Archivio dell'autore

giugno 19, 2022

Quando verrà tempo di partire.

di  Beppe Sarno

Bertold Brecht, in questa poesia  dal titolo “La guerra che verrà”, ci ammonisce sul significato della guerra.

La guerra che verrà

non è la prima.

 Prima ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.

Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.

Il mio amico Stefano è stato definito “pacifista Putiniano”, definizione che non significa nulla dato che i due termini mal si conciliano. Mia moglie molto più simpaticamente lo ha definito “cazzone americano”, che  nel suo immaginario significa sognatore, utopista.

Per Marx l’ideologia socialista è “scientifica” e la sua coscienza trasforma la classe operaia da fatto puramente economico-sociale a fatto politico; l’ideologia, però, intesa come un sistema di idee  è “falsa coscienza” della realtà nella misura in cui chi la elabora e chi la usa non tengono conto che la sua stessa elaborazione è stata condizionata dalle strutture. In questo senso ha ragione Ferdinando Pastore quando definisce i tre leader andati in pellegrinaggio da Zelesky “Quei bravi ragazzi che consegnano la guerra.” In questo senso l’ideologia diventa alienazione: “le idee dominanti in una data epoca sono quelle della classe dominante”.

L’ideologia potrebbe essere definita un insieme di valori “mitici” che si presenta come spiegazione del tutto e che si afferma nonostante le smentite della pratica quotidiana e come tale una risposta scientifica degenerata. Non siamo d’accordo con questa definizione di ideologia nella misura in cui non ci sentiamo ammalati di ideologismo nel senso che non ci estraniamo dai problemi concreti attraverso un richiamo formale a formule legate ai sacri principi del socialismo.

L’ideologia socialista ha costituito storicamente il superamento dell’utopia socialista. Kautsky,  in Italia Costa, Turati e tanti altri ne sono la testimonianza. L’utopia ha segnato un tappa importante nella storia del pensiero socialista e non solo  e parte da lontano: essa nasce dal Rinascimento con Moro, Campanella, Bacone. Essa porta naturalmente una profonda carica rivoluzionaria e di protesta, possiede l’illuminante capacità di contrapporre la razionalità delle idee all’irrazionalità dei fatti. L’utopia è evasione dalla realtà perché pretende di insegnare ai fatti come avrebbero dovuto accadere senza curarsi di sapere perché sono come sono.

L’utopia è arrogante!

L’utopia come insieme di idee guida non sa adattarsi al proprio tempo sia come modello puro razionale sia come fine ultimo senza alcuna verifica pratica. Quando l’utopia invece si adatta al proprio tempo e si propone come un insieme di idee guida in vista di un tempo futuro allora l’utopia diventa ideologia. L’utopia non si consuma con l’offesa del tempo, la carica di speranza che essa porta rimane intatta nel tempo. L’ideologia invece si spegne. Ci rendiamo quindi conto perché le ideologie della forze politiche presenti in Italia sono entrate in crisi perché, in questa fase di rapide trasformazioni   della realtà nessuna di esse sa spiegare tutta la realtà. Il pragmatismo uccide ogni ideologia.

Il Marxismo, di fronte a queste situazioni storiche contingenti può essere, viceversa, ancora la somma di quelle idee guida che esprime principi etici e politici ancora validi: “lotta dei lavoratori collegati internazionalmente contro il regime capitalistico; superamento di ogni divisione di classe, che non potrebbe essere completo e senza residui se l’iniziativa non fosse assunta dalla classe lavoratrice appunto perché è la classe sfruttata per eccellenza, la classe che, sentendo in sé, per la riduzione dell’uomo  a salariato, cioè a merce-lavoro, la negazione della sua umanità, aspira al grande atto storico di liberazione del mondo; di qui l’esigenza della conquista dei poteri pubblici come mezzo di abolizione della proprietà capitalistica e di riorganizzazione della produzione sociale, non più in vista del profitto privato, ma dei bisogni sociali. Sono caduchi questi principi? A noi non pare affatto!”

Certo il Marxismo va concepito come momento di ricerca, come un patrimonio problematico da analizzare  e da dibattere. L’internazionalismo non è più quello della seconda internazionale, il capitalismo è mutato è diventato sempre più aggressivo, si è globalizzato. La classe operaia come può essere oggi definita ed identificata?  E’ chiaro, però, che l’apporto del marxismo  e della cultura conseguente e successiva diventa fondamentale per capire i fenomeni del nostro tempo.  La necessità dell’ideologia nasce quindi dalla costatazione che in una società fortemente ideologizzata dal sistema capitalistico internazionale questa non può essere scalzata con la semplice politica delle cose e delle iniziative virtuose. Dire che è necessario un dibattito fortemente ideologico significa ribadire il principio che “la classe proletaria diventando arma materiale della filosofia, che è la sua arma spirituale, da all’ideale etico una concretezza storica e lo fa passare dall’utopia sul terreno dell’azione realizzatrice”. (Rodolfo Mondolfo in Critica Sociale 1924, nr 1). Assistiamo oggi inermi ad una deideologizzazione per indurre la gente a non pensare, a non discutere di politica: “qui non si parla di politica “e frasi del tipo “ ma i socialisti esistono ancora?”  “ Draghi ci salverà!” . L’unico scopo di queste frasi ad effetto è quello conservatore di non mutare lo status quo.

Il socialismo mira all’abolizione della miseria e a creare uomini liberi e uguali rendendo al lavoro quella dignità scritta nella nostra Costituzione. L’ideologia liberista tende invece a espellere queste ambizioni cancellando dalla storia il socialismo definendolo un’utopia irrealizzabile e dannosa per la società.

Un precisa ideologia socialista viceversa ci avverte che, malgrado la pubblicità sui giornali mass media, televisioni e altri strumenti di manipolazione di massa ci faccia vedere il mondo come il miglior mondo possibile, il nostro destino di uomini è in mano altrui. Combattiamo guerre che non vorremmo combattere, ignoriamo guerre che fanno milioni di morti. Senza idee non si cambia la storia, non si interpreta e non si modifica la realtà. Giochiamo a scacchi con la morte e non  sappiamo che alla fine perderemo la partita.

E’ vero l’ideologia senza la politica dele cose è un esercizio teorico, ma la politica delle cose senza ideologia è cieca e si lascia prendere per mano; i valori non calati nella realtà quotidiana diventano esercizi di retorica, ma il pragmatismo senza ideali diventa mero opportunismo.

Per mutare la realtà  per vedere “il sol dell’avvenire” occorre una lettura dialettica del reale filtrato dall’utopia diventata ideologia perché se non abbiamo nostre idee ci accadrà ciò che Bertold Brecht (per chiudere come abbiamo aperto), ha previsto

“molti non sapranno

Che il loro nemico

Cammina alla loro testa,

che la voce che li comanda

è la voce del nemico

e colui che parla del nemico egli stesso è il nemico.

giugno 13, 2022

Heri dicebamus!

Di Beppe Sarno

Si narra di un monaco spagnolo docente di diritto canonico  nell’Università di Siviglia, che avendo passato lunghi anni prigioniero dei mori, chiuso in una fortezza, dopo aver riconquistato la libertà sia tornato immediatamente al suo posto e, riaperto il testo nel punto in cui lo aveva lasciato prima della sofferta  prigionia, abbia ripreso tranquillamente le lezioni con la  consueta formula heri dicebamus…..

Così dopo l’ubriacatura referendaria che ha fatto sognare Salvini di sottomettere finalmente la magistratura al potere politico trasformando i PM in cani da guardia della politica e le altre amenità promesse dai quesiti referendari in ossequio al verbo di Licio Gelli,  riprendiamo la nostra discussione per testimoniare il nostro attaccamento alla democrazia, alla Costituzione, al pensiero socialista.

La nefasta influenza di Beppe Grillo sta istillando nella gente la convinzione che la nostra Repubblica debba trasformarsi da repubblica parlamentare in repubblica popolare. Seguendo questa logica si è provveduto alla riduzione del numero dei parlamentari mentre.  Secondo questi novelli populisti il Parlamento non risponderebbe più ai suoi compiti essendo un’istituzione vecchia da sostituire dall’intervento diretto dal popolo che così potrebbe partecipare direttamente all’amministrazione pubblica modernizzando il profilo ottocentesco della nostra democrazia. Giovanni Sartori nel 1994 già ci ammoniva affermando “Dio ci salvi, allora, dagli inesperti che ci propongono il governo dell’inesperto trionfante, dal cittadino premibottone”

Rosmini riteneva che i partiti fossero manifestazione di una società disunita e malata. Successivamente alcuni costituzionalisti ritennero di definirli “insieme di organi statali” necessari per lo svolgimento della vita parlamentare. Altri infine li consideravano come spontanee manifestazioni dell’opinione pubblica che non esprimono la volontà statale, ma preparano e favoriscono la formazione di tale volontà. Per tutti,  i partiti pur avendo rilevanza costituzionale dovevano rimanere strumenti di parte tutelati costituzionalmente dall’art. 18 necessari per concorrere democraticamente a determinare la politica nazionale secondo l’art. 49 della Costituzione.

Seguendo il pensiero di Kelsen (La lotta per il diritto!)la  funzione dei parlamenti non è quella di preparare il popolo, ma quella di consentire al popolo di partecipare all’esercizio del suo potere “sovrano”.

Ecco perché i partiti vengono finanziati dallo Stato attraverso i rimborsi in relazione alle spese elettorali sostenute per le campagne per il rinnovo del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati, del Parlamento europeo e dei consigli regionali. Inoltre la legge del 2017,  consente esclusivamente ai partiti  di ottenere la destinazione volontaria del due per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche su precisa scelta del contribuente, e di ottenere erogazioni liberali dei privati, che possono così usufruire delle detrazioni fiscali.

Per il marxismo i sindacati e i partiti sono indispensabili e  Marx nel 1852 si allontanò dal partito preferendo dedicarsi ai suoi lavori teorici per essere più utile “alla lotta della classe lavoratrice”. Marx si schierò contro “la Lega dei comunisti” perché ritenne  al pari di Engels il partito “una banda di seguaci passivi di chi li guidava” e che non  rappresentava la coscienza del proletariato. Marx ed Engels però, poi parteciparono alla fondazione della seconda internazionale ritenendo quindi indispensabile il partito come strumento per la trasformazione delle cose e il raggiungimento dell’obbiettivo della costruzione della società socialista.

Oggi assistiamo ad una prevalenza del potere esecutivo esasperato dal nostro Presidente del Consiglio che ritiene il parlamento poco meno che un’inutile istituzione, ricorrendo sempre a provvedimenti d’urgenza determinati dalla necessità di assumere decisioni senza i tempi lunghi causati da un dibattito parlamentare. E’ stato così per i provvedimenti sulla pandemia è stato e sarà così per i provvedimenti riguardo la nostra entrata in guerra a fianco dell’Ucraina in dispregio dell’art.11 della Costituzione e le  determinazioni economiche che ci chiede l’Europa. E’ così che lo Stato da strumento che garantisce la convivenza tra i “consociati” che agiscono per determinati scopi, si trasforma in un poderoso mezzo di aggressione ed i oppressione, contraddicendo se stesso e rinnegando i principi espressi nella nostra Costituzione, definita figlia della Resistenza.

Se si può teorizzare una società senza partiti perché composti per lo più di ladri, malfattori, corrotti e superpagati dai contribuenti, nella pratica i partiti sono inevitabili  nella misura in cui un partito è l’unione di persone che attorno ad un problema politico hanno unità di pensiero ed identiche opinioni (idem sentire de republica). I partiti di massa sono stati il cuore pulsante di milioni  di lavoratori contribuendo a trasformare una società distrutta dalla guerra, dall’invasione tedesca e dal fascismo a realizzare riforme, a costruire una società industriale a creare un benessere diffuso portando l’Italia ad essere una delle prime potenze economiche mondiali. Molti nel corso della storia della nostra Repubblica  hanno criticato i patititi politici  perché trasformati in elites di capi che abbandonando il metodo democratico   “non sono più scuola di democrazia.” E come ebbe a dire Basso finirono per “assolvere male il loro compito di favorire il popolo nel suo effettivo esercizio del suo potere sovrano.”

Il problema è che mentre la mafia, la criminalità organizzata si sono adattati alle sfide della società moderna lo Stato e i Partiti sono rimasti inermi. Ciò spiega la crisi dei partiti, che mentre diventano potenti nei confronti dello Stato, lo occupano con i suoi uomini, ne condizionano le scelte, perdono la fiducia dei loro elettori, perdono la partecipazione degli iscritti, la preparazione delle classi dirigenti, il  ricambio e selezione dei quadri e l’ efficienza operativa. Ciò spiega alla fine la crisi del Parlamento svuotato delle sue funzioni  a vantaggio del governo,  dei nuovi centri di potere pubblico  e privato, della trasformazione delle Regioni in piccoli principati ma anche dello stesso Governo semiparalizzato da un amministrazione inadeguata dalla incompetenza dei funzionari, dalle influenze dei gruppi di pressione pubblici e privati, dalle istituzioni finanziarie internazionali.

Diceva Nenni che di fronte ad uno Stato  in sfacelo che usa le maniere forti con i deboli e  cede di fronte ai poteri forti non si può andare avanti,  ma prendere  atto della situazione e da lì ricominciare.

Se lo stato democratico non provvede prima ai bisogni del “sovrano” occorre apire un fronte di lotta per far si che “il sovrano” cioè i cittadini abbiano concretamente la possibilità di esercitare la libertà che la Costituzione garantisce loro.  Il fondamento della nostra democrazia sono l’istruzione ed il lavoro, essi sono diritti e doveri che indicano allo stato e cioè ” rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Con questo articolo viene precisata la vera natura dello Stato quello di limitare la libertà teorica degli individui per il loro effettivo vantaggio. In questa visione lo stato deve fare in modo chela scuola non sia un’agenzia che prepara i nuovi sfruttati e  il lavoro non sia un merce ma un diritto e  un dovere sociale allo stesso tempo. Lo dice con grande lungimiranza  Papa Francesco.

In questo quadro i partiti politici sono la espressione naturale e necessaria della vita politica. Una democrazia diretta non è pensabile nella situazione storica che viviamo. In questa situazione  i partiti sono inevitabili come strumento di concentrazione della volontà popolare.  E’ lecito allora domandarsi perché i Parlamento non è più un organo rappresentativo ma un diaframma che separa la volontà politica dalla volontà generale. Si può rispondere che la crisi che attraversa la democrazia parlamentare è stata accentuata per rispondere alle emergenze determinate dalla pandemia e dalla crisi economica e  il governo guidato da Mario Draghi ha avuto gioco facile a ribaltare i ruoli per cui è stato l’esecutivo a dettare l’agenda politica ai membri di camera e senato e non il contrario.

Se l’emergenza, però, non è un valido motivo per giustificare la forzatura delle regole democratiche è pur vero che i partiti per come sono strutturati oggi sono destinati a subire lo stato delle cose se non si comincia a riformarli dal basso attraverso un coinvolgimento della base attraverso il dibattito riapprodandosi dei temi di cui la gente sente il bisogno di discutere. Un lavoro difficile destinato magari a molti insuccessi però  se è vero che la democrazia non significa partecipazione diretta, ma solo indiretta del popolo al governo della cosa pubblica è pur vero che il governo riceve autorità e potere dal basso e non dall’alto.  Ripartendo dai bisogni della gente un partito diventerà  portatore di un programma. Beppe Grillo lanciò l’idea, non sua, che i parlamentari venissero scelti attraverso un sorteggio  e alcuni invece prevedono che in futuro si possa votare usando il computer. Questo significa far morire la speranza di un cambiamento dei rapporti di forza all’interno di uno Stato, significa chiedere alla gente di rassegnarsi all’idea che lo Stato è uno strumento tecnico per assecondare i disegni del mercato che diventa a sua volta “sovrano” in sostituzione del popolo.  Marco pannella nel 1993 sintetizzò questi concetto con la frase “chiudere i partiti”.

I partiti viceversa non vanno chiusi ma bisogna avere la forza di riaprirli per ridare speranza alla gente e per  ridefinire il ruolo del parlamento come libera espressione della democrazia  dandogli  quella centralità che sempre ha avuto nella  storia della nostra Repubblica. Pietro Ingrao in un suo libro  (”Crisi e riforma del Parlamento“, dialoghi con N. Bobbio e introduzione di L. Ferrajoli)  metteva in luce come, prima degli anni ottanta, il Parlamento fosse davvero la sede di un confronto alto tra le forze politiche e, come spiega Ferrajoli nel suo saggio introduttivo, “lo fu perché le battaglie parlamentari erano tutte sorrette da grandi mobilitazioni popolari, quali espressioni politiche di altrettante lotte sociali”.

Ridare consapevolezza agli italiani che essi sono “ popolo sovrano” significa ridare alla gente la speranza che attraverso la sua mobilitazione tutto può cambiare ed è possibile invertire questa involuzione democratica che stiamo vivendo al momento attuale. Con la difesa della  democrazia e della  centralità del Parlamento infine  si riabilita la politica come azione collettiva che rifonda la rappresentanza sulla base di rinnovati radicamenti sociali. 

giugno 4, 2022

RICCARDO LOMBARDI TRA MARX E KEYNES

di Giuseppe Giudice

Lombardi fu certamente uno dei primi uomini della sinistra che lesse approfonditamente Keynes. Ma il keynesismo di Lombardi era quello “di sinistra” – i postkeynesiani di Cambridge : Joan Robinson, Nicholas Kaldor, in particolare , di orientamento socialista rispetto al liberale Keynes. Quindi in Lombardi credo che si sia operata una sintesi tra il suo marxismo eterodosso ed il postkeynesismo. Che poi è alla base della sua ben nota teoria della Riforme di struttura come mezzo per una transizione democratica e graduale verso il socialismo. Di qui , anche la sua opposizione alla “politica dei redditi ” di Ugo La Malfa volta alla razionalizzazione del neocapitalismo e non al suo superamento. La prospettiva del Lombardi, a cavallo , tra gli anni 50 e 60, consisteva nella “politica di piano” o programmazione democratica che avrebbe dovuto orientare il processo di sviluppo dell’economia italiana , tramite l’intervento pubblico, verso parametri diversi ed alternativi rispetto al neocapitalismo. Da sottolineare , che anche tra i postkeynesiani inglesi il concetto di programmazione era un punto di forza. Dopo il 1968 Lombardi integrò nel suo schema teorico anche parte della teoria dei contropoteri , in particolare quella di Panzieri. Anche se egli non fu mai un “gauchiste” nondimeno dà centralità al movimento di massa, come leva essenziale per la modifica dei rapporti di potere nell’economia e nella società . Del resto è del 1968 il libro di Gilles Martnet “la conquista dei poteri” in cui viene coniato il termine riformismo rivoluzionario che Lombardi fece proprio. In Lombardi e Martnet non basta avere in mano le leve del potere pubblico: esso va radicalmente trasformato tramite un profondo processo di democratizzazione dell’apparato statale, in grado di permettere una trasformazione in senso democratico e socialista della società. Quindi il socialismo come processo dal basso, nella dialettica tra poteri e contropoteri, nel quadro della democrazia costituzionale repubblicana. In cui la socializzazione dell’economia si accompagna alla socializzazione del potere. Lombardi ha sempre difeso l’idea del sindacalismo confederale, nella forma specifica del “sindacato dei consigli”. Riteneva importante , ma non esaustiva la spinta alla crescita salariale, come fattore di ampliamento del mercato interno. Ma altrettanto decisiva la modifica profonda dell’organizzazione del lavoro. “Catene di montaggio socialiste” non esistono, ripeteva dire. E da Panzieri acquisiva la tesi della non neutralità dello sviluppo tecnologico ed anche il superamento dei residui economisti e produttivisti presenti in una certa ortodossia marxista. Certo il Marx che prediligeva era quello del Capitale e dei Grundrisse, il Marx critico dell’economia politica e non il marxismo inteso inteso come filosofia deterministica della storia. E non da dimenticare la sua forte insistenza sulla riduzione dell’orario di lavoro. Di qui l’attualità di Lombardi per un faticoso processo di ricostruzione della sinistra (che oggi appare quasi impossibile in Italia). Del resto il mondo pare andare in una direzione opposta a quella immaginata da Lombardi. Ma emergono, qua e là , delle controtendenze. Del resto in Melenchon e Corbyn appaiono molti temi sviluppati da Riccardo Lombardi

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona

giugno 2, 2022

Rassegnatevi alla Pace!

Di Beppe Sarno

Il governo Draghi ha inviato una proposta di pace fra Ucraina e Russia giudicata insoddisfacente dai vertici Russi. Contemporaneamente violando l’art.11 della Costituzione  Draghi continua a inviare armi  dei più svariati tipi. Ovviamente il parlamento è tenuto all’oscuro della natura degli armamenti  inviati per motivi di sicurezza.  Certo è che le armi vengono spedite sotto il controllo del Comando Operativo di Vertice Interforze (Covi) guidato dal commissario straordinario generale Francesco Paolo Figliuolo. E si occuperà la Nato della consegna logistica sul territorio ucraino. Se aggiungiamo l’adesione alle sanzioni contro la Russia e la feroce battaglia mediatica che fanno apparire Zelesky e il battaglione di Azov come degli eroici combattenti e Putin come un Hitler con l’atomica possiamo affermare senza tema di smentita che l’Italia è in guerra contro la Russia al fianco di Zelesky. Eppure l’ineffabile presidente del consiglio al pari di tutti i leaders europei sono  ammirevoli per il loro commovente zelo per la pace; ogni capo di governo la propone ne delinea le generose condizioni e nello stesso tempo studia come affamare la Russia e il suo popolo. Ci si indigna e ci si stupisce  del fatto che Putin si ostini a ricusarla per una pervicace e fatale incontentabilità. Nel frattempo i combustibili raggiungono prezzi  record, le piccole e medie imprese lavorano a ritmi ridotti le materie prime mancano, i granai cominciano a svuotarsi. Tutto questo accade mentre il Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, proponendo nuove e più feroci sanzioni contro la Russia,   affabula gli interlocutori e dedica alla pace discorsi non meno obbliganti e piani di condizioni estremamente vantaggiose, a suo dire, per la Russia e per tutti i paesi d’Europa all’Ucraina oppressa con particolare riguardo alla causa delle democrazia, del diritto e della indipendenza dei popoli.

Tutte queste cose di cui la von der Leyen sembra avere l’esclusiva presenta un inconveniente, lieve ma decisivo, che l’Europa, il Regno Unito,  gli Usa  pur volendo la pace continuano ad alimentare la guerra inviando armi, uomini, consiglieri militari, applicando sanzioni e non si intendono con Putin che da parte sua continua a bombardare l’Ucraina.

E’ stato dimostrato che la famosa guerra dei trent’anni  durò tanto perché i condottieri dei popoli in guerra impiegarono tanto tempo per capire ciò che poi riconobbero essere stato chiaro per tutti sin dal primo momento e cioè che era perfettamente inutile cercare una decisione diversa da quella dettata dal primo anno di guerra e che gli altri ventinove anni furono spesi nel rincorrere ciò che si era fatto nel primo. Nel frattempo i morti, la fame e la carestia fecero milioni di vittime innocenti. Eppure appare chiaro a tutti l’inutilità di questa guerra. Deve estremamente eccitante per i soldati di un parte e dell’altra che combattono e muoiono, sapere che coloro che ritengono indispensabile la continuazione della guerra fino alla resa finale dell’uno o dell’altro contendente  e dei loro sacrifici sono anche dell’opinione che ci si potrebbe benissimo porre fine. I termini della questione che hanno generato questa guerra sono chiari: da una parte Putin  chiede l’indipendenza del Donbass e della Crimea dall’Ucraina sulla base della circostanza che sono stati di fatto legati alla Russia già da otto anni  e quindi si chiede cheKiev riconosca che le due regioni appartengono alla Russia. Inoltre la Russia ha chiesto la neutralità dell’intera Ucraina e quindi la dichiarazione formale che mai l’Ucraina entrerà nella Nato. Dal canto suo Zelesky mentre si dichiara disponibile a trattare sul modo di arrivare a un cessate il fuoco e pronto a discutere sui territori contesi dichiara “Questa guerra non finirà così. Scatenerà la guerra mondiale», aggiungendo che «Tutti coloro che sono venuti sulla nostra terra, tutti coloro che hanno dato gli ordini… sono tutti criminali di guerra». Difficile credere alla sincerità dell’uno e dell’altro anche perché se da una parte c’è l’America di Biden,  dall’altra c’è la Cina e ognuno sostiene  le rispettive ragioni dei contendenti. Intanto Biden fa sapere che se la Cina dovesse occupare Taiwan l’America è pronta a difenderla, dimenticando che Taiwan non è uno stato riconosciuto dagli USA. Ma si sa da sempre l’America è un paese che difende ed esporta democrazia per combattere “l’autoritarismo, la lotta alla corruzione e la promozione del rispetto dei diritti umani». La storia ci ammonisce del contrario e cioè che da una parte i popoli liberati il gusto della libertà prende il sopravvento sulla gratitudine dei liberatori sino a punto di  schierarsi contro questi ultimi, forse perché solitamente i liberatori hanno la strana tendenza a farsi pagare i loro disinteressati servizi con delle ipoteche  su quella libertà che fu la loro fatica.  Intanto assistiamo tutti ad un universale logoramento che ognuno della parti in causa progetta a danno dell’altro. Oggi giorno dai telegiornali nazionali, dai giornali, dai media sentiamo dire che è necessario logorare il nemico per giungere alla vittoria finale e mi domando che cosa ci sia  ancora da logorare per arrivare alla vittoria finale se è vero che oltre alle migliaia di morti  dall’una parte e dall’altra ci saranno gravissime ripercussioni economiche che pagheranno tutti, come universalmente riconosciuto. Pagheranno tutti: Ls Russia, l’Europa, gli Stati Uniti.  Quanto ci vorrà per l’Italia per ricostituire le ricchezze sprecate in questa assurda guerra? Per quel che ci riguarda il militarismo della signora Ursula von der Leyen santificata da  Mario Draghi che applaude soddisfatto, uscirà spezzato dalla guerra non per la eventuale vittoria o sconfitta del proprio campione, ma  per l’estenuazione alla quale  essa, complice il nostro Mario Draghi avrà ridotto il popolo che essa pretende di rappresentare: fabbriche chiuse, operai disoccupati, servizi sociali mortificati. D’altra parte, non mi sembra che chi si arma con rinnovato accanimento possa attribuire un significato democratico ed antimilitarista alla pretesa del disarmo altrui.  Questo poteva essere il punto di vista di Mefistofele nel duello fra Faust e Valentino.  D’altronde pretendere la pace come risultato esclusivo della guerra con la vittoria di uno dei contendenti significa voler  estirpare l’erba maligna della guerra lasciandone intatte le radici per le future rigerminazioni.  

Non c’è nessuno che crede sinceramente che l’Ucraina o la Russia siano in grado di assicurare la vittoria dell’uno sull’altro con un grande sacrificio di uomini e ricchezza nazionale perché se così fosse si potrebbe comprendere perché nessuno vuole la pace, ma dal momento che non è dimostrabile con assoluta certezza che una vittoria quale viene chiesta da Zelesky può essere ottenuta non solo cacciando i Russi dai territori occupati, ma obbligandoli ad arrendersi senza condizioni, domandiamoci se è logico porre termini che non si possono imporre fin che la guerra non sia stata vinta.

Moriranno ancora molti soldati, moriranno ancora molti civili, donne bambini, anziani ma alla fine ci si dovrà rendere conto che la guerra va fermata perché la vita non si arrenderà mai alle esigenze delle vittorie militari e per quanto ci si impegni sul piano del logoramento del nemico, la vita saboterà tuto questo perché la vita è vilmente ma irriducibilmente pacifista.

Maggio 27, 2022

Democristiani scomodi.

Di Beppe Sarno

Fiorentino Sullo fu  padre costituente e fu, fra le altre cose importanti che fece, autore di un progetto di riforma della legge edilizia rivoluzionario che prevedeva l’esproprio generalizzato e preventivo di tutte le aree edificabili e che trovò nel suo partito acerrimi nemici che fecero fallire il progetto. Sullo fu ministro dei Lavori Pubblici, ministro della Pubblica Istruzione, ministro per la Ricerca Scientifica e ministro per l’Attuazione delle Regioni. Fiorentino Sullo fu anche uno dei componenti di spicco della corrente  politica interna alla DC chiamata “Base”. Assieme a Sullo vi fu un gruppo di politici irpini che furono  fra i maggiori interpreti nazionali di questa forte corrente che furono esponenti di spicco della “Base” fra cui spiccarono per intelligenza politica e spirito d’iniziativa Ciriaco De Mita e  Gerardo Bianco.

De Mita e Bianco nel 1953 aderirono al progetto di Giovanni Marcora di costituire una nuova corrente all’interno della DC definita rivoluzionaria. Negli anni cinquanta i giovani cattolici che risposero all’appello di Marcora rifacendosi alla tensione ideale del partito che fu di De Gasperi diedero voce all’iniziativa attraverso due  giornali la “Base” e “Prospettive”. Questi due giornali hanno rappresentato uno dei momenti più impegnati di autocritica all’interno della DC. De Mita e Bianco furono  fra i principali esponenti di questa nuova corrente. “La crisi del partito si è espressa dal 1948 ad oggi soprattutto in una diminuita capacità del partito di essere l’espressione esclusiva  sul piano politico dell’intero mondo cattolico. Ciò non deve però indurre ad una forma di malinteso interclassismo tendete al corporativismo dove l’azione politica sul terreno economico-sociale si svilisce nella pura ricerca di equilibrio statico come componente elle forze in movimento. L’azione politica non è stasi ma lotta: è superamento delle posizioni acquisite, non accomodamento di esse.” Questo veniva scritto nel 1954. Dall’ottobre del 1953 al luglio del 1954 si consumò la crisi del degasperismo. Fu proprio il vuoto politico che si creò,  che portò alla nascita del giornale “La Base” ed alla nascita della omonima corrente. Dallo scacco elettorale subito dalla Dc sulla cd. “legge truffa “venne fuori la crisi del partito sui problemi del rapporto della Dc con il mondo cattolico, l’interpretazione dell’interclassismo, e l’azione politica come lotta e questo fu un elemento di divisione con La Pira che invece era molto legato alla gerarchia ecclesiastica. I democristiani scomodi come De Mita e Bianco usarono il giornale per mettere in evidenza la frattura operatasi all’interno della Dc. “ il maggior errore commesso nel passato dalla classe dirigente cattolica e stato quello di non avere avuto fiducia nel contributo attivo politico della base cattolica, ridotta a puro strumento elettorale….. le esigenze sociali dell’operaio, del contadino, dell’impiegato, dell’intellettuale cattolico in quanto uomini che vivono a contatto con questa realtà storica e con le insufficienze che da esso sprigionano non possono essere diverse dalle esigenze che spingono il contadino, l’operaio, intellettuale non cattolico ad abbracciare il comunismo.” ( Numero zero de “La Base”) ma che cosa significava base cattolica?  Con la “Base” nasceva un nuovo integralismo con gli stessi problemi irrisolti,  ma con la volontà di metterli sul tavolo senza rinchiudersi in una posizione integralista. “ O si rinuncia a costruire un reale partito democratico e si punta a un movimento di unità nazionale, al fine di utilizzare in modo indiscriminato le masse cattoliche che le forze nazionali di destra per un giuoco reazionario, oppure si rifiuta questo gioco e si vuole realmente contribuire alla soluzione di gravi problemi che travagliano la società italiana, ed occorre allora fare del partito un’autentica forza popolare, impegnata in una politica di rinnovamento democratico”(Quaderno de “La Base” primavera del 1954.) Con queste dichiarazioni, di fatto si apriva un dialogo a sinistra. Ma bisognava fare i conti con l’integralismo che aveva forti perplessità nei confronti dell’apertura a sinistra. “ Se Il dibattito sull’apertura potrà essere condotto, come ci auguriamo, anche su queste colonne, dovremo tener distinti i tre aspetti fondamentali dello stesso problema: quello teologico morale, quello ideologico di partito, quello strettamente politico” (“La base”1° novembre 1953) sul giornale della corrente della “La Base” ci cominciava a ragionare di rapporti con i comunisti e con i socialisti in una prospettiva storica che rifiutava la visione sturziana dei rischi di un’apertura a sinistra. Quei democristiani scomodi di cui De Mita fu elemento di spicco fecero un grosso sforzo di rinnovamento pur  avendo limiti politici e ideologici e sui rapporti con i due partiti della sinistra si aprì una frattura fra i due: de Mita credeva al dialogo con i comunisti Bianco era più vicino ai socialisti. Finita l’esperienza de “La Base” come giornale nacque la rivista ”Prospettive.” il giornale ebbe breve vita. Nnasceva dopo di Congresso di Napoli e la corrente “Iniziativa democratica” voleva imporre le sue idee  vagamente ispirate ad idee di sinistra.” Prospettive” Proponeva l’apertura ai socialisti come alternativa al centrismo, il rinnovamento dello Stato e l’incontro fra i bisogni del proletariato con il ceto medio e gli intellettuali. anche l’esperienza di “Prospettive” finì con una chiusura d’ autorità da parte della direzione democristiana.  Rileggere l’esperienza politica di quei democristiani scomodi ci deve servire a fare un bilancio politico-culturale e a delle riflessioni sulla nostra classe politica.

In primo luogo si avverte la mancanza in Italia di un partito popolare che non può essere riconosciuto Nell’attuale PD. In secondo luogo è che i problemi come l’impegno sociale, la programmazione, l’industrializzazione, la partecipazione statale nelle industrie oggi più che mai necessaria. Tutti i temi trattati nelle due riviste e oggetto del dibattito politico che i democristiani scomodi fecero all’interno della corrente di base della DC sono stati in parte dimenticati e volutamente accantonati in nome di un liberismo che usa lo Stato come strumento di potere a vantaggio di pochi. Quei democristiani scomodi di cui Sullo, Ciriaco De Mita, Gerardo Bianco  furono fra i principali interpreti danno viva la sensazione della grande debolezza politico-culturale del nostro paese e della sua classe politica attuale. L’ultima considerazione che si può fare e che  i cattolici veramente impegnati ascoltando i messaggi Di Papa Francesco se ne facciano  interpreti considerando  la possibilità di impegnarsi a costruire quel partito popolare come fu la DC, per costruire una reale alternativa alla situazione attuale per ritornare al messaggio scritto dai padri costituenti nella nostra Costituzione in cui confluirono diverse forze politiche con diversa ispirazione politica ed ideale, tutte passate attraverso il doloroso momento della liberazione dal giogo fascista e che avevano condiviso la galera, l’esilio, il confino.

Maggio 25, 2022

Quattro NO e un NI’!

Di Beppe Sarno

Il  12 giugno prossimo siamo chiamati a votare sui cinque referendum, promossi da Lega e Radicali e ammessi lo scorso 16 febbraio dalla Corte costituzionale, tutti riguardanti il tema della giustizia.

Il primo quesito (scheda rossa) riguarda l’Abolizione della legge Severino (D.lgs. n. 235/2012) e propone di eliminare l’automatica incandidabilità, ineleggibilità e decadenza di parlamentari, membri del governo, consiglieri regionali, sindaci e amministratori locali, in caso di condanna penale. A cadere anche l’art. 11 che impone la sospensione degli amministratori locali condannati anche in via non definitiva.

Il secondo quesito (scheda arancione) : prevede l’abrogazione dell’art. 274 comma 1 lett. c) del codice di procedura penale  con riferimento alla parte in cui consente di portare in carcere una persona sotto processo, se vi è il rischio che possa commettere un reato della stessa specie di quello per cui si procede. L’obiettivo dei promotori del referendum è evitare che la carcerazione preventiva possa colpire persone che poi risultino innocenti.

Il terzo quesito (scheda gialla) Separazione delle funzioni dei magistrati: in caso di voto favorevole al quesito referendario, il magistrato dovrà scegliere all’inizio della carriera la funzione giudicante o requirente, per poi mantenere quel ruolo durante tutta la vita professionale.

Il quarto quesito (scheda grigia) Consigli giudiziari. Si prevede che anche i membri cosiddetti “laici”, cioè avvocati e professori, possano partecipare attivamente alla valutazione dell’operato dei magistrati nell’ambito del Consiglio giudiziario territoriale (ora solo spettante ai magistrati).

Il quinto quesito (scheda verde) Elezione togati Csm: si richiede con il Sì l’abrogazione dell’obbligo, per un magistrato che voglia essere eletto, di trovare da 25 a 50 firme per presentare la candidatura. L’attuale obbligo impone a coloro che si vogliano candidare di ottenere il beneplacito delle correnti o, il più delle volte, di essere ad esse iscritti. Si tornerebbe alla legge originale del 1958 che prevedeva che tutti i magistrati in servizio potessero proporsi come membri del CSM presentando semplicemente la propria candidatura.

Per raggiungere il quorum dovranno votare la maggioranza (50%+1) degli aventi diritto al voto e si dovrà raggiungere la maggioranza (50%+1) dei voti validamente espressi.

Per ciò che riguarda la legge Severino va osservato che La Costituzione recita: “art. 65 La legge determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di deputato o di senatore“, e il successivo  “art. 66 Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità”.

L’ incandidabilità è in buona sostanza  uno status di inidoneità funzionale all’assunzione di cariche elettive, mentre l’ ineleggibilità, serve  a garantire la libera ed eguale espressione del voto del corpo elettorale. Dunque se ineleggibilità e incandidabilità non coincidono, come può il legislatore definire incandidabile un cittadino alle elezioni per il Parlamento.

Per ciò che riguarda l’ incandidabilità sopravvenuta, viene introdotto un principio di  retroattività. Cioè l’organo giudiziario con una sentenza, modifica di fatto la composizione politica del parlamento (potere legislativo) potendo portare alla decadenza del parlamentare che è stato precedentemente votato democraticamente. Senza tener conto dell’art. 3 della Costituzione “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Non credo che un potere diverso da quello legislativo possa decidere con una sentenza se un candidato non merita di sedere in Parlamento, dal momento che questo privilegio spetta ai cittadini elettori che democraticamente scelgono di non votare il candidato  conoscendo il suo pregresso giudiziario. Voto “Nì”

Il secondo quesito riguarda l’abrogazione dell’art. 274 comma 1 lett. c) del codice di procedura penale. La vittoria del “Si” comporterebbe che le misure cautelari (tra cui quella del carcere), sarebbero applicabili soltanto nei casi stabiliti dal primo periodo della lettera c) dell’art. 274, comma I c.p.p., vale a dire solo per “gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale o diretti contro l’ordine costituzionale ovvero delitti di criminalità organizzata”. In concreto ciò significa escludere la carcerazione preventiva per corrotti, bancarottieri, ladri e scippatori seriali, che anche se arrestati in flagranza dovrebbero essere subito rilasciati. Io voto “NO”

 Il  referendum sulla separazione della carriera tra giudici e pubblici ministeri imponendo una netta separazione tra le funzioni comporta  il rischio di una subordinazione  dei PM alla politica, rischio reso evidente dalla previsione, contenuta nella riforma del processo penale approvata dal Consiglio dei ministri, che il Parlamento approvi i criteri generali per l’esercizio dell’azione penale, che è in palese contrasto con la Costituzione. Io voto “NO”.

Consigli giudiziari:  Si tratta di un referendum inutile perché già, ha proposto di dare ai membri non togati il diritto di parola, che è una proposta che  non determina possibili interferenze tra il ruolo degli avvocati e quello dei magistrati. Io voto “NO”

Il quinto quesito è di fatto un quesito senza senso perché come opportunamente osserva il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale “Il quesito sulle modalità di presentazione delle candidature dei magistrati per le elezioni del Consiglio Superiore della Magistratura non avrebbe effetti concreti, non comporta alcuna riforma del CSM, esprime soltanto diffidenza verso il pluralismo culturale incarnato dalle correnti in seno al corpo dei magistrati.” Voto “NO”

Modificare il sistema giudiziario italiano a colpi di referendum è un’operazione dilettantistica e pericolosa che non affronta seriamente il problema del funzionamento della complessa macchina giudiziaria italiana. Né tantomeno la cd. Riforma Cartabia  risolve i complessi problemi della giustizia del nostro paese. Sia i referendum che la riforma Cartabia  partono da un profondo senso di sfiducia della magistratura, peraltro recentemente ampiamente meritato, ma colpire l’autonomia dell’amministrazione della giustizia subordinandola  al potere politico non punisce la magistratura nel suo complesso ma limita gli ambiti di democrazia esistenti nel nostro paese già ampiamente limitati da un’azione governativa reazionaria e conservatrice.

Concludendo il sì ai referendum renderebbe la giustizia italiana più amerikana con la conseguenza che i magistrati si adatterebbero  ad amministrare una giustizia fortemente subordinata alla politica ed ai poteri forti che essa esprime diventando più forte con i deboli e più debole con i forti.

Maggio 4, 2022

PAPA FRANCESCO E LA GUERRA

di Giuseppe Giudice

In una lunga intervista al Corriere della Sera, Papa Francesco ha detto cose di grande rilevanza. Che fanno a pugni con il “mainstream” di una stampa, in larghissima parte sostenitrice di un bellicismo e di una escalation militare nella guerra russo-ucraina. In realtà , come ho già detto, l’Italia è tra i paesi dell’Europa Occidentale uno con minore libertà di stampa di fatto. Chi contesta il bellicismo è considerato oggettivamente un servo di Putin. Una grandissima menzogna. Del resto, negli altri grandi paesi europei, c’è molto più contraddittorio e dialettica nei mass media. In Francia, in Germania, perfino nei paesi più bellicisti come la GB e gli USA (vedi il New York Times ) non c’è narrazione unica. Ma veniamo a quelli che ritengo i passi più qualificanti dell’intervista del Papa.

1) riprende il discorso sulla Terza Guerra Mondiale a pezzi; sostenuta da una fortissima escalation (negli ultimi venti-trenta anni) della produzione di materiale bellico, del suo commercio e vendita; con gli enormi profitti realizzati

2) si pone apertamente il problema (pur certo non approvando la politica imperiale di Putin) delle concrete responsabilità dell’Occidente per aver voluto espandere ad est la Nato.

3) come ha rilevato Tomaso Montanari, il Papa rifiuta il concetto di “guerra giusta ” (vedi l’Enciclica “Fratelli tutti”) mettendo anche in discussione passi del Catechismo scritto da Ratzinger – che sia pur di sbieco non esclude che ci possano essere guerre giuste – La guerra giusta non esiste soprattutto in un mondo in cui c’è stato una enorme crescita di armi di distruzione di massa (l’atomica, le armi chimiche e batteriologiche) e il forte aumento del potenziale distruttivo delle stesse armi convenzionali

4) Si dichiara nettamente contrario all’escalation miltare , nella guerra in corso. All’aumento delle spese militari in Europa. La via da seguire è sempre quella della diplomazia e del negoziato, per quanto possa apparire difficile in questo momento

Chiaramente il Papa parla con il suo linguaggio (che è quello di Vescovo di Roma), ma mostra di avere una visione della politica estera molto più seria e profonda di molti leader politici.

Personalmente io condivido in pieno la posizione di Corbyn in merito alla guerra (non poi così distante da quella di Francesco). Corbyn è un critico feroce di Putin, del suo regime di capitalismo oligarchico, segnato da enormi disuguaglianze. Ma evidenzia sempre le gravissime responsabilità dell’Occidente , nell’aver determinato la situazione attuale. Chiede l’immediato ritiro delle truppe russe, la cessazione dei bombardamenti sui civili, e l’avvio di un negoziato …..ma non ha alcuna simpatia per Zelensky ed il suo nazionalismo. Contesta duramente l’ultra bellicismo di Boris Johnson (che fra l’altro ha intrattenuto ottimi rapporti con Putin fino al 2020) la sua volontà di estendere la guerra, di inviare armi sempre più micidiali ed offensive fra cui aerei potenti) all’Ucraina , per poter bombardare il territorio russo. E poi si rifiuta di accogliere i profughi ucraini (li vuole mandare in Ruanda!).

La posizione pacifista di Corbyn è la più coerente con l’essere socialisti oggi. Poi certo , quando si guardano le sparate di quel mezzo comico che minaccia la distruzione nucleare dell’intera isola britannica , non si può che sorridere per queste baggianate.

Maggio 2, 2022

Incontro con Padre Maurizio Patriciello.

Di  Antonella Ricciardi.

In un’Aula Magna gremita di studenti ed insegnanti, con la partecipazione del dirigente scolastico, Enrico Carafa, Padre Maurizio Patriciello ha incontrato gli studenti al Liceo Pizzi di Capua.

 Impegnato da anni nell’avversare la criminalità, soprattutto organizzata, Padre Maurizio Patriciello da anni contrasta in particolare la camorra, e senza odio, ma con la determinazione a migliorare la situazione, sul piano sociale e per favorire uno stato più elevato di consapevolezza, di coscienza. Nonostante varie intimidazioni, che alla fine gli sono valse l’assegnazione di una scorta, presente anche al Pizzi (alcune persone, da lui chiamate familiarmente “amici”) don Maurizio è andato sempre avanti. La paura, infatti, affermava don Maurizio, può essere utile, quando ci aiuta ad essere prudenti, ma non deve diventare paralizzante, impedendo di agire: altrimenti, si toglie senso alla vita stessa.  Le sue denunce sull’inquinamento ambientale hanno portato finalmente, il 22 maggio 2015, alla legge 68, che prevede specificamente reati ambientali. Una legge che non riusciva ad essere approvata dal Parlamento, dove si era impantanata da 20 anni circa, a causa soprattutto delle pressioni di Squinzi, in nome della Confindustria. Grazie a questa legge, c’è stata una presa di coscienza sulla necessità di interventi decisivi per impedire l’inquinamento da rifiuti e cercare di porre rimedio con bonifiche in zone in situazione già colpite da reati ambientali. La criminalità organizzata un tempo si limitava  soprattutto al contrabbando di sigarette, poi  sul molto più deleterio traffico di droga; la zona del Parco Verde di Caivano, dove si trova la parrocchia di Padre Maurizio Patriciello, è addirittura la più grande piazza di spaccio d’Europa. Il traffico di stupefacenti, quindi, leggeri (ma fino a un certo punto) e pesanti si è affiancato alle più tradizionali attività di rapine, estorsioni (considerate come “tasse” da tributare ad un Anti-Stato, dai camorristi), sfruttamento della prostituzione, infiltrazione in gare d’appalto, favoriti da inserimenti in amministrazioni locali. In questi ultimi casi, manager criminali si aggiudicano appalti truccati, mettendo le mani su lavori pubblici. Soprattutto tra una parte dei costruttori, infatti, si è mossa la forza imprenditoriale della camorra. Anche riguardo lo smaltimento dei rifiuti, spiegava molto chiaramente il sacerdote, per risparmiare soldi non li si era smaltiti nel modo più corretto, soprattutto riguardo quelli industriali, molto più pericolosi di quelli urbani. Tutto, ciò, peraltro, è avvenuto con la complicità di politici collusi ed imprenditori criminali del Nord; lo stesso Carmine Schiavone, collaboratore di giustizia, aveva affermato, in modo eloquente: “Sono loro che ci sono venuti a cercare”.  Non potevano lasciare indifferenti, naturalmente, gli esempi concreti, espressi da Padre Maurizio, riguardo sue esperienze di vita vissuta, in cui ha raccontato suoi contatti con le persone, per spezzare le catene del male. Allo stesso Carmine Schiavone, infatti, don Maurizio aveva scritto una lettera aperta, chiedendogli di rivelare di più per combattere lo smaltimento illegale di rifiuti. Inaspettatamente, Carmine Schiavone, che viveva in una località protetta, aveva accettato di incontralo: quest’uomo, responsabile di un numero di omicidi imprecisato aveva rivelato anche altro, ed era morto tempo dopo, tenendo con sé un crocifisso di legno regalatogli dallo stesso don Maurizio. Ancora, Padre Maurizio, che nella sua predicazione incontra soprattutto la strada, aveva narrato della sua amicizia con Salvatore, un cutoliano, che gli chiedeva di pregare per lui. Preso dal desiderio di bruciare le tappe, in una realtà difficile, Salvatore aveva infatti aderito alla fazione della “Nuova Camorra Organizzata” di Raffaele Cutolo; tuttavia, si erano bruciati proprio gli anni migliori di Salvatore, trascorsi, dopo iniziali guadagni più facili, in carcere. In un contesto in cui era difficile sottrarsi all’idea di prevaricare, per non essere prevaricati, Salvatore era in parte emarginato, in parte temuto… Alla fine, lo stesso Salvatore era stato purtroppo ucciso, in una delle tante faide che hanno macchiato di sangue la Campani. Vicende di cronaca nerissime, purtroppo familiari in determinati luoghi: lo stesso don Maurizio, più volte, del resto, aveva dovuto celebrare funerali di persone vittime di faide, che a volte aveva lui stesso battezzato.  Incontri che fanno perdere, incontri che salvano: Salvatore aveva incontrato le persone sbagliate, don Maurizio aveva scoperto in sé la propria vocazione sacerdotale dopo avere dato un passaggio ad un frate francescano, che chiedeva l’autostop. Del tutto condivisibile, meritevole, inoltre, è stata la posizione espressa da Padre Maurizio Patriciello, per accogliere e non far sentire discriminati e non accettati i figli di persone che avessero avuto problemi per la camorra; in particolare, le sue parole sono state a favore della piccola Denyse Cutolo, che gli aveva scritto una lettera di affettuosa stima, conoscendo la sua opera. Figlia di Raffaele alla Cutolo: concepita dopo varie peripezie legali,  con inseminazione artificiale, perché lui non aveva avuto benefici per uscire dal carcere.  Denyse Cutolo, 14 anni, è infatti una persona innocente, ancora di più da aiutare a sentirsi inserita nella società; una ragazzina già provata dal terribile isolamento, in condizioni di 41 bis, che aveva vissuto il padre.  Anche secondo il già vescovo di Caserta, Raffaele Nogaro, Cutolo si era ravveduto; Raffaele Cutolo affermava, tra l’altro, che la croce fosse la vera cattedra di vita. Quello di Raffaele Cutolo è stato uno dei casi di detenzioni più lunghi della storia italiana: dopo decenni di carcere, era rimasto in 41 bis fino al decesso, per malattia, a 79 anni, nel 2021: negli ultimi mesi era stato ospedalizzato in una clinica esterna al carcere. Anche in questo intenso passaggio, infatti, si è rivelata molto la grande bontà di Padre Maurizio, a favore di un trattamento più umano per i detenuti, che non colpisca anche le loro famiglie- Uno Stato che rispetti di più, può essere più rispettato, soprattutto agli occhi di persone innocenti. Un episodio antecedente, che può illuminare ancora di più il modo con cui Padre Maurizio Patriciello susciti i sentimenti migliori, precedente all’incontro al Pizzi aveva riguardato proprio questo caso: vi erano state alcune polemiche, in occasione di una Messa in suffragio dello stesso Raffaele Cutolo, solo perché sul manifesto del primo anniversario del decesso si era scritto  di celebrazione per l’anima benedetta del defunto: un polverone suscitato da un consigliere comunale di Napoli, Francesco Emilio Borrelli, ed incoraggiato dal giornalista Sandro Ruotolo.  Le parole sul manifesto funebre erano state definite addirittura “esecrabili”, con parole di biasimo addirittura verso un incolpevole prete del comune vesuviano di Ottaviano, certamente non responsabile di quanto scritto dalle pompe funebri, in accordo con la famiglia che aggiungeva anche di ricordarlo con immenso amore.  Eppure, quella formula è standard, si può constatare: senza particolare significato celebrativo. Don Maurizio Patriciello, aveva chiarito, con un deciso e rasserenante articolo sul quotidiano cristiano cattolico “L’Avvenire” quanto, fermo restando la condanna dei delitti, la Messa fosse del tutto legittima, in quanto fosse dovere della Chiesa pregare per la misericordia di Dio, per i peccatori (e tutti lo sono, sebbene solo alcuni siano rei), e di quella persona in particolare; la preghiera per la misericordia, del resto, può essere per chiunque. I tragici errori di Raffaele Cutolo erano stati severamente condannati da magistrati che, comunque, avevano rispettato alcuni suoi diritti base, essenziali, e quando si rivolgevano a lui, lo chiamavano “signore”, ricordava nell’articolo don Maurizio Patriciello; anche la Messa meritava rispetto.  Don Maurizio Patriciello aggiungeva anche che l’unica pena che si auspicava vi fosse, e per questo si pregava, era rivedere la propria vita alla luce di Dio, e che fosse plausibile che venisse chiamato Purgatorio quello che, nell’auspicio delle preghiere, fosse un cammino di purificazione, evolutivo: in quella, ed in generale nelle Messe in suffragio. Quella di don Maurizio Patriciello, nel caso di Raffaele Cutolo, era stata invece la sacrosanta difesa di una preghiera per la misericordia: una difesa anche della libertà di coscienza, dato che rischia di essere totalitario ostacolare perfino una preghiera di benedizione; una preghiera di benedizione, che, comunque, si era poi svolta con tranquillità e senza ostentazioni. Tale posizione di Padre Maurizio Patriciello aveva quindi toccato profondamente i cuori; lo stesso don Maurizio aveva appunto ricevuto la lettera affettuosa dell’innocente Denyse Cutolo. Peraltro, a volte chi collabori con la giustizia può avere avuto anche colpe più estrema di altri: al riguardo, padre Maurizio aveva ricordato l’agghiacciante caso di Giovanni Brusca: un individuo che aveva premuto il telecomando per uccidere il giudice Falcone, che aveva determinato l’uccisione di un bambino, tenuto prima prigioniero per mesi, per distruggerne il padre, collaboratore di giustizia: il caso, naturalmente, era quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, vittima della peggiore infamia. Del resto, si può aggiungere, anche recenti sentenze della Corte Costituzionale, la più alta giurisdizione d’Italia, nel 2019 e 2021, hanno precisato quanto collaborazione con la giustizia e pentimento etico-morale possano anche a volte non andare insieme: ci sono anche casi di persone ravvedute, che non abbiano collaborato per timore di rappresaglie.  Inoltre, un equilibrio nella distinzione tra ambito di fede, intimo e libero, e differenza con atteggiamenti di altra natura è molto chiaro, nel pensiero di don Maurizio: ricordando, ad esempio, il tragico caso, ad esempio, del giovanissimo Ugo Russo, “guappo” quindicenne ucciso a 15 anni, mentre attuava una rapina. Su quella vicenda, don Maurizio, al Pizzi, aveva ricordato che  nel comune vesuviano di Sant’Anastasia, durante processioni per la Madonna dell’Arco (riti che, fatti bene, erano certamente belli), erano state poste dietro alcune immagini di Maria quelle di Ugo Russo: in quel caso, Padre Maurizio notava ci fosse una indebita sovrapposizione di ambiti, perché la famiglia aveva sì tutto il diritto di piangere il proprio caro, e di pregare per lui, ma nel privato, ed in celebrazioni apposite: cosa diversa da occasioni celebrative. Del resto, la figura di Ugo era l’emblema, e quasi un monito: Ugo Russo poteva ricordarci di non sprecare la vita, perché è una quella terrena: bellissima e fragilissima. L’impegno di Padre Maurizio per uscire dalla situazione di terra dei fuochi, di discariche abusive e di roghi di rifiuti tossici (che diffondono diossina), e farla tornare ad essere “Campania felix”, fertile, feconda naturalmente, è stato unito ad un’analisi non conformista e veritiera su tante situazioni. Del resto, determinate realtà sono frutto di una questione meridionale ancora molto viva: dai tempi in cui il Meridione era stato trattato come una colonia, senza riforme sociali e con leggi da stato di guerra: tutte misure da superare; disagi che avevano causato anche una drammatica, impetuosa emigrazione.  La valorizzazione del Sud, quindi, è stata al centro dell’analisi di don Patriciello: dai bene storico-artistici, tra cui la finalmente recuperata Reggia rustica (Palazzo di campagna con fattoria) borbonica di Carditello, a San Tammaro, all’amore per l’espressivo idioma locale: vera e propria lingua napoletana, con una ricca tradizione letteraria, che si affianca e non contrappone alla lingua italiana ed alle lingue straniere.  Gli interventi di padre Maurizio, che ha dialogato attivamente con la scuola, hanno spaziato dal contrasto alla violenza, con particolare sensibilità allo stillicidio riguardo i femminicidi, all’importanza anche religiosa della tutela ambientale, ricordando anche l’enciclica papale “Laudato si”, a favore della salvaguardia della natura. L’attenzione al nesso tra salute ed ambiente ha visto una particolare attenzione di Padre Maurizio, anche perché viene dal mondo della sanità, essendo stato capo reparto in un ospedale; a proposito di sanità, rimarcava ancora don Maurizio, il senso dei vaccini per il covid è proprio limitare le ospedalizzazioni, per lasciare posto ai malati più gravi: non solo di covid, ma anche di tumori, ed altre patologie di rilievo.  Tematiche da considerare primarie, naturalmente: infatti, ricordava don Maurizio, secondo quanto già affermato da Sant’Agostino, bisogna essere uniti sulle cose importanti, liberi sul resto. Giustamente, il dirigente scolastico, professor Enrico Carafa notava così quanto posizioni più giustamente anticonformiste, rivoluzionarie nel senso migliore, potessero arrivare proprio da rappresentanti della Chiesa: in linea con le stesse posizioni di Papa Francesco. Del resto, è una “eversione”, in senso positivo, quella che cerca di rovesciare una situazione d’ingiustizia. Attraverso il suo esempio di bene, Padre Maurizio scuote così la coscienza di coloro che operino per il male: chi fa il male, tende a giustificarlo, pur non correttamente, ma ha comunque una coscienza, con il cui profondo deve fare i conti: con la sua opera, don Maurizio toglie gli alibi a coloro che pensino che il mondo si regga solo sulle prevaricazioni reciproche, dimostrando che un’altra realtà esiste e si può costruire: una realtà di pace, simboleggiata anche da un ulivo bonsai, donato dalla scuola allo stesso sacerdote.

aprile 26, 2022

 SOCIALISTI CONTRO…….

Di Beppe Sarno

ll 20 ottobre 1914 la direzione nazionale del Partito socialista Italiano firmava un documento che aveva le seguenti conclusioni “in mezzo al fragore delle armi, innanzi all’orrore della guerra, noi socialisti d’Italia dobbiamo dire :il partito socialista è contro la guerra per la neutralità. Contro la guerra per la neutralità perchè così vuole il socialismo che per noi vive e per cui l’Internazionale oggi perita dovrà tornare vigorosamente a risorgere.” Il 24 novembre 1914 La sezione milanese del Partito Socialista Italiano chiedeva di espellere Benito Mussolini in disaccordo sulla sua tesi di intervento italiano nella Prima Guerra Mondiale al fianco dei Paesi della Triplice Intesa.

Matteotti, il disobbediente, l’unico a capire la pericolosità del fascismo, fu uno strenuo oppositore della guerra proponendo iniziative di boicottaggio,   bloccare i treni che portavano armi al fronte, lo sciopero generale  e contrastò in ogni modo il partito quando lanciò lo slogan “né aderire, né sabotare”

 Giuseppe Modigliani in un famoso discorso tenuto alla camera dei deputati il 9/11 dicembre 1914 , propose di indire uno sciopero generale contro l’entrata in guerra a fianco delle potenze dell’Intesa (Francia, Inghilterra, Russia) contro gli Imperi centrali (Germania, impero austro-ungarico). Karl Liebtnech In una relazione tenuta a Mannheim nel 1914 riportata nell’Avanti del 2 gennaio 1915 afferma testualmente “ il proletariato sa che le guerre che la classe capitalistica sta facendo per interesse proprio, sono proprio le guerre che più pesano sulle spalle della classe lavoratrice imponendole e più gravi sacrifici di lavoro e di denaro. Il proletariato sa che ogni guerra travolge i popoli in  un’onda di barbarie e di volgarità e la civiltà ne viene annientata per anni e anni….. il proletariato non può quindi non essere profondamente e consapevolmente contrario alla guerra ossia a tutta la politica espansionista. Il proletariato ha un nobilissimo compito di combattere il militarismo nel modo più energico anche in questa sua manifestazione di violenta espansione capitalista.”  E segue  “Ci   troviamo       quindi    di    fronte    alla    più grande  tragedia   delle storia   di   puro  carattere  capitalistico,   che   si   consuma   in  uno  sfondo  grigio  di  basse  passioni   e  di  appetiti   insoddisfatti,   senza luce di    pensiero   e   genialità   di   aspirazioni.    Si  tratta  di   borghesie  giunte   ormai, qua    o   là,  all’apogeo  della   loro   forza    e    del    loro   sviluppo,    bramoso     continuamente   di   dominio    e   di   guadagno,    che    esauriscono   la   loro   funzione   in    barbariche   piraterie   od   in   ignominiosi   mercati,    e    rinnegano   e  sconfessano   i  loro   principi   del   «   pacifismo »  e  dell’   «  equilibrio  »     mentre   vergognosamente      si    palleggiano     le   responsabilità” (L’Avanti  del 7 gennaio 1915). Mai il giornale socialista venne meno alla sua funzione di sentinella contro la guerra denunciandone quasi quotidianamente come una guerra voluta dal capitalismo contro gli interessi delle classi lavoratrici.

Turati non riuscì a controllare il partito e dopo la scissione del 1912, con l’uscita di Bissolati per le sue posizioni interventiste (Carlo Tognoli lo definisce: “un liberal ante litteram”)  dovette mantener una posizione equilibrata e prudente che si condensò nella famosa formula “non aderire, non sabotare”.

Nel 1910 si tenne a Copenaghen il congresso internazionale socialista ed il dibattito più importante del congresso fu sulla guerra. Quasi tutti i delegati  erano d’accordo che l’Internazionale dovesse sollecitare i propri deputati all’interno dei propri parlamenti decisioni aventi ad oggetto un accordo tra le grandi potenze per la riduzione degli armamenti e che tutte le controversie tra gli  Stati venissero sottoposte ad arbitrato internazionale. I socialisti italiani  con  il relatore Morgari proposero una risoluzione che invitasse tutti i partiti socialisti con rappresentanza parlamentare a proporre ai propri parlamenti una riduzione del 50% di tutti gli armamenti. Alla fine fu approvata una risoluzione presentata da Vailland e Keir Hardie con l’appoggio del partito laburista britannico e del partito socialista francese che affermava “tra tutti i mezzi da usare per prevenire e impedire la guerra, il Congresso considera particolarmente efficace lo sciopero generale degli operai, soprattutto nelle industrie che producono gli strumenti bellici (armi, munizioni, trasporti, etc) oltre all’agitazione e all’azione popolari nelle loro forme più attive.”

Anche il successivo  Congresso di Basilea nel novembre 1912 ebbe esclusivo l’argomento della guerra e soprattutto la posizione dei socialisti contro la guerra in corso nei Balcani per impedire che il conflitto si allargasse.

nel 1914 si tenne in Francia il Congresso dell’internazionale già fissato per Vienna, che non si era potuto tenere per l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando erede al trono austriaco. La risoluzione approvata dall’internazionale socialista invitava tutti i movimenti operai dei paesi interessati affinché la controversia austro-serba venisse composta tramite arbitrato.  il 31 luglio successivo Jan Iaures veniva assassinato da un giovane reazionario in un ristorante mentre teneva una riunione con i colleghi della redazione dell’Humanitè.

Diversa fu la posizione dei socialisti Del Belgio i quali per effetto dell’ultimatum del governo tedesco di ottenere l’autorizzazione a traversare il territorio Belga si schierarono praticamente dalla parte della difesa nazionale.  Gli stessi socialdemocratici tedeschi  votarono compatti a favore dei crediti di guerra. Lo stesso Karl Liebtnech si adeguò alla volontà della maggioranza del partito. Il famoso gruppo degli spartachisti composto da Rosa Luxembourg  nel 1916 votò contro  il rifinanziamento dei crediti di guerra e per questo motivo furono espulsi dal Partito. La nascita del USPD determinò in Germania l’esistenza di due partiti di ispirazione socialista. A questa seconda organizzazione aderirono i capo storici del socialismo radicale e successivamente anche la  lega degli spartachisti.  Va osservato che Karl Liebtnech in un successivo momento decise di rompere la fedeltà al partito e votò  da solo contro gli  stanziamenti per la guerra e motivò la sua posizione in uno scritto in cui affermava che la guerra era il risultato dell’ imperialismo capitalistico che avrebbe avvantaggiato solo le forze imperialistiche che l’avevano provocata, che sarebbe stata usata per schiacciare il movimento dei  lavoratori nei  paesi belligeranti. La Germania combatteva quella guerra non per legittima difesa ma con fini espansionistici.

Karl Kautsky in un articolo pubblicato in Italia dalla “Critica sociale” difese la scelta dei socialisti tedeschi affermando “Ogni nazione deve difendere la propria pelle, donde segue che il partito socialista di tutte le nazioni ha lo stesso diritto e lo stesso dovere di partecipare a questa difesa.”(Critica Sociale pag 375/2014). La “Critica” a commento dell’articolo scriveva “Kautsky, unificando governi e governati,  astrae dal fenomeno di classe e ……non risolve in dottrina quale deve essere la condotta dei socialisti a guerra scoppiata.” I socialisti italiani criticarono aspramente le scelte dei socialisti tedeschi di votare a favore dei crediti di guerra “ Il Partito socialista tedesco legato all’Internazionale, il quale con la sua tenace resistenza ai criminali del patriottismo ufficiale e imperiale soleva fare scuso alla Germania delle simpatie del proletariato internazionale. Ma il partito Socialista Tedesco ad un certo punto si mise a spezzare tutto ciò …lasciò compiere l’infamia della distruzione del Belgio, lasciò passare la distruzione delle città e l’assassinio collettivo dei neutri…Così il Partito socialista tedesco, ha servito la Germania con la stessa stolidità cieca del suo kaiser e dei suoi kaiseriani. “ e conclude “Quale orrore! Quale delitto contro la patria, contro l’Umanità! ()Critica sociale 1915 p. 165/166)

In Inghilterra nel periodo precedente la prima guerra mondiale non c’era un  partito socialista che potesse essere paragonato ai partiti socialisti di massa che c’erano in Francia, Germania, Austria, Italia. Certo c’era la Fabian Society, l’0ILP il Partito Laburista da cui nacque in seguito ad una scissione il Brithis Socialist Party. In Inghilterra nel period0 19010-1914  vi furono una catena di scioperi mai visti in precedenza ma tutti riguardavano in buona sostanza rivendicazioni salariali e sulle condizioni di vita dei lavoratori. Il personaggio più vicino ai socialisti della seconda internazionale fu sicuramente Keir Hardie. Devoto internazionalista diventò un ardente sostenitore dello sciopero generale per impedire la guerra.  Secondo Franco Astengo “In Gran Bretagna la resistenza alla guerra è più forte: si dimette il presidente del gruppo parlamentare laburista Mac Donald e quattro deputati dell’Indipendent Labour Party votano contro: ma la grande maggioranza dei dirigenti delle trade unions, la maggioranza del British Socialist Party e numerosi fabiani (ancorché la società fabiana non prenda ufficialmente posizione) approvano.” Anche se storicamente rappresenta la verità è pur vero che Ramsay Mac Donald era un personaggio ambiguo ed il suo atteggiamento contro la guerra non fu sempre chiaro. Dal 1929 al 1931 divenne primo ministro del secondo governo  laburista.

Altrettanto ambiguo il comportamento dei menscevichi in Russia divisi fra l’avversione alla guerra e quelli che invece appoggiarono le scelte dello Zar.

Nel maggio 1915 i socialisti italiani Lanciarono d’accordo con gli svizzeri “un appello per una conferenza socialista internazionale, rivolto a tutti i partiti, organizzazioni operaie, gruppi che erano rimasti fedeli ai vecchi principi dell’internazionale e che erano disposti abbattersi contro la politica di pace interna per la lotta di classe, che per un’azione unitaria dei socialisti in tutti i paesi contro la guerra. Il punto di sintesi sulla posizione dei socialisti controlla guerra fu trovato a Zimmerwald uno Svizzera dove si tenne una conferenza internazionale a cui parteciparlo i rappresentanti di 42 partiti socialisti nazionali dovuto Italia, Svizzera, Olanda, Svezia Norvegia Russia Polonia Romania Bulgaria. Ero presente anche per la Russia bolscevichi  e menscevichi e socialisti rivoluzionari di sinistra. la conferenza di Zimmerwald viene indicata come la madre della terza internazionale. Il documento finale recitava “Questa guerra non è la nostra guerra” e impegnava tutti i socialisti “a condurre un’incessante agitazione per la pace e costringere i governi a porre fine al massacro”. E concludeva “I socialisti dei paesi belligeranti hanno il dovere di condurre questa lotta con ardore ed energia; i socialisti dei paesi neutri hanno il dovere di sostenere con mezzi efficaci i loro fratelli in questa lotta contro la barbarie sanguinosa.

Mai fu nella storia una missione più nobile e più urgente. Non vi sono sforzi e sacrifici troppo grandi per raggiungere questo scopo: la pace fra gli uomini. Operai e operaie, madri e padri, vedove e orfani, feriti e storpiati, a voi tutti, vittime della guerra, noi diciamo: al di sopra dei campi di battaglia, al di sopra delle campagne e delle città devastate: Proletari di tutti i paesi unitevi!”

Malgrado il documento fosse approvato all’unanimità Lenin ed altri cinque delegati (Zinoviev, Radek (delegato di Brema), Hoglund e Nerman (rappresentanti dell’estrema sinistra scandinava) e il delegato lettone Winter.) presentarono un documento con lo scopo di  spostare a  sinistra il dibattito fra i socialisti. Nel documento si leggeva “La guerra che da più di un anno devasta l’Europa è una guerra imperialista per lo sfruttamento economico di nuovi mercati, per la conquista delle fonti di materie prime, per lo stanziamento di capitali. La guerra è un prodotto dello sviluppo economico che vincola economicamente tutto il mondo e lascia al tempo stesso sussistere i gruppi capitalisti costituitisi in unità nazionali, e divisi dall’antagonismo dei loro interessi. Col tentativo di dissimulare il vero carattere della guerra, la borghesia ed i governi, i quali pretendono che si tratti di una guerra per l’indipendenza, di una guerra che è stata loro imposta, non fanno che trarre in inganno il proletariato, perché in realtà lo scopo della guerra è proprio l’oppressione dei popoli e di paesi stranieri. Lo stesso è delle leggende che attribuiscono ad essa il ruolo di difesa della democrazia, mentre invece l’imperialismo significa dominio più brutale del grande capitalismo e della reazione politica. ……(sequitur)” Lenin e i suoi compagni non volevano che l’Internazionale si limitasse a promuovere Azioni di lotta per la pace, ma con quel documento si voleva spingere a s far nascere in ogni paese la guerra civile per realizzare la rivoluzione socialista. L’obbiettivo fu raggiunto nella successiva conferenza di Khiental, sempre in Svizzera le cui conclusioni furono che non si sarebbe potuta raggiungere la pace senza una rivoluzione socialista che portasse al potere la classe operaia.

Inutile proseguire fino ai giorni nostri per dimostrare che i socialisti storicamente sono allineati contro la guerra e per la neutralità. Il novecento con le sue disastrose guerre è costellato da grandi martiri socialisti e comunisti che hanno dato la loro vita per la pace e contro la guerra.

Nella sciagurata guerra a cui stiamo assistendo nei resoconti giornalistici come un sequel televisivo in cui tutti i media sono schierati in maniera acritica dalla parte dell’Ucraina e che dipingono Putin come un pazzo assassinio assetato di sangue, come socialista non ho dubbio a schierami con Matteotti, Modigliani, Turati e gli innumerevoli personaggi che hanno speso la loro vita per combattere il pensiero unico dominate dei fautori della guerra e mi sentirei se fosse possibile farlo pronto a firmare senza riserve il documento approvato alla Conferenza di Zimmerwald. Mi sentirei molto più a mio agio nei panni di un socialista di inizi novecento con la cravatta rossa svolazzante a predicare per le neutralità e contro la guerra.

Il neutralismo dei socialisti non è non può essere un neutralismo passivo, impotente, ma viceversa un neutralismo vivi, attuale , duttile pronto a prendere iniziative, pronto a discutere con chiunque e sempre dalla parte dei più deboli.

Nessuno vuole la pace non la vuole al momento Putin il ci ministro della difesa dice che non è arrivato il momento per una trattiva di pace non  la vuole Zelesky, il quel oltre a chiedere più armi vuole solo continuare la guerra invocando la terza guerra mondiale. Di fatto questa guerra è il frutto di una diversa interpretazione del capitalismo da una parte un regime basato su un capitalismo oligarchico dall’altro un paese che ambisce ad entrare nel consesso del capitalismo occidentale. Sulla base di questa la guerra mediatica in corso, ancora più efficace forse delle bombe impone un consenso sulla guerra di maniera tale che tutte le categorie sociali di ogni nazione siano unite dallo scopo di parteggiare per una parte o per l’altra. Il frutto di questa guerra è un nazionalismo esasperato e la guerra diventa soltanto uno strumento di offesa e difesa, mentre invece questa guerra la decidono solo le classi dirigenti, nello stesso tempo le classi subalterne sono chiamate ad una anomala collaborazione, pena essere definiti fascisti o filo putiniani mettendo da parte ogni rivendicazione e calpestando ogni diritto. Si accetta senza fiatare l’aumento del costo dell’energia, del carburante, le limitazioni delle libertà, i sacrifici economici per mandare armi alla nazione amica. Si chiama in causa la democrazia, l’interesse della civiltà occidentale. Qualcuno ha detto se Putin occupa l’Ucraina poi verrà il nostro turno. La gente è chiamata a difendere la civiltà occidentale dalla minaccia del mostro russo. La vittoria dell’Ucraina, per Draghi e i suoi amici, è la vittoria della democrazia. All’inizio della pandemia si diceva “tutti insieme ce la faremo” si sperava in un mondo migliore. Sappiamo com’è andata. I ricchi più ricchi e i poveri in mezzo a una strada.

La verità da quello che si legge sui giornali e si vede per televisione e che non si innesca una trattativa  di pace perché Zelesky non vuole la pace: l’obbiettivo di Zelesky è la guerra. La vuole perché il suo sodale american Biden vuole lo scontro con la Russia per vederla finalmente sconfitta. Quando Gorbaciov voleva smantellare l’Urss e sostituirla con una federazione di stati socialdemocratici, l’occidente,  a parte i socialisti, e Craxi questo lo capì, preferì appoggiare il colpo di Stato di Eltsin.

Le multinazionali, appoggiate dal governo americano in prima fila, pensavano che un fantoccio come Eltsin e la corruzione dilagante in Russia avrebbe consentito loro di arricchirsi ed impadronirsi di interi stati e le ricche risorse  naturali che esse avevano. Il disegno non è riuscito ed allora oggi si ripropone quel progetto con la guerra. L’obbiettivo di Zelesky è la guerra non l’indipendenza del suo popolo ed egli usa lo spettacolo delle migliaia di morti come scudo umano per attirare il consenso sulle sue scelte. Dal canto suo Biden accecato dalla sua sete di potere insieme all’0ingilterra ed all’Italia soffia sul fuoco di questa guerra che deve divampare  sempre più ardentemente- La destra americana a sua volta lascia fare Biden in questa sua folle corsa verso la distruzione. A suo tempo i mezzi di comunicazione di massa faranno il loro mestiere convincevo il popolo americano che questa è una guerra ingiusta e che costa troppo ai contribuenti americani e Biden sarà disarcionato dal cavallo del potere. Purtroppo non succederà molto presto.

La  guerra non darà un risultato rispondente alle aspettative di coloro che aspettano il trionfo del diritto e della democrazia  e l’eliminazione di tutte le cause di futuri conflitti. Anzi più andremo avanti nel conflitto e peggio sarà. La Francia e la Germania hanno inteso che è giunto il momento di prendere le distanze dal loro alleato d’oltreoceano perché hanno capito che è follia volere accrescere le stragi che vediamo per le vie di Mariupol e farci trascinare ancora di più in un conflitto che non risolve alcun   problema dei lavoratori ma ne genera altri e ancora più gravi. L’Europa deve in questo momento dimostrare di essere autonoma dall’America e costringere Putin ad accettare una trattativa di pace basata su reciproche concessioni. Deve essere l’Europa per quel poco o molto di credito che ha nei confronti della Russia di Putin di farsi garante della pace laddove si raggiungesse un risultato dalla trattiva. Sappiamo bene che il nostro governo, asservito acriticamente su posizioni filoamericane non ha alcuna credibilità internazionale, laddove storicamente invece le nostre diplomazie primeggiavano. Dobbiamo quindi trovare gli strumenti per convincere il governo Francese e quello tedesco anche in considerazione che la Francia ha la presidenza del Consiglio dell’Unione Europea a chiedere n a Putin un immediato cessate il fuoco, su tutta la linea con interposizione di forze ONU prevalentemente europee, l’apertura di una conferenza di pace sulla configurazione internazionale dei territori contesi, la rinuncia definitva dell’Ucraina ad entrare nella Nato, con dichiarazione epslicita sulla sua neutralità, il ritiro delle sanzioni contro la Russia con un contributo della Russia a devolvere una parte degli introiti della vendita del gas a favore dell’’Ucraina per la sua ricostruzione.

Ni socialisti italiani siamo ormai una piccola pattuglia ma sulla guerra, come ho provato a dimostrare abbiamo le idee chiare. Dobbiamo quindi avere la forza di gridare e farci ascoltare  per convincere ad uscire all’orrore di questa guerra e riuscire a fermarla dimostrando concretamente il nostro antimilitarismo e il nostro internazionalismo. Contro il populismo ed il nazionalismo sostituiamo i doveri della solidarietà internazionale fra i popoli.  

aprile 24, 2022

Chi è Volodymyr Zelensky?

di Daniele Kalidou Maffione

Breve storia del leader profetizzato della “resistenza” ucraina.

●Nasce nel 1978 a Kryvyj Rih, in Ucraina meridionale.

Cresce in una famiglia di origini ebraiche. La sua prima lingua non è l’ucraino, ma il russo.

● Si laurea in giurisprudenza all’Università Economica Nazionale di Kyiv, poi persegue la carriera di attore.

● Nel 2003, insieme a Serhiy Shefir e Boris Shefir, Zelensky diviene il fondatore di 𝗞𝘃𝗮𝗿𝘁𝗮𝗹 𝟵𝟱 𝗦𝘁𝘂𝗱𝗶𝗼, società attiva nel settore dell’intrattenimento televisivo sulle emittenti ucraine, che produce film, cartoni animati e serie tv.

● Tra le serie più note di Kvartal 95 c’è <<Sluha Narodu>> (Servitore del Popolo).

In essa, Zelensky interpreta un professore del liceo che stanco della corruzione in politica, viene inaspettatamente eletto presidente dell’Ucraina.

● Nel 2017, Zelensky annuncia la fondazione di un suo partito: <<Servitore del popolo>>, rifacendosi alla popolare serie tv.

● Il 31 dicembre 2018, all’apice della sua carriera, Zelensky annuncia la sua candidatura alle elezioni presidenziali del marzo dell’anno successivo.

𝗜 𝗽𝘂𝗻𝘁𝗶 𝗳𝗼𝗿𝘁𝗶 𝗱𝗲𝗹 𝘀𝘂𝗼 𝗽𝗿𝗼𝗴𝗿𝗮𝗺𝗺𝗮 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗹𝗮 𝘀𝘂𝗮 𝗽𝗼𝗽𝗼𝗹𝗮𝗿𝗶𝘁𝗮̀, 𝗹𝗮 𝗹𝗼𝘁𝘁𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗿𝗿𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗹𝗮 𝗹𝗶𝗺𝗶𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗼 𝘀𝘁𝗿𝗮𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗼𝗹𝗶𝗴𝗮𝗿𝗰𝗵𝗶 𝗲 – 𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗶𝗻 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗳𝗮𝘀𝗲- 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝗼𝗿𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝗲𝗾𝘂𝗶𝗱𝗶𝘀𝘁𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗨𝗰𝗿𝗮𝗶𝗻𝗮 𝘁𝗿𝗮 𝗥𝘂𝘀𝘀𝗶𝗮 𝗲 𝗦𝘁𝗮𝘁𝗶 𝗨𝗻𝗶𝘁𝗶.

● Proprio in questo periodo, la società d’intrattenimento fondata da Zelensky, la Kvartal 95, registra un anomalo flusso di finanziamenti, gestiti attraverso società off-shore con sedi in paradisi fiscali, per un ammontare di 𝟰𝟬 𝗺𝗶𝗹𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗱𝗶 𝗱𝗼𝗹𝗹𝗮𝗿𝗶.

● Il principale sovvenzionatore della campagna di Zelensky sarebbe Igor Kolomoyskyi, potente uomo d’affari dal triplo passaporto ucraino, cipriota e israeliano, già sponsor delle serie televisive del comico, nonché uno dei principali oligarchi dell’Ucraina.

● 𝗦𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗾𝘂𝗮𝗻𝘁𝗼 𝗲𝗺𝗲𝗿𝘀𝗼 𝗱𝗮𝗶 𝗣𝗮𝗻𝗱𝗼𝗿𝗮 𝗣𝗮𝗽𝗲𝗿𝘀 (𝗣𝗣), 𝗹𝗮 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗴𝗿𝗮𝗻𝗱𝗲 𝗶𝗻𝗰𝗵𝗶𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗮𝗹𝗶𝘀𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮, pubblicata la prima volta a ottobre 2021 dal Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICJI), le transazioni verso Kvartal 95 sarebbero avvenute quando Igor Kolomoyskyi era ancora proprietario di 𝗣𝗿𝗶𝘃𝗮𝘁𝗕𝗮𝗻𝗸, la più importante banca in Ucraina, coinvolta in un caso di bancarotta fraudolenta e investimenti illeciti.

● 𝗜𝗴𝗼𝗿 𝗞𝗼𝗹𝗼𝗺𝗼𝘆𝘀𝗸𝘆, 𝗮𝗻𝗰𝗵’𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝗼𝗿𝗶𝗴𝗶𝗻𝗶 𝗲𝗯𝗿𝗮𝗶𝗰𝗵𝗲, 𝗲̀ 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗼 𝘂𝗻𝗼 𝗱𝗲𝗶 𝗽𝗿𝗶𝗻𝗰𝗶𝗽𝗮𝗹𝗶 𝗳𝗶𝗻𝗮𝗻𝘇𝗶𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗱𝗶 𝗮𝗹𝗰𝘂𝗻𝗶 𝗱𝗲𝗶 𝗴𝗿𝘂𝗽𝗽𝗶 𝗽𝗮𝗿𝗮𝗺𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮𝗿𝗶 𝗻𝗲𝗼𝗻𝗮𝘇𝗶𝘀𝘁𝗶 𝗲𝗱 𝘂𝗹𝘁𝗿𝗮-𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶𝘀𝘁𝗶 che, nel 2014, hanno rovesciato il governo Janukovich, in seguito a violente manifestazioni filoccidentali conosciute col nome di “Euromaidan”.

● 𝗤𝘂𝗲𝘀𝘁𝗶 𝗴𝗿𝘂𝗽𝗽𝗶 𝗽𝗮𝗿𝗮𝗺𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮𝗿𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘁𝗮𝗻𝗼 𝗮𝗹𝗹’𝗼𝗽𝗶𝗻𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗽𝘂𝗯𝗯𝗹𝗶𝗰𝗮 𝗼𝗰𝗰𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗲 “𝗽𝗮𝘁𝗿𝗶𝗼𝘁𝗶”, 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗯𝗮𝘁𝘁𝗮𝗴𝗹𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗽𝗿𝗶𝘃𝗮𝘁𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗼𝘁𝘁𝗲𝗻𝗴𝗼𝗻𝗼 𝗳𝗶𝗻𝗮𝗻𝘇𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗱𝗮 𝗼𝗹𝗶𝗴𝗮𝗿𝗰𝗵𝗶.

Ovvero, unità militari accusate di crimini di guerra da parte di Amnesty International, ma anche dalle Nazioni Unite.

Anche secondo quanto riportato da Reuters, Pravyj Sektor, i Battaglioni Azov e Aidar, sono stati fondati in parte grazie all’aiuto dell’oligarca Kolomoysky.

● Nell’aprile 2019, Zelensky viene eletto Presidente dell’Ucraina, battendo nettamente al ballottaggio il presidente uscente, Petro Poroschenko.

● Zelensky provvede subito a distribuire incarichi governativi ai soci di Kvartal 95, la sua società di intrattenimento.

Ivan Bakanov, già direttore della società, diventa il capo dei Servizi Segreti dell’Ucraina, mentre Serhiy Shefir viene battezzato primo assistente del presidente.

● L’ex comico si trova subito a fronteggiare una brutta rogna: il coinvolgimento di Hunter Biden, figlio dell’attuale Presidente USA, nella Burisma Holdings, la maggiore compagnia energetica dell’Ucraina, attiva sia sul mercato del gas e del petrolio.

𝗗𝗮 𝘁𝗲𝗺𝗽𝗼, 𝗕𝘂𝗿𝗶𝘀𝗺𝗮 𝗲𝗿𝗮 𝗯𝗮𝗹𝘇𝗮𝘁𝗮 𝗮𝗴𝗹𝗶 𝗼𝗻𝗼𝗿𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗰𝗿𝗼𝗻𝗮𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗿𝗶𝗲𝗻𝘁𝗿𝗮𝘁𝗮 𝗶𝗻 𝘂𝗻 𝗴𝗶𝗿𝗼 𝗱𝗶 𝘁𝗮𝗻𝗴𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗲 𝗰𝗼𝗿𝗿𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗼𝗶𝗻𝘃𝗼𝗹𝗴𝗲𝘃𝗮𝗻𝗼 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗶 𝗲𝗱 𝗲𝘀𝗽𝗼𝗻𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗱𝗶 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗨𝗰𝗿𝗮𝗶𝗻𝗮.

A completamento di ciò, per il lavoro di consulente di quella società, dal 2014 al 2019, Hunter Biden ha percepito 𝟱𝟬 𝗺𝗶𝗹𝗮 𝗱𝗼𝗹𝗹𝗮𝗿𝗶 𝗮𝗹 𝗺𝗲𝘀𝗲.

● Donald Trump, all’epoca presidente degli USA, aveva affermato che Joe Biden -suo competitor nella lotta per l’investitura alla Casa Bianca- avesse chiesto il licenziamento di un procuratore ucraino che indagava sul figlio, in modo da proteggerlo. Nonostante le pressioni di Trump, 𝗭𝗲𝗹𝗲𝗻𝘀𝗸𝘆 𝘀𝗶 𝗿𝗶𝗳𝗶𝘂𝘁𝗼̀ 𝗱𝗶 𝗮𝗽𝗿𝗶𝗿𝗲 𝘂𝗻’𝗶𝗻𝗰𝗵𝗶𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗮𝗹 𝗿𝗶𝗴𝘂𝗮𝗿𝗱𝗼.

In tutta risposta, Trump decise di bloccare gli aiuti economici e militari degli USA destinati all’Ucraina.

● Nacque così l’Ucrainagate, che si è trascinato per tutta la campagna elettorale delle presidenziali USA nel corso del 2020, fino all’elezione di Joe Biden.

● A testimoniare i buoni rapporti tra l’attuale inquilino della Casa Bianca e Zelensky sono state le parole pronunciate dal presidente ucraino nel dicembre 2020, quando Joe Biden è stato eletto Presidente degli Stati Uniti: <<Lui conosce l’Ucraina meglio del precedente presidente e aiuterà davvero a risolvere la guerra nel Donbass e a porre fine all’occupazione del nostro territorio>>.

● Nel giugno 2021, alcuni giornalisti britannici hanno pubblicato un documentario: “𝘼 𝙇𝙊𝙏 𝙊𝙁 𝙃𝙊𝙏 𝘼𝙄𝙍, 𝙒𝙝𝙤’𝙨 𝙩𝙚𝙡𝙡𝙞𝙣𝙜 𝙩𝙝𝙚 𝙩𝙧𝙪𝙩𝙝 𝙞𝙣 𝙩𝙝𝙚 𝘽𝙪𝙧𝙞𝙨𝙢𝙖 𝙜𝙖𝙨 𝙨𝙘𝙖𝙣𝙙𝙖𝙡?”.

Nel documentario si sostiene la teoria secondo cui l’amministratore della compagnia del gas Burisma avesse bisogno di Hunter Biden per due motivi: da un lato per non ricevere formalmente sanzioni, dall’altro per poter riciclare i soldi sporchi che la compagnia aveva fatto negli anni precedenti.

● Joe Biden si è impegnato a perseguire una politica americana tutta concentrata nel far riprendere all’Ucraina le zone del Donbass, attualmente dichiarate da Putin “Repubbliche riconosciute dalla Russia”.

L’interesse per quelle aree sarebbe stato innescato dal fatto che 𝙡’𝙖𝙧𝙚𝙖 𝙙𝙞 𝘿𝙤𝙣𝙚𝙨𝙥𝙩 𝙚̀ 𝙧𝙞𝙘𝙘𝙖 𝙙𝙞 𝙜𝙞𝙖𝙘𝙞𝙢𝙚𝙣𝙩𝙞 𝙙𝙞 𝙜𝙖𝙨 𝙖𝙣𝙘𝙤𝙧𝙖 𝙞𝙣𝙚𝙨𝙥𝙡𝙤𝙧𝙖𝙩𝙞 𝙛𝙞𝙣𝙞𝙩𝙞 𝙣𝙚𝙡 𝙢𝙞𝙧𝙞𝙣𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝘽𝙪𝙧𝙞𝙨𝙢𝙖 𝙃𝙤𝙡𝙙𝙞𝙣𝙜𝙨.

● Anche Kolomoysky ha forti interessi sul Donbass, motivo per cui il suo esercito privato di organizzazioni neonaziste, in parte inquadrate nell’Esercito ucraino, dal 2015 𝗵𝗮 𝘀𝘁𝗲𝗿𝗺𝗶𝗻𝗮𝘁𝗼 𝗰𝗶𝗿𝗰𝗮 𝟭𝟲 𝗺𝗶𝗹𝗮 𝗿𝘂𝘀𝘀𝗼𝗳𝗼𝗻𝗶 𝗻𝗲𝗹 𝘀𝗶𝗹𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲.

● In base a quanto emerso nel Pandora Papers e riportato dal “𝗧𝗵𝗲 𝗚𝘂𝗮𝗿𝗱𝗶𝗮𝗻” 𝗱𝗲𝗹 𝟯 𝗼𝘁𝘁𝗼𝗯𝗿𝗲 𝟮𝟬𝟮𝟭, Zelensky detiene quote azionarie di tre società off-shore. Una di queste, Film Heritage, è registrata in Belize.

Dalla documentazione spicca che Film Heritage detiene il 25% delle quote societarie di Davegra, azienda con sede a Cipro.

● A sua volta, Davegra possiede Maltex Multicapital Corp, società registrata nel paradiso fiscale delle Isole Vergini Britanniche. Zelensky e i fratelli Shefir detenevano ciascuno il 25% delle quote societarie.

● Circa sei settimane dopo la vittoria di Zelensky, nel 2019, l’avvocato di Kvartal 95 ha siglato un ulteriore documento. Si legge che Maltex avrebbe continuato a pagare i dividendi alla società di Zelensky, la Film Heritage, nonostante quest’ultima non possedesse più alcuna azione della società. Dal 2019, unica proprietaria di Film Heritage è Olena, moglie di Zelensky.

🔎 𝗟𝗲𝗴𝗮𝗺𝗶 𝗰𝗼𝗻 𝗼𝗹𝗶𝗴𝗮𝗿𝗰𝗵𝗶, finanziamenti illeciti, introiti miliardari, armi e soldi ai neonazisti.

🔎 𝗟𝗮 𝗿𝗲𝘁𝗲 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗮𝗴𝗻𝗶𝗲 𝗻𝗲𝗶 𝗽𝗮𝗿𝗮𝗱𝗶𝘀𝗶 𝗳𝗶𝘀𝗰𝗮𝗹𝗶 sarebbe stata messa su da Zelensky e dai suoi soci nella società di produzione televisiva Kvartal 95 già nel 2012.

🔎 𝗨𝗻 𝗱𝗶𝗰𝗵𝗶𝗮𝗿𝗮𝘁𝗼 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗲𝘀𝘀𝗲 𝗮 𝗳𝗮𝗿 𝗮𝗱𝗲𝗿𝗶𝗿𝗲 𝗹’𝗨𝗰𝗿𝗮𝗶𝗻𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗡𝗔𝗧𝗢, piazzando basi missilistiche americane ai confini della Russia, invocando la no-fly zone e l’uso della bomba atomica.

Alla luce di questi fatti, resta da chiedersi se il presidente ucraino sia davvero l’eroe che i mass media occidentali stanno rappresentando.

~Grazie al compagno Daniele Kalidou Maffione che martedì ha pubblicato questo post pieno di informazioni importanti e vere, che meritano di essere condivise.

Psquale Andreozzi