Posts tagged ‘classe operaia’

marzo 30, 2012

Sturmentruppen.

Riforma dell’articolo 18, la Fornero invoca il modello tedesco……………………Per ogni assunto verranno licenziati dieci operai.

gennaio 16, 2011

L’inferno della classe operaia.



Fa specie vedere il Ministro Sacconi, socialista rinnegato, che fa gli elogi dell’accordo di Mirafiori.

Altro che paradiso: l’inferno della classe operaia.

novembre 6, 2010

Francia: la fabbrica taglia i lavoratori. E li licenzia con un sms.

Licenziati con un sms: è il trattamento che è stato riservato a una decina di dipendenti dell’azienda elettrica francese Edf. Indignato, il maggiore sindacato dei lavoratori, Cgt, ha deciso di sostenere davanti al tribunale la causa di questi tecnici, assunti dopo un breve periodo di formazione, per montare particolari contatori detti ”intelligenti” nella regione Indre-et-Loire, nel centro della Francia.

”Non si licenzia in questo modo”, ha detto Cedric Carro, segretario generale Cgt del settore energia della zona. I dipendenti sono stati convocati dall’azienda con un messaggino e durante il colloquio è stato loro presentata la lettera di licenziamento.

”Ci hanno spiegato che c’era una diminuzione dell’attività – ha detto uno di loro – Siamo stati trattati come cani, gettati come kleenex”. La direzione si è infine scusata per ”l’infelice dimenticanza” della lettera di preavviso da inviare per posta raccomandata.

agosto 23, 2010

Troppi ordini: in Gemania operai richiamati dalle ferie.

“Lavorare meno, lavorare tutti”, era decenni addietro uno slogan della sinistra e dei sindacati vecchia maniera. Adesso gli imprenditori tedeschi, o per essere più precisi le associazioni delle piccole e medie aziende, rovesciano quel motto: chiedono ai loro dipendenti di rinunciare ad almeno un terzo delle ferie annuali, cioè di accorciare le vacanze di due settimane su un totale di sei. Solo così, secondo loro, la Germania tornata locomotiva d’Europa potrà farcela a rincorrere il boom degli ordinativi, che vengono a pioggia dai mercati globali come da quello interno. Accettare di fare meno vacanze per consolidare il successo dell’azienda e del sistema-paese, e quindi per rendere più sicuro il proprio posto di lavoro. Questa è la tesi dei datori di lavoro nel Mittelstand, il fortissimo comparto delle piccole e medie imprese, spina dorsale del modello Germania non meno dei colossi global player noti e ammirati in tutto il mondo. “Sei settimane di vacanza all’anno sono troppi, in futuro ne potranno bastare quattro”, dice al quotidiano popolare Bild Ursula Frerichs, presidente dello Unternehmerverband mittelstaendische Wirtschaft, cioè l’associazione degli imprenditori delle piccole e medie aziende.

I sindacati ancora non hanno preso posizione sulla proposta degli imprenditori, ma la stessa pausa di riflessione sul tema delle più forti centrali operaie europee la dice lunga: il problema esiste. La Germania, spiega Frau Frerichs, è il paese dove i lavoratori

hanno le ferie annuali più lunghe del mondo, in media il doppio rispetto alle altre nazioni industriali: “Dobbiamo ripensare le realtà acquisite, meditare sulla necessità di tagliare le vacanze da sei a quattro settimane l’anno prossimo”

Ma la crisi non era globale?

…e la Merkel non guida un governo di destra?

luglio 24, 2010

Marchionne e la classe operaia.

Un operaio Fiat ha scritto a Sergio Marchionne una bella lettera piena di dignità e di contenuti. Questa letterea è stata pubblicata dall’Unità. Val la pena di leggerla tutta per come è stata scritta ma per i più pigri pubblichiamo due stralci a nostro avviso più significativi.

Quel che è certo è che lei ha centrato il nocciolo della questione: il momento è delicato. Quindi, che si fa? La sua risposta, mi spiace dirlo, non è quella che speravo. Lei sostiene che sia il caso di accettare «le regole del gioco» perché «non l’abbiamo scelte noi». Chissà come sarebbe il nostro mondo se anche Rosa Lee Parks, Martin Luther King, Dante Di Nanni, Nelson Mandela, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Emergency, Medici senza Frontiere e tutti i guerrieri del nonostante che tutti i giorni combattono regole ingiuste e discriminanti, avessero semplicemente chinato la testa, teorizzando che il razzismo, le dittature, la mafia o le guerre fossero semplicemente inevitabili, e che anziché combatterle sarebbe stato meglio assecondarle, adattarsi. La regola che porta al profitto diminuendo i diritti dei lavoratori è una regola ingiusta e nel mio piccolo, io continuerò a crederlo e a oppormi. Temo invece che il futuro prospettato ai nostri figli sia un futuro fatto di iniquità, di ingiustizia e connotato da una profonda mancanza di umanità. (…) Un futuro in cui si devono accettare le regole, anche se ingiuste, perché non le abbiamo scelte noi. Sappia che non è così, lei può scegliere. Insieme, lei e noi possiamo cambiarle quelle regole, cambiarle davvero, anche se temo che non sia questo il suo obbiettivo (…). A lei le cose vanno già molto bene così. Sappia che non ha il mio appoggio e che continuerò ad impegnarmi perché un altro mondo sia possibile.

marzo 6, 2010

La classe dimenticata.

“Le immagini degli operai che salgono su ciminiere alte 170 metri per restarci intere giornate, o su una gru, oppure occupano una fabbrica che ha annunciato il loro licenziamento, sono scorci di una realtà ignota ai più, frammenti che si intravvedono per un istante attraverso una finestra che viene subito richiusa. Sono immagini d’una condizione di vita e di lavoro che sebbene coinvolga ancor oggi milioni di persone è virtualmente ignota a tutto il resto della società. Scatti fotografici d’una classe sociale che resta altrimenti invisibile. Aver reso socialmente invisibile il lavoro degli operai come insieme, come classe sociale, è uno dei tristi successi della società italiana degli ultimi decenni. Al presente, per gli uomini politici, compresi molti di sinistra, parlare degli operai come classe sembra un frusto ritornello, un indugiare su un passato irrecuperabile. Da parte loro le scienze economiche e sociali si sono impegnate soprattutto a scrutare l’avvento del post-industriale, o meglio della società della conoscenza, quel luogo radioso dove più nessuno si sporca le mani nè si rompe la schiena dalla fatica perché tutte le merci sono prodotte dalle macchine.   Di operai parla abbastanza spesso la TV. Quasi ogni giorno ci informa che qualcuno è morto cadendo dal tetto o calandosi in una cisterna o venendo travolto da un carrello mentre lavorava sui binari. Un po’ più di rado ci informa che tot persone sono decedute perché hanno respirato amianto o altre sostanze nocive per decenni. Eppure gli operai sono ancora tanti. Più o meno sette milioni, circa la metà nel settore manifatturiero e gli altri sparsi tra trasporti, costruzioni, industrie della conservazione, agricoltura e servizi vari. Nemmeno in un supermercato, quintessenza del terziario, i prodotti si collocano da sé negli scaffali, né le camere si rifanno da sole in un hotel. Quel che accomuna questa massa di persone, legandole materialmente a un destino collettivo, sono una serie di situazioni che basterebbero a riempire l’agenda politica di qualsiasi forza riuscisse ancora a vederle. In termini reali, le loro retribuzioni sono quasi ferme da oltre dieci anni, ovvero sono aumentate in misura minima rispetto agli altri paesi della Ue a 15. In rapporto al Pil, hanno perso in vent’anni tra 8 e 10 punti percentuali rispetto alle rendite e altri redditi da capitale. Si tratta di decine di miliardi di euro l’anno che sono andati ad altre classi sociali.

Molti disoccupati non troveranno lavoro per anni. Una quota rilevante di essi non lo troverà mai più. Le immagini degli operai che protestano, in forme nuove o tradizionali che siano, se uno guarda bene, hanno nello sfondo queste situazioni. Comuni a tutti loro. Se un politico vi dice che le classi sociali non esistono più, suggeritegli cortesemente di cambiare mestiere”.

Benedetta Guerriero

novembre 27, 2009

I problemi irrisolti della classe operaia.

Per  l’Alcoa, fabbrica che produce alluminio in Sardegna,sembra raggiunto l’accordo tra i rappresentanti dell’azienda e sindacati i quali presso il ministero  dello sviluppo economico, hanno siglato un accordo che prevede la revoca della cassa integrazione per i circa 600 operai dello stabilimento di Portovesme, in cambio però di un intervento del governo per alleggerire i costi dell’energia.  Non si rasserena, invece il clima per l’Eutelia, attualmente  dagli operai che difendono, così, il posto di lavoro. Dopo varie trattative fra il responsabili dell’azienda ed i rappresentanti dei lavoratori è stato fissato un incontro ulteriore per il sette dicembre. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta ha inviato l’impresa a pagare gli stipendi ai lavoratori, anche se l’azienda ha fatto capire che non è intenzionata ad adempiere tale obbligo. Intanto gli operai stanno raccogliendo firme per far dichiarae lo stato di insolvenza dell’azienda e la conseguente dichiarazione di fallimento.
Restano ancora sospesi i problemi dei lavoratori dell’Ispra dove i ricercatori precari dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale che da martedì protestano presso la sede di via Casalotti per salvare il posto di lavoro, rimangono sul tetto. Il primo dicembre ci sarà un tra i sindacati e l’ente commissariale. Insomma i problemi del lavoro sono tornati prepotentemente alla ribalta e sbaglia chi ritiene di poter gestire la rabbia operaia con superficialità. In tutta Europa comincia a soffiare un vento di indignazione che va oltre le semplici rivendicazioni economiche, anche se gravi. Questo vento prima o poi potrebbe diventare un ciclone.