Posts tagged ‘banca d’Italia’

maggio 6, 2020

Sarà un futuro d’inferno!

 

di Beppe Sarno

Mentre l’inps provvede ad erogare il bonus di 600 euro che a maggio forse diventeranno mille, proviamo a fare un po’ di conti per capire quanti soldi servono per fronteggiare l’emergenza, dove si potranno prenderli e a che prezzo e quali sono le prospettive per  il futuro per l’Italia e per la maggior parte degli italiani.

Per ciò che riguarda i seicento euro l’INPS pagherà 2,7 miliardi di euro  ed altrettanti ne pagherà nel mese di maggio anche se per effetto di una selezione che verrà fatta diminuiranno gli aventi diritto ed aumenterà il bonus che potrebbe arrivare fino a mille euro però  con  dei paletti.

Siamo già a quattro cinque miliardi. Se tale misura dovesse continuare fino alla fine dell’anno si potrebbe arrivare a spendere 18 miliardi di euro. A questa cifra bisogna aggiungere i soldi che serviranno per i buoni spesa che saranno erogati dai Comuni che integreranno il bonus dei 600 euro.

Ma lo Stato avrà bisogno di altri soldi per pagare la cassa integrazione. Al  momento si parla di un fondo di dotazione  di 38 milioni di euro per fronteggiare le ricadute economiche provocate dall’emergenza sanitaria provocata dal Coronavirus. questi soldi dovrebbero essere finanziati dal “Sure” un prestito apparentemente senza condizioni che vengono trasferiti ai paesi membri ma che comunque sono prestiti  che peseranno sul loro futuro bilancio pubblico, fino a quando non saranno restituiti.

A questa enorme cifra andranno aggiunti gli aiuti alle imprese e agli artigiani, il cui ammontare attualmente non è quantificabile; sappiamo però che grazie al via libera della Commissione europea lo Stato tramite la Sace garantirà le banche per prestiti  fino a 400 miliardi da queste concesse ad imprenditori in difficoltà.

Inoltre sono state già alo studio tre misure di politica economica, differenti sia per l’onere a carico dello Stato sia per la tempistica della loro attuazione:

  • nel breve termine: trasferimenti diretti alle imprese da parte del governo per compensare la perdita di fatturato e coprire i costi operativi. Trasferimenti aggiuntivi a fondo perduto eviterebbero o ridurrebbero la necessità delle imprese di far ricorso al credito bancario, ma comporterebbero un aggravio dei conti pubblici;
  • nel medio termine: creazione di un veicolo speciale per la ristrutturazione dei debiti delle imprese medio-grandi, finanziato con risorse pubbliche e con l’emissione di titoli a lungo termine collocati sul mercato;
  • nel medio termine: introduzione di incentivi fiscali per la ricapitalizzazione delle imprese.

E’ presumibile immaginare che si arrivi ad una spesa di cento miliardi.

A questa somma bisognerà aggiungere il mancato introito da parte delle stato di tasse che non saranno pagate per effetto della contrazione del prodotto interno lordo.

Il Fondo Monetario Internazionale  prevede che “«Il bilancio della maggior parte delle economie dell’eurozona si deteriorerà a causa delle ricadute di Covid-19 e delle misure di emergenza annunciate»e che il deficit italiano salirà all’8,3% nel 2020  del prodotto interno lordo.

l’Istat ha certificato che nel primo trimestre del 2020 la variazione acquisita per il 2020 rispetto all’anno precedete è pari a -4,9%., quindi appare credibile una riduzione del prodotto interno lordo nelle misura prevista dal Fondo monetario internazionale del 10% circa.

Oltre agli esborsi che andrà a fare lo Stato si indebiterà per ulteriori  cento miliardi per  minori entrate per imposte e tasse che non riscuoterà ed inoltre sarà indebitato con la BCE o con gli investitori istituzionale che gli avranno prestato i soldi per una somma di valore almeno equivalente.

Siamo già a duecento miliardi di euro.

Un girone infernale!

Questa seconda parte di mancato incassi lo Stato dovrà chiedergli agli italiani attraverso il pagamento delle tasse. Ma cento miliardi sono tanti e altri cento da restituire alla BCE sono tantissimi.

Bisogna tener presente che nella rilevazione relativa al mese di febbraio 2020 il debito pubblico italiano ha evidenziato una crescita. Secondo quanto comunicato dalla Banca d’Italia al 29 febbraio 2020 il debito pubblico era risalito a quota 2.447 miliardi di euro. Il debito pubblico, come tutti sanno (o debito delle amministrazioni pubbliche) è rappresentato dall’esposizione di uno Stato e di altri soggetti pubblici nei confronti di altri soggetti economici. I creditori possono essere nazionali o esteri. Ma lo stato siamo noi.

A questo debito di 2.447 miliardi bisognerà aggiungere ulteriori 200 miliardi. Non a caso l’ agenzia di rating Fitch ha declassato l’Italia da BBB a BBB-, che vuol dire  che siamo  un solo gradino sopra il livello spazzatura. Questo significa che in caso di emissione di BPT lo stato dovrà prevedere interessi maggiori per rendere più appetibili i titoli che metterà in vendita.

Ma quanto incassa lo stato normalmente ogni anno? Secondo le fonti ufficiali lo stato incassa annualmente 471 miliardi fra imposte dirette e imposte indirette.  Non è pensabile quindi che nel  2021, posto che il 2021 si torni alla normalità, lo stato possa chiedere agli italiani la restituzione di 200 miliardi o 400 come dicono alcuni,  per intero mediante applicazioni di nuove tasse o aumento di  quelle esistenti.

Certamente non si potrà incrementare le tasse di circa il 50% in un solo anno. Significherebbe chiedere a tutti o di chiudere bottega o  di trasformarsi in evasori totali. Se prevedessimo il rientro di questo debito in cinque  anni saremmo pure di fronte ad una massa enorme di soldi da recuperare e cioè un aumento del  20%  di quanto incassa lo Stato fra imposte dirette e imposte indirette. E possibile? e come?

Se lo Stato potesse  decidere da solo  potrebbe fare un ritocco delle aliquote ma quanto recupererebbe? Poco. Alzare il cuneo fiscale? Difficile.  penalizzare i redditi sopra gli 80.000 euro. magari” però avremmo come reazione un trasferimento di massa in paesi a bassa fiscalità.

Si potrebbe reintrodurre l’imu sulla prima casa recuperando circa 4 miliardi ne mancano sedici, questa misura però metterebbe ulteriormente in crisi il mercato immobiliare già fortemente indebolito. Giuliano Amato  risolse il problema facendo un prelievo forzoso sui conti correnti, ma questa misura potrebbe durare un anno, perchè l’anno successivo i correntisti si guarderebbero bene dal versare i propri soldi sui conti correnti bancari.

Ma lo Stato non potrà decidere da solo perchè queste ipotesi non tengono conto che sarà l’Europa a dirci che fare, con o senza Mes.

Cosa significa tutto questo in termini di occupazione? Gli analisti hanno formulato due ipotesi una ottimistica che prevede il fallimento di 98.000 imprese con la perdita di 2.200.000 posti di lavoro, l’ipotesi pessimistica prevede il fallimento di 180.000 imprese nel caso la crisi dovesse durare fono alla fine dell’anno.

Ciò significa che  arriveremmo alla perdita di  circa quattromilioni di posti di lavoro. stiamo parlando di persone, di operai, di giovani che rimarranno senza niente da dare alle proprie famiglie, senza diritti.

Come ricaviamo da una analisi di Claudio Negro del Centro Studi e Ricerche Itinerari previdenziali e Fondazione Anna Kuliscioff  “ una prospettiva più profonda della crisi si può ricavare dai freschissimi dati INPS sulla Cassa Integrazione, aggiornati al 29 aprile: i lavoratori interessati da Cassa Integrazione Ordinaria (la Straordinaria per ovvi motivi non riguarda la crisi da lockdown) sono 5.086.000, cui si aggiungono quelli che percepiscono l’Assegno Ordinario (il corrispondente della CIG per le aziende che hanno costituto fondi di solidarietà), per un totale di 7.903.000. Ci sono poi le Casse Integrazioni in Deroga per le aziende che non hanno né l’uno né l’altro ammortizzatore, che non possono ancora essere quantificate con precisione perchè il loro iter autorizzativo passa per le regioni: per ora le domande decretate dalle Regioni sono 140.000, per un numero di dipendenti che dovrebbe superare i 500.000. Si tratta in totale di circa 8.500.000 lavoratori sospesi interamente o parzialmente dal lavoro: il 45% di tutti i lavoratori dipendenti! Nel comparto turismo-ristorazione la percentuale tocca l’85%, nei tessili il 96%, nella filiera dell’automotive il 93%, ecc. (dati INAPP).”

Concludendo la crisi del coronavirus indebiterà lo Stato solo per l’anno in corso di circa duecento miliardi di euro; falliranno circa duecentomila imprese   e potremo arrivare ad un numero di disoccupati dai quattromilioni agli ottomilioni.

Sicuramente questi dati, per me che non sono un economista, non sono esatti del tutto, ma purtroppo temo che siano sbagliati in difetto.

quale la soluzione? Per ciò che riguarda il nuovo debito va osservato che se lo stato emettesse buoni BPT speciali chi li comprerà? In questa situazione solo la BCE potrebbe darci una mano, con le riserve che deriverebbero dalla Sentenza della Corte costituzionale Tedesca che ha ridotto l’Italia e tutta l’Europa una provincia della Germania. poco più di un “land”.

Secondo Francesco Forte, illustre economista, che ha pubblicato un’attenta e puntuale analisi su critica sociale per risolvere il problema ” urge un piano di medio e lungo termine, basato su 5 punti, come quello che è stato  esposto dall’amministratore delegato di Intesa San Paolo, Carlo Messina.

Cominciando dal quinto per Forte occorre  che lo Stato promuova  ” lo sblocco degli investimenti in infrastrutture  e grandi opere attualmente bloccati, che riguardano  150 miliardi già contabilizzati, nei pubblici bilanci, per i quali  è necessario sveltire le procedure, onde passare dai documenti ai fatti.” Secondo Forte queste opere bloccate potrebbero essere finanziate da privati o enti pubblici che non graverebbero sul bilancio dello stato perchè “si tratta non di debiti pubblici ma di debiti privati, in quanto fatti da imprese, private o pubbliche e non dal governo” Per questo motivo Forte auspica  che l’Italia acceda al MES ma facendo in modo ” anche questo debito non sia effettuato dal governo, ma da un veicolo finanziario, avente le caratteristiche di ente pubblico economico dotato di risorse proprie, separato dal governo” ed indica enti sanitari o un consorzio di enti sanitari regionali che “possono finanziarsi sia con i ticket sanitari, e sia con unna eventuale tassa sanitaria regionale dello 1,5%”

Certamente  sbloccare gli investimenti in infrastrutture e grandi opere porterebbe un grande beneficio sia per l’occupazione che per le casse dello Stato. Ma la cifra indicata da Forte non è quella che si ricava dalle fonti ufficiali. In fatti la ministra delle infrastrutture Paola De Micheli parla di 80 miliardi da spendere e non 150 in opere pubbliche, per la messa in sicurezza della rete viaria, dei ponti e dei viadotti, nonché per la realizzazione di programmi innovativi per la qualità dell’abitare.

Qualunque sia la cifra lo sblocco della grandi opere darebbe lavoro a circa ottocentomila lavoratori. Una bella boccata di ossigeno, ma non risolutiva perchè mancherebbero all’appello 3.200.000 posti di lavoro. Cassa integrazione in meno da pagare e imposte dirette ed in dirette non coprirebbero il fabbisogno dell’emergenza coronavirus.

Ma in quanto tempo si potrebbero sbloccare effettivamente queste grandi opere se lo “sblocca cantieri” non ha sbloccato un bel nulla? Commissariare tutto? la vedo difficile con la classe politica che abbiamo e non sono d’accordo sul sistema proposto da Forte sul controllo ex post dei lavori effettuati. Mi piacerebbe domandare al prof. Forte perchè “l’appaltante non gradiva essere controllato”

Piuttosto io sposerei la proposta ipotizzata dal  presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, che vorrebbe valorizzare l’esperienza della «vigilanza collaborativa» Con questo sistema si esce  dalle deroghe disegnando un modello di regole snelle per semplificate le procedure di realizzazione dei grandi eventi, accompagnando il modello con strumenti di controllo collaborativo in corso d’opera. In buona sostanza il controllo avviene in progress, cioè man mano ch e le opere avanzano nella realizzazione. Si arriva alla fine dll’opera con i controlli eseguiti e l’opera pronta alla consegna.

Questa proposta è stata accolta con favore anche dal presidente della Corte dei Conti, Raffaele Squitieri che a sua volta ha proposto l’idea di una legge quadro per i grandi eventi.

Forte ritiene che invece dello Stato a contrarre il debito sia ” un veicolo finanziario, avente le caratteristiche di ente pubblico economico dotato di risorse proprie, separato dal governo“. Non ritengo che da nessuna parte stia scritto che un ente pubblico economico possa accedere ai finanziamenti del MES, ma ammesso che questo fosse possibile difficilmente Il MES ammetterebbe ai suoi finanziamenti veicoli finanziari che non sia uno stato. Anche perchè le regole per accedere al Mes presuppongono la firma di un memorandum in cui vengono stabilite le regole del gioco, se gioco si può chiamare. A questo proposito resta assolutamente incomprensibile il meccanismo di restituzione del debito posto che vengono ipotizzati una serie di passaggi che data la nostra burocrazia e gli eventuali conflitti di interessi difficilmente sul piano pratico appaiono realizzabili. T

troppe ipotesi in conflitto fra di loro.

Forte poi ipotizza ” la emissione di debito pubblico italiani a lungo termine, riservato a italiani, garantito da collaterali consistenti in beni del demanio e del patrimonio pubblico” Questo perchè a dire di Forte al’elevato risparmio degli italiani non fa riscontro un pari investimento da parte di questi nel debito pubblico italiano.  Anche in questo caso non riesco ad essere pienamente d’accordo perchè se è vero che ufficialmente solo il 4% del debito pubblico italiano è in mano a risparmiatori italiani è pur vero che gli italiani che hanno soldi difficilmente compreranno titoli del debito italiano dopo che S & Poor ha detto che i titoli italiani sono spazzatura.

Certamente un investitore attento italiano o di qualsiasi altra nazione preferirà acquistare titoli tedeschi a zero rendimento piuttosto che titoli italiani con rendimenti appetitosi, perchè con i titoli tedeschi alla scadenza si è certi di recuperare almeno il capitale investito, mentre con i titoli italiani si corre  il rischio di non trovare nemmeno quello.

Mettiamo per ipotesi che lo Stato Italiano emettesse buoni del debito pubblico a lunga scadenza appare improbabile che gli italiani lo acquistino considerato che  nel 1988 i titoli di stato italiano in mano ai privati ammontavano al 58% del debito pubblico mentre ora siamo scesi a poco più del 3%. Perchè si dovrebbe invertire la tendenza  in un periodo di crisi come quella attuale.

Italiani brava gente ma non fessi.

Infine il prof. Forte ipotizza l’incentivazione al rientro in Italia delle aziende che sono andate all’estero con misure fiscali appropriate  e benefici legali come quelli che vengono dati all’estero. Anche qui l’esperienza insegna che le aziende fuggono in Olanda e in altri paradisi fiscali e vedo difficile il loro rientro in Italia anche perchè una legislazione premiale ridurrebbe le entrate fiscali per lo Stato e allora che senso avrebbe farle rientrare?

la realtà brutale dei fatti è un’altra: la gente non paga più l’affitto, h chiesto di sospendere il pagamento della rate di mutuo, il banco dei pegni è preso d’assalto alle sette del mattino. Le attività commerciali non riaprono e quando riapriranno solo la metà lo farà, mentre gli altri resteranno chiusi. Licenziamenti e cassa integrazione non si conteranno. Intanto la stagione turistica e quasi del tutto bruciata.

Nel settore dell’automotive bisognerà far fronte ad un invenduto pari a circa il 90%. Si prevede che circa il 50% delle compagnie petrolifere fallirà e a ruota seguiranno le banche e i risparmiatori perderanno i loro risparmi. La conclusione è che la povertà colpirà fasce intere di popolazione.

Ii pochi ricchi saranno certamente più ricchi, ma  in compenso i poveri saranno sempre di più e sempre più poveri.

E’ vero niente sarà come prima perchè dovrà cambiare il nostro modo di vivere in peggio ovviamente. Ristoranti, bar, discoteche, palestre, hotel, cinema e teatri, centri commerciali, compagnie di trasporti e tante altre dovranno fare i conti con incassi più che dimezzati.

Alla fine in una maniera o nell’altra l’Europa ci presterà i soldi che ci servono per far fronte all’emergenza. probabilmente  l”Italia emetterà BPT speciali come suggerisce il prof Forte con un costo stimato di circa 600 milioni all’anno per interessi, che andrà ad aumentare il nostro debito pubblico, ammesso che l’Europa ci conceda di farlo.

Appare difficile che però questi prestiti possano avvenire senza condizioni come chiede il governo italiano tenuto conto elle dichiarazioni del primo ministro olandese che ha dichiarato ai suoi parlamantari che  “gli Stati che chiedono il prestito del Mes devono sottoscrivere un “memorandum in cui si impegnano a utilizzare la linea di credito per sostegno al finanziamento interno dell’assistenza sanitaria diretta e indiretta, guarigione e i costi relativi alla prevenzione a seguito della crisi Covid-19” e poi ha aggiunto ” la linea di credito sarà disponibile solo per la durata della crisi COVID-19. Terzo, la linea di credito per Stato membro sarà del 2% del prodotto interno lordo come punto di partenza “  ed inoltre  Quarto – si legge – è importante che le procedure per la concessione di finanziamenti da parte del Mes, come previsto dal trattato Mes, vengano adeguatamente monitorate” infine ultima condizione “le linee di credito siano più brevi” rispetto alla storia passata del Mes

Dopo aver accettato queste forche caudine, Il prossimo anno saremo richiamati a rientrare nei termini previsti dal patto di  stabilità e l’Europa ci imporrà ulteriori regole draconiane che prevedranno ancora e più stringenti sacrifici.

Insomma sarà un futuro d’inferno.

Ma da questo inferno bisognerà pur uscire. Come?

La risposta a mio avviso sta scritta nella nostra Carta Costituzionale che come diceva Aldo Moro ai padri costituenti  deve avere un carattere pedagogico nel senso che  ad essa bisognava ed ora bisogna riferirsi alla Costituzione per indirizzare un progetto di ricostruzione dello stato nelle sue molteplici funzioni.

la società moderna è stata contrassegnata da un assalto del capitale finanziario ai diritti dei lavoratori. si è immaginato che il mercato poteva essere regolatore della società e l’Europa è stata costruita seguendo questo principio, dimenticando che bisognava privilegiare come ha fatto la nostra Carta Costituzionale uno sviluppo della società sulla base di principi di libertà di democrazia, di giustizia sociale e di solidarietà internazionale.

Ma si sà la politica è costruita sui rapporti di forza fra le varie componenti della società ed in Italia ed in Europa  il capitale ha avuto la meglio sul lavoro almeno negli ultimi venti anni.

Ripartendo dalla Costituzione questa è impostata sulla solidarietà fra capitale e lavoro; negli ultimi venti anni la globalizzazione ha prodotto un liberismo assoluto che va fermato; lo Stato, con gli strumenti democratici che ha a disposizione, deve essere il protagonista della   ricostruzione economica della nazione ponendo rimedio non solo alla devastazione del coronavirus ma a venti anni di economia basata sull’egoismo e sulla voracità  dei grossi gruppi finanziari internazionali.

Il lavoro deve diventare protagonista dell’agenda politica. L’art. 35 della costituzione recita “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori. Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro.”  E’ scritto “La Repubblica” non “la legge” e la Repubblica cioè lo stato, cioè noi, dobbiamo trasformare radicalmente le condizioni attuali e promuoverne altre che garantiscano lavoro per tutti i lavoratori. Ma come deve essere il lavoro?

Ce lo spiega l’art. 36 che ci ricorda  “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa.“Esiste oggi questa condizione? Certamente no!

Come non esiste la previsione dell’art. 37 “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.” E che dire dell’art. 46? “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.” La cogestione presente nella legislazione di molti stati non ha trovato simpatizzanti in Italia, primi fra tutti i sindacati preoccupati della commistione dei ruoli che si genererebbe. ma la cogestione è l’unica arma per portare la democrazia nei luoghi di lavoro.

Gli imprenditori italiani hanno dimostrato di non essere capaci di essere classe dirigente perchè hanno dato prova che la loro opera era finalizzata al loro egoismo assoluto senza tener conto di quello che oggi viene chiamato bene comune.

I lavoratori che anche in questa drammatica situazione di emergenza sanitaria hanno dato prova di essere capaci da soli di sostenere il peso di un momento così drammatico, parlo di tutti quelli che negli ospedali a costo della propria vita hanno affrontato il male e si apprestano a sconfiggerlo, parlo dei sindaci,  dei pompieri, delle forze dell’ordine, degli operai  che non hanno fermato la produzione e che il 4 maggio in quattromilioni si sono recati al lavoro mettendosi sulle spalle il gravoso fardello della ripresa,  questi sono e devono diventare classe dirigente perchè solo essi hanno dimostrato sono capaci di creare una permanente  solidarietà fra il bene proprio e il bene comune.

Se riusciremo a portare questo anche nelle istituzioni europee rovesciandole nella loro attuale formulazione l’Europa avrà un motivi per sopravvivere, altrimenti sarà meglio combattere per la sua dissoluzione.

maggio 3, 2020

 DER SPIEGEL CONTRO LA MERKEL

di Giuseppe Giudice

Il Der Spiegel, il più importante periodico tedesco , con ben due articoli ha attaccato con forza , la politica del governo tedesco contrario agli eurobond. Del resto uno dei padri della Ue Jacques Delors , a 94 anni ha detto: “senza di eurobond, la mutualizzazione del debito , e il cambio dello statuto della BCE, L’ europa rischia sul serio la disintegrazione”. E torniamo allo Spiegel . Che contesta radicalmente, l’immagine dell’Italia come paese di spendaccioni irresponsabili (diffusa da molta stampa popolare) , il paese delle cicale contro le “formiche tedesche” . Lo Spiegel dimostra bene come l’Italia si sia fortemente indebolita economicamente, a causa delle politiche di austerità (imposte dalla Trojka) , con i tagli alla spesa sociale , con la precarizzazione del lavoro , con la crescita della povertà ….insomma altro che cicale! E non solo. Lo Spiegel mette in evidenza come la crescita del debito pubblico sia dovuto alla crescita degli interessi seguito al divorzio tra tesoro e Banca d’Italia . Fra l’altro c’è anche un attacco al governo Monti! Lo Spiegel è parte integrante dell’establishment tedesco. Probabilmente è un segnale che in questo establishment stanno emergendo forti contraddizioni. Credo che vi sia una preoccupazione molto realistica in settori del capitalismo tedesco che la forte crisi economica (fortemente aggravata dalla pandemia) , connessa al rallentamento dell’economia cinese, avrà effetti molto negativi sulla economia tedesca. Questo è il quadro. Ma voglio aggiungere un’altra considerazione. Si parla spesso di “piano A e Piano b”. Beh l’Italia non ha mai avuto neanche il “piano A” Si è sviluppata da molto tempo , un forte servilismo (e su questo rimpiango Craxi) verso la Germania. Un servilismo che è alimentato anche da una parte consistente della stampa : quella legata a John Elkann ed alla FCA. Che ha sede fiscale in Olanda (capite bene!) . Questo gruppo editoriale comprende , la Repubblica, la Stampa, l’Espresso, Radio Capital ecc . E sono apparsi articoli in cui addirittura si giustificava l’atteggiamento inqualificabile olandese contro l’Italia (e contro gli eurobond). E poi ci sono i soliti che emergono in queste fasi: i Prodi, i Monti. Dopo che Conte aveva annunziato che l’Italia non avrebbe utilizzato i fondi del MeS, due giorni dopo c’è l’intervento di Prodi che sconfessa Conte. Una vera coltellata politica ed anche un richiamo al PD. Conte oggi non solo deve affrontare le sbruffonate dell’estrema destra, ma anche gli attacchi infidi (all’interno della maggioranza) da parte di Renzi. Ma quello che più mi preoccupa è il ruolo di Prodi e Monti. Credo che questo governo abbia diversi limiti. Ma io oggi difendo Conte, da tutte queste manovre condotte da personaggi che hanno molto contribuito alla profonda crisi del ns paese.

aprile 12, 2013

soliti noti


di Loretta Napoleoni (@lanapoleoni)

Che ne è stato dei protagonisti degli ultimi trent’anni? Alcuni sono impegnati, con scarsissimo successo, a risolvere la crisi del debito sovrano, altri sono usciti di scena dopo aver fatto sfavillanti carriere.

Carlo Azeglio Ciampi, governatore della Banca d’Italia, l’uomo che sancì la separazione fra tesoro e Banca d’Italia e che portò al raddoppio del debito pubblico nel giro di soli undici anni, divenne presidente del Consiglio nel 1993 e tale rimase fino al 1994. È stato il primo presidente del Consiglio non parlamentare, con interessanti analogie rispetto al governo Monti. Dal 1994 al 1996 fu chiamato come vicepresidente alla Banca dei regolamenti internazionali, la banca di coordinamento di 56 banche centrali compresa la Bce, a Basilea. Dal 1996 al 1999 fu prima ministro del tesoro con il governo Prodi, poi, nel 1998, super ministro dell’economia, avendo accorpato i ministeri del tesoro e del Bilancio in collaborazione con massimo D’Alema. Nel maggio 1999 fu nominato presidente della repubblica, il secondo governatore della Banca d’Italia dopo Luigi Einaudi a ottenere questa carica.

La cosa curiosa è che Ciampi venne chiamato da Prodi prima e da D’Alema poi a ridurre quel debito pubblico che lui stesso aveva fortemente contribuito a creare, con il divorzio tra Banca d’Italia e tesoro.

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febbraio 11, 2013

L’Italia della “liretta” non era poi così male.

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di Gennaro Zezza(*)

Fonti autorevoli, di recente Eugenio Scalfari, terrorizzano gli ascoltatori o i lettori sulle conseguenze dell’abbandono dell’euro, con conseguente ritorno ad una valuta nazionale. Scalfari ritiene che “…non hanno ben chiaro che cosa significa il ritorno alla moneta nazionale: le banche americane e la speculazione giocherebbero a palla con la liretta, roba da emigrazione forzata”
Su simili toni, in un recente, interessante incontro con Stefano Fassina, quest’ultimo ribatteva ad un tavolo di euro-scettici “mica vorrete tornare agli anni ’70???”, con riferimento alla situazione precedente al “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro, in un assetto istituzionale in cui l’Italia aveva il controllo, sia pur relativo, sul tasso di cambio della lira, e la Banca d’Italia acquistava eventuali titoli pubblici di nuova emissione non sottoscritti dai mercati.

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dicembre 14, 2012

Le vere cause del debito pubblico italiano.

Dal 1981 la Banca d’Italia, per decisione di Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi, ha smesso di monetizzare il debito pubblico che è schizzato alle stelle. Una storia che si è ripetuta, amplificata, con l’Euro e la BCE.

di Domenico Moro da Pubblico 

In questi giorni la stampa tedesca ha attaccato con forza Draghi. Sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, Holger Steltzner, lo ha accusato di voler trasferire alla Bce i metodi della Banca d’Italia. Questa sarebbe al servizio dello Stato, di cui alimenterebbe le casse. Se ora la Bce finanziasse i debiti statali acquistandone i titoli, scatenerebbe l’inflazione e aggraverebbe la crisi dell’eurozona.

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agosto 31, 2012

Le vere cause del debito pubblico italiano.

Dal 1981 la Banca d’Italia, per decisione di Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi, ha smesso di monetizzare il debito pubblico che è schizzato alle stelle. Una storia che si è ripetuta, amplificata, con l’Euro e la BCE.

di Domenico Moro da Pubblico 

In questi giorni la stampa tedesca ha attaccato con forza Draghi. Sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, Holger Steltzner, lo ha accusato di voler trasferire alla Bce i metodi della Banca d’Italia. Questa sarebbe al servizio dello Stato, di cui alimenterebbe le casse. Se ora la Bce finanziasse i debiti statali acquistandone i titoli, scatenerebbe l’inflazione e aggraverebbe la crisi dell’eurozona.

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giugno 20, 2012

La BNI fallisce: migliaia di conti e bancomat congelati. Ecco cosa fare.

Migliaia di clienti al varco, con i conti bloccati e l’impossibilità di utiilzzare le proprie somme. È la situazione in cui si trovano in questo momento gli oltre 28mila clienti di Banca network investimenti (Bni) dopo la delibera della Banca d’Italia del 31 maggio. Tra i clienti vi sono anche molti dei 69 dipendenti che, in caso di liquidazione dell’istituto, rischiano il posto di lavoro.
Una «misura si è resa necessaria per fronteggiare la situazione di difficoltà della banca» secondo quanto ha comunicato l’istituto di palazzo Koch che a novembre ha posto in amministrazione straordinaria la Banca nata da Bipielle Net, una costola della Banca popolare di Lodi di Giampiero Fioriani.
La banca, come tutte quelle operanti in Italia, è obbligata ad aderire al Fondo interbancario di tutela dei depositi che garantisce la restituzione delle disponibilità in conto corrente (liquidità, depositi vincolati, assegni circolari e certificati di depositi nominativi) fino a 100mila euro (la garanzia è per depositante e per banca, indipendentemente dal numero di conti aperti presso uno stesso istituto).
Su questo non ci piove. Gli oltre 28mila clienti di Banca Network potranno usufruire eventualmente di questa garanzia. Ma come funziona? E, intanto, chi li ripaga dei danni maturati dal momentaneo congelamento dei conti?
giugno 1, 2012

Tutte le contraddizioni di Visco.

E’ certo uno dei momenti più drammatici della crisi europea quello nel quale il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco si è trovato a dover pronunciare ieri le sue “considerazioni finali”. E non vi è dubbio che la preoccupazione e l’attenzione per lo svolgersi della crisi siano elevate, cosa palpabile in ogni parte della relazione. Ma non è questo il punto. Le considerazioni di ieri appaiono infatti, nei loro contenuti di fondo, molto parziali nell’analisi dei problemi sottesi alla crisi, e ancor più per quanto riguarda l’economia italiana.

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maggio 4, 2012

QUELLO CHE VIENE TACIUTO.


“Nel giugno 1981, una commissione di studio, presieduta da Paolo Baffi, direttore generale di Bankitalia, deliberò di seguire lo schema d’un giovanotto, molto stimato dai Rothschild, tale Mario Monti, il quale propose l’emissione di titoli a lungo termine, con aste mensili e quindicinali, in modo… che il rendimento cedolare fosse fissato dal mercato, con scadenze tra i 5 e i 7 anni.

Il che, a detta del professorino, garantiva il potere d’acquisto e, secondo gli esiti delle aste, un piccolo rendimento dell’1-2%. Il Tesoro, zufolò Monti, avrebbe avuto da 5 a 7 anni per programmare e finanziare meglio la spesa pubblica. La proposta passò con standing ovation. Il deficit andò su come un proiettile. Le spese aumentarono invece di diminuire. Mentre Mario Monti procurava il credito a tassi impossibili, aumentarono tasse e benzina, le spese sanitarie sfondarono di mille miliardi di lirette il finanziamento statale. “

marzo 8, 2012

Visco ci è o ci fa?

La ricetta che il governatore di Bankitalia Visco ha in mente è infatti chiara e tutt’altro che entusiasmante: “In Italia non si può non richiedere che si lavori di più, in più e più a lungo”. A parere del governatore, dunque, si tratta di un percorso “inevitabile, da affrontare con determinazione, anche se con la gradualità necessaria. Ma non può esserne rinviato l’inizio e mi pare che oggi di questo vi sia consapevolezza”.

Visco ha poi biasimato la ritrosia italiana ad abituarsi a ritmi lavorativi tipicamente americani: “Un migliore funzionamento del mercato del lavoro, con la capacità di accompagnare e non con la volontà di resistere al cambiamento – nelle tecnologie, nelle produzioni, nell’apertura dei mercati, nelle organizzazioni delle imprese – va di pari passo con mutamenti profondi nella struttura produttiva”.

Vorrei far fare una passeggiata al  dott. Visco in tutti gli stabilimenti industriali chiusi dalla crisi e con gli operai in cassa integrazione che lavorerebbero come cinesi non come americani, senza dimenticare gli imprenditori che si sono suicidati o che semplicemente falliscono per causa della crisi che gente senza scrupoli come lui ha causato.

Ma tant’è! la fantasia a questi signori non manca.