’emergenza sistemi autoritari (come la Cina) o semi-autoritari (come la Coera del Sud , sono oggettivamente più avvantaggiati di altri paesi in condizioni di emergenza straordinaria, quasi da economia di guerra. La mia cultura politica mi ha sempre insegnato ad avere senso critico verso i fatti. La Cina ha tenuto nascosto per due mesi la circolazione del virus. Solo dopo la denunzia di un medico di Wuhan ha poi attivato le misure d’emergenza draconiane che comunque si sono rivelate appropriate. Ma quando si erano già sviluppati focolai a Pechino ed altre importanti città. Inoltri cinesi hanno molta più familiarità di noi verso questo tipo di viurs (pensate alla Sars ed all’aviaria) ed i loro medici hanno certo più esperienza. E comunque i focolai si sono sviluppati nei grandissimi mercati di animali selvatici di Wuhan ed altre città. Mercati dove è molto facile che avvenga il salto di specie. E comunque io non definirei per nulla la Cina un paese socialista, abbiamo un capitalismo a forte componente statale ma fortemente mercatizzato e pienamente inserito nella globalizzazione capitalistica (almeno da quando è entrata , nel 2011, nel WTO). Oggi vedo qualche ex maoista (errore che non ho mai fattoin gioventù) esaltare il modello cinese attuale, che porta le stimmate di Deng Xsiao Ping, il grande nemico di Mao e che ha completamente smantellato il modello. maoista. La gigantesca crescita ininterrotta della Cina per quasi trent’anni si è in larga misura fondata sul modello “denghista ” (con qualche aggiustamento recente) e che ha comportato anche lo sfruttamento intensivo dei bambini, turni massacranti per gli operai , assenza di sindacati liberi e di norme per la tutela ambientale. Del resto, come si fa a definire socialista un paese che ormai ha un numero di miliardari addirittura superiori a quelli degli USA e lo stesso indice di disuguaglianze. OLtre ai forti danni ambientali prodotti all’ambiente. O all’assenza di un sistema sanitario nazionale modello universalistico Beveridge-Bevan (solo oggi , con forte fatica si tenta di ovviare. Naturalmente in Cina non c’è stato solo questo; sono stati fatti grandi progressi nell’ambito dell’Hi -Tech anche grazie alle Joint-Venture con le multinazionali occidentali e giapponesi. Vi sono ingegneri ed informatici bravissimi. Ma non è certo un paese socialista, per come intendo io il socialismo di sinistra democratico e libertario. Ce sarà l’unica alternativa alla barbarie che potrà avanzare dopo questa epidemia.