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ottobre 24, 2021

La terza via.

Di Beppe Sarno

Karl Kautsy è stato sempre definito dai comunisti un “revisionista” e anche un “opportunista” traditore della causa dei lavoratori che introduceva nell’ortodossia comunista intransigente le “le idee borghesi”.

Per i comunisti ortodossi il presupposto di questa condanna nei confronti del grande teorico della seconda internazionale era che l’unica teoria possibile per interpretare gli interessi del proletariato era quella marxista-leninista. Tutte le altre teorie, ovviamente, erano espressione degli intellettuali borghesi.

Va osservato, però, che lo stesso Lenin in “Che fare?” riconosceva che le idee socialiste erano frutto dell’elaborazione teorica di intellettuali borghesi. Lenin, in maniera arbitraria, invece di concludere che,  dati i presupposti,  per la costruzione del socialismo sarebbe stata necessaria la collaborazione ed il contributo culturale proveniente da ogni parte della società, concludeva invece che solo la filosofia marxista  esprimeva gli interessi dei lavoratori. Secondo questa visione solo il partito comunista era quella istituzione privilegiata che aveva il diritto di definire quali fossero gli interessi per i lavoratori. Questa singolare elaborazione teorica fu definita  da Ignazio Silone “L’oppio del proletariato” Cioè quella droga ideologica che  consentiva ai comunisti duri e puri di esercitare la loro personale dittatura sui lavoratori.

Si sono visti i risultati!

L a  situazione che stiamo vivendo vede da una parte una destra arrogante e prevaricatrice che accettando l’idea liberista ne accentua i caratteri eversivi e illiberali dall’altra parte, invece, una sinistra sedicente socialdemocratica che utilizzando in maniera scorretta le idee socialdemocratiche  accetta il liberismo e se ne fa alfiere.

Karl Kautsy fu un sincero democratico e un grande socialista. Per chi, come una parte del movimento socialista, si richiama ai principi espressi dalla nostra Carta Costituzionale e la difende e ne chiede l’attuazione, opponendosi ad un governo che invece ogni giorno ne calpesta i principi e cerca di imporre scelte antidemocratiche, Karl Kautsy può diventare un riferimento ideologico e morale (perché no?).

Nei suoi libri Karl Kautsy, In polemica con il bolscevismo, afferma che il proletariato è pronto per il potere “quando coloro che vogliono il socialismo sono diventati più forti di coloro che non lo vogliono”. Ovviamente perché ciò avvenga non si può non tener conto dello sviluppo economico “cioè dall’aumento del numero dei proletari, di coloro che hanno interesse al socialismo e dalla diminuzione dei capitalisti.” Karl Kautsy si schiera contro la violenza affermando che se il socialismo “ha profonde radici nelle masse” perché queste dovrebbero far uso della violenza dal momento che  l’uso della violenza sarà necessaria “unicamente per tutelare la democrazia e non per sopprimerla.?” l’ostilità nei confronti del socialismo e perché interessi oggettivi non trovano un riconoscimento. “Quando ci sono liberi parlamenti- osserva Kautsy- ogni classe o partito può esercitare la più libera critica su ogni proposta di legge, indicarne le debolezze e anche farne conoscere l’ampiezza dell’ ostilità che eventualmente incontra tra il popolo”. Ecco perché la democrazia e nel nostro caso la Costituzione,  va difesa come il metodo per affermare una società più giusta e solidale. Il governo Draghi appoggiato dalla Confindustria sta andando nella direzione opposta. All’indomani nelle recenti elezioni amministrative Draghi ha affermato che “ il Governo va avanti: l’azione del governo non può seguire il calendario elettorale” Come dire: gli strumenti della democrazia hanno solo  la funzione notarile di certificare l’operato del governo senza per questo poter intervenire per discutere o controbattere alle decisioni del governo. D’altro canto quando la piazza si muove giustamente o meno il governo non esita a mandare in piazza la polizia con gli idranti e i manganelli. n questo quadro è  chiaro che la destra eversiva trova spazio per aggredire la CGIL  quale simbolo del mondo del lavoro. Ritornando a Kautsy e alla necessità di una terza via, ora più che mai è indispensabile e necessario stare attenti a non identificare il pensiero di Kautsy con  la teoria e con la prassi di quei partiti che si definiscono socialisti o di  derivazione socialdemocratica. infatti Kautsy “riconosce che la rivoluzione sociale alla quale aspira il proletariato non può essere condotta a compimento se esso non arriva a conquistare il potere politico” e Kautsy aggiunge “il proletariato non può arrivare al potere politico senza rivoluzione, senza un grosso cambiamento dei rapporti di forza nello Stato, ma semplicemente grazie a una tattica intelligente di collaborazione con i partiti borghesi vicini al proletariato, insieme ai quali si possa formare un governo di coalizione che nessuno dei partiti che compongono la coalizione potrebbe costituire da solo” e continua “il potere statale e soprattutto un organo del dominio di classe” e ancora “un partito proletario in un governo di coalizione borghese diventerà inevitabilmente complice delle azioni di repressione contro il proletario, la complicità in queste azioni lo farà disprezzare dal proletariato, ma al tempo stesso non gli servirà a conquistarsi la fiducia dei suoi alleati borghesi e gli impedirà di svolgere qualsiasi attività utile” .

Kautsky a differenza dei socialisti nostrani complici di governi ultraliberisti chiarisce che per lui la borghesia man mano che il proletariato aumenta “è tentata di provocare la guerra civile per paura della rivoluzione” e non è lontano il tempo che “ il borghese sarà capace di tutto e quanto maggiore sarà la sua paura, tanto più selvaggiamente esigerà del sangue.” in riferimento all’imperialismo Kautsy ammonisce” l’imperialismo non può essere condotto avanti senza forti armamenti, senza flotte che siano in grado di ingaggiare battaglie nei mari più lontani.” la realtà dei nostri giorni ha dato ragione al teorico della seconda internazionale.

Secondo Kautsky le riforme sociali e le misure di protezione del lavoro non sono più possibili e gli unici obiettivi che i lavoratori debbano tenere di mira sono la conquista dei diritti politici e un regime parlamentare effettivo suscettibile di essere usato un giorno dal proletariato come strumento per il suo dominio democratico di classe. “Finché questi compiti non saranno realizzati, esso non potrà sperare in alcun progresso riformistico di una certa importanza tenuto conto della crescita delle associazioni di imprenditori, dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari, dell’afflusso di strati più arretrati di operai, del ristagno generale della legislazione per le riforme sociali, del crescere degli oneri dello Stato, che in gran parte vengono accollati al proletariato.” Sembra la fotografia di quello che sta accadendo ai giorni nostri grazie governo Draghi, che le due vie: la destra  e la  sinistra unite insieme in un abbraccio mortale, portano avanti sotto l’occhio benevolo della Confindustria. in questa situazione ogni alleanza con i partiti della borghesia, diventa una pura illusione.

Rileggendo Kautsky si può capire quanto diversa sia l’impostazione ideologica e politica dell’autore rispetto a quelle sinistre contemporanee che ne rivendicano l’eredità. Di fronte a un imperialismo sfrenato e dissennato che stiamo vivendo nella fase attuale certamente il pensiero di Kautsky non può risolvere tutti i problemi che si presentano ma nonostante ciò “la terza via” non può e non deve essere una utopia riservata a pochi intellettuali; dobbiamo invece domandarci se esiste ancora una terza via o non vi sono più alternative alla compromissione borghese.

Occorre cioè non rimettere in discussione il pensiero di Kautsky, ma integrare e attualizzare le sue analisi storico sociali. Occorre, cioè, liberarsi di quelle teorie che attribuiscono l’imperialismo e la guerra unicamente alle contraddizioni del capitalismo, sicché basta che i lavoratori mandino al governo i propri rappresentanti perché vengono eliminati tutti i contrasti. Rinunciare a percorrere la terza via e comportarsi e lavorare diversamente significherebbe intraprendere una via senza uscita che ci condannerebbe all’irrilevanza politica e a ricoprire il ruolo di compagni visionari e generosi destinati a gridare alla luna senza che ci sia nessuno che ci ascolti.

Maggio 6, 2020

LA NUOVA LINEA DI CONFINDUSTRIA

di Alberto Benzoni

In altri tempi, il terremoto ai vertici della stampa italiana, in coincidenza non casuale con l’elezione di Bonomi al vertice di Confindustria avrebbe suscitato un’ondata di commenti e di proteste, in particolare da parte della categoria. Questa volta solo un vagito di contestazione. Al minimo sindacale. E subito spento.

Questione di sensibilità al problema. Ai tempi della prima repubblica, questa era molto alta. E si accentuò con l’avvento di Berlusconi. Dopo è andata via via scemando. Per il progressivo disinteresse ai problemi delle regole e a quello che accadeva nel mondo dei media. E, corrispondentemente, con il “chiamarsi fuori” di quelle èlites democratico-liberali titolari della causa e progressivamente indebolite e in tutt’altre faccende affaccendate.

Tutto ciò premesso, la vicenda ha certamente a che fare con gli equilibri interni al settore. Ma non è questo il suo aspetto più importante. Perché quello che si manifesta in queste settimane è un nuovo protagonismo del potere economico nel nostro paese. E, insieme, la ricerca di un suo più equilibrato posizionamento e rispetto alla politica italiana e al suo governo e in relazione alle possibili evoluzioni dello scontro in atto a livello mondiale.

Sinora la Confindustria, e gli organi di stampa che ne riflettevano i diversi umori, si erano mossi in ordine sparso. In una cacofonia di richieste e di proteste; alla ricerca confusa di sempre nuovi e magari opposti referenti politici; e comunque con toni variamente ostili al governo, anche in vista di crisi destinate potenzialmente a esplodere in ogni momento.

Oggi, il quadro è diventato più chiaro. E su diversi fronti. I sondaggi d’opinione rafforzano lo schieramento di governo a danno di quello di opposizione, punendo, all’interno dei due schieramenti, quelli che giocano in modo più spericolato e irresponsabile su ipotesi di rottura. Per altro verso, non sembrano esistere, anche per la tenuta del M5S, combinazioni ministeriali suscettibili di ottenere la maggioranza in Parlamento e soprattutto padri della patria disposti ad assumerne la guida.

Per altro verso, viviamo un periodo in cui tutti ci amano, che dico, si precipitano per aiutarci. Dalla Cina, miliardi di mascherine e di messaggi di simpatia. Dalla Russia, materiale sanitario, accompagnato da militari per impedire che venga trafugato. In arrivo e con parole di ringraziamento per i nostri aiuti passati, gli albanesi. Medici da Cuba. La von der Leyen che si scusa. L’Oms che ci pone ad esempio. La Bce che acquista con avidità i nostri titoli di stato. Altri centinaia di miliardi in arrivo dalla Ue. I soldi del Mes, con l’unica condizione di essere effettivamente spesi. E, siccome a Trump piace sempre Giuseppi, una bella commessa per l’acquisto di fregate lanciamissili: una subito e le altre a scalare.

Allo stesso modo, il nostro governo si dichiara amico di tutti; con particolare riferimento all’America ma senza escludere nessuno.

Il senso di queste convergenze amorose non sfugge affatto né alla nuova Confindustria né di riflesso alla grande stampa italiana. Come non sfugge affatto che il progetto salviniano – un populismo di destra, ostile all’Europa e perfettamente in linea con l’avventurismo di Trump – è non solo pericoloso ma sta anche andando in confusione.

E allora, sotto la guida del nuovo presidente Bonomi, la Confindustria, “farà da sé”. Niente rapporti promiscui e senza avvenire con questo e con quello ma un fronte compatto (in rappresentanza, anche, degli interessi delle piccole e medie imprese) nei confronti dell’esecutivo. E in un confronto in cui non si tratta di rivendicare questo o quel provvedimento; perché è in gioco, qui e oggi, il ruolo delle imprese private nel futuro assetto del paese.

Il primo e fondamentale rischio è che lo stato interpreti in modo estensivo il suo ruolo nel salvataggio delle imprese: o nel senso di una loro nazionalizzazione o più in generale come premessa di un rilancio di “politiche industriali”. Ora, Confindustria farà, d’intesa con i sindacati, tutto ciò che le compete per favorire l’uscita del paese dalla crisi; ma in piena indipendenza e senza accettare intromissioni “stataliste”. Su questo ha già avuto, da subito ampie assicurazione da Gualtieri: se lo stato entra nel capitale delle imprese è per salvarle dal fallimento o dalle brame predatorie dello straniero; non per nazionalizzarle o senza alcuna pretesa di “governante”. Sani principi; che poi questi possano essere rispettati nel caso di Alitalia o di Taranto (e annessi) è tutto da vedere.

Insomma, è bene che lo stato ritorni al suo posto. Anzi, che si faccia un po’ più da parte. Oggi bisogna correre; e per correre bisogna essere liberi di farlo: e, allora, via il codice degli appalti, via i controlli antimafia, via la malfamata “burocrazia”. Siamo al “meno stato più mercato”; anche se, di questi tempi, lo slogan non suscita più i consensi di una volta.

C’è poi la tentazione redistributiva. Insomma le varie ipotesi di mettere i soldi in tasca alla gente perché ne ha bisogno; magari perché ha perso il lavoro e non ha speranze di trovarne un altro. Anche su questo l’altolà del padronato è chiaro. I soldi sono pochi; e allora è meglio darli, nell’interesse generale del paese, a coloro che vogliono lavorare e soprattutto che il lavoro sono in grado di darlo. Aggiungendo, a buon bisogno, che chi pensa, anche per un attimo, a tassare patrimoni o rendite deve essere “silenziato”.

Alla fine, un velato avvertimento. Vada pure il “dopo nulla sarà più come prima”. Ma, mi raccomando, senza crederci troppo. E soprattutto, senza pensare, che in questo dopo, il ruolo e il peso dell’iniziativa privata possa essere ridimensionato. Questo è pronto ad assumersi tutte le sue responsabilità anzi a svolgere un ruolo “nazionale”nell’individuare le vie della ripresa; a patto però che questo ruolo vada riconosciuto, valorizzato e soprattutto premiato.

Abbiamo fin qui parlato dell’ideologo del nuovo corso e cioè di Bonomi. Dimenticandoci del controllore dei suoi diffusori; e cioè di Agnelli. Nella sua veste di cittadino del mondo: il fisco in Olanda, le auto negli Stati uniti. E, non a caso, attraverso La Stampa, di capofila dell’atlantismo, anzi del partito americano.

Non ce ne siamo affatto dimenticati. Ma prendiamo atto che lo schieramento atlantico e occidentale nel nostro paese non coincide più o coincide sempre di meno con il “partito americano” che, attualmente è quello di Trump. E per il semplice motivo che i suoi interessi e i suoi ideali non possono essere garantiti – nell’attuale scontro tra America e Cina – né dalla vittoria di una delle due parti né dall’inacerbirsi, sino a livelli incompatibili con la permanenza di qualsivoglia ordine mondiale; ma piuttosto dalla ricerca di un modus vivendi, con le sue regole del gioco, analogo a quello costruito ai tempi della guerra fredda.

Un’opinione, in questo, condivisibile da qualsiasi persona ragionevole.

aprile 17, 2020

Ricominciamo a correre

aprile 1, 2020

CORONAVIRUS, TITO BOERI PROPONE UN REDDITO PER GLI IMMIGRATI

Le soluzioni per quella che sarà una crisi economica senza precedenti si stanno rincorrendo. L’emergenza Coronavirus ha fatto capire che lascerà strascichi importanti e tutti i personaggi più in vista del Paese, per quanto riguarda il settore economico, stanno proponendo la loro ricetta.

Così è stato anche per Tito Boeri, ex-Presidente dell’INPS nonché direttore scientifico del Festival dell’Economia di Trento. Tuttavia il parere di Boeri, presentato nel corso della trasmissione Otto e mezzo, condotta dalla celebre giornalista Lilli Gruber, ha lasciato più di qualche perplessità.

Confindustria prevede un -6% su base annua, il che vuol dire in termini di disavanzo pubblico un -7 o addirittura -8%. In questo momento – afferma Boeri – la cosa più importante è aumentare la nostra capacità produttiva e lavorativa. Sfruttiamo al massimo il potenziale del telelavoro, anche se molte aziende già si sono mosse in questa direzione. In Italia circa il 33% dei lavori può essere fatto a distanza e non dobbiamo dimenticare che il primo problema che abbiamo oggi si pone dal lato dell’offerta, ovvero della nostra capacità di continuare a produrre“.

Bisogna però tappare anche quei buchi che sono rimasti nel decreto di marzo, raggiungendo tutte le famiglie e le persone che oggi sono in Italia, compresi i lavoratori in nero e gli stranieri regolari” ha aggiunto l’ex Presidente dell’INPS. “Bisogna dare a tutti un reddito, un sostegno in questo momento: è fondamentale per la nostra economia per non aggiungere a una crisi dell’offerta anche una crisi della domanda“.

Positivo invece il suo giudizio sull’operato del Governo: “Credo che si stiano facendo le cose giuste, ma bisogna arrivare a tutti. Certo non è semplicissimo, in altri paesi hanno avuto molta difficoltà. Noi nel primo provvedimento avevamo lasciato fuori una serie di categorie, come le badanti. Loro, come gli immigrati e i lavoratori in nero, sono persone alle quali dobbiamo per forza pensare“.

Poi Lilli Gruber ha posto a Tito Boeri una domanda sulle misure economiche proposte dal Matteo Salvini, ovvero l’erogazione di BOT di guerra e un maxi condono edilizio e fiscale. “Non ne capisco il ragionamento – ha risposto – poiché i BOT sono titoli a scadenza breve mentre noi in questo momento dobbiamo allungare il più possibile le scadenze. La BCE ci coprirà 200 miliardi di titoli di Stato, francamente non vedo la necessità di mettere nuovi strumenti nel breve periodo. Anzi, dovremmo cercare di mettere titoli non redimibili, che non richiedano il rimborso alla scadenza. Questa dovrebbe essere la logica entro la quale muoversi. Quanto al condono, non capisco la razionalità di fare un’operazione di questo tipo: in genere si fa quando si hanno problemi di cassa, aumentando subito le entrate rinunciando ad averne in futuro. Il nostro problema oggi è opposto: le persone non possono pagare oggi le tasse, dobbiamo quindi dilazionare e spostare nel tempo le tasse, alleggerire la pressione fiscale e semmai recuperarla in futuro“.

novembre 10, 2013

Caserta in piazza contro il biocidio: “Confindustria tace sulle complicità del Nord”

Corteo con 35mila persone. Don Maurizio: forse il ministero cambia idea sul generale Costa

Mariateresa Belardo – “Una notte ho avuto un incubo: ho sognato un riccio sul quale c’era un gattino piccolo piccolo. Il gattino divorava il riccio, e per mangiarlo lo abbracciava, e mentre il riccio moriva, gli aculei ucc…Visualizza altro

settembre 2, 2013

Arriva la nuova lampadina.

Nuova etichetta per le eco-lampadine Nuova etichetta per le eco-lampadine

ROMA – La lampadina si rifà il look: dal primo settembre – come stabilito dall’Ue – sulle confezioni ci sarà un nuovo tipo di etichetta energetica. A colori o monocromatica, vi saranno indicati nome e/o marchio del produttore, identificatore del prodotto, classificazione energetica della lampadina e consumo ponderato di energia, queste ultime due sono le principali novità, rileva l’Anie, l’associazione delle imprese di settore aderente a Confindustria.

Nell’etichetta viene introdotta una nuova classificazione di efficienza energetica, con una scala di riferimento che va da A++ (altamente efficiente) a E (poco efficiente) per cui la lettera costituisce il ‘voto’ all’efficienza della lampada). Rispetto alla precedente classificazione, da A a G, questa nuova serie di valori mette in evidenza il miglioramento in termini di efficienza energetica delle innovative tecnologie disponibili.

Nella nuova etichetta c’e’ anche il dato sul consumo ponderato di energia su base annua espresso in kWh/1000h, per cui il consumatore sarà informato sul peso dei consumi energetici in bolletta delle diverse tipologie di lampade.

 

agosto 19, 2013

Se la crisi è colpa del manager!

Michele Azzu – Ilva, Eutelia, Alcoa, Phonemedia: società fallite o sull’orlo della bancarotta per la responsabilità di una dirigenza criminale. Le cui azioni ricadono poi sui dipendenti licenziati o in cassintegrazione. Che ora Confindustria vorrebbe ancora più ‘flessibili’ (cioè precari)
(22 luglio 2013)
Confindustria non molla: per il presidente Giorgio Squinzi bVisualizza altro

giugno 7, 2013

All’industria manca la materia grigia.

BRAIN-DRAIN

di Daniela Palma e Guido Iodice da Left del 1° giugno 2013

Nei giorni scorsi si è levato ancora una volta il grido d’allarme di Confindustria, che ci presenta un quadro dalle tinte più che mai fosche: il sistema industriale appare sull’orlo del baratro, con un aumento dei fallimenti e una incapacità totale di creare nuova occupazione, a cui si aggiunge un aumento della disoccupazione (+32,3 per cento) dei giovani laureati superiore a quello della disoccupazione media (+30,1 per cento). La crisi in corso ha fatto da detonatore, ma la divergenza rispetto alle performance europee è iniziata negli anni ’90 e dovrebbe di per sé sollecitare una seria riflessione sulla direzione che dovrebbero prendere le politiche di intervento. Continua a leggere »

giugno 5, 2013

Manifattura, perso mezzo milione di occupati in quattro anni

 

Le imprese italiane forse dovranno tagliare ulteriori posti di lavoro nei prossimi mesi, ma secondo Confindustria l’Italia ha ottime carte da giocare.

Nel manifatturiero «il numero di occupati è sceso di circa il 10%» e «le imprese italiane saranno probabilmente costrette a tagliare ulteriori posti di lavoro nei prossimi mesi», ha dettVisualizza altro

Maggio 30, 2013

Le ipocrisie di Confindustria.

squinzi-Confindustria

Il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi lancia l’allarme sul “baratro” economico e chiede una grande alleanza pro-impresa. Per continuare le stesse politiche che hanno portato al disastro

di Mario Pianta, da Sbilanciamoci.info

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