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dicembre 31, 2021

“Abbiamo visto”

Documento elaborato da Beppe Sarno e Santo Prontera.      

L’ultimo documento del collettivo di fabbrica della GKN è un grido di dolore che commuove e nello stesso tempo invita a riflettere. La prima considerazione che il documento suscita è il fatto che gli operai del collettivo della GKN dimostrano di rigettare il pensiero unico dominante, che fa di loro una merce a disposizione del capitale e come qualsiasi altra merce sostituibile con merce a meno prezzo o con altri strumenti per creare plusvalore.

Il capitale, superata la fase della meccanizzazione, affronta adesso un nuovo meccanismo per la creazione del plusvalore di marxiana memoria: la delocalizzazione serve a sostituire operai qualificati con operai il cui minor costo dell’ora lavoro e le minori tutele sindacali serviranno ad aumentare il plusvalore, a farlo crescere ad un ritmo sempre più alto, servendosi di un esercito industriale di riserva rappresentato dagli operai dei Paesi terzi.

Ai detrattori del sindacato ricordo che Maurizio Landini ha detto che è necessario «ricostruire una cultura politica che rimetta al centro il ruolo del lavoro e il significato di ciò che attraverso il lavoro si fa». Sono parole importanti. Sono ovvie e centrali per la nostra prospettiva. È auspicabile che siano vincolanti ed effettivamente programmatiche per il sindacato, che deve riscattarsi per comportamenti non sempre i linea con il suo ruolo.

Gli operai della GKN, con i loro documenti e con la loro lotta, si ribellano al fatto di essere considerati merce ed esprimono, con dolore e fermezza, la dignità di chi si dichiara disponibile a ricominciare con rinnovato impegno quella lotta che è stata finora contrastata e sopita da decenni di liberismo.

Il lavoro non è merce; il lavoro è dignità, è l’essenza della democrazia!

Come ha detto Papa Francesco, “Il lavoro […] è la base su cui costruire la giustizia e la solidarietà in ogni comunità”; e ancora: “il profitto non sia l’unico criterio-guida”.

Nel documento della GKN si scorge quello che dovrà essere il progetto politico per una sinistra socialista che si proponga di essere avanguardia di questo rinnovato senso della politica: intendere, cioè, il lavoro e i suoi diritti come elementi unificanti di una comunità.

Per merito della GKN è accaduto qualcosa di antico e nello stesso di nuovo: nella società è tornato a scorrere il sangue della solidarietà. Accanto ai lavoratori ci sono infatti le istituzioni di base, la città di Firenze, gli intellettuali. La collettività è diventata solidale con i lavoratori perché ha voluto rompere la frammentazione sociale imposta dal pensiero neoliberista. L’isolamento e la frammentazione sono stati sostituiti con la solidarietà e con la condivisione della lotta per difendere la fabbrica, imponendo concetti che sembravano dimenticati: “solidarietà, comunità, lotta”.

Gli operai della GKN dicono: “Stupiteci. Portateci ancora in piazze piene ubriache di dignità. Dopo quello che abbiamo visto, non abbiamo più voglia di stare soli”. Sono parole che ripropongono e rinnovano un antico spirito socialista, solidaristico e pienamente umano, che richiama e reclama il bisogno di stare insieme per combattere contro le aride forze antisociali del puro profitto, che vedono l’uomo come un semplice mezzo da sfruttare.

Una politica di austerità, dettata dall’Europa neoliberista, e i fenomeni di delocalizzazione industriale hanno ridotto il nostro Paese alla condizione di area con risorse decrescenti, facendolo ridiventare un’economia povera, con un sempre minor numero di grandi industrie.

E’ sotto gli occhi di tutti che il punto vero di criticità, che tutto condiziona in negativo, rimane il sistema politico, che ha generato la grave crisi istituzionale con cui, ormai da anni, siamo alle prese.

Può la nostra democrazia reggere a lungo se è consentito a chiunque di commettere atti di pirateria economica e politica, come nel caso dell’Ilva di Taranto o della Wirlpool e oggi della GKN, senza che, da parte di chi governa, ci siano controlli o sanzioni, al solo scopo di non compromettere equilibri politici che sono frutto di compromessi non sempre nobili?

In questo scenario, il grande assente è lo Stato. La sua mancanza si sente ovunque. Ma il posto in cui si sente di più il peso di questa intollerabile situazione è nei posti di lavoro.

Pietro Calamandrei diceva: «La libertà è come l’aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare»

Non c’è dubbio che l’aria, nelle fabbriche italiane, manchi ormai da tempo. La sospensione delle libertà è iniziata nelle imprese dove sempre più spesso si lavora senza tutele sanitarie adeguate, senza rispetto dei diritti sindacali, con i lavoratori ridotti letteralmente a produttori senza diritti e consumatori senza libertà, per non parlare del terziario, della grande distribuzione e dell’agricoltura.

Dagli operai della GKN e della Whirlpool ci viene indicato da dove bisogna partire per ricostruire una coscienza politica che combatta l’alienazione per poter vivere in modo autentico la democrazia. Dal loro esempio viene l’indicazione a non rassegnarsi ad una deriva autoritaria al servizio della finanza internazionale.

Gli operai della GKN ci dicono con dolore, ma anche con forza, che è dalle fabbriche, dal posto di lavoro, che deve partire l’iniziativa per combattere una battaglia politica generalizzata, che comprenda l’impegno per una sanità pubblica efficiente e non sotto attacco dei privati, i diritti dei lavoratori –con il giusto rifiuto di vedere i loro corpi ridotti a merce-, i diritti di chi non ha una casa né i soldi per vivere con dignità, il diritto alla vita degli anziani, il diritto all’istruzione e alla libertà di insegnamento, il finanziamento della ricerca pubblica.

Non si tratta di chimere, fantasie, desideri senza basi. Sono alcuni degli obiettivi che la Costituzione impone allo Stato. Un tempo, anche per merito dell’impegno socialista, erano in buona parte pratica corrente. Poi, con l’avvento del neoliberismo, la Costituzione è stata tacitamente svuotata di tante funzioni. Tutto ciò significa che lo Stato va ricostruito dalle sue fondamenta secondo il progetto della Costituzione. È questo il fine che deve unire le nuove lotte operaie e i soggetti effettivamente democratici del Paese. Risorgimento Socialista è una di questi soggetti.

Per ricostruire la democrazia bisogna disporre delle forze necessarie. Le lotte di cui sopra dimostrano che esiste un importante nucleo di tali forze. La democrazia va ricostruita partendo da lì, dai posti di lavoro, dove esistono forze organizzate e consapevoli dei bisogni propri e del Paese. La ricostruzione va fatta secondo un paradigma che c’è già: è costituito dai principi che ispirano la Carta Costituzionale. Per obbedire alla Carta, traducendone gli impegni in effettivi fatti sociali, occorre invertire la rotta neoliberista e andare nelle seguenti direzioni: nazionalizzazione delle industrie strategiche, revoca delle concessioni ai privati di attività economicamente produttive di proprietà dello Stato, cogestione nelle industrie a prevalente partecipazione statale, programmazione economica fondata su quello che in America è stato chiamato il “Il Green New Deal”. Tutto ciò significa realizzazione di un nuovo sistema produttivo nazionale, cambiando quello attuale, fondato sullo sfruttamento sull’uomo e delle risorse naturali.

Si tratta dunque di individuare con chiarezza gli scopi fondamentali di una politica effettivamente democratica e di sinistra, di trovare le soluzioni per portare la democrazia nei posti di lavoro, di ripristinarla in termini effettivi nella società.

Tre sono le strade da percorrere, non in contrasto fra di loro, per costruire un progetto politico che, sulla base delle leggi esistenti, possa riportare l’economia nazionale e quella europea in un coretto equilibrio fra capitale e lavoro e sul concetto di produzione non più come sfruttamento dell’uomo sull’uomo e distruzione delle risorse naturali, ma come  un’economia pensata per affrontare la sfida delle disuguaglianze e del cambiamento climatico, che invece continuano a crescere nel modello esistente.

La cogestione nelle fabbriche in cui è presente lo Stato attraverso il Ministero dell’economia e Finanze e altro.

Lo Stato Italiano è presente in alcune società attraverso la detenzione di quote azionarie. Si tratta di società quotate in borsa, di cui tiene il controllo azionario, di società con strumenti finanziari quotati e società non quotate. Fra le più importanti ricordiamo il MPS, Enel, Eni, Leonardo, RAI, Cinecittà, Poste e Ferrovie dello Stato.

E’ assolutamente indispensabile che in queste società lo Stato applichi il criterio della cogestione. In queste aziende la cogestione non deve essere uno strumento per massimizzare la produttività e quindi per allineare il più possibile senza contrasti i lavoratori con gli interessi dell’impresa. Questo equivoco stravolgerebbe il senso che si vuole dare alla partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa. Lo scopo della cogestione, cioè l’intervento dei lavoratori nella conduzione dell’impresa, dovrà servire a creare strumenti di democrazia all’interno del sistema produttivo per meglio realizzare gli interessi dei lavoratori.

Fra la direzione dell’impresa e i lavoratori dovrà sempre esistere contrapposizione, ma il mutamento del paradigma presuppone sempre l’esistenza di un progetto diverso, teso non ad una accumulazione di plusvalore e di incremento di profitto a favore di pochi, ma ad assicurare libertà e dignità umana a tutti.

Con la cogestione si può raggiungere un equilibrio virtuoso: se da una parte i lavoratori sono interessati al successo economico dell’azienda, gli imprenditori -in questo caso lo stato- debbono essere interessati ad una condizione libera e dignitosa dei lavoratori.

Impossibile? Certamente no! Grandi multinazionali hanno adottato la cogestione come elemento fondante della gestione aziendale. Dunque è un obiettivo raggiungibile. Questa interazione significa che, da una parte, c’è una razionalizzazione dei sistemi produttivi posta in essere da chi la produzione la fa materialmente; dall’altra parte, c’è la creazione di ricchezza a favore non solo dell’azienda, ma anche dall’ambiente che la circonda. Le acciaierie Krupp furono salvate grazie alla cogestione.

In Italia un’imprenditoria conservatrice ha preferito vendere le proprie imprese. Con l’appoggio interessato di una classe politica subalterna, è stata sempre contraria alla cogestione, perché timorosa di vedere compromessa l’efficienza dell’azienda. Dal lato opposto, i sindacati hanno sempre cercato di impedire l’attuazione della cogestione, perché questo avrebbe ridimensionato il loro ruolo, che acquista valore solo in un rapporto conflittuale con l’impresa.

Eppure in Italia è esistita l’Olivetti, azienda leader nel settore dell’elettronica, che vantava una presenza su tutti i maggiori mercati internazionali, con circa 36.000 dipendenti, di cui oltre la metà all’estero. Olivetti credeva che fosse possibile creare un equilibrio tra solidarietà sociale e profitto, tanto che l’organizzazione del lavoro comprendeva un’idea di felicità collettiva che generava efficienza. Gli operai vivevano in condizioni migliori rispetto alle altre grandi fabbriche italiane: i dipendenti ricevevano salari più alti, godevano di convenzioni e, per iniziativa dell’azienda, usufruivano di asili e abitazioni vicino alla fabbrica. Essa, inoltre, era ecologicamente responsabile: rispettava infatti la bellezza dell’ambiente (fonte Wikipedia).

Se guardiamo alla ricca Germania, possiamo rilevare che la cogestione non solo viene praticata da sempre, ma trova il suo fondamento nella Legge Fondamentale (che ha il valore più a meno della nostra carta Costituzionale). L’art. 14 recita: “La proprietà privata è garantita nei limiti dell’interesse generale” (Eigentum verpflichtet); ”la proprietà obbliga”. L’art.15 (mai applicato) rende possibile la collettivizzazione del suolo, di risorse naturali e di mezzi di produzione. La Cogestione (Mitbestimmung), fu resa stabile al termine della seconda guerra mondiale con la promulgazione di una serie di leggi federali, sebbene le sue radici affondino ai tempi della Repubblica di Weimar (1919-1933), periodo in cui si realizzò, dal punto di vista politico, l’uguaglianza fra capitale e lavoro nell’economia nazionale.

Il principio trova la sua genesi storica in un congresso dei lavoratori a Berlino, avvenuto alla fine dell’Ottocento. A seguito di tale congresso, fu concesso il diritto di ottenere in fabbrica un capofabbrica. Dopo il periodo della repubblica di Weimar, passi concreti verso la cogestione furono compiuti dopo il 1945. In questo periodo, gli imprenditori del settore minerario e dell’acciaio chiesero ed ottennero la collaborazione del movimento sindacale e nel 1951 si giunse al consolidamento di un modello “paritario” di rappresentanza dei lavoratori all’interno del consiglio di sorveglianza (grazie all’approvazione della Legge sulla Cogestione da parte dei Lavoratori dei Membri degli Organi di Amministrazione e Controllo delle Imprese del Settore Minerario, del Ferro e dell’Acciaio -Montan-Mitbestimmungsgestz – MontanMitbestG-).

Nel sistema cd. “duale”, affermatosi in Germania, in cui operano il consiglio di gestione e il consiglio di rappresentanza, fondamentale è il ruolo dei lavoratori. Per la legge tedesca essi hanno lo stesso potere degli azionisti: hanno infatti poteri decisionali ed interdittori e rispetto agli azionisti hanno gli stessi diritti ed obblighi ed il diritto di voto.

Grazie al modello della cogestione, nessuna delle operazioni di delocalizzazione che hanno portato alla fine delle imprese di tutta Europa sono state possibili in Germania.

La giuslavorista Roberta Caragnano ha affermato che “la partecipazione si pone come strumento di redistribuzione della ricchezza e sviluppo economico sostenibile per gli effetti positivi che produce sulla qualità del lavoro, sulla conoscenza e sulla professionalità del dipendente, ma, al tempo stesso, è anche elemento di coesione sociale divenendo strumento di gestione aziendale”

Certo, i tempi sono cambiati e anche in Germania si tende a ridimensionare la presenza dei lavoratori nella partecipazione alle decisioni aziendali, al fine di creare un equilibrio fra i diritti dell’imprenditore e quello dei lavoratori.

Sta di fatto che nella Volkswagen il sistema della cogestione funziona perfettamente, tanto che l’industria automobilistica ha istituito nel 1990 il Consiglio europeo del Gruppo Volkswagen, per dare ai dipendenti il diritto di scambiarsi informazioni e per garantire azioni comuni. Successivamente è stato creata la “Carta dei rapporti di lavoro per le società e per gli stabilimenti del Gruppo Volkswagen”.

Ovviamente, il capitalismo finanziario internazionale non vede di buon occhio questo sistema di relazioni. In Germania, però, gli imprenditori accettano giocoforza il principio della cogestione perché, comunque, garantisce una serie di vantaggi, che derivano dall’equilibrio degli interessi delle parti coinvolte: gestione aziendale corresponsabile, risultati positivi in relazione alla crescita della produttività e dei salari, diminuzione del tasso di turnover, maggiore motivazione e formazione dei dipendenti.

La cogestione garantisce una mediazione non conflittuale fra proprietà e lavoro, il raggiungimento di obiettivi capitalistici e maggiore giustizia sociale, ottimizzazione del profitto e protezione dei dipendenti.

In Italia, l’art. 46 della Costituzione resta di fatto inattuato. Da una parte gli imprenditori non amano interferenze nell’ambito delle proprie aziende e dall’altra i sindacati sono contrari a forme di collaborazione. Il mondo politico, d’altronde, è di fatto storicamente schierato dalla parte degli imprenditori.

Storicamente possiamo riferire che, seppur la sua approvazione si ebbe nel 1947, l’articolo non venne attuato a causa dell’opposizione della maggior parte degli esponenti della Democrazia Cristiana (e soprattutto di Alcide De Gasperi).

Nel 1938, in Francia vennero istituiti -tramite un decreto legislativo- dei delegati operai eletti dai propri colleghi, anche se le radici storiche del tema della rappresentanza sembrano doversi rinvenire nella Carta del Lavoro della Repubblica di Vichy relativamente alla presenza delle figure dei comitati sociali.

Per quanto riguarda il Regno Unito, possiamo dire che solo più tardi (nel 1947) sarebbe stata emanata una legge volta alla costituzione di organismi consultivi (l’Industrial Organization and Development Act)

Altra tappa del processo di armonizzazione è quella relativa al “Programma di azione sociale” del 1974, fondato sulla convinzione che una forma di società vincente sarebbe dovuta essere basata sulla cogestione, accompagnata dagli imprescindibili diritti di informazione e consultazione.

Per concludere, merita un cenno il Libro Verde del 1975 sulla “partecipazione dei lavoratori e sulla struttura delle società nella Comunità Europea”

In Europa, dopo un lungo iter -a volte contradditorio- di progetti e risoluzioni, il 23 ottobre 2018 l’Europarlamento ha approvato, quasi all’unanimità, una risoluzione favorevole alla partecipazione finanziaria dei lavoratori e di una maggiore partecipazione dei lavoratori nei processi decisionali aziendali. In questa risoluzione si afferma che gli Stati membri debbono “collaborare con le parti sociali al fine di definire gli schemi di partecipazione finanziaria dei dipendenti e a negoziarli”. Esiste quindi un’altra Europa, che i nostri governanti fingono di ignorare. Una maggiore comprensione e attenzione potrebbe cambiare il sistema produttivo ormai agonizzante e ridare una speranza.

Purtroppo, però, il capitalismo nostrano ha adottato di fatto un sistema “amerikano”, rendendo impotenti sia i lavoratori che i sindacati. Qualcuno ricorderà che, a fronte dell’approvazione del referendum con il quale Marchionne chiedeva l’approvazione del suo piano aziendale, pena la chiusura degli stabilimenti, in cambio si promettevano 20 miliardi di investimenti nel nostro Paese.

Autogestione

In Italia non mancano esempi virtuosi di autogestione. Si sono verificati casi in cui i lavoratori hanno rilevato l’azienda fallita e l’hanno rimessa in piedi. È il caso della Italcable di Cairano, acquistata dal curatore fallimentare e dagli operai con il contributo di Cooperazione Finanza Impresa, Coopfond e Banca Etica. In questo modo, l’azienda è rimasta collegata al territorio, riuscendo allo stesso tempo a promuovere uno sviluppo sia dal punto di vista economico che sociale.

Per citare altri esempi, va ricordata la Manfrotto prevede che uno dei 350 dipendenti sieda nel C.d.A. (a ciò vanno aggiunte anche altre misure di welfare aziendale); il regolamento RAI prevede che un membro del CDA sia scelto fra i dipendenti RAI; alla rinnovata attualmente “Sider Alloy” è prevista una rappresentanza dei lavoratori nel consiglio di amministrazione, con in più il 5% della nuova società in proprietà dei lavoratori. Inoltre, la cd. “legge Marcora” permette che i dipendenti delle aziende in crisi ne possano prendere le redini; ripartendo sgravati dai debiti, ma accollandosi sia tutte le responsabilità di gestione sia i costi d’investimento.

Tra i casi più famosi c’è la Greslab, realtà con 68 operai nel settore della ceramica; è nata a Scandiano sulle ceneri della Ceramica Magica. Un caso di questo genere si trova in Lombardia: la Ri-Maflow di Trezzano sul Naviglio.

E’ chiaro, pertanto, che tanti presupposti per esperienze di co-gestione e autogestione ci sono già. Ciò che manca è la volontà politica di impegnarsi ad approfondire le reali possibilità che questo nuovo orizzonte potrebbe delineare. A tale riguardo, va detto che i principali ostacoli all’attuazione dell’art. 46 della Costituzione sono stati i sindacati confederali, da una parte,e la Confindustria dall’altra. I primi cercavano di impedirne la realizzazione poiché avrebbe portato alla chiusura del rapporto classista vigente tra gli imprenditori e gli operai e quindi, avrebbero visto venir meno la loro figura politica e sociale. La Confindustria, invece, è stata da sempre contraria perché si sarebbe compromessa l’efficienza economica dell’impresa.

Ricordiamo, però, che recentemente -con decreto del Ministero dello Sviluppo economico del 4 gennaio 2021- è stato istituito un nuovo regime di aiuto volto a rafforzare il sostegno alla nascita, allo sviluppo e al consolidamento delle società cooperative, prevedendo la concessione di un finanziamento agevolato alle società cooperative nelle quali le società finanziarie – partecipate dal Ministero dello sviluppo economico – assumano, ovvero abbiano assunto, delle partecipazioni ai sensi della predetta legge Marcora. (Cooperative – Nuova Marcora (mise.gov.it)

La Cogestione, come equiparazione fra capitale e lavoro, introduce la democrazia nei posti di lavoro, rendendo concreto il precetto dell’art. 46 della nostra Carta Costituzionale.

Nazionalizzazione delle industrie strategiche.

Il ministro federale dell’Economia della Germania Altmaier ha presentato il 29 novembre 2019 la sua “Strategia industriale nazionale 2030”.

Obiettivo della “Strategia Industriale Nazionale 2030”, secondo il ministro, è collaborare con gli attori economici per dare un contributo al recupero della competenza economica e tecnologica, della competitività e della leadership industriale a livello nazionale, europeo e mondiale.

La strategia industriale presentata è la prima a sviluppare una coerente strategia industriale nazionale ed europea basata su considerazioni fondamentali. Definisce i casi in cui l’azione dello Stato può essere giustificata -o addirittura necessaria in casi eccezionali-: a) evitare gravi svantaggi per l’economia nazionale; b) il benessere generale dello Stato. È allo stesso tempo un contributo alla formazione di un’economia di mercato a prova di futuro e la base per un dibattito normativo.

Altemaier ha dichiarato: ““La Germania è una delle realtà industriali più competitive al mondo e dovrebbe rimanere tale. Raggiungere questo obiettivo è responsabilità congiunta delle imprese e dello Stato. È un punto di vista unilaterale. Ciò porta infatti vantaggi solo alla Germania. Il proposito, infatti, rientra nell’aggressiva ideologia “mercantilista” tedesca, che rende quel Paese strutturalmente incapace di “cooperazione” secondo i criteri keynesiani (non a caso Keynes è da sempre detestato dagli economisti e dai politici tedeschi).

Resta il fatto che la Germania si pone il problema del ruolo dello Stato nell’economia (libera da condizionamenti sociali, non è sostenibile e non genera ricchezza per la collettività). Ne consegue che in quell’ottica il ruolo dello Stato non può essere marginale, ma deve viceversa svolgere un ruolo attivo, indirizzando e talvolta assumendo in prima persona le scelte economiche. Non a caso Altemeier parla di responsabilità congiunta delle imprese e dello Stato. Il tema di un ritorno dello Stato in economia, sia pure fuori dall’orizzonte mercantilistico tedesco, deve diventare centrale anche in Italia. C’è dunque bisogno di Stato.

Se ciò è vero per la Germania, a maggior ragione è vero per l’Italia, dove, per le congiunte dinamiche neoliberiste interne ed europee, da troppo tempo assistiamo ad un aumento delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza all’interno del Paese e ad un generale pessimismo su un futuro apparentemente senza prospettive. Lo Stato dovrebbe svolgere azione di sviluppo generale e di riequilibrio di una situazione nettamente sbilanciata a favore del capitale, che lascia ai lavoratori solo la prospettiva di salari magri oppure quella di rimanere senza lavoro, quindi destinati a far parte dell’esercito “industriale di riserva”, che da sempre ha la funzione di schiacciare i salari a vantaggio dei profitti.  In strema sintesi più stato e meno mercato.

Maggio 2, 2020

Primo maggio!

Il Primo Maggio mi ha stimolato.
Ho deciso di scrivere qualcosa in merito al tema che più mi sta cuore: il lavoro nelle campagne e lo sfruttamento che, dal caporalato al lavoro sommerso, riempe le tasche dei padroni e lascia i lavoratori come fantasmi a subire ogni tipo di vessazzione.
Sono oltre venti anni che lavoro nel Mondo della suinicoltura. Ho lavorato anche in Romania. Guardo tutti i telegiornali e mi angoscia quando sento parlare di misure sul lavoro, regole, disposizioni eccetera. Per carità, non sono contrario a queste misure ma sarei felice che ne beneficiassero tutti i lavoratori, delle officine ma pure dei campi. Per fortuna o per sfortuna, il mio stato di disoccupato mi ha permesso di capire che lo sfruttamento, l’umiliazione, la riduzione a schiavitù e ricatto dei lavoratori più deboli, stranieri ma anche italiani in difficoltà non è solo problema del sud. Già davanti a una platea importante, in un convegno organizzato dalla Flai Cgil di Reggio Emilia al quale erano presenti tutte le autorità cittadine, chiamato dal Segretario Flai a essere tra i relatori sul tema del sommerso, denunciai una situazione in agricoltura, non ovunque ma diffusa, da anni 40 50. Già allora denunciai che c’erano funzionari dell’ispettorato infedeli che avvisavano gli interessati da visita uno o due giorni prima. Era il 2007. Siamo nel 2020.
Oggi non è cambiato nulla.
Se a un operaio della F. C. A. veniva detto che il capo turno, arbitrariamente, aveva deciso per lui altre tre o quattro ore in più senza preavviso sarebbe intervenuto il sindacato e avrebbe difeso il povero operaio. Nel mio campo, se chiedi l’orario di lavoro, capita che ti dicono che si comincia alle 07.00. Ovvio che viene spontaneo chiedere quando si finisce? Per esperienza personale più di una volta la risposta è stata QUANDO FINISCE IL LAVORO. Peccato che quando finisce non è che guadagni di più. Lo devi fare e basta. Il contratto questo sconosciuto. In alcune aziende di 4 o 5 operai uno è a contratto e gli altri, spesso extracomunitari, in nero o par time. Ho conosciuto operai alloggiati dove non avresti il coraggio di mettere un maiale per poche centinaia di euro al mese. Li ho visti lavorare 6-7 ore al mattino e altrettante il pomeriggio. Nella maggior parte delle aziende del settore non hanno iscritti al sindacato o al massimo iscritti alla Cisl…..addirittura ci sono figli dei padroni (di fatto capi) pure loro iscritti alla Cisl!
Questa estate, ma non solo, ho scoperto dopo settimane che ero in nero dopo promessa di assunzione a tempo determinato. In una occasione ho dovuto dire al padrone che se non mi metteva in regola sarei andato a chiedere la disoccupazione e alla domanda: LA LETTERA DI LICENZIAMENTO? avrei risposto che non l’avevo perché ero in nero. Il padrone ha capito che sarebbe stato un guaio se avessi detto che eravamo quasi tutti in nero. Dopo 25 giorni in nero è arrivata l’assunzione a tempo determinato. In una delle mie esperienze, più di una volta, la richiesta di vestiario adeguato, scarpe antinfortunistica e guanti è stata seguita da grassa risata. Alla seconda richiesta penso che avrebbe sofferto meno, sempre il padrone, se gli avessi chiesto la moglie.
I colleghi.
Sono quasi sempre stato l’unico iscritto al Sindacato e Rappresentante Sindacale Aziendale per la Flai Cgil e sempre visto con diffidenza. In molte occasioni mi sentivo ripetere la stessa cosa che avevano imparato dal padrone. Cgil? Rossi maledetti rovina del paese. Sindacati m….
Anche i padronenon gradiva.
Da uno di questi “prenditori” ho subito, dopo mobbing prolungato da parte di un suo sgherro, il licenziamento. Ero un problema. Costruirono una serie di accuse false e mi confezionarono un brutto licenziamento. Dopo aver provato a farmi dare le dimissioni “volontariamente” hanno scelto di fare loro. Peccato che, grazie al mio Sindacato mi hanno dovuto chiedere scusa e rimborsare i danni morali con denaro. Il problema nel settore agrozootecnico è che io sono una mosca rossa. La maggior parte dei miei Compagne e Compagni di tutta Italia non conoscono nemmeno un centesimo dei loro diritti. Non hanno fiducia nelle istituzioni e non li biasimo. I loro compagni che si sono ribellati sono dovuti tornare nel loro paese o a casa senza che nessuno li difendesse. Immaginate l’angoscia di sapere che i tuoi compagni sono indifesi, soggetti a ogni umiliazione per paura di finire in strada in pasto alla Bossi Fini o senza nemmeno il salario da fame che prende per lavorare tutto il giorno. Un operaio non italiano, piangendo, mi disse che ero fortunato. Aveva ragione. Io potevo mandare aff.. Il porco padrone e andare altrove. Lui in un attimo non avrebbe potuto mandare a moglie e figlio nel suo paese l’equivalente di uno stipendio pari a ciò che invece una coppia spende in una sera in un buon Ristorante. Ricordo un giovane che lavorava con me. Passava l’intera mattina a mettermi all’erta dal padrone. Attentoche ci può vedere! Alla mia reazione normale ossia chissenefrega… lui stupito mi ripeteva che si sarebbe arrabbiato molto (il padrone sempre). Operai più adulti, padri di famiglia trattati in malo modo e umiliati davanti a tutti a capo chino. Non è un racconto di Zola ma il ricco nord ovest. Ho detto prima che non è ovunque così ma ribadisco che sono tanti, troppi i banditi razzisti al bar e magari noti dirigenti di Lega o Fratelli di Ignazio ma con l’azienda piena di schiavi pronti, a fine lavoro magari in doccia, a ritornare in mezzo alla m…con un solo sguardo del padrone o del crumiro che ne fa le veci. Oggi, Primo Maggio, tanti di questi compagni manco lo sanno che è festa, la loro festa. Il padrone non teme la reazione dei miei colleghi figli di altri paesi. Altri loro fratelli sono in fila pronti a sostituirli nei tuguri, si avete capito bene tuguri e nel duro lavoro sette giorni su sette per 7-800 euro. Nelle ultime aziende in cui ho lavorato e dalle quali sono scappato cose come docce e spogliatoi caldi sollevavano le amare risate dei colleghi come se parlassi di idromassaggio o piscina. Ebbene, da Socialista e Cigiellino da sempre ho deciso di fare la mia parte per combattere il sistema, tutt’altro che in crisi, che da oltre 20 anni frequento. Una proposta della Flai Cgil di noi a Novara è stata quella di organizzare una sezione mobile per andare la dove non abbiamo iscritti e non possiamo entrare. In tante aziende non hanno mai visto un ispettore del lavoro. Tanti miei colleghi hanno sempre rifiutato la iscrizione al Sindacato pur non disdegnando la mia funzione di ponte tra le loro domande e la Flai. Ci siamo sempre vantati di aver conquistato i nostri diritti con la lotta: come possiamo pretendere che il nuovo proletariato si ribelli senza che nessuno gli protegge le spalle? Come possiamo pretendere che lo sfruttato capisca di essere tale se non conosce i suoi diritti? Come facciamo a sperare che si accenda il fuoco che cresce dentro che spinge alla rivolta se non consapevoli dell’ingiustizia che li incatena? Se non sanno che hanno diritto a un contratto regolare, alle ferie, al riposo, alla cassa malattia, all’infortunio pagato, ai permessi, a una casa dignitosa? Come ribellarsi se non sanno che il padrone che insulta, umilia o peggio commette un reato? Come facciamo a pretendere che dicano basta se per loro è normale? Spesso, senza farmelo dire, andavo io a chiedere strumenti di lavoro come stivali, guanti di tutti i tipi conoscendo la reazione scomposta del padrone. Dove ho lavorato io in Romania gli operai avevano spazio, armadietti, docce per tutti, sala refettorio.
In Italia questa situazione l’ho trovata in una azienda su 5. La sicurezza.
Quasi tutte le aziende che ho visto in questi 20 anni non hanno nemmeno, mediamente intendo, il 35 40% dei requisiti richiesti per assicurare la sicurezza dei lavoratori. Sarei pronto a scommettere qualsiasi cosa che se mettessimo una mappa delle aziende di un territorio, a occhi chiusi, mettessi un dito su una azienda sempre a caso, che andando senza avvisare, troveremmo tante di quelle infrazioni da usare un blocco intero per le ammende. Voglio dire che una provincia come Novara o Reggio Emilia ha ispettorati assolutamente inadeguati e per questo quasi inutili. Probabilmente nessuno ha stimato quanto è il nero e il sommerso nel settore agricolo e zootecnico. Facendo calcoli per difetto sommando le ore in più fatte da me e colleghi nell’arco di un mese si sarebbe potuto assumere un operaio in più lavorando ognuno le sue ore da Contratto. Anche da questo esempio si evince che oltre a un recupero fiscale ci sarebbe l’affiorare di tanti posti di lavoro.
Le cose che ho detto le ho viste e vissute. Se i ministeri competenti agissero di concerto per combattere il cinico sfruttamento a danno dei più deboli e ricattabili con determinazione incentivando i lavoratori a denunciare ogni tipo di ingiustizia, con la certezza di essere protetti, già l’annuncio porterebbe molti padroni a mettere in regola aziende e lavoratori. Una idea potrebbe essere la non chiusura dell’azienda ma il passaggio a un funzionario del rifondato ispettorato fino a che il padrone ha pagato fino all’ultimo centesimo il maltolto con gli interessi. Il padrone non crede, confortato dal passato, che lo stato farà sul serio un controllo a tappeto. Forse ha ragione ma se non a tappeto se si cominciasse a prendere in mano l’elenco delle aziende registrate e si decidesse di cominciare con un 10% del settore alla volta sarebbe già un segnale che lo stato ha a cuore anche i lavoratori delle stalle e dei campi e spingerebbe tante Compagne e Compagni a fare come me ossia a sindacalizzarsi. Malgrado oltre 150 di lotta il Movimento Operaio non ha esaurito la Lotta di Classe. Avanti.

Maggio 2, 2020

IL COMPAGNO GIUSEPPE DI VITTORIO.

di Giuseppe Giudice

Il comunista che più ho amato. L’uomo del riscatto sociale delle masse dei braccianti del sud contro l’aristocrazia fondiaria. Ma anche il padre, con Fernando Santi e Vittorio Foa del sindacalismo confederale, del rifiuto del carattere corporativo di esso. Uno dei più grandi sindacalisti mai esistito. Un comunista anomalo ed eretico. Ho rivisto , ieri sera lo sceneggiato “pane e libertà”, già mandato in onda nel 2009 in due puntate. Quella di ieri ne è stata un sintesi. Di radice anarco-sindacalista , ma amico fraterno di Peppino Di Vagno grande compagno socialista, ucciso alle spalle dai criminali fascisti di Caradonna. Ammirato dai socialisti Giacomo Matteotti e Bruno Buozzi operaio metallurgico e capo della Fiom che fu tra coloro che diresse l’occupazione delle fabbriche al nord. Con Buozzi manterrà sempre un grande sentimento di fraterna amicizia, fino alla esecuzione di Buozzi da parte dei nazisti nel 1944, anche dopo il passaggio di Di Vittorio al PCd’I. Un comunista anomalo contrario alla teoria staliniana del “socialfascismo” e mal visto da Stalin (è un suo grande titolo di merito-di Di Vittorio). Si scontrò spesso con Togliatti, c’erano antropologie politiche e formazioni diverse. Con SAnti e Foa diede vita al “piano del Lavoro” che incontrò la freddezza di Togliatti che di Nenni. L’unico politico della sinistra italiana ad esserne entusiasta fu Riccardo Lombardi (anche perché era uno dei più ferrati in economia , ed aveva letto bene Keynes oltre che Marx. ). La anomalia di Di Vittorio si manifestò con la terribile repressione sovietica della rivoluzione socialista , operaia e libertaria contro il regime stalinista. La CGIL condannò (a differenza del PCI) l’invasione, e Di Vittorio fece scrivere il testo della condanna a Giacomo Brodolini (il futuro autore dello Statuto dei Lavoratori) , allora vice segretario socialista della CGIL (subito dopo Santi). E secondo Antonio Giolitti (che poi passò dal PCI al PSI) ci fu uno scontro durissimo tra Di Vittorio e Togliatti. Di Vittorio disse: “i sovietici non sono compagni, sono solo dei delinquenti”. E mi fermo qui. Morì l’anno dopo forse anche con l’amarezza di non essere compreso dal partito. Comunque un grande compagno, un uomo del popolo , che ha vissuto sulla sua pelle lo sfruttamento più feroce. Ti ricorderò sempre compagno caro Di Vittorio. Come ricordo un altro comunista anomalo della CGIL, Bruno Trentin…ha commesso errori , ma ha dato un contributo di cultura politica straordinario , sulla storia del socialismo e del movimento operaio in Europa. Anche grazie alla sua cultura enciclopedica ed alla raffinatezza delle sue analisi. E comunque con Carniti e Benvenuto fu l’ideatore dei “sindacato dei consigli”

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aprile 24, 2020

Coronavirus: Ok Protocollo sicurezza lavoro integrato

Intesa parti sociali con governo. Stop per chi non applica le regole

Ok all’aggiornamento del Protocollo condiviso sulle misure per il contrasto al Covid-19 negli ambienti di lavoro, sottoscritto il 14 marzo, che viene così “integrato” in vista della fase due. Dopo un confronto andato avanti tutta la notte, le parti sociali hanno raggiunto l’intesa, alla presenza della ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo.

Implementate le misure per il rientro, dai dispositivi di protezione alle sanificazioni, dallo smart working alle postazioni distanziate. Prevista anche la sospensione temporanea per le imprese che non applicano le regole.

La certificazione medica di “avvenuta negativizzazione” per il rientro dei lavoratori già risultati positivi al Covid-19; l’utilizzo delle mascherine chirurgiche per tutti i lavoratori che condividono spazi comuni; la sanificazione straordinaria degli ambienti alla riapertura nelle situazioni più a rischio; la rimodulazione degli spazi di lavoro e delle postazioni, distanziate, oltre alla previsione di orari differenziati. Sono i punti principali, si apprende, inseriti nel “Protocollo condiviso di regolazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro” sottoscritto il 14 marzo 2020 e oggi integrato. E, ancora, il ricorso allo smart working da “favorire” anche nella fase di riattivazione del lavoro con il supporto del datore di lavoro (assistenza nell’uso delle apparecchiature, modulazione dei tempi di lavoro e delle pause).

Il “lungo confronto” con le parti sociali “si è concluso in modo proficuo e positivo. Un confronto dal quale, in vista dell’avvio della fase 2, la tutela della salute di tutti i lavoratori, la bussola che ci ha sempre guidati, esce ulteriormente rafforzata”, ha detto la ministra del Lavoro e delle Politiche sociali, Nunzia Catalfo. E’ “un ulteriore passo avanti per garantire alle nostre imprese di ripartire”, afferma.

È stato “un confronto lungo, andato avanti per tutta la notte, che si è concluso in modo proficuo e positivo. Un confronto dal quale, in vista dell’avvio della fase 2, la tutela della salute di tutti i lavoratori, la bussola che ci ha sempre guidati, esce ulteriormente rafforzata. Questo era il nostro obiettivo iniziale e lo abbiamo nuovamente centrato”, sottolinea la ministra. “Ancora una volta, Governo e parti sociali si sono dimostrati attenti alla sicurezza dei lavoratori e, più in generale, dei cittadini. Un ulteriore passo avanti – conclude – per garantire alle nostre imprese di ripartire”.

 

Il Protocollo potrebbe essere allegato al prossimo Dpcm, secondo quanto riferiscono alcune fonti delle stesse parti sociali che hanno partecipato al lungo incontro che ha portato all’ok con la ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo.

“Un accordo positivo, utile, che mantiene la salute e la sicurezza dei lavoratori e dei cittadini la prima condizione per la ripresa dell’attività produttiva. Abbiamo fatto passi in avanti e ora dobbiamo dare gambe alla sicurezza dei lavoratori e alla ripresa produttiva”, ha detto il leader della Cgil, Maurizio Landini. “L’intesa – prosegue – verrà recepita in un dispositivo normativo. Questo ci consentirà di avere certezza ed esigibilità delle regole concordate”.

gennaio 9, 2015

Renzi alla Granarolo:i lavoratori incrociano le braccia per protesta

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Nello scontro con Fiat, la Consulta dà ragione alla Fiom.


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Le ipocrisie di Confindustria.

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