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Maggio 25, 2022

Quattro NO e un NI’!

Di Beppe Sarno

Il  12 giugno prossimo siamo chiamati a votare sui cinque referendum, promossi da Lega e Radicali e ammessi lo scorso 16 febbraio dalla Corte costituzionale, tutti riguardanti il tema della giustizia.

Il primo quesito (scheda rossa) riguarda l’Abolizione della legge Severino (D.lgs. n. 235/2012) e propone di eliminare l’automatica incandidabilità, ineleggibilità e decadenza di parlamentari, membri del governo, consiglieri regionali, sindaci e amministratori locali, in caso di condanna penale. A cadere anche l’art. 11 che impone la sospensione degli amministratori locali condannati anche in via non definitiva.

Il secondo quesito (scheda arancione) : prevede l’abrogazione dell’art. 274 comma 1 lett. c) del codice di procedura penale  con riferimento alla parte in cui consente di portare in carcere una persona sotto processo, se vi è il rischio che possa commettere un reato della stessa specie di quello per cui si procede. L’obiettivo dei promotori del referendum è evitare che la carcerazione preventiva possa colpire persone che poi risultino innocenti.

Il terzo quesito (scheda gialla) Separazione delle funzioni dei magistrati: in caso di voto favorevole al quesito referendario, il magistrato dovrà scegliere all’inizio della carriera la funzione giudicante o requirente, per poi mantenere quel ruolo durante tutta la vita professionale.

Il quarto quesito (scheda grigia) Consigli giudiziari. Si prevede che anche i membri cosiddetti “laici”, cioè avvocati e professori, possano partecipare attivamente alla valutazione dell’operato dei magistrati nell’ambito del Consiglio giudiziario territoriale (ora solo spettante ai magistrati).

Il quinto quesito (scheda verde) Elezione togati Csm: si richiede con il Sì l’abrogazione dell’obbligo, per un magistrato che voglia essere eletto, di trovare da 25 a 50 firme per presentare la candidatura. L’attuale obbligo impone a coloro che si vogliano candidare di ottenere il beneplacito delle correnti o, il più delle volte, di essere ad esse iscritti. Si tornerebbe alla legge originale del 1958 che prevedeva che tutti i magistrati in servizio potessero proporsi come membri del CSM presentando semplicemente la propria candidatura.

Per raggiungere il quorum dovranno votare la maggioranza (50%+1) degli aventi diritto al voto e si dovrà raggiungere la maggioranza (50%+1) dei voti validamente espressi.

Per ciò che riguarda la legge Severino va osservato che La Costituzione recita: “art. 65 La legge determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di deputato o di senatore“, e il successivo  “art. 66 Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità”.

L’ incandidabilità è in buona sostanza  uno status di inidoneità funzionale all’assunzione di cariche elettive, mentre l’ ineleggibilità, serve  a garantire la libera ed eguale espressione del voto del corpo elettorale. Dunque se ineleggibilità e incandidabilità non coincidono, come può il legislatore definire incandidabile un cittadino alle elezioni per il Parlamento.

Per ciò che riguarda l’ incandidabilità sopravvenuta, viene introdotto un principio di  retroattività. Cioè l’organo giudiziario con una sentenza, modifica di fatto la composizione politica del parlamento (potere legislativo) potendo portare alla decadenza del parlamentare che è stato precedentemente votato democraticamente. Senza tener conto dell’art. 3 della Costituzione “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Non credo che un potere diverso da quello legislativo possa decidere con una sentenza se un candidato non merita di sedere in Parlamento, dal momento che questo privilegio spetta ai cittadini elettori che democraticamente scelgono di non votare il candidato  conoscendo il suo pregresso giudiziario. Voto “Nì”

Il secondo quesito riguarda l’abrogazione dell’art. 274 comma 1 lett. c) del codice di procedura penale. La vittoria del “Si” comporterebbe che le misure cautelari (tra cui quella del carcere), sarebbero applicabili soltanto nei casi stabiliti dal primo periodo della lettera c) dell’art. 274, comma I c.p.p., vale a dire solo per “gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale o diretti contro l’ordine costituzionale ovvero delitti di criminalità organizzata”. In concreto ciò significa escludere la carcerazione preventiva per corrotti, bancarottieri, ladri e scippatori seriali, che anche se arrestati in flagranza dovrebbero essere subito rilasciati. Io voto “NO”

 Il  referendum sulla separazione della carriera tra giudici e pubblici ministeri imponendo una netta separazione tra le funzioni comporta  il rischio di una subordinazione  dei PM alla politica, rischio reso evidente dalla previsione, contenuta nella riforma del processo penale approvata dal Consiglio dei ministri, che il Parlamento approvi i criteri generali per l’esercizio dell’azione penale, che è in palese contrasto con la Costituzione. Io voto “NO”.

Consigli giudiziari:  Si tratta di un referendum inutile perché già, ha proposto di dare ai membri non togati il diritto di parola, che è una proposta che  non determina possibili interferenze tra il ruolo degli avvocati e quello dei magistrati. Io voto “NO”

Il quinto quesito è di fatto un quesito senza senso perché come opportunamente osserva il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale “Il quesito sulle modalità di presentazione delle candidature dei magistrati per le elezioni del Consiglio Superiore della Magistratura non avrebbe effetti concreti, non comporta alcuna riforma del CSM, esprime soltanto diffidenza verso il pluralismo culturale incarnato dalle correnti in seno al corpo dei magistrati.” Voto “NO”

Modificare il sistema giudiziario italiano a colpi di referendum è un’operazione dilettantistica e pericolosa che non affronta seriamente il problema del funzionamento della complessa macchina giudiziaria italiana. Né tantomeno la cd. Riforma Cartabia  risolve i complessi problemi della giustizia del nostro paese. Sia i referendum che la riforma Cartabia  partono da un profondo senso di sfiducia della magistratura, peraltro recentemente ampiamente meritato, ma colpire l’autonomia dell’amministrazione della giustizia subordinandola  al potere politico non punisce la magistratura nel suo complesso ma limita gli ambiti di democrazia esistenti nel nostro paese già ampiamente limitati da un’azione governativa reazionaria e conservatrice.

Concludendo il sì ai referendum renderebbe la giustizia italiana più amerikana con la conseguenza che i magistrati si adatterebbero  ad amministrare una giustizia fortemente subordinata alla politica ed ai poteri forti che essa esprime diventando più forte con i deboli e più debole con i forti.