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febbraio 28, 2020

In occasione del Bicentenario dei Moti Carbonari del 1820

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Un romanzo storico: La fontana di Bellerofonte di C. Genovese

Quest’anno ricorre il bicentenario dei moti carbonari del 1820, che videro Avellino protagonista della storia d’Italia nel Risorgimento. Una testimonianza di presenza morale, intellettuale, civile, che ci fa onore e che fu l’anima del famoso moto rivoluzionario, iniziando col pronunciamento militare dei giovani ufficiali carbonari Morelli e Silvati, alla testa dello squadrone di cavalleria di stanza alla caserma di Nola. Il moto, partito quindi da Nola, coinvolse i centri di Monteforte, Avellino e Salerno e via via ingrossò le sue file con l’apporto di civili, liberali e Carbonari. Ma la proclamata monarchia costituzionale fu soffocata dopo soli nove mesi col sostegno di un esercito austriaco, che ripristinò l’ assolutismo borbonico. E il re Ferdinando I fu affiancato nella repressione dalla sanguinaria e vendicativa regina Maria Carolina.

A questo punto sembra doveroso, in tale contesto di celebrazione, menzionare il solo romanzo storico completamente incentrato sull’argomento, di notevole interesse, anche perché frutto di interessantissime ricerche personali, tutte documentate, opera dello scrittore, nostro conterraneo, Celestino  Genovese, che racconta efficacemente le eroiche vicende : “La fontana di Bellerofonte”, Pironti editore, Napoli 2014. Il romanzo ricostruisce la memoria dell’ evento a cui si sta facendo riferimento, e riguarda specificamente la storia degli anni venti-ventuno, ma con un’ottica puntata sull’Italia e sull’Europa. Un romanzo storico, quindi, che è ben più di un quadro della propria città. Ma il testo, unico nel suo genere, sembra ormai esaurito (qualche copia forse sembra sia ancora reperibile su Amazon) e pensiamo che sarebbe il caso che l’editore provvedesse a ristamparlo, anche in vista del Bicentenario.

Il titolo del romanzo deriva da una fontana seicentesca del Fanzago, anche detta ‘Fontana dei tre cannuoli’, sita lungo il Corso Umberto I di Avellino, all’epoca Via Regia delle Puglie. La città irpina viene fatta rivivere, come anche Napoli, nell’ antico aspetto, con vie, porte, ‘larghi’, attraverso una vicenda che specularmente riflette microstoria e macrostoria: i nove mesi di gravidanza segreta della giovanissima protagonista corrispondono a quelli del nonimestre costituzionale, mentre viene fatta ruotare una miriade di personaggi operosi e carichi di idee, dei quali diversi incarnano figure storiche reali, che ricorrono non casualmente nell’odierna toponomastica cittadina.

Il romanzo suscita interesse, dicevamo, per la fondata e convincente visione storica d’insieme, ma anche per i molti dettagli forniti. Ad esempio, si apprende, non senza sgomento, che sul patibolo, nei pressi di Porta Capuana a Napoli, il giovane Morelli orgogliosamente rifiutò di pentirsi, attestando di voler andare all’Inferno per aspettare lì il Borbone ed assistere alla sorte riservata al reazionario fedifrago…! Orgoglio per cui il suo corpo subì l’estrema infamia di non essere sepolto, ma gettato nella calce viva a bruciare! Il Pepe e il de Concilj non subirono la pena capitale, perché si sottrassero alla morte con la fuga per un volontario esilio, da cui tornarono in patria solo nel 1848, in mutate condizioni storiche. Apprendiamo che la Gran Corte Speciale di Napoli, attiva un anno circa dal ‘21 al ‘22, “comminò trenta condanne a morte con il terzo grado di pubblico esempio: trasporto del condannato sul luogo dell’esecuzione a piedi nudi, vestito di nero e con un velo nero che gli copriva il volto” e nel ‘23 aggiunse alle condanne quella in contumacia di Pepe, de Concilj, Carrascosa, Minichini. Leggiamo sempre : “Durante la repressione organizzata dal principe di Canosa, furono centinaia le esecuzioni capitali, le carcerazioni e gli esili, nonché i procedimenti restrittivi comminati a sacerdoti, insegnanti, etc”. E constatiamo che effettivamente, a proposito di Piazza Libertà : “Nessun monumento vi fu mai eretto a onorare la memoria di quei moti, tranne una targa con un piccolo altorilievo apposto sulla facciata del Palazzo del Governo. A Napoli, invece, in Piazza dei Martiri, fra i quattro grandi leoni di pietra che presidiano la colonna delle Virtù ve n’è uno, trafitto da una spada, che rappresenta i caduti carbonari del 1820-21”.

C’è materia sufficiente per celebrare la memoria di tale insurrezione?

Questo, sommariamente, il quadro storico dei moti carbonari e della “Fontana di Bellerofonte 1820”. Tuttavia sembra importante, per noi tutti meridionali e no, far menzione di un testo che lo onora, e ci onora, redatto da Giuseppe Poerio, padre di Carlo e Alessandro, quando il neoparlamento fu costretto a sciogliersi: testo riportato parola per parola, con cocente indignazione e fierezza, nel romanzo, alla data di Venerdì 3 marzo 1821.

Gina Ascolese

febbraio 12, 2015

Una vergogna tutta italiana!

Il 3 marzo, per via di un’ordinanza di sfratto esecutivo, finirà la storia dell’Antico Opificio Serico di San Leucio (http://www.aos.it/), l’ultima seteria ancora attiva della Real Colonia della Seta fondata dai Borbone nel XVIII secolo. Non soltanto 15 famiglie perderanno il loro lavoro, ma la Campania e l’intero Paese perderanno l’ultima testimonianza di una realtà culturale e sociale irripetibile, una pietra miliare della storia dell’artigianato italiano.

Ho letto con commozione il sito web dell’Opificio, che ricorda così la nascita di quel luogo straordinario e della comunità che lo ha animato per secoli: “Il 25 marzo del 1776 Ferdinando IV di Borbone, Re delle Due Sicilie, fonda la Real Colonia della Seta di San Leucio, a pochi chilometri dalla Reggia di Caserta, con l’intento di eguagliare e superare la bellezza dei tessuti di seta prodotti a Lione. Chiamati a lavorarvi i migliori maestri tessitori francesi ed italiani del tempo, Ferdinando IV li organizza in una comunità con uno statuto a carattere sociale ed egualitario di grande modernità per l’epoca”.

Sono già tantissime le testimonianze e gli appelli che circolano in queste ore, sul web e sui giornali, e che invocano che l’AOS di San Leucio non chiuda. Sono convinto che chi ha la responsabilità di quel territorio e dei beni culturali non possa non ascoltare la voce di chi domanda che l’eccellenza italiana sia tutelata e tramandata ai nostri figli ‪#‎laculturachevince‬

aprile 5, 2012

Viva i Borbone!

giugno 19, 2011

Remedium tarantulae. – Il canto dei sanfedisti.

Quando, nel novembre del 1798, l’esercito rivoluzionario francese invade il regno di Napoli, la monarchia napoletana – come ammette Croce -, senza che se lo aspettasse, senza che l’avesse messo nei suoi calcoli, vide da ogni parte levarsi difenditrici in suo favore le plebi di campagna e di città, che si gettarono nella guerra animose a combattere e morire per la religione e pel re, e furono denominate, allora per la prima volta, bande della Santa Fede”