Posts tagged ‘Boris Johnson’

Maggio 4, 2022

PAPA FRANCESCO E LA GUERRA

di Giuseppe Giudice

In una lunga intervista al Corriere della Sera, Papa Francesco ha detto cose di grande rilevanza. Che fanno a pugni con il “mainstream” di una stampa, in larghissima parte sostenitrice di un bellicismo e di una escalation militare nella guerra russo-ucraina. In realtà , come ho già detto, l’Italia è tra i paesi dell’Europa Occidentale uno con minore libertà di stampa di fatto. Chi contesta il bellicismo è considerato oggettivamente un servo di Putin. Una grandissima menzogna. Del resto, negli altri grandi paesi europei, c’è molto più contraddittorio e dialettica nei mass media. In Francia, in Germania, perfino nei paesi più bellicisti come la GB e gli USA (vedi il New York Times ) non c’è narrazione unica. Ma veniamo a quelli che ritengo i passi più qualificanti dell’intervista del Papa.

1) riprende il discorso sulla Terza Guerra Mondiale a pezzi; sostenuta da una fortissima escalation (negli ultimi venti-trenta anni) della produzione di materiale bellico, del suo commercio e vendita; con gli enormi profitti realizzati

2) si pone apertamente il problema (pur certo non approvando la politica imperiale di Putin) delle concrete responsabilità dell’Occidente per aver voluto espandere ad est la Nato.

3) come ha rilevato Tomaso Montanari, il Papa rifiuta il concetto di “guerra giusta ” (vedi l’Enciclica “Fratelli tutti”) mettendo anche in discussione passi del Catechismo scritto da Ratzinger – che sia pur di sbieco non esclude che ci possano essere guerre giuste – La guerra giusta non esiste soprattutto in un mondo in cui c’è stato una enorme crescita di armi di distruzione di massa (l’atomica, le armi chimiche e batteriologiche) e il forte aumento del potenziale distruttivo delle stesse armi convenzionali

4) Si dichiara nettamente contrario all’escalation miltare , nella guerra in corso. All’aumento delle spese militari in Europa. La via da seguire è sempre quella della diplomazia e del negoziato, per quanto possa apparire difficile in questo momento

Chiaramente il Papa parla con il suo linguaggio (che è quello di Vescovo di Roma), ma mostra di avere una visione della politica estera molto più seria e profonda di molti leader politici.

Personalmente io condivido in pieno la posizione di Corbyn in merito alla guerra (non poi così distante da quella di Francesco). Corbyn è un critico feroce di Putin, del suo regime di capitalismo oligarchico, segnato da enormi disuguaglianze. Ma evidenzia sempre le gravissime responsabilità dell’Occidente , nell’aver determinato la situazione attuale. Chiede l’immediato ritiro delle truppe russe, la cessazione dei bombardamenti sui civili, e l’avvio di un negoziato …..ma non ha alcuna simpatia per Zelensky ed il suo nazionalismo. Contesta duramente l’ultra bellicismo di Boris Johnson (che fra l’altro ha intrattenuto ottimi rapporti con Putin fino al 2020) la sua volontà di estendere la guerra, di inviare armi sempre più micidiali ed offensive fra cui aerei potenti) all’Ucraina , per poter bombardare il territorio russo. E poi si rifiuta di accogliere i profughi ucraini (li vuole mandare in Ruanda!).

La posizione pacifista di Corbyn è la più coerente con l’essere socialisti oggi. Poi certo , quando si guardano le sparate di quel mezzo comico che minaccia la distruzione nucleare dell’intera isola britannica , non si può che sorridere per queste baggianate.

agosto 16, 2021

AFGHANISTAN!

di Alberto Benzoni.

Nel 1975 gli americani scapparono da Saigon ben due anni dopo la firma degli accordi con i nord vietnamiti; ma, in tutta fretta, dal tetto dell’ambasciata, con in mano la bandiera e la valigetta diplomatica. In quanto ai vietnamiti del sud, che avevano combattuto, assieme agli americani, per circa quindici anni, sarebbero stati abbandonati alla loro sorte, tra la totale indifferenza degli americani, compensata, si fa per dire, dalle palinodie di Sartre e intellettuali affini.Oggi i talebani sono entrati a Kabul senza sparare un colpo, così come è avvenuto in quasi tutte le grandi e piccole città del paese. E, attenzione, senza uscire da un quadro negoziale avviato da Trump più di un anno fa con lo scopo di fissare i rapporti reciproci, lasciando al tempo e alla buona volontà delle parti afgane di vedersela, per il resto, tra di loro.Ed è ciò che puntualmente avvenuto in una serie continua di incontri tra ex nemici che hanno coinvolto talebani, potentati locali, eredi anzi figli di Massud, coalizione del Nord, con la sollecita assistenza di cinesi, russi, iraniani, pakistani e via discorrendo. Tutti interessati, attenzione, a che la transizione sia pacifica e quanto più possibile consensuale e che l’Afghanistan diventi uno stato “normale anche se con connotati islamici” e non sia più luogo o focolaio di tensioni, conflitti e, soprattutto, di tentazioni di tipo jhadista. Un obbiettivo condiviso anche dagli Stati uniti; e, oggettivamente, nell’interesse degli stessi talebani.Prendiamone atto. Senza compiacimenti del tutto fuori luogo ma anche senza stracciarsi preventivamente le vesti. Come prendiamo atto che l’interventismo democratico cui tutti noi abbiamo creduto non è più proponibile come criterio per l’azione o anche solo come risorsa per la politica. E che il grande progetto lanciato dagli Stati uniti negli anni ottanta- sconfiggere Russia e Cina con il ricorso all’islam politico e militare, è nel giro di qualche decennio, totalmente fallito. Assieme alla pretesa di governare il mondo, spendendo meno di 5 dollari al giorno.Ci sarà naturalmente chi, all’insegna dell'”armiamoci e partite”, griderà alla capitolazione di Biden e dell’occidente e proporrà nuove crociate: Boris Johnson, i repubblicani americani secondi a nessuno per faccia tosta, i nostalgici della guerra fredda e, in coda, la coppia Salvini/Meloni, intenta insieme a denunciare come un grave pericolo per l’occidente la vittoria dei talebani ma anche, l tanto per non farsi mancare nulla, l’arrivo dei profughi in fuga dall’Afghanistan.E, allora, nervi a posto. Abbiamo gli americani che ci dicono che si trattava fin dall’inizio di una “mission impossible”; con il piccolo particolare che ce lo dicono con il senno del poi. Mentre, forse, erano in grado di saperlo sin dall’inizio.Da noi, poi, solo due Cassandre. L’una- Gino Strada- morta di recente, con la tara irrimediabile di odiare tutte le guerre. L’altra- Massimo Fini, con quella di non credere nella democrazia a geometria variabile. Se qualcuno fosse disposto a chiedergli scusa, mi associo; ma non penso di averne l’opportunità.

Maggio 1, 2020

La Germania dà ragione all’Italia (o almeno il Der Spiegel)  

La Germania dà ragione all'Italia (o almeno il Der Spiegel)

Ma la storia potrebbe cominciare a cambiare. A dare un segno verso una nuova direzione è il giornale tedesco Der Spiegel, non proprio favorevole allo stile italiano negli anni passati.

Questa volta però, incalzato proprio dalle impellenti questioni economiche dettate dall’epidemia, l’editorialista Thomas Fricke ha voluto offrire una visione diversa – e più coerente con i fatti – dell’Italia.

Ecco, allora, che dalle parole scritte dal giornalista tedesco è emersa una inaspettata conclusione: la Germania dà ragione al nostro Paese.

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Spendacciona, rovina dell’Europa, inaffidabile, con perenne conti in disordine: così è stata dipinta l’Italia dai tedeschi da sempre. Nell’eterna contrapposizione tra virtuosismo e rigore economico da una parte e incapacità di governare le proprie finanze dall’altra, i due Stati non si sono mai apprezzati.

Lo stesso Der Spiegel non ha risparmiato copertine al veleno contro il nostro Paese, con spaghetti, pistole e addirittura un cappio a sottolineare la rovina italiana per tutta l’Europa.

Un editoriale di qualche giorno fa, però, ha provato a fare chiarezza e a rendere giustizia alla storia d’Italia. Forse, secondo le parole di Thomas Fricke, è ora di smascherare questo ingiustificato disprezzo tedesco nei confronti dell’Italia.

Che rischia, a detta del giornalista, di centrare il focus della stessa unione monetaria europea su un problema fuorviante: lo stereotipo dell’Italia che spende troppo e poi chiede soldi all’UE.

Non è proprio così. E per provare la sua tesi, Fricke chiama in causa l’analisi della professoressa dell’Università di Roma Tre Antonella Sturati. Questa la testuale spiegazione sul debito e la spesa pubblica italiane:

“Dal 1992, i Governi italiani hanno avuto eccedenze di bilancio anno dopo anno, escludendo il pagamento degli interessi…Con l’unica eccezione dell’anno di crisi finanziaria mondiale del 2009. Tutto questo è diventato una catastrofe dopo la crisi dell’euro, quando capi di Governo come Mario Monti hanno subìto riforme sotto la pressione internazionale e soprattutto tedesca. A volte sul mercato del lavoro, a volte sulle pensioni.”

La leggenda dello spreco del denaro pubblico italiano, quindi, viene smascherata: “Dolce vita? Sciocchezze. Dal 2010, gli investimenti pubblici in Italia sono diminuiti del 40% sotto la pressione del risparmio. Un vero crollo.”

La spesa pubblica italiana, stando ai dati riportati da Der Spiegel, è rimasta stagnante dal 2006, mentre in Germania è aumentata di quasi il 20%. Con tutte le conseguenze che ne sono derivate, quali anche il taglio di risorse per alcuni settori chiave italiani, quali la sanità.

Il punto, però, è che secondo Fricke i tedeschi devono smetterla di porsi come insegnanti e indicare agli altri cosa fare, con ricette che non sempre salvano dal disastro.

No, non è l’Italia a minacciare l’Europa

Sul tema europeo, poi, il giornalista ha le idee altrettanto chiare. L’intransigenza tedesca su come affrontare la crisi per la pandemia in Europa non è così funzionale.

Der Spiegel aveva già criticato il secco no della Merkel agli Eurobond. Fricke ricorda che la valuta comune riporta ad un destino condiviso, anche dalla Germania. In questa ottica, i bond possono essere una risposta comunitaria. Proprio per evitare che l’Unione Europea finisca tra due anni.

L’atteggiamento tedesco a Bruxelles rischia, infatti di causare danni. “E in Italia e in Francia, chi arriverà al potere potrebbe essere come Donald Trump o Boris Johnson, che non hanno alcun desiderio di prendere parte al gioco [dell’Europa]. Il gioco su cui la Germania ha costruito la sua prosperità per decenni.”

Un affondo alla nazione tedesca, quello di Der Spiegel. Che, per una volta, dà ragione all’Italia.