Posts tagged ‘25 aprile’

aprile 24, 2022

RESISTENZA E REPUBBLICA

di Franco Astengo

La retorica mainstream sulla guerra, la polemica distruttiva verso l’ANPI, il goffo tentativo di distorcere la realtà storica della Resistenza Italiana ci hanno privato, in questo drammatico 2022, di poter esplicitare fino in fondo la storia e il senso di quello che fu il momento fondativo della nostra Repubblica.

La Resistenza come guerra civile, come individuato a suo tempo da Claudio Pavone nel suo fondamentale saggio sulla “moralità della Resistenza”, è stata percorsa da una categoria di fondo, quella della “non legittimità” nell’origine del potere statuale del fascismo e quindi dalla necessità “storica” del combattere quel potere distinguendo tra Nazione (Patria) e Stato .

Il ventennio era stato così percorso da una lotta antifascista sicuramente minoritaria nei numeri e i cui protagonisti anch’essi divisi nelle opzioni ideali proprio secondo lo schema poi usato da Pavone e successivamente dal più recente lavoro di Franzinelli e Flores.

Al momento dello scoppio della guerra era entrata in scena, nella coscienza di molti, la categoria del “tradimento”: tra grandi tormenti ideali infatti l’antifascismo italiano era stato percorso dalla convinzione che fosse necessaria la sconfitta militare per eliminare il fascismo.

I comunisti(e anche gli azionisti, mi pare) non nutrirono dubbi al proposito (alcuni, pur nel dramma, tirarono un sospiro di sollievo quando iniziò l’operazione Barbarossa) ma in altri settori dell’antifascismo sicuramente il problema si pose.

La questione del “tradimento” entrò potentemente nel dibattito dell’epoca alla data dell’8 settembre: la “fedeltà” era posta su tre piani, quella della continuità antifascista per chi l’avesse conservata con coerenza durante il ventennio, quella del mantenere il giuramento al Re (nonostante la fellonia della fuga), quella di stare dalla parte della “Nazione (Patria) ” che era stata e tornava ad essere quella fascista.

Una generazione intera si trovò di fronte ad un vero e proprio “spartiacque morale” e dopo vent’anni di fascismo ci fu chi trovò intelligenza e coraggio per compiere una scelta che poteva anche essere considerata come contraria alla Patria.

Esaminando i vari aspetti riguardanti le scelte e le opere resistenziali Flores e Franzinelli affrontano questo quadro con grande vigore: anche i punti che, sotto l’aspetto di una certa agiografia possono essere considerati come “scomodi”sono valutati tenendo sempre ben conto l’elemento della reciprocità dell’accusa di aver tradito lanciata da entrambe le parti in lotta.

L’appoggio all’invasione tedesca è la ragione per la quale la Repubblica di Salò non può essere considerata parte della continuità dello Stato: aver intuito questo elemento contribuendo al riconoscimento del governo Badoglio come governo legittimo nella linea di prosecuzione dell’identità statuale è stato il grande merito del CLN (o almeno della maggioranza dei suoi componenti) e della “svolta” togliattiana.

La scelta del riconoscimento del governo Badoglio e la formazione della Resistenza consentirono una rilegittimazione dello Stato assolutamente decisiva per l’avvenire, anche se la legittimazione della Patria fu conquistata soltanto al momento della Liberazione delle grandi città del Nord da parte dei partigiani

Non si tratta di una distinzione capziosa: il 25 aprile Stato e Patria si ricongiunsero ponendo le basi per la formazione di una democrazia posta al di fuori da un binario di mera prosecuzione con quello che era stato l’antico Stato liberale frutto dell’incompleto Risorgimento (come ben intuito da Gramsci nei “Quaderni”).

La gran parte della classe operaia non ebbe tentennamenti: nelle 5 giornate di Napoli, a Roma a Porta San Paolo, al Nord nelle grandi fabbriche a partire dagli scioperi del Novembre 1943, poi del Marzo 1944 fino al segnale dell’insurrezione generale del 24-25 aprile dato con il suono delle sirene di fabbrica.

L’esito del 25 aprile consentì di ricostruire la democrazia e arrivare nel giro di pochi mesi a libere elezioni nel marzo – aprile 1946 quelle amministrative, il 2 giugno elezioni per l’assemblea costituente e referendum istituzionale.

Le contraddizioni non mancarono e il testo di Flores e Franzinelli ma rimane il dato prevalente di uno Stato ricongiunto alla Nazione (Patria) che poteva ben essere considerato, a questo punto, come sorto dalla Resistenza.

A questo punto però sorge una domanda rivolta nel senso di approfondire il concetto di rilegittimazione dello Stato. La Repubblica è nata solo dalla Resistenza, sciogliendo il nodo del “tradimento” oppure anche dalla crisi del tipo di “Stato – Nazione” (Patria) costruito dal fascismo? La crisi del fascismo colpì più la nazione (Patria) che lo Stato di cui molto fu conservato, come scrive ancora Franzinelli in un suo recentissimo saggio: l’Italia è stata com’è ben noto, zona di frontiera tra il blocco occidentale e quello orientale, ed è stata attraversata al suo interno da una sorta d’invisibile confine che ne ha condizionato lo sviluppo democratico addirittura dividendo il sistema politico in due sottosistemi: l’arco costituzionale e l’arco di governo al riguardo del quale vigeva la “conventio ad excludendum” rivolta agli opposti estremismi anche se PCI e MSI furono di volta in volta associati alla maggioranza (Governo Tambroni 1960, governo Andreotti 1978). Il tipo di democrazia repubblicana disegnato dalla Costituzione fu pensato come adatto a quel tipo di situazione mentre al momento della caduta del Muro si era ritenuto che ormai si potesse superare quel tipo di assetto e riunificare il sistema politico “sbloccandolo”. Invece il tema della rilegittimazione dello Stato e la differenza tra il concetto di Stato e quello di Patria erano ancora d’attualità e non risolvibile in una prospettiva sovranazionale come molti avevano ritenuto potesse essere possibile. Oggi si può dire che tutto sommato è ancora valido il tipo di mediazione raggiunto dai grandi partiti di massa prima tra l’8 settembre e il 25 aprile e poi tra il 25 aprile 1945 e il 18 aprile 1948. Una mediazione tutto sommato ancora valida perché la Repubblica è quella nata dalla Resistenza riunificando con grande difficoltà e molte incertezze Stato e Nazione (Patria). La sparizione dei partiti che avevano realizzato, essenzialmente attraverso il lavoro della Costituente, quel momento unitario non ha lasciato comunque nessuna nuova possibilità di legittimazione per un’eventuale “Seconda Repubblica” che si era pensato di fondare modificando il sistema elettorale e aderendo al processo di presunta unificazione europea sull’onda dell’euforia del grande equivoco della “fine della storia”. La Resistenza come fatto fondativo e costituente invece non ha avuto eredi e l’eterna transizione che è seguita all’89 ne è ancora testimonianza. Tentare di modificare quest’assetto primario magari cambiando la Costituzione ha via via causato una fragilità del sistema che dovrebbe rappresentare l’immediata preoccupazione di un ceto politico sempre più in difficoltà nella sua capacità di esprimere assieme identità per i diversi soggetti e valori riunificanti che rendano Stato e Nazione (Patria) soggetti credibili agli occhi delle nuove generazioni.

aprile 21, 2022

BELLA CIAO!

di Ferdinando Pastore

Bella Ciao non è stato un canto della Resistenza. Ne è diventato simbolo postumo. Viena descritta la storia di un fiore. Quindi di una rinascita, di una nuova vita nel gelo della morte. Il fiore è un monito per tutte le genti che passeranno, quel bel fior di pace, di consapevolezza per la nascita del terrore. Monito perché lo spreco della vita in nome dell’egoismo non si ripeta mai più. La libertà conquistata è una libertà piena, di concordia con la natura. Non un capriccio libertario individuale, non un’erba voglio, ma una dimensione di salvezza dalla paura, dalla fame, dal cinismo, dallo sgretolamento della speranza. Il testo non assomiglia ai canti di lotta operai, possiede un recondito afflato spirituale. E non è una canzone di guerra. Esalta la vita nella sua essenza più profonda. Quella che costruisce vita e speranza. Di conseguenza non è un canto di guerra né un canto di lotta, ma un canto politico sì.

Col tempo quelle parole, ripetute meccanicamente, hanno perso il loro intimo significato. Bella Ciao è stata confezionata per ogni evenienza. Nella sistematica opera di immiserimento della lotta partigiana, di ciò che politicamente e socialmente ha significato, è diventata prodotto buono per ogni contesto. Fino a diffondersi come colonna sonora di un gruppo di rapinatori in una serie televisiva.

Il potere più insidioso del capitalismo è quello di far assorbire ogni aspetto dell’umanità ai propri scopi. Di commercializzare all’infinito ogni spazio dell’esistenza. Così da far perdere qualsiasi significato alle cose se non quello del valore di scambio. Perché, per il capitalismo, gli esseri umani vivono solo per glorificare il proprio tendenziale egoismo.

Così Bella Ciao diventa un brand. Riutilizzabile per qualsiasi scopo. E lo si può vendere anche nella sua versione fascista. Perché proprio ciò che cantano gli ucraini sulle note di Bella Ciao contraddice il significato originario di quel canto sulla Liberazione e diventa un inno dai propositi fascisti.

“Quei nemici maledetti che la nostra terra invadono

I nemici maledetti senza pietà li distruggiamo”

“E i javelin e i bayraktar combattono per l’Ucraina e uccidono i russi”

“Presto li distruggeremo

E conquisteremo la nostra libertà

E ci sarà di nuovo la pace”

Il fascismo si annida dietro queste parole. La volontà di annientamento feroce dei “nemici maledetti” non conosce alcuna pietà. L’esaltazione per le armi (javelin e bayraktar) che uccidono i russi, sostituisce il fiore della speranza e quindi di riscatto per l’intera umanità.

Diventa un canto di fierezza allucinatoria per la guerra. Presupposto perché la retorica fascista ritorni in auge, e venga riconsiderata buon senso comune. Discorsività letteraria.

Seguendo la medesima traccia non sorprende la tenacia con cui alcune formazioni politiche vorrebbero sventolare le bandiere della NATO in occasione della celebrazione del 25 Aprile.

Il processo di soppressione, nell’immaginario collettivo, dei valori della lotta partigiana, che non erano valori bellicisti, è ormai avviato da tempo.

Già nel contrasto alla Costituzione, risultato politico di quella visione che considerò i motivi sociali e culturali che portarono il fascismo all’apice della mentalità occidentale, si è vista la tenacia con cui quel modello doveva essere cancellato dalle coscienze.

Oggi si fa un passo in avanti. Per difendere il “mondo libero” quella grammatica fascista può tornare utile.

Così si stupra un inno di pace e lo si reinventa canto cupo di cieca violenza. Nel quale i teschi potranno essere sbandierati in nome della libertà. Da sempre quel nazionalismo razziale che oggi si ammanta di cosmopolitismo, ha elevato la libertà senza aggettivi a condizione per la volontà di potenza. E non ha mai parlato di Pace e Giustizia. Quel nazionalismo oggi incarnato nei cosiddetti valori europei che definiscono il confine tra Bene e Male. Nazionalismo cosmopolita dove o l’estraneo si assoggetta nell’assimilazione o verrà combattuto fino all’ultimo respiro della Ragione.

Potrebbe essere un primo piano raffigurante fiore e natura
aprile 11, 2021

Cipriano Scarfò, gli antifascisti del Sud!

Cipriano Scarfò (*)Era nato a Taurianova (Rc) il 24 marzo 1889, dove venne fucilato il 25 agosto 1943, in Contrada Chiusa. Cresciuto in una famiglia di artigiani, Cipriano Scarfò era un abile armiere che costruiva manualmente fucili da caccia nell’officina situata al centro di Taurianova. In seguito alla caduta del fascismo e alla vigilia dell’Armistizio, nell’estate del ’43, la piana di Gioia Tauro divenne bersaglio di numerosi bombardamenti alleati che indussero la popolazione a spostarsi nelle campagne circostanti. Anche la famiglia di Cipriano – moglie e sei figli – trovò rifugio in una casetta in Contrada Chiusa, sulla provinciale che dalla città conduce a Polistena. Lì vicino, in una distesa di ulivi secolari, era acquartierata la 29ª Divisione tedesca Panzergrenadier dopo l’evacuazione dalla Sicilia.Il 25 agosto 1943, come tutte le mattine, Scarfò percorse la carrabile che costeggia l’accampamento militare per andare ad aprire la sua bottega. Quel giorno, però, non fu uguale agli altri: “Attendevamo papà per il pranzo – ricorda il figlio Benito in un’intervista allo storico Rocco Lentini – ma lui non arrivò”. Nel pomeriggio si diffuse la notizia che era stato arrestato dai nazisti in piazza Duomo e portato via su un autocarro, con l’accusa di aver tagliato i fili delle comunicazioni del campo tedesco. Vani furono i tentativi da parte di conoscenti e amici che si trovano sul posto, tra cui alcune tra le persone più stimate del paese, di chiederne il rilascio poiché sicuramente doveva esserci stato un errore di persona.Secondo varie testimonianze, in realtà, Cipriano era in rapporti con il gruppo di socialisti che stava progettando la ricostituzione di un comitato antifascista a Taurianova. E in passato aveva manifestato idee libertarie e “disfattiste”, oltre ad aver perduto l’opportunità di lavorare alla BPD, Bombrini Parodi Delfino, industria chimica di Colleferro che produceva esplosivi, per non aver mai voluto prendere la tessera del PNF. Una volta era stato l’unico a non alzarsi in piedi durante la lettura del bollettino di guerra alla radio, come imponevano le disposizioni di Starace, provocando l’ira del maggior gerarca locale.All’imbrunire, la moglie e i figli di Cipriano si presentarono al campo per scongiurare il comandante, il generale Walter Fries, di liberare un padre di famiglia. Non riuscirono a parlare con nessuno, vennero scacciati brutalmente e minacciati con le armi. Si verrà a sapere che Scarfò era già stato processato sommariamente e condannato a morte per sabotaggio. Alle 14.30 la sentenza era già stata eseguita: lo avevano legato a un ulivo e fucilato al petto. “Vigliacchi!”, pare abbia gridato Cipriano ai suoi assassini. Il giorno del funerale non fu consentito l’ingresso in chiesa e tutto si svolse in un clima di sgomento e di paura.Solo da pochi anni, a Taurianova, una targa ricorda il sacrificio di questo eroe. In tempi recenti, poi, la ricerca storiografica ha ampliato e approfondito il concetto stesso di Resistenza, estendendolo a quella non armata, alle donne e ai civili, non solo del Settentrione e non solo dopo l’8 settembre. E ha innalzato il contributo del Sud a vera e propria “partecipazione” alla Liberazione d’Italia.(*) Fonte: ANPI – Donne e Uomini della Resistenza

aprile 29, 2020

PORTIAMO UN PARTIGIANO IGNOTO AL VITTORIANO!

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Comitato Partigiano Ignoto al VittorianoMi piace

Siamo un gruppo di giovani, provenienti da diverse realtà politiche e religiiose, con dei valori in comune che vediamo incarnati nella Resistenza: libertà, democrazia, uguaglianza, equità, giustizia, unità nazionale e importanza della memoria.

Proponiamo, nel 75° anniversario del 25 aprile, la tumulazione di un ignoto combattente per la libertà nel complesso monumentale del Vittoriano, il monumento che celebra l’unità d’Italia e la vitttoria nella Grande Guerra, per dare rappresentanza al “filo ininterrotto che lega gli ideali e le gesta del Risorgimento alle imprese della lotta di liberazione e alla rinascita dell’Italia”. Come sostenuto dal Presidente Ciampi il 25 aprile del 2005.

Firma anche tu la petizione!
https://www.change.org/p/sergio-mattarella-portiamo-un-part…

#25aprile #festadellaliberazione #Resistenza #partigiani #antiascismo #iorestolibero #liberiamocidalmale

aprile 25, 2020

25 aprile 1° maggio!

di Beppe Sarno

http://carpetashistoria.fahce.unlp.edu.ar/carpeta-3/imagenes/PIETRONENNI.png/image_preview

Scriveva Sandro Pertini sull’Avanti del 25 aprile 1947 “Tutti  i  lavoratori  del brac­cio  e  della  mente,  che  nella guerra  di  liberazione e  nella insurrezione  d’aprile  furono uniti nella lotta  per la nostra indipendenza  e per  la  nostra libertà,  rimarranno  ancora .saldamente  uniti  perchè  la Patria  sia  del  popolo e  per­chè la libertà abbia finalmen­te  come  base  una  profonda giustizia sociale, onde essa di­venga una conquista duratura per  tutti  gli  italiani. La  lotta,  dunque,  non  è terminata  il  25  aprile  1945, ma continua.

Gli rispondeva Pietro Nenni sull’Avanti del primo maggio “non  sia   da   noi  un   giorno di   feste,   ma  di  lotta,   concor­rono   oltre    alle   incognite politiche della situazione,  le   tristissime condizioni  economiche del   Paese   e  segnatamente    dei ceti più diseredati.”

25 aprile e primo maggio. Ci troviamo a celebrare queste due date mentre infuria una tempesta senza precedenti .

Due date vicine, 25 aprile e primo maggio soprattutto nelle coscienze di ogni cittadino veramente democratico perchè il riscatto dal lavoro può avvenire  solo in presenza della libertà dei lavoratori.

Mai avrei pensato di trovarmi in una situazione come quella attuale preoccupante e avvelenata dagli errori di una sinistra che non riconosce se stessa e si chiude per paura di affrontare la   realtà e i problemi: fabbriche chiuse e  strade vuote.

I lavoratori che non sanno se dopo questa terribile emergenza torneranno a lavorare. Molti probabilmente no. I partigiani cantavano “una speranza m’è nata in cuor” ma dove sono finite quelle speranze che all’indomani della liberazione tutto un popolo ha sognato?

Sono finite perchè oggi molti di noi non hanno voglia di ricordare queste due date  e perchè le speranze si sono tramutate in una dolorosa sfiducia o in una cinica indifferenza.

La lotta continua” diceva Pertini e gli rispondeva Nenni “Il primo maggio sia un giorno di lotta.”

La realtà  non è stata capace di dare una risposta alle speranze della gente. Ma è evidente che all’indomani di “mani pulite” le responsabilità di noi socialisti sono state gravi e imperdonabili. Impegnati a salvare noi stessi  non abbiamo provato a tornare alle origini, dalla parte dei lavoratori,  la nostra casa madre. Non siamo stati capaci o non abbiamo voluto seguire la strada indicata da  Pertini e di Nenni e di tutti i socialisti che hanno dato la vita per un principio.

Abbiamo lasciato i lavoratori soli ed il malcontento  è nato dal perdurare dei problemi non risolti, che ha generato il qualunquismo, il disgusto per la politica, occupata da mestieranti senza scrupoli e da prime donne querule e senza sostanza.

In Europa,  la Germania e l’Olanda preparano la trappola del MES  per rendere privato tutto quello che è stato costruito con i sacrifici di generazioni di lavoratori.

Il divorzio, la scuola dell’obbligo, la nazionalizzazione dell’energia, del sistema sanitario, lo statuto dei lavoratori, che all’epoca ci sembrarono fatti quasi naturali, logica conseguenza di un percorso condiviso da tutti, paragonandoli alla forza del Capitale oggi, appaiono per quello che furono: conquiste gigantesche di democrazia e civiltà.  La  democrazia  che ci hanno regalato i nostri padri l’abbiamo lasciata degradare  e funziona male perchè noi siamo mancati al nostro dovere di socialisti.

Oggi i giovani ci voltano le spalle cercando altre strade, improbabili  scorciatoie verso il  nulla.  In questo nulla,  in questo non aver saputo ricostruire la nostra identità per difendere le istituzioni, i diritti del lavoro, le conquiste sociali che sta il pericolo maggiore: il pericolo di un vuoto che fa paura.

Quanti sono gli errori che dal 1992 noi socialisti abbiamo commesso con le nostre divisioni, le nostre vigliaccherie, i nostri tradimenti?

Sappiano i socialisti della mia generazione, i democratici tutti, trarre occasione da questa pausa forzata con cui celebriamo il 25 aprile e il primo maggio per  trovare la forza ed il coraggio per compiere in umiltà un approfondito esame di coscienza per ritrovare la forza di ricominciare.

 

 

 

aprile 19, 2020

Il governo della Repubblica libera della Carnia.

Nell’estate del 1944, nell’Italia settentrionale, i partigiani passarono all’offensiva.
Il 10 settembre fu liberata la val d’Ossola, in Piemonte, dove fu costituita una repubblica partigiana che resistette per quaranta giorni agli attacchi dei nazifascisti.

Già a partire dal luglio 1944 un’ampia zona a cavallo tra il confine, l’Alto Friuli e il Veneto venne liberata dall’occupazione tedesca.
Si costituirono due Zone Libere: quella del Friuli Orientale e la Zona Libera della Carnia e dell’Alto Friuli. Quest’area comprendeva una quarantina di comuni montani e si estendeva per circa 2580 kmq.
Il 26 settembre venne eletta la Giunta di Governo della Zona libera della Carnia e dell’Alto Friuli, con sede ad Ampezzo. Il suo compito era quello di amministrare e organizzare le varie attività che si svolgevano sul territorio.

La Giunta di Governo si organizzò come un vero e proprio apparato di governo del territorio riorganizzando l’amministrazione della giustizia, la scuola, il sistema fiscale, la gestione del patrimonio boschivo, l’approvvigionamento, il controllo dei prezzi, l’ordine pubblico.
Alla fine del settembre 1944 i nazifascisti sferrarono una grande offensiva contro la zona libera della Carnia e dell’Alto Friuli, impiegando fino a 40 mila uomini. L’obiettivo era rendere sicure e transitabili le vie stradali e ferroviarie verso la Germania e l’Austria.

A fianco dei nazifascisti vennero schierati migliaia di soldati cosacchi e caucasici che, a partire dall’agosto 1944, erano stati trasferiti in Friuli e in Carnia insieme alle loro famiglie. I cosacchi condussero una lotta feroce contro i partigiani, fatta di saccheggi e violenze di ogni genere contro la popolazione.
I morti, tra i partigiani, furono oltre trecento.

Il 10 ottobre 1944 l’offensiva nazifascista mise fine all’esperienza della Repubblica Partigiana della Carnia. Rimasero libere fino verso la metà di dicembre le valli Tramontina, d’Arzino, del Cosa e la val Colvera.

L'immagine può contenere: cielo e spazio all'aperto, il seguente testo "AMPEZZO COMUNITA' MONTANA DELLA CARNIA REPUBBLICA LIBERA DELLA CARNIA AMPEZZO CAPITALE Settembre 1944 1994"
aprile 19, 2020

Gli scioperi del 1943 e 1944 in Italia

26 Mars 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

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«Le agitazioni operaie si diffusero da Torino, vero epicentro della protesta operaia, a partire dal 5 marzo, nelle altre città del Piemonte (Asti, Cuneo, Alessandria, Vercelli) e alla fine di marzo le agitazioni coinvolsero anche Milano e il resto della Lombardia. Infatti, a partire dalla giornata del 24 e per tutta l’ultima settimana del mese, il centro della lotta si spostò a Milano, Varese e Como con un’appendice finale espressiva che si registrò nei primi giorni di aprile nuovamente in Piemonte, in particolare nei lanifici di Biella.

I reali protagonisti delle agitazioni operaie, al di là dell’ultima settimana guidata dalle maestranze tessili biellesi, furono quindi gli operai metalmeccanici delle grandi aziende torinesi e milanesi, dalla FIAT Mirafiori alla Falck di Sesto San Giovanni, ai Caproni, alla Ercole Marelli, alle Officine Fratelli Borletti, Bianchi, eccetera. Tuttavia, episodi significativi di lotta si registrarono sia in altre regioni italiane, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, passando per Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Marche, che negli altri settori manifatturieri oltre che nei rami “chimici” a partire dalle miniere, alle aziende del vetro, nel settore della concia e in quello delle fibre tessili artificiali, ma soprattutto nel settore della gomma, con gli scioperi alla Pirelli di Milano.

Gli operai scesero in sciopero e diedero avvio alla contestazione aperta contro il Regime chiedendo “pane e pace”, quindi, dissociandosi dalla guerra fascista, considerata sbagliata e ingiusta, e segnando la sconfitta di Mussolini sul fronte interno attraverso la perdita definitiva del consenso già prima della sua destituzione.

aprile 19, 2020

La val d’Ossola esempio di antifascismo.

aprile 19, 2020

REPUBBLICA PARTIGIANA DELL’OSSOLA (aspettando il 25 aprile)

Partigiani | Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola

Quarantatré giorni per costruire una pagina luminosa e folgorante della storia della Resistenza Italiana, conosciuta con il nome di Repubblica Partigiana dell’Ossola.
La Repubblica Partigiana dell’Ossola, pur con la sua breve durata, fu infatti un esperimento democratico in grado di stupire il mondo intero, poiché venne realizzato all’interno di un paese in guerra.
La Resistenza in Val d’Ossola iniziò dopo l’8 settembre 1943, con la nascita dei primi gruppi di antifascisti e protagonisti di rilievo come Ettore Tibaldi e Silvestro Curotti. Da questi ed altri nuclei si svilupparono le prime formazioni partigiane, tra cui la “Valdossola“, la “Valtoce“, la “Piave“, la “Beltrami” e la “Garibaldi“.
Sono innumerevoli gli episodi della guerra di liberazione che si alternarono in queste valli: l’insurrezione di Villadossola, le drammatiche pagine della deportazione, la battaglia di Megolo, i terribili rastrellamenti in Val Grande, il miracoloso salvataggio del Tunnel Ferroviario del Sempione.

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Episodi che narrano senza dubbio pagine ancora poco conosciute di un recente passato che culminò nella costituzione, il 10 settembre 1944, della Repubblica dell’Ossola. A differenza di altre repubbliche partigiane, la Repubblica dell’Ossola fu in grado, in poco più di un mese, di affrontare non solo le contingenze imposte dallo stato di guerra, ma anche di formare un’organizzazione articolata, perfino con l’istituzione di una Giunta Provvisoria di Governo.
Durante i seppur brevi “quaranta giorni di libertà“, raccontati magistralmente nell’omonimo sceneggiato televisivo di Leandro Castellani, personaggi illustri come Umberto TerraciniPiero Malvestiti e Gianfranco Contini collaborarono alla redazione di riforme ad orientamento democratico che sarebbero poi state d’ispirazione per la stesura della Costituzione Italiana.

Oggi alcuni di questi fondamentali tasselli sono raccolti nella Sala Storica della Repubblica dell’Ossola, situata all’interno del Municipio di Domodossola, vero e proprio simbolo di una pagina importantissima delle vicende nazionali legate alla Liberazione.

aprile 18, 2020

Lunga vita al 25 aprile.

di Beppe Sarno

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Alessandro Sallusti direttore del “Giornale”, pochi giorni fa ha dichiarato che “il ‘Virus ci ha liberato dalla retorica del 25 aprile’gli fa eco oggi Ignazio La Russa che vuole trasformare il 25 aprile in una festa dei  morti  di tutte le guerre e dei morti del coronavirus.

Condivido l’indignazione di molti ma non mi meraviglio.

Si è forse fatto qualcosa negli ultimi venti anni perchè questo non accadesse? la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione  è rimasta sulla carta; la legge Mancino risulta inapplicata e Casapoud agisce indisturbata sotto gli occhi di tutti. Per non parlare di Matteo Salvini.

il “Giornale” tramite il suo direttore figlio di un gerarca fascista aderente alla Repubblica di Salò fa apologia, tutto sotto la compiacente e silenziosa acquiescenza dei nostri governanti.

Per me è strano che Salludsti, La Russa e  personaggi della loro risma non abbiano fatto di più e peggio.

la verità è che del 25 aprile ormai interessa a pochi; l’antifascismo è diventata una bandiera logora e i cosiddetti democratici hanno perso il senso e la nozione di antifascismo. Siamo tutti antifascisti. A me sorge il sospetto che questi sedicenti paladini della democrazia antifascisti non lo siano mai stati. I decreti sicurezza di Salvini sono ancora lì pronti ad essere usati in caso di necessità.

Però il 25 aprile è vivo e va difeso perchè questa data ricorda che la guerra partigiana liberò l’Italia dal nazifascismo e per questa liberazione morirono migliaia di partigiani combattenti, nei  boschi, sulle montagne fucilati, impiccati, bruciati vivi, finiti di stenti.

E’ giusto indignarsi e difendere il 25 aprile da ogni contaminazione perchè i combattenti partigiani sacrificarono la loro vita per il trionfo di quegli ideali di libertà e di democrazia che la nuova repubblica scolpi nella nostra Carta Costituzionale.

“Brigata Garibaldi”, Corpo Volontari perla Libertà, Giustizia e Libertà, Brigate Matteotti composta da cittadini che spesso non avevano un’idea politica già formata, nè forse sapevano quale indirizzo politico avessero le formazioni a cui si aggregavano. tutti con l’unico  scopo di combattere per la libertà e per opporsi alla opposizione armata ai tedesco-fascisti.

Onorare la liberazione significa onorare e ricordare alle giovani generazioni tutti quei morti e tutti quelli che, sopravvissuti  tornarono dai boschi.

Grazie a questi per lo più sconosciuti eroi oggi possiamo sentirci un paese libero. Mai potrò condividere il 25 aprile con chi irridendo l’antifascismo vuole calpestare la democrazia e incoraggiare atteggiamenti falsamente unitari provando nostalgia per un regime che ha governato l’Italia con il terrore e l’odio.

Per questo falso atteggiamento unitario ci ha già pensato all’epoca Togliatti e per me basta.