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maggio 1, 2021

Vincenzina La Fata!

di Beppe Sarno

Siamo sicuri che ancora oggi esista il primo maggio?  Siamo sicuri che sia ancora una festa?

Personalmente credo che il primo maggio sia un giorno come un altro in cui non c’è niente da festeggiare perché la classe operaia, i lavoratori sono stati rinchiusi in un recinto circondato da filo spinato che al posto delle sirene ci sono televisori che trasmettono senza interruzione trasmissioni di “Porta a porta” e dibattiti politici per convincerli che tutto va bene.

La retorica sul primo maggio non serve a nulla, se non ad illuderci che esiste un mondo in cui esistono i buoni e i cattivi.

“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” recita il primo articolo della nostra carta Costituzionale, la legge delle leggi. I padri costituenti fecero un capolavoro che era non solo la legge fondamentale dello stato democratico che si liberava dal fascismo,  ma anche e soprattutto esprimeva un programma che le future generazioni avrebbero dovuto realizzare.

Ancora oggi quel programma rimane sulla carta e allo stravolgimento del titolo quinto della Carta avvenuto nel 2001 non ha fatto seguito, grazie ad un  risveglio della coscienza democratica,  il tentativo di Renzi  di renderla praticamente inoffensiva. Ma gli sciacalli non si arrendono e sono sempre pronti a rendere quella Carta inoffensiva perché la finanza internazionale ha decretato che è troppo socialista.

Allora ha senso oggi celebrare il Primo Maggio?

Se ci guardiamo alle spalle c’è un senso, perché il primo maggio è rosso, scusatemi la retorica, del sangue di tutti quelli che sono morti per difendere i diritti di quelli che per “lavoro” intendevano ricerca non solo del diritto di vivere da uomo libero ma anche un’affermazione della propria dignità.

“Ogni ingiustizia che si fa su una persona che lavora è calpestare la dignità umana – ha detto Papa  Francesco il primo maggio2020- la dignità dell’intera umanità.”

Di fronte all’indifferenza della politica i diritti dei lavoratori vengono calpestati quotidianamente;  secondo l’ISTAT in Italia oltre tre milioni di lavoratori vengono sfruttati e sottopagati per non parlare dei migranti che vivono da invisibili nelle nostre campagne. Nel nostro meridione il 50% dei giovani è disoccupato ed identica percentuale vale per le donne.

Allora di fronte ad un parlamento che ha dimenticato i lavoratori ed i loro diritti bisogna fare delle scelte perché solo se si sceglie da che parte stare si può pensare di meritare di ricordare il primo maggio.

Il capitalismo di oggi, sempre più finanziarizzato, intende il mercato del lavoro come un mercato dove si compra quello che si vuole e si lascia il resto negli scaffali.  E’ necessario invece combattere il neoliberismo sfrenato che vive indisturbato da un quarto di secolo.

Primo maggio deve significare lavoro come realizzazione dell’individuo, come ascensore sociale e come fonte di benessere per l’intera collettività.

Attuare il progetto scritto nella carta costituzionale perché la Carta Costituzionale ha fatto sempre paura al capitale finanziario.

L’Assemblea Costituente con i padri fondatori cominciò a lavorare alla Carta nel 1946  il 25 giugno per approdare alla sua entrata in vigore il 1° gennaio 1948.

In quello stesso periodo la mattina del 1° maggio 1947 a Portella delle Ginestre in Sicilia furono falciate 11 persone fra cui Vincenzina La Fata una bimba di otto anni. Il ministro degli interni dell’epoca il 9 maggio successivo nella seduta dell’Assemblea Costituente Mario Scelba dichiarò “Non c’è movente politico. Trattasi di un episodio fortunatamente circoscritto.” Ma la strage di Piana degli Albanesi non fu un episodio circoscritto: l’8 maggio venne ucciso il contadino Michelangelo Salvia, dirigente comunista della Camera del lavoro.  L’attacco ai lavoratori ed alla Costituzione che stava faticosamente vedendo la luce, continuò. Il 22 giugno si ha una serie di attentati con bombe e colpi di arma da fuoco contro le sezioni comuniste di Partinico, Borgetto e Cinisi, alle sedi della Camera del lavoro di Carini e San Giuseppe Jato e alla sezione socialista di Monreale. A Partinico ci sono due morti: Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Jacono.

Nel 1949, al processo di Viterbo, durante un’udienza Gaspare Pisciotta dichiarò: “Furono Marchesano, il principe Alliata, l’onorevole Mattarella a ordinare la strage di Portella della Ginestra… Prima del massacro incontrarono Giuliano…”. Ma non si riuscì mai a provarlo.

La strage di Portella della ginestra ci ricorda che la democrazia non ci è stata regalata ma è stata conquistata giorno per giorno strappandola all’aggressione fascista che non si è fermata all’indomani della caduta del regime, ma ha  continuato ad operare per anni attraverso trame oscure, depistaggi, tradimenti di servitori dello stato. In Italia ci sono state stragi attentati, morti e feriti. Una guerra civile a bassa intensità di cui hanno fatto le spese sempre e soltanto i giovani, gli studenti, i lavoratori.

Come socialista ritengo che noi non abbiamo   bisogno di quella che è stata definita “ coesistenza competitiva con il capitalismo” né debbono coltivare un utopismo messianico. Il  nostro dovere è quello di continuare ad essere socialisti e a parlare ai giovani, ai lavoratori  da socialisti. I  giovani che hanno vissuto la crisi economica sulle loro spalle fin dal 2008 e continuano a viverla in maniera sempre più drammatica hanno voglia di politica, hanno voglia di contare, di cambiare le cose. Fino ad oggi la loro voglia, la loro rabbia si è indirizzata verso populismi malsani. E’ dovere dei socialisti  parlare della necessità di una progressiva modificazione delle strutture sociali per adeguarle al paradigma democratico e nella creazione di contropoteri che permettano ai lavoratori, al ceto medio impoverito, alla massa di disoccupati, ai migranti di intervenire attivamente ed efficacemente nel processo decisionale politico in Italia come in Europa.

La Carta Costituzionale deve essere il nostro vangelo laico. Ricordando Vincenzina La Fata bimba di otto anni la vittima più giovane della strage di Portella della ginestra.

gennaio 21, 2021

Mi sono svegliato e ho scoperto che gli italiani sono tutti figli del PCI.

Di Beppe Sarno

In questi giorni la stampa nazionale, i social, Facebook sono pieni di commenti su questa data fatidica che è stata la scissione di Livorno cioè il 21 gennaio 1921. Si ricorda a giusta ragione l’importanza che il PCI ha avuto nella storia d’Italia, come se l’attuale situazione storico-politica fosse la naturale evoluzione, in positivo di quell’avvenimento.

Il PD dovrebbe essere l’erede morale di quella scissione. Si dimentica da parte dei più o meglio da quasi tutti che ci fu un partito che quella scissione la subì, ma non per questo divenne un partito reazionario o borghese e invece continuò il suo percorso politico affrontando i tragici avvenimenti che la storia riservava con la dignità e la coerenza che lo aveva contraddistinto fin dalla sua formazione. Il Partito socialista italiano è stato il partito dei lavoratori, ha affrontato e subito il fascismo, ha contribuito a liberare l’Italia dal fascismo e dalla furia nazista, in prima fila durante la Resistenza, ha lottato per costruire la Repubblica, la Carta Costituzionale ed è stato con i suoi rappresentanti protagonista della ricostruzione morale e materiale della Repubblica. Di socialisti invece oggi non si può parlare se non in termini negativi; noi siamo quelli che nel ’92 hanno depredato l’Italia.

Mentre si esalta la scissione di Livorno e si celebrano proprio oggi i cento anni della nascita del Partito Comunista, questi comunisti d’accatto, che della storia del comunismo nulla sanno se non le risposte da “settimana enigmistica”, dimenticano che oggi 21 gennaio 2021 ricorre un altro anniversario, che dovrebbe essere triste per i compagni comunisti: l’anniversario della morte di Lenin.

Lenin come padre della rivoluzione russa sicuramente appartiene al patrimonio di tutti i socialisti, comprendendo con questo termine tutti coloro che si riconoscono come fautori di una società fondata sulla solidarietà, sulla democrazia, sulla uguaglianza, sull’abbattimento dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

A questi compagni o pseudo tali che oggi con enfasi sospetta celebrano l’anniversario della scissione di Livorno voglio fare un regalo.

Ho trovato nella mia biblioteca un volumetto che raccoglie un’annata, il 1924, della rivista socialista “Pagine Rosse”. Un intero numero di questa rivista è dedicato alla scomparsa di Lenin. Fra le tante la più bella a mio avviso è la celebrazione che ne fa Lev Trotskij. Essa si intitola “Il dittatore povero”

Riporto testualmente: “ Lenin visse sempre poveramente. A Zurigo aveva un’unica cameretta in un quartiere popolare in casa di un calzolaio. A Ginevra abitarono, lui e la moglie, in una modesta cameretta che serviva da cucina, da studio e da camera da letto. La su spesa più grande erano i libri. Diventato capo della rivoluzione non cambiò costume. Restò modesto come sempre. Vestiva dimessamente e quando, durante la carestia, dai più diversi paesi venivano dei doni egli li ripartiva subito fra gli umili che gli erano attorno. Aveva come onorario, cinquecento rubli mensili e poiché la somma era insufficiente, il segretario Gourbunov, il primo marzo 2018 pensò di portarlo ad ottocento  di propria iniziativa: Lenin prima chiese perché di simile provvedimento, poi non avendo avuto risposta gli mandò il seguente biglietto ufficiale “…..omissis…..vista la illegalità flagrante di questo provvedimento, deciso di vostra propria autorità ……in infrazione al decreto del C.C. del partito  del 23 novembre 2017, vi infliggo un biasmo severo.” Conclude Trotskij il suo ricordo affermando “Lenin, il dittatore rosso, il capo della rivoluzione mondiale, l’uomo il cui nome faceva tremare i potenti della terra era un modesto, un povero.”  

La domanda sorge spontanea: perché i socialisti  nel 1924, quando ancora bruciava l’amarezza per una scissione che rappresentava una sconfitta del movimento di tutti i lavoratori onorava il capo del comunismo mondiale dedicandogli un intero numero della rivista “Pagine Rosse” in suo onore raccogliendo scritti oltre che di Trotskij di  Zinonev, Gorky, Nevskij, Bucarin, Kamenev e tanti altri, mentre oggi gli eredi o pseudo tali di tale scissione dimenticano il padre della rivoluzione russa?

Sono sicuro i comunisti “di buona volontà” come il mio amico Luigi Anzalone o il giovane Tony, figlio del mio indimenticato amico Stefano della Pia sapranno darmi una risposta seria, senza cadere nella odiosa banalità di questi giorni.

gennaio 2, 2021

LEGGE ELETTORALE: LA GRANDE TRASCURATA

di Franco Astengo

La discussione sulla legge elettorale è stata riaperta da Alfredo Grandi in un suo davvero apprezzabile intervento pubblicato da “Domani” il 30 dicembre scorso.

Il tema, assolutamente decisivo per il funzionamento della democrazia (come quello riguardante i partiti) appare trascurato e sottovalutato: oggetto semplicemente di ragionamenti di convenienza per quella o quest’altra parte e per il mantenimento del proprio “status” soggettivo.

E’ il caso allora di insistere nel proporsi di arrivare a un’ampia discussione di merito che colleghi la questione della legge elettorale nel suo complesso a quella riguardante la rappresentanza politica.

La qualità e le forme della rappresentanza politica rappresentano, infatti, il vero punto di difficoltà che sta incontrando la democrazia “liberale” di fronte al non sopito assalto del combinato tra populismo e sovranismo.

Un punto di difficoltà non risolvibile come vorrebbero alcuni, semplicemente accentuando le caratteristiche maggioritarie e di personalizzazione raccolte attorno a un accentramento monocratico delle funzioni di potere.

Accentramento monocratico del quale abbiamo osservato le avvisaglie in questi duri mesi di emergenza sanitaria.

Il realtà il rischio e quello di essere prossimi al punto d’approdo di un lungo itinerario di distruzione del concetto di “rappresentanza politica” già percorso nell’infinita transizione italiana, almeno dal momento della trasformazione del sistema elettorale da proporzionale al misto maggioritario (75%) – proporzionale (25%).

Di seguito abbiamo avuto, è bene ricordarlo, altre tre formule elettorali delle quali due bocciate dalla Corte Costituzionale e l’altra utilizzata nelle più recenti consultazioni politiche che presenta evidenti limiti e difetti.

Limiti e difetti ancora più accentuati con l’inopinata riduzione del numero dei parlamentari suffragata, recentemente, da un contrastato esito referendario.

E’ bene essere chiari su questo punto: l’obiettivo della riduzione del numero è stato quello di allineare il complesso della rappresentanza politica “abilitata” all’ingresso nelle istituzioni ponendola forzatamente all’interno di un’idea di governabilità intesa quale elemento esaustivo dell’azione politica.

Vale la pena allora cercare di recuperare, almeno sul piano teorico, il significato pieno del concetto di rappresentanza allo scopo, anche, di sviluppare un’iniziativa di riflessione politica destinata soprattutto a cercar di capire che cosa s’intende negare con questa che non può essere definita diversamente da “stretta autoritaria”.

Si pone, infatti, oggettivamente una questione tra mandato libero e mandato imperativo di cui il M5S si è già fatto interprete.

Far rientrare per intero la possibilità di accesso alle istituzioni parlamentari all’interno del concetto di “governabilità” significherebbe compiere un vero e proprio passo indietro: tornare, cioè, a una versione “privatistica” degli istituti rappresentativi che configurerebbe, alla fine, per gli eletti un mandato di tipo imperativo.

In base ad esso il rappresentante non può derogare alle istruzioni che ha ricevuto e che gli trasmettono la volontà del proprio mandante: nel caso delle “liste bloccate” e dell’indicazione del candidato presidente del consiglio, quindi, dell’uomo solo al comando assestato sull’idea del partito personale/elettorale e/o padronale.

Uomo solo al comando pervenuto in tale posizione o perché ritenuto “unto del signore” oppure attraverso plebisciti realizzati attraverso l’idea del rapporto diretto tra il Capo e la folla.

Plebisciti magari svolti esclusivamente attraverso il web, con procedure opache e sfuggenti al controllo della pubblica opinione.

Prima di tutto dobbiamo invece difendere l’idea del mandato libero, in quanto legata all’idea dell’espressione della volontà comune, che non coincide con quella dei singoli: si tratta di una necessità legata al mantenimento dell’istituto della rappresentanza politica.

Si tratta di un passaggio fondamentale anche rispetto alla stessa idea di “democrazia diretta” che, in certi ambienti si è contrabbandata come momento “salvifico” rispetto al cosiddetto strapotere della degenerazione burocratica nella gestione dei partiti.

La rappresentanza politica, infatti, deve trovare (com’è stato del resto, pur tra contraddizioni evidenti, in Italia nel periodo dei grandi partiti di massa) nel riferimento costituzionale e nell’idea giuridica della personalità dello Stato (in cui si rappresenta la “totalità del corpo politico”) il cardine dell’unità politica del popolo.

Fuori da questo non c’è popolo ma soltanto una disgregata moltitudine come vorrebbe il populismo dei “pieni poteri”.

Questi elementi fin qui descritti definiscono l’orizzonte logico in cui viene necessariamente pensata la rappresentanza della modernità politica.

La rappresentanza definisce l’unica modalità che permette al popolo di agire come corpo politico e la legge elettorale rappresenta lo strumento – cardine, in democrazia, perché sia razionalmente possibile quest’azione.

L’espressione della volontà comune che non coincide con quella dei singoli che stanno alla base del mandato (è di nuovo il caso delle liste bloccate, corte o lunghe che siano) letteralmente non esiste se non prende forma mediante la rappresentanza.

La distruzione della rappresentanza, come si sta cercando di completare in Italia in questa fase, coinciderebbe con la distruzione della democrazia.

Un allarme da lanciare e su cui riflettere e agire.

dicembre 13, 2020

SE CI SARO’…SE CI SAREMO…


diLuca Massimo Climati

Il premier Conte, ricattato dal “nulla” dell’Innominabile”, probabilmente mosso dai fili di ben più consistenti interessi anti-nazionali, ieri ha pronunziato non a caso tale riferimento: “se ci sarò”.
Il dito…del debito e la Luna delle re-internalizzazioni nazionali.

In epoca di covid, con maggiore probabilità per chi non abbia meno di 40anni, magari con patologie assai diffuse, bisogna  più largamente usufruire, per prudenza di tale affermazione.

Con la differenza che mentre un governo possa anche in maniera irresponsabile decadere, il preservare la nostra vita di soggetti maggiormente esposti alle conseguenze del covid, sia assai immediatamente impegnante. Resta un empatico e metaforico sentimento  parallelo: da una parte la sopravvivenza di un governo non completamente allineato al liberismo dominante da anni e la preservazione della propria esistenza di “resistenti non arresi “.

Ma come mai tutto questo accanimento nei confronti del premier attuale?

Nell’epoca della DITTATURA DELLA NARRAZIONE,  che da anni impera, almeno dalla affermazione culturale del berlusconismo grazie al vettore della Seconda Repubblica e della Bolognina e di altre propedeutiche operazioni di attacco alla applicazione minima Costituzionale ed alla sua revisione, la realtà è oscurata dalla sua arbitraria narrazione. Il fu Gianni Agnelli ebbe la grande intuizione di comprendere che i tempi del Valletta fossero terminati e che fosse necessario narcotizzare la sinistra, assecondandone le posizioni, ma distruggendo le conquiste di sostanza Costituzionali del trentennio 1946-1978, coronate nell’ultimo decennio, dallo Statuto del Lavoratori in poi. In realtà, la marcia dei 40000 è durata almeno lungo una ventina di anni buoni; forse si è interrotta solo con la brutalità della pandemia, che ha scoperchiato le malefatte e gli altarini di un trentennio di tagli e privatizzazioni.

Nulla ha spaventato la classe dirigente nostrale “compradora”, subalterna alla UE  ed ai poteri stranieri che hanno sempre avuto interessi contrapposti a quelli generali e nazionali, come il successo del 5 stelle del 2018, successo scomposto ma destabilizzante il bipolarismo bipartisan esistente liberista.  I governi Conte uno e due hanno avuto in comune una debolezza di partenza, anzi tante debolezze, ma soprattutto il peccato capitale per lorsignori padroni, con i loro apparati mediatici e burocratici stratificati e tutto il radicamento corrotto locale, consistente nel non completo affidamento.

Il sistema non si fida del tutto del premier e dei 5 stelle, anche al netto dei loro errori ed incongruenze. Ma intanto qualcosa si sta muovendo in controtendenza ed ha radici da siffatta mutazione iniziata dal vittorioso referendum del 4 dicembre 2016 ed ancora parzialmente vivo, anche se ridimensionato oggi.  

Quanti nemici ha il premier Conte, insieme alla parte 5 stelle che lo appoggia e probabilmente all’indirizzo attuale dello stato Vaticano, nella valorizzazione di politiche keynesiane o “post-peroniste”, usando un esempio ardito ma chiaro? Ha nemici a destra…e manca, da Bonomi fino ai gruppetti finto-sovranisti che non vogliono vedere e leggere adeguatamente i provvedimenti delle re-internalizzazioni in corso, ultima quella dell’acciaio italiano, che verrà prodotto con nuove normative e provvedimenti a minore impatto ambientale e della salute. Non esiste un solo Innominato-Innominabile, ma tanti ed in diversi campi. Se ci sarà? Se ci saremo a comprendere e difendere la strada appena timidamente iniziata, forse il corso cambierà.

Dobbiamo rompere il blocco delle idee e delle potenzialità nazionali e Costituzionali da destra e sinistra e centro: un’unica palude di zozzoni, corrotti, cretini, furbetti , presupponenti.

Facciamo breccia; facciamoci largo…ma noi ci saremo?

– 12/12/2020

marzo 10, 2020

Lettera di Risorgimento Socialista al Presidente della Repubblica.

Risultato immagini per risorgimento socialista

 

Al Presidente della Repubblica Italiana
On le Sergio Mattarella

Caro Presidente ,
In questi giorni, in cui la gravissima epidemia del coronavirus 19 minaccia la salute e la vita di centinaia di migliaia di Uomini e Donne , in Italia e nel Mondo , e piega le gambe al nostro sistema sanitario , ,ci raccontano di assenza di fondi e difficoltà nella reperibilità di mascherine per proteggerci dal virus e della mancanza di apparecchiature per allestire nuove sale di rianimazione.

E mentre tutto il paese sta dando con estrema generosità una grande prova di responsabilità e di sacrificio per combattere il pericolo che incombe, per evitare la diffusione del contagio ,e , per assistere al meglio le persone colpite dal male , noi constatiamo con sconcerto come , da Febbraio, stiano arrivando da oltre Atlantico uomini e dei mezzi per DEFENDER EUROPE 2020, la più grande esercitazione militare in 25 anni su suolo europeo e la terza dai tempi della Guerra Fredda.

Un’operazione che coinvolgerà 37.000 soldati fino a Giugno, con l’avvicendarsi di truppe da 18 paesi, e esercitazioni in altri 6 Paesi europei: Belgio, Olanda, Germania, Polonia, Lituania, Estonia e Lettonia.

Un’esercitazione globale, che coinvolge tutta Europa, messa a bilancio dagli USA nel 2019 assieme a fondi per l’Esercito pari al costo INCREDIBILE di 42 miliardi di dollari!

Mentre gli uomini comuni, e tutta la nostra società civile , combatte con sacrificio una battaglia difficile per la salute e la sicurezza della Vita , le strutture militari impiegano risorse ingenti ,economiche ,umane ed organizzative per rafforzare e rendere sempre più efficienti sistemi militari enormi , inutili e pericolosi , in un modo in cui non esiste più alcuna concreta minaccia militare globale al nostro paese ed al nostro continente , che possa giustificare una inutile mobilitazione di risorse di questa dimensione .

Noi non abbiamo nemici o guerre da combattere contro altri popoli o stati , noi abbiamo solo il dovere primario di tutelare la salute degli italiani , e di garantire la pace tra i popoli .
La nostra guerra ,come è scritto a chiare lettere nella nostra Costituzione Repubblicana , è alle diseguaglianze tra gli uomini , ed alle sofferenze morali e materiali che impediscono lo sviluppo della societa’ umana , libero , eguale e pacifico .

Il Risorgimento Socialista si oppone fermamente a questo costoso gioco di guerra: c’è un pericolo di contagio per tutti gli Stati partecipanti, e parliamo di uno spreco enorme di risorse, che dovrebbero essere destinate all’emergenza sanitaria che si sta vivendo in Italia, in Europa e nel mondo.

Il Risorgimento Socialista chiede al Presidente della Repubblica, in qualità di presidente del Consiglio supremo di difesa ,e di garante della Costituzione , di disporre la non partecipazione delle forze militari italiane a DEFENDER-EUROPE e la destinazione dell’eventuale contributo dell’Italia a questa operazione militare alla lotta al coronavirus, attraverso un diretto ed immediato investimento per il potenziamento di tutte le strutture di emergenza destinate alla terapia intensiva e d’urgenza dei cittadini colpiti in forma grave dalla malattia .

Con Stima e Lealtà repubblicana .

Franco Bartolomei
Coordinatore nazionale del
RISORGIMENTO SOCIALISTA

ottobre 12, 2013

Revelli: larghe intese per manomettere la democrazia


Siamo alla manomissione bipartisan della Costituzione. Pd e Pdl hanno tradito la saggezza dei nostri Padri costituenti facendo saltare quella fondamentale clausola di salvaguardia, vorrebbero cambiare decine di articoli della Carta e la stessa forma di governo: dalla democrazia parlamentare a un qualche tipo di presidenzialismo, d’altra parte g…Visualizza altro

— con Piccione 1° e Piccione 2°

dicembre 18, 2012

Vi è piaciuto Benigni?

A me Benigni ieri sera è piaciuto poco.  Ormai l’antiberlusconismo fatto dei soliti lughi comuni non fa ridere nessuno ed infatti nessuno rideva. E’ stato bello sentire evidenziare il valore della nostra Carta Costituzionale. Il fatto che nessuno lo dica e anzi c’è chi da ventanni predica che deve essere modificata in peggio è già un fatto politico importante ma non basta Benigni per onorare a nostra Carta.
e poi   comunismo e fascismo non sono eguali. Mi sarebbe piaciuto di più se oltre a dire che va onorata la Costituzione avrebbe potuto anche dire che in buona parte non è stata attuata, malgrado lo sforzo dei nostri padri costituenti. Avrebbe  potuto dirlo dall’alto della sua autorità  che oggi la Costituzione oltre ad essere “la più bella del mondo” è ancora in buona parte da realizzare.  Essere fieri di essere italiani non può far dimenticare lo scempio che una classe politica inetta e corrotta ha fatto non solo della Costituzione ma di tutte le leggi democratiche, accusando la magistratura di essere prepotente prevaricatrice. Insomma Benigni ci ha fatto vedere una comunità nazionale che non esiste ed in cui tutto va bene e sa benissimo che non è così. Avrebbe potuto spendere qualche parola per non far dimenticare agli italiani nemmeno per un’ora la situazione reale e del vilipendo della legge che giorno per giorno viene messo in atto.  E poi Vespa per par condicio ha ospitato LA Russa. Un vero democratico.

Un’ultima notazione  dove erano queste 12 milioni di persone che hanno seguito Benigni e ne sono rimasti estasiati quando negli ultimi 15 anni si è votato e ha vinto chi ripetava come un mantra “la Costituzione va modificata”, o dove sono ogni giorno quando la Costituzione viene ignorata a suon di licenziamenti facili e contratti precari, o dove saranno quando l’introduzione del pareggio di bilancio renderà vani almeno 50 articoli.
Guardare è facile, applaudire pure.

aprile 25, 2012

Il 25 aprile non è la festa di tutti!

Grazie a Walter Aloisi.

febbraio 20, 2011

Ruby, Napolitano: «Premier ha mezzi per difendersi Il processo si svolgerà secondo giustizia»

Silvio Berlusconi ha « le sue ragioni e buoni mezzi giuridici per difendersi contro le accuse. Sia la nostra Costituzione, sia le nostre leggi garantiscono che un procedimento come questo, in cui si sollevano gravi accuse che il Presidente del Consiglio respinge, si svolgerà e concluderà secondo giustizia. Confido nel nostro Stato di diritto».

Lo dice il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in un’intervista al giornale tedesco «Welt am sonntag» rilasciata alla vigilia del suo viaggio in Germania.
In Italia troppo spesso il dibattito politico ha toni «eccessivi» che lo portano a degenerare in «vera e propria guerriglia», continua Napolitano. «Troppo spesso – dice il capo dello Stato – si scelgono toni troppo clamorosi, troppo eccessivi, nel giudizio si manca di misura, molte analisi sono contraddistinte da un certo estremismo. Tutto questo contribuisce a inasprire la tensione politica. I partiti si scontrano, si dividono, tutto questo in un certo modo è normale in una democrazia. In Italia, tuttavia, ciò degenera in una vera e propria guerriglia politica».