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marzo 7, 2021

CARLO TOGNOLI, IL SINDACO AMATO DAI MILANESI PERCHE’ CON LORO SAPEVA IDENTIFICARSI

di Enrico Landoni

Il Sindaco più giovane nella storia di Milano. Quando il 12 maggio 1976 il Consiglio Comunale lo disegnò alla guida di Palazzo Marino, Carlo Tognoli aveva in effetti solo 38 anni. Decisamente pochi per i detrattori, tra i quali spiccavano allora i grandi nomi dell’intellighenzia ambrosiana e del giornalismo di punta, come Giorgio Bocca che, sulle pagine de L’Espresso, ebbe a definirlo addirittura una “mediocrità garantita, una persona insignificante, un oscuro funzionario». Ma davvero poco tempo sarebbe servito a Carlo Tognoli per dimostrare la mostruosità e la meschinità di questo errore di valutazione, commesso dai pochi, per fortuna, che non ne conoscevano il curriculum rigoroso e fitto, la dedizione, la passione e la formazione alla severa scuola del PSI. E che, con atteggiamento snobistico e per certi versi populista, già allora, ritenevano i partiti incapaci di selezionare adeguatamente la classe dirigente del paese, ignorando il valore etico della gavetta e l’importanza formativa del cursus honorum cui i partiti avviavano solo i quadri più dotati. E Carlo Tognoli è stato sicuramente uno di questi: consigliere e assessore a Cormano, poi segretario cittadino a Milano e quindi consigliere e assessore a Palazzo Marino, in un momento assai delicato per le continue fibrillazioni all’interno dell’ormai logora coalizione di centro-sinistra. Autonomista e riformista, Tognoli ha avuto in Filippo Turati, Emilio Caldara e Antonio Greppi, indimenticato Sindaco della Liberazione, i tre principali punti di riferimento, sul duplice fronte politico-cultural-identitario e amministrativo. Fedele interprete di questa tradizione e di questa storia, Carlo Tognoli, che fu anche un vivace giornalista, all’interno della redazione di Critica Sociale, è stato dunque capace di coniugare al meglio la visione politica con l’efficacia e l’efficienza realizzativa. Questo connubio ne ha fatto un amministratore concreto e un politico pragmatico, al contempo risoluto e aperto al dialogo e alla leale collaborazione con gli alleati e il PCI in particolare, durante la lunga stagione delle Giunte rosse. Alcune delle più importanti realizzazioni maturano infatti proprio nel quadro di questa collaborazione. Meritano una particolare citazione il Piano dei Trasporti del 1979, che spianò la strada alla realizzazione del Passante Ferroviario e della terza linea della metropolitana, il riscatto municipale dalla Montedison del servizio gas, perfezionato dallo storico vice di Carlo Tognoli, Elio Quercioli, l’avvio della metanizzazione, il lancio del teleriscaldamento, il varo del Piano Casa, ottimo esempio di collaborazione pubblico-privato, sotto il solido coordinamento politico del Comune. Ma non possono poi essere dimenticate le grandi mostre dedicate a Leonardo e all’arte degli anni Trenta. E, ancora, deve essere ricordata l’iniziativa Milano per Voi, concepita allo scopo di promuovere, attraverso un articolato programma di conferenze, i grandi temi dell’arte, della cultura, della scienza e dell’attualità presso il grande pubblico. Tognoli in realtà deve essere ricordato soprattutto come il Sindaco della doppia transizione vissuta dal capoluogo lombardo, a cavallo tra anni Settanta e Ottanta: quella del passaggio dalla stagione drammatica della violenza politica agli anni del dinamismo e della rinascita, riassunta dall’infelice e superficiale slogan “Milano da bere”; e quella del definitivo superamento della grande industrializzazione a beneficio del terziario avanzato. Di qui il difficile problema del governo delle aree dismesse, poi affrontato da Tognoli anche come Ministro per i Problemi delle Aree Urbane, prima di essere designato alla guida del dicastero del Turismo e dello Spettacolo. Dopo il 1992, le indagini giudiziarie, che squassarono in particolare il PSI, non risparmiarono naturalmente Tognoli, ora definitivamente uscito peraltro dal circuito della politica attiva. Con grande passione, nel 2003, si dedicò al primo incarico pubblico conferitogli dopo un lungo decennio di faticosa resilienza: quello di presidente del Museo della Scienza e della Tecnica di Milano. Seguì poi la nomina alla guida dell’ISAP, tradizionalmente legato alla cultura, all’identità e alla cultura socialista che, con Carlo Tognoli, perde un suo straordinario interprete.

marzo 4, 2021

Si potrebbe………

di Beppe Sarno

L’art. 42 della carta costituzionale prevede che “La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.” Il successivo art. 43 della Costituzione prevede che “A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.”

 Che cosa significa? 

Che la proprietà privata di qualsiasi genere può essere espropriata quando è necessario farlo laddove esistano situazioni di monopolio quando vi sia un preminente interesse generale e quando il trasferimento avvenga a fini di utilità generale. L’ esproprio del brevetto, o la sospensione totale della proprietà intellettuale in materia di vaccini, almeno per la durata dell’emergenza sanitaria.

Significa inoltre che anche nel caso dei brevetti farmaceutici dei vaccini anticovid uno stato potrebbe o espropriare o sospendere l’efficacia dei brevetti ciò non soltanto in base al dettato costituzionale ma anche secondo il disposto dell’art.141 del codice della proprietà industriale che prevede , i diritti di proprietà industriale, ancorche’ in corso di registrazione o di brevettazione, possono essere espropriati dallo Stato nell’interesse della difesa militare del Paese o per altre ragioni di pubblica utilità.

2. L’espropriazione può essere limitata al diritto di uso per i bisogni dello Stato, fatte salve le previsioni in materia di licenze obbligatorie in quanto compatibili.” In buona sostanza utilizzando questo diritto riconosciuto allo stato il Governo italiano potrebbe far produrre il vaccino di BioNTech o di Oxford in impianti nazionali. Non solo la legge nazionale ma anche il trattato Trips che disciplina la proprietà intellettuale, quale fattore di funzionamento del libero commercio internazionale all’art 31 prevede che gli Stati membri possano prevedere “altri usi” dell’oggetto di un brevetto che sfuggono al monopolio, senza che sia necessario il consenso del titolare. b) l’uso in questione può essere consentito soltanto se precedentemente l’aspirante utilizzatore ha cercato di ottenere l’autorizzazione del titolare secondo eque condizioni e modalità commerciali e se le sue iniziative non hanno avuto esito positivo entro un ragionevole periodo di tempo. Un membro può derogare a questo requisito nel caso di un’emergenza nazionale o di altre circostanze di estrema urgenza oppure in caso di uso pubblico non commerciale. In situazioni d’emergenza nazionale o in altre circostanze d’estrema urgenza il titolare viene tuttavia informato quanto prima possibile.

Inoltre ai sensi del paragrafo 5, lettera c) della Dichiarazione di Doha del 2001 sull’Accordo TRIPS e sulla salute pubblica ogni Stato membro conserva il diritto di determinare ciò che costituisce una situazione di “emergenza nazionale o altre circostanze di estrema urgenza”, come per esempio le crisi di salute pubblica determinata dal grave fenomeno epidemico come è quello del coronavirus.

Si sa, in stato di “guerra”, la limitazione del diritto alla  proprietà privata, benché costituzionalmente garantito, dovrebbe soccombere  in nome della tutela dell’interesse collettivo, previsto anch’esso dalla carta costituzionale, ma gerarchicamente più elevato.

Senza andare oltre l’Europa o l’Italia potrebbero comprare i brevetti in modo da produrre i vaccini  e così soddisfare la domanda interna e anche degli altri paesi europei  con difficoltà di approvvigionamento.

Tutto questo in linea teorica, ma non illudiamoci ciò non succederà continueremo ad aspettare i vaccini a subire i ricatti delle case farmaceutiche perché il diritto al profitto è sacro ed inviolabile e la vita della gente per le grandi case farmaceutiche non può essere sacrificato in nome di un interesse pubblico che non interessa a nessuno. A proposito quanta gente è morta di Covid oggi?

marzo 4, 2021

SFRUTTAMENTO E CLASSE!

di Franco Astengo

Pubblicato a Lipsia nell’estate del 1845 ritorna in libreria (edizioni Feltrinelli), nella storica traduzione di Raniero Panzieri “La situazione delle classe operaia in Inghilterra” di Friederich Engels.

Sfruttamento e Classe: ci troviamo così nell’occasione di una rilettura di questi due termini fondamentali per la storia (e l’avvenire?) di quello che un tempo avevamo definito movimento operaio.

Un’occasione di riflessione che si presenta in un momento di grande difficoltà per le espressioni politiche, di sfrangiamento sociale, di mutazione pressoché antropologica imposta da circostanze ed eventi da molti non previsti e ignoti nella loro destinazione storica.

Nella recensione del testo, curata per il “Manifesto” da Donatella Santarone, si fa cenno a quanto scrivono i due curatori della riedizione, Donaggio e Kammerer, indicando come uno dei temi centrali del libro di Engels appaia essere quello “dell’odio di chi lavora verso i padroni del lavoro”.

Sale subito alla mente il Sanguineti “dell’odio di classe” e ci si interroga su quanto vale oggi quell’affermazione in tempi di indefinitezza delle contraddizioni e di società non più liquida ma “gassosa”,almeno in quelli che qualche anno fa avremmo definito “ i punti alti dello sviluppo”.

L’interrogativo che principalmente dovrebbe interessarci adesso potrebbe essere così riassunto: Il mutamento che si è registrato nella condizione materiale di vita e di lavoro dal tempo in cui Engels scrisse quel testo ad oggi, è stato dovuto dall’impeto della lotta di classe o alla crescita infinita dello sviluppo produttivo oppure, ancora, quanto dal combinato disposto tra questi due fattori?

La lotta di classe vive se ci sono condizioni per un governo della politica verso lo sviluppo e non esiste quando questa capacità di governo viene meno e la politica resta ancillare rispetto alla tecniche, trasformandosi appunto in “tecnocrazia”?

Come si capirà bene l’attualità di questo secondo interrogativo appare quanto mai stringente.

Engels non aveva dubbi: lotta di classe e sviluppo (tecnologico, scientifico, industriale) dovevano camminare a fianco a fianco e da lì sarebbe nata la scintilla della trasformazione, che poi avrebbe assunto diverse forme fino al fallimento del più “forte” tentativo di inveramento statuale che ha attraversato il ‘900.

Così dalla lotta di classe portata dentro lo sviluppo tecnologico nacquero i grandi partiti di massa nell’Europa Occidentale fino al leniniano “Soviet più elettrificazione uguale socialismo” e all’interventismo statale della pianificazione e/o della programmazione (più o meno democratica).

Oggi l’evoluzione scientifica e la raffinatezza del comando mediatico hanno portato ad “smarrimento” determinato dall’individualismo (anche quello dei “diritti”) che agisce ormai indisturbato in un quadro di diseguaglianze complesse.

L’asimmetricità delle condizioni materiali di vita (e di sfruttamento) tra le varie parti del mondo appare come questione dominante tale da impedire, forse, di vedere oggi una dimensione compiuta e organica della lotta di classe facendo smarrire anche l’idea dello sviluppo.

Intendo affermare, con questo, che non possiamo più considerare lo scontro sociale patrimonio dell’avanzato mondo occidentale e che non basta il residuo di un “terzomondismo” condito da una sorta di esigenzialismo ambientalista per fornire alle contraddizioni una nuova miscela di lotta.

E’ rimasta tutta intera la questione irrisolta del XX secolo e che Engels non proponeva nel suo testo del 1845 (tre anni prima della pubblicazione con Marx del “Manifesto): la questione del potere e dello stato.

La traduzione di Panzieri fu pubblicata per la prima volta nel 1955 dalle edizioni Rinascita.

Panzieri in quel momento era impegnato nell’analisi con la quale elaborò i concetti di “operaio massa” e di “composizione di classe”.

Panzieri indicava la strada dell’alternativa in lotte di fabbrica che presentassero la richiesta di un controllo operaio sulla produzione (come produrre, per chi produrre).

L’avanzamento di questa domanda “tutta politica”, di presa di potere “nella e sulla fabbrica”, fu disconosciuta dalle organizzazioni ufficiali del movimento operaio, tutte intente – in quella

fase – a muoversi sulla linea delle politiche keynesiane indirizzate alla sfera dei bisogni e dei consumi (era il momento del cosiddetto “miracolo italiano”).

Le lotte di fabbrica di quel periodo spiazzarono, però, l’analisi marxista ufficiale incentrata sulla arretratezza del capitalismo italiano, sulla necessità della ricostruzione nazionale e sull’esaltazione della capacità produttiva del lavoro.

L’ analisi di Panzieri incontrò il limite del non incrociarsi con la possibilità di realizzare, in quella fase, una adeguata rappresentanza politica.

Rimase tutta interamente inevasa, anche allora, l’esigenza di incarnare l’analisi in una strutturazione politica.

Rileggere oggi Engels con la mente rivolta al suo traduttore può rappresentare un momento di riflessione non tanto e non solo sulle occasioni mancate e sull’impossibilità di ripetere schemi ormai desueti nella modernità ma per comprendere meglio la nuova qualità delle fratture sociali in una fase nella quale il tema del rapporto tra Potere/Stato/modello di sviluppo rimane ancora tutto da costruire, tanto più in assenza di soggettività definite e di egemonia di forti “contraddizioni in seno al popolo”, come si diceva una volta.

marzo 4, 2021

Il romazno di una giovane povera.

Elodie è una a cantante classe 1990 figlia di un’artista romano e di ex modella creola. I suoi genitori si separano quando la futura cantante è ancora piccola, così la famiglia affronta una serie di pesanti problemi economici. Nel 2015 comincia la sua scalata al successo, che la porta ad essere una delle cantanti italiane più apprezzate e remunerate del Bel Paese. Perchè ci interessa tutto ciò? Perchè Elodie ieri sul palco di Sanremo ha dato vita ad un monologo autobiografico-motivazionale in cui la sua parabola da sottoproletaria a stella dello showbiz tricolore è posta come esempio per le nuove generazioni. Il suo monologo si inserisce non a caso in un contesto economico-sociale drammatico: la disoccupazione aumenta a ritmi vertiginosi (in particolare quella femminile), le nuove generazioni incastrate nella didattica a distanza avranno meno possibilità di trovare lavoro rispetto a quelle precedenti, il meridione (da cui Elodie proviene, avendo effettuato la sua scalata sociale fra Roma e Lecce) viene considerato ormai defunto, in quanto il nuovo governo a guida Draghi non ha alcun programma di rilancio per il Sud, i figli di immigrati nati in Italia in questa situazione sono fra i più penalizzati, poiché vedono i genitori perdere il lavoro e dubitano la scuola offra a loro la possibilità di trovarne uno (Elodie è di famiglia mista). In questo contesto il discorso autobiografico-motivazionale di Elodie ha un forte senso politico, e un chiaro orientamento ideologico: è la traduzione del sogno americano in salsa tricolore.Analizzando meglio la biografia di Elodie, possiamo notare altri particolari significativi: la sua scalata nello showbiz inizia grazie alla frequentazione del mondo delle discoteche in giovanissima età, in cui lei dapprima fa la cubista e poi la vocalist. Grazie alle conoscenze raccolte nell’ambiente, si presenta dapprima al talent X Factor nel 2009 (venendo subito scartata), poi al programma Amici di Maria De Filippi nel 2015, dove arriva seconda. La notorietà conseguita grazie al talent la fa salire rapidamente nel rank delle giovani cantanti italiane, dove la sua scalata s’incrocia con quella di alcuni big provenienti dal movimento rap e trap (da Guè Pequeno a Marracash, passando per Mahmood e Dardust) che vedono nella sua ascesa sociale da povera di provincia a star nazionale la realizzazione del sogno di riscatto sociale tipico del movimento trap. C’è qualcosa di male in tutto ciò? Assolutamente no, ma farne un modello collettivo presenta forti problematiche, accenneremo ad alcune di queste.La scalata di Elodie è nel contempo la negazione e l’affermazione paradossale della meritocrazia: abbandonato il liceo per seguire la carriera di cubista, la nostra capisce fin da giovane che l’istruzione è ormai obsoleta se si vuole tentare l’ascesa sociale, si dedica quindi ad ampliare il suo giro di conoscenze, facendosi notare per le sue qualità canore e la sua ambizione. La sua entrata nello showbiz avviene grazie ai talent televisivi, la quintessenza stessa del modello populista (ad ognuno è aperta la porta per diventare una stella) di era berlusconiana, modello nato dall’ideologia del Biscione e poi divenuto un modo di concepire il mondo universalmente accettato, poiché sostituisce con l’ascesa individuale l’ormai obsoleto modello del miglioramento delle condizioni economico-sociali collettive, ottenute mediante la lotta di classe e non l’arrangiarsi del singolo.L’altro problema è dato dal fatto che la biografia di Elodie è un ottimo esempio di riscatto individuale, ma ha in sé il problema dell’estendibilità: quante persone possono oggettivamente sperare di fare la stessa scalata sociale? Qualche centinaio se va bene… e le milioni di persone che non ce la fanno? Il discorso motivazionale di Elodie gli suggerisce di continuare a sognare e provare, poiché non c’è altra strada. Elodie ribadisce quindi l’ideologia thatcheriana del TINA: non c’è altra strada per fuggire dalla povertà se non lottare ognuno per sé e sperare qualcuno di già inserito nel sistema (e qui si innesta il suo commosso omaggio al pianista jazz e mentore Mauro Tre) ti noti e ti coopti al suo interno. Il populismo si fonde perfettamente con l’ideologia della meritocrazia, ed insieme sorreggono l’idea che a questo sistema non ci sia alcuna alternativa: o così oppure non c’è che la povertà e l’insignificanza.Perché questo discorso è accettato tanto da sinistra quanto da destra, tanto fra i liberal conservatori quanto fra i progressisti? Perché Elodie ci suggerisce tramite la suo biografia che questa lotta verso la vetta è aperta a tutti, indipendentemente da sesso, orientamento sessuale, razza, religione, ecc e tale deve rimanere: qualsiasi tentativo di bloccare l’accesso a tale lotta di tutti contro tutti per motivi legati all’identità etnica o sessuale dev’essere fermamente condannato.Nel suo discorso motivazionale quindi antirazzismo, antisessismo, antiomofobia si fondono alla perfezione con il No Way Out liberista: il miglioramento delle condizioni economico-sociali di tutti diventa la lotta universale a mantenere aperta a chiunque l’arena per arrivare alla vetta.Visto nella nostra ottica il messaggio di Elodie si trasforma quindi da commovente/incoraggiante ad inquietante: una vita migliore è potenzialmente aperta a tutti, ma solo pochi ci arriveranno, per gli altri non c’è più alcuna speranza, né individuale né collettiva.

marzo 1, 2021

Comprare vaccini in proprio si può: lo dice la Commissione Europea!

Di Beppe sarno

Secondo l’accordo che l’Europa ha fatto con i paesi membri in base al piano strategico per la vaccinazione Covid i contratti sono stati stipulati direttamente con le aziende produttrici dei vaccini dalla Commissione europea per conto di tutti i Paesi membri dell’Unione. Ogni Stato riceverà una quota percentuale di dosi spettante in proporzione alla popolazione, secondo le stime Eurostat. All’Italia spetteranno 26,92 milioni di dosi dal contratto con Pfizer-Biontech, di cui 8,749 milioni nel primo trimestre. Questo dato è destinato ad aumentare nel tempo.

Al 14 febbraio le società Pfizer/Biontech, Moderna e Astrazeneca hanno consegnato 14,5 milioni dosi.

In Campania sono arrivati al 27 febbraio 2021 518.000 dosi e risultano somministrate 386.404 dosi al 28 febbraio (fonte ministero della salute). La popolazione della Campania all’agosto 2020 era di 5.693.749 abitanti. Se consideriamo che a partire dal 27 dicembre è iniziata la vaccinazione di massa ed in due mesi la regione Campania è stata in grado di somministrare così poche dosi se dovesse continuare questo ritmo vuol dire che la regione Campania riesce a somministrare solo 6.440 dosi al giorno. Per sottoporre alla prima dose di vaccino tutta la popolazione Campana servirebbero ben 884 giorni., cioè due anni e quattro mesi.

Questo significa al di là delle semplificazioni che il piano di vaccinazioni pensato dall’ Europa gestito in parte dal Ministero della Salute ed in parte dalle regioni e nel nostro caso dalla regione Campania è destinato al fallimento   e chiudere le scuole, ristoranti, cinema e teatri non servirà a niente.

Si potrà obbiettare che le dosi aumenteranno, che i sistemi di vaccinazione si perfezioneranno in qualche maniera, che con l’accordo fatto con i medici di base consentirà un’impennata delle vaccinazioni, ma  tutte le misure che verranno messe in campo, si spera la più presto, di quanto ridurranno quale periodo teorico di due anni e quattro mesi?

Intanto ci sono governatori regionali che non credono alla favoletta della maggiore efficienza della somministrazione dei vaccini e non credono che le consegne di dosi aumenteranno nel breve periodo anche perché nei fatti si verificano ritardi nelle consegne a livello comunitario. Se ne è accorto il presidente della regione Sicilia Musumeci, il Presidente della regione Veneto Zaia, il presidente della regione Marche che si domanda perché non si consente alle regioni di acquistare in proprio le dosi di vaccini. I presidenti in parola si sono rivolti direttamente alla commissione Europea per conoscere se è possibile di intavolare trattative parallele con le aziende produttrici per acquistare dosi extra di vaccini.  La risposta della Commissione Europea è stata “”I negoziati paralleli con le aziende con cui la Commissione europea ha contratti di pre-acquisto non sono in linea con la nostra strategia. Per vaccini prodotti da altre aziende, Regioni o Stati membri possono concludere i contratti“.” La Germania si è già mossa in questo senso.

Che cosa significa? Che per i singoli stati e per le regioni sono possibili contratti per vaccini prodotti da altre aziende. Il governatore Zaia commentando il comunicato della commissione europea ha detto ““non c’è nessuna legge che vieta l’acquisto di vaccini da parte delle Regioni”. Gli ha fatto il paio il Presidente della regione Sicilia che ha commentato “non c’è difficoltà ad assumere l’impegno di acquistare i vaccini siamo tutti interessati ad accelerare il più possibile sulla immunizzazione della maggioranza dei siciliani- ha evidenziato Musumeci- almeno per l’80%”.

A questo punto sorge spontanea la domanda: e De Luca che fa? Nelle sue solite conferenze da guitto di periferia,  ha detto di essere disponibile a procedere autonomamente all’acquisto dei vaccini contro il Coronavirus per coprire la sua popolazione. Ma la sua preferenza va verso il vaccino russo che però ancora possibile reperire nei Paesi dell’Unione Europea, dal momento che l’Ema (l’agenzia europea del farmaco) non ha ancora dato il via libera e la cui vendita chissà quando sarà autorizzata. Allora invece di fare proclami vuoti gli diamo un suggerimento perché De Luca non fa una telefonata al presidente della regione Veneto o a quello dell’Emilia e si mette d’accordo per acquistare  le dosi di vaccino in  più che consentirebbero di porre in essere un piano serio di vaccinazioni  consentendo alla regione di mettere la popolazione campana in sicurezza, di evitare nuove chiusure e di far ripartire l’economia soprattutto quella del turismo che per la Campania è vitale? Se il Veneto che si è assicurata il nulla osta della Commissione europea per Il importare 4 milioni di dosi di vaccini autorizzati Ema” con tempi di consegna “inferiori ad un mese” e “prezzi vicini a quelli di Ema” perché invece di sognare lo Sputnik non fa la stessa cosa il nostro presidente che ha candidamente riconosciuto “che il piano di somministrazione dei vaccini così come è concepito non funziona” e intanto continua  a chiudere tutto senza alcun risultato concreto?

febbraio 28, 2021

La scuola negata.

Di Beppe Sarno

L’immaginifico Governatore della Campania Vincenzo De Luca, ha deciso di sospendere l’attività didattica in presenza per tutte le scuole di ogni ordine e grado e delle Università dal 1° marzo al 14 marzo.

Da quando è iniziata la pandemia, cioè da oltre un anno, gli studenti campani hanno sostanzialmente dimenticato la strada che porta alla scuola. Didattica a distanza  e altri palliativi che di fatto sottintendono la rinuncia da parte del nostro Governatore alla funzione educativa che è compito fondamentale dello stato. Una società civile  consapevole della funzione prioritaria della scuola e della cultura dovrebbe porsi il problema di come risolvere il problema di garantire ad inseganti e ad alunni la frequenza all’attività didattica senza correre il rischio di contrarre il contagio. Assistiamo invece al fenomeno opposto: in attesa dei vaccini che camminano a rilento si continua a negare il diritto allo studio. Questa battuta d’arresto, questa rinuncia dello Stato ad assolvere uno dei compiti fondamentali che una società civile è chiamata a risolvere ha prodotto e produrrà nel tempo danni incalcolabili non solo ai giovani cui viene negato il diritto allo studio ma anche alla intera collettività. A insegnati malpagati, per lo più qualunquisti, distratti ed arrabbiati aggiungiamo questo deficit di cultura che peserà molto sulla maturazione dei giovani che stanno vivendo questa allucinante esperienza.

Il comportamento  di de Luca fa il paio con le dichiarazioni di Draghi che ha ipotizzato una scuola di classe. La didattica a distanza è stato sottolineato dai più che non è una soluzione come non è la soluzione la proposta di allungare il calendario scolastico. Il problema è invece come restituire ai giovani quest’anno di mancata conoscenza perché quest’analfabetismo di ritorno si tradurrà negli anni a venire in un analfabetismo civico. La cosa è ancora più grave perché ciò avviene in una regione del mezzogiorno e che determinerà un ulteriore allontanamento dalle prospettive che hanno i giovani del Nord dell’Italia rispetto ai giovani del sud del nostro paese.

Le scelte del nostro governatore di chiudere le scuole invece di provvedere ad una vaccinazione di massa determinerà quell’analfabetismo pericolosissimo di cui lui soltanto  sarà il responsabile senza pagarne però il prezzo, che invece si abbatterà sui soggetti passivi di queste scelte. Basta accendere un televisore o andare sui social per rendersi conto che i giovani vivono coperti da una fitta nebbia che determina quel populismo che mette in dubbio la stessa democrazia.  Forse uno dei più gravi problemi che viviamo  è proprio quello di diradare quella nebbia che ha trasformato i cittadini in sudditi inconsapevoli e la classe politica in una oligarchia infallibile.

Gli studenti di oggi saranno i cittadini di domani, ma per  buona parte dei cittadini della Campania grazie ai disastri del populismo di De Luca saranno lasciati indietro ed a loro sarà più difficile se non impossibile prendere quello che viene definito l’ascensore sociale.

In un bel libro di Ernesto Galli della Loggia dal titolo “L’aula vuota” vengono denunciati i mali della scuola italiana sempre riformata da una classe politica indifferente se non ostile alla scuola, ma che di fatto ha distrutto la scuola vista unicamente come un serbatoio d’occupazione per sé e di promozioni a buon mercato per i suoi figli.

Se a questa scuola così disastrata aggiungiamo la criminale  ostilità del governatore  De Luca alla scuola ed all’insegnamento quelli che oggi chiamiamo i  cittadini di domani andranno ad allargare schiere di disoccupati osannanti del Salvini o della Meloni di turno perché, come disse Emma Goldman: «L’elemento più violento della società è l’ignoranza».

febbraio 13, 2021

10 FEBBRAIO 1936 IL GENOCIDIO ITALIANO DI AMBA ARADAM!

un episodio dimenticato quello avvenuto sull’altopiano etiope di Amba Aradam. Nella memoria è rimasta solo una parola che storpiando leggermente il nome del luogo di battaglia, significa confusione: è successo un ambaradan. Un capolavoro della propaganda fascista. La parola nacque poiché in quello scontro regnò il caos: gli italiani si accordarono con tribù, che andarono poi ad allearsi con le truppe abissine, per poi riallearsi con i fascisti, rendendo la battaglia assolutamente confusa.Nel 1929 il duce decise di far tornare il paese ai fasti dell’impero e l’Italia prese la rincorsa per eguagliare un piccolo posto nel mondo colonialista europeo. Tra i paesi rimasti a disposizione, la debole e arretrata Etiopia sembrava perfetta per il ridicolo e mal equipaggiato esercito italiano. Nel 1935 il duce decide quindi di far partire la campagna contro i “selvaggi” guidata da Pietro Badoglio.Le atrocità che i soldati italiani compirono sulla popolazione etiope sono innumerevoli, tra torture, stupri di “belle abissine”, teste di nemici tagliate ed esposte sulle strade e molto altro, tra cui l’episodio della battaglia di cui oggi ricorre l’anniversario sull’altura di Amba Aradam.Qui vi si rifugiarono circa 20.000 etiopi in fuga dalle razzie dei fascisti “brava gente”, guidati da Mulugeta. La compagnia italiana certa della vittoria, salì con sicurezza il pendio, ma un attacco in salita è difficile anche contro sassi, e qualche fucile di chi sta proteggendo con tutte le sue forze e la determinazione che ha in corpo, le proprie donne e bambini che si erano rifugiati nelle grotte del monte.L’incredibile resistenza durò ben una settimana, fino al 17 febbraio quando a seguito degli aggiornamenti dall’Africa, Mussolini in persona rispose chiaramente: “Dovete stanarli”.E fu così che in completa violazione della Convenzione di Ginevra, gli italiani usarono i gas e le armi chimiche. L’aviazione italiana utilizzò su larga scala il gas iprite, spargendolo a bassa quota, con lo scopo di terrorizzare sia i soldati che i civili e piegarne ogni resistenza, mentre le truppe italiane a terra lanciavano con l’artiglieria proiettili al fosgene e arsina.Sopravvivono non si sa come, 800 donne e bambini che vennero fucilati sul posto; Altre 1.500 persone, in maggioranza bambini che si erano nascosti nelle profonde grotte, vengono stanati e bruciati vivi con i lanciafiamme. A fine battaglia si contarono tra gli italiani 36 ufficiali e 621 soldati morti, 143 morti locali alleati con gli italiani, e oltre 20 mila morti etiopi.Fu un massacro tremendo, dimenticato per quasi 70 anni quando uno studente universitario di storia scopre in un faldone impolverato in un ufficio anonimo di Roma la vicenda, e la riporta alla luce.La propaganda fascista nascose ovviamente tutte le atrocità, dai gas, al massacro, alla tortura, le fucilazioni, le gole squarciate, le impiccagioni di donne e bambini, delle gambe e le braccia strappate dal corpo, le teste mozzate, le persone bruciate vive e chissà che altro successe in quegli anni di colonizzazione fuori tempo massimo. Le sofferenze in Etiopia proseguirono fino al 1941 sotto il comando di Rodolfo Graziani che venne inserito nella lista dei criminali di guerra per violazione dei diritti umani (vedi il caso di Debre Libanos e il massacro di Debra Brehan).Per concludere, è bene avere presente l’etimologia della parola Ambaradan. Perché nel nostro paese non vogliamo riconoscere l’orrore che abbiamo seminato e così, cosa avremo mai fatto? Abbiamo fatto un ambaradan! Quando, ogni volta che entriamo in un posto disordinato, diciamo: “Che ambaradan che c’è qui!”…è un po’ come se un tedesco entrasse in casa nostra e dicesse: “Però, che Auschwitz che c’è qui!”

febbraio 10, 2021

La vera storia della spada nella roccia.

Nel 1148 in un paese vicino a Siena chiamato Chiusdino, nasce Galgano Guidotti.

I suoi genitori, dopo anni di matrimonio e di sterilità, desideravano da molto l’arrivo di un figlio. Alla ricerca di un miracolo si recarono in pellegrinaggio alla Basilica di San Michele sul Monte Gargano, in Puglia.

E’ stato molto probabilmente grazie a questo viaggio che i suoi genitori decisero di dargli il nome di Galgano, in onore del luogo sacro visitato.

Una volta cresciuto il fanciullo diventa cavaliere, ma nel frattempo segue una vita abbastanza dissoluta e libertina. Era un ragazzo violento, ed il suo desiderio era quello di puntare ad una vita di divertimenti e di piaceri.

Le visioni dell’arcangelo Michele

Nel 1180 Galgano però sceglie di cambiare vita, rimasto colpito da due diverse visioni dell’arcangelo Michele. Nella prima visione San Michele gli confida che vuole fare di lui un Cavaliere di Dio. Nella seconda gli mostra il suo nuovo percorso di vita sotto la sua protezione.

Galgano di conseguenza, mette in discussione la sua esistenza di uomo, decidendo di dedicarsi interamente alla vita religiosa ed a Dio vivendo da eremita.

Per simboleggiare questa sua decisione Galgano impugna la spada che aveva ricevuto dopo esser divenuto un cavaliere, e la conficca in una roccia. Pregò poi davanti all’elsa, che si erge nella roccia come una croce.

Negli anni seguenti Galgano viene conosciuto per i suoi miracoli, morendo il 30 Novembre 1181 a Chiusdino.

Viene immediatamente beatificato, e nel 1185 viene proclamato da Papa Urbano III come Santo.

La vera spada nella roccia

L’abbazia di San Galgano, Chiusdino

Il Culto di San Galgano e di San Michele

Dopo essere stato proclamato Santo, San Galgano ed il suo mito si diffusero rapidamente, specialmente nel contesto cavalleresco. Nacque di conseguenza anche un’ adorazione ed un culto religioso per questo personaggio.

Così come nel mito l’arcangelo San Michele, un angelo guerriero e protettore, è sempre rappresentato con la spada sguainata accanto al Santo Galgano.

Il loro culto era particolarmente intenso e diffuso in tutto il Medioevo, presente nella vita dei guerrieri e dei combattenti dell’epoca. Un esempio sono i Longobardi ed i Franchi che esprimevano la loro devozione attraverso pellegrinaggi e riti, oltre che nella costruzione di chiese come Mont Saint-Michel in Francia, e sulla monetazione o negli stendardi.

Le indagini scientifiche su la spada nella roccia

Sono state condotte anche delle proprie e vere indagini scientifiche per analizzare l’autenticità di questa storia. I ricercatori delle Università di Pavia, Siena, Padova e Milano hanno confermato che l’elsa che emerge dalla roccia appartiene a una vera spada, realmente conficcata nella roccia.

Anche confrontando la cronologia della vita del Santo Galgano con le opere del ciclo arturiano realizzate dopo la morte di questo personaggio, si può facilmente ipotizzare che la sua storia sia stata la vera fonte ispiratrice della leggenda del re Artù.

Questo finché, nel 2011, una ricerca effettuata da Luigi Guarleschelli dell’Università di Pavia ha dimostrato le origini medievali dell’arma. La sua composizione metallica non mostra un uso di leghe moderne, ed il suo stile è perfettamente compatibile con quello di una spada del XII secolo.

Le Reliquie rimaste

Le testimonianze non sono molte; la maggior parte delle tracce sono andate perdute o distrutte col tempo. Ciononostante, la chiesa di San Michele di Chiusdino conserva il teschio della testa di San Galgano. Il Museo dell’Opera del Duomo di Siena tiene esposto invece un reliquiario del XIV secolo, usato in precedenza per custodirla. Lo stesso museo, inoltre, possiede il pastorale degli abati di San Galgano.

Molti pittori famosi, quali ad esempio Domenico Beccafumi, il Sodoma, Bartolomeo Bulgarini, Ventura Salimbeni, hanno rappresentato in diverse opere ed occasioni episodi San Galgano.

Nel 1268, fu consacrata l’Abbazia di San Galgano che visse un secolo di completa e ricca prosperità, prima di andare lentamente in declino.

Ciononostante, San Galgano è tutt’oggi venerato come Santo dalla Chiesa cattolica e la sua spada è ancora conficcata nella roccia. Quest’ultima è possibile trovarla nell’eremo che porta il suo nome, ed è divenuta una meta di curiosi e di devoti cattolici.

La sua narrazione è un simbolo forte di religiosità, e la sua spada è diventata uno strumento di pace e di speranza

febbraio 10, 2021

La storia di Leone Jacovacci.

La storia di Leone Jacovacci è l’esempio lampante di come un atleta, nel suo caso, non sia stato riconosciuto in quanto Italiano, complice l’ostracismo Fascista, e di come la questione della Cittadinanza non sia mai stata affrontata seriamente ed approfonditamente.

Jacques Lutondo

Leone Jacovacci nacque dalla lunga scintilla d’amore accesasi tra un agronomo italiano e una ragazza della Repubblica Indipendente del Congo di nome Babuendi, dove Leopoldo II, re del Belgio, stava approntando uno sterminio immane della popolazione indigena.Era il 1902, secondo i documenti ufficiali, ma è plausibile che il reale anno di nascita di Leone sia il 1900, a causa del ritardo nel censimento anagrafico molto frequente in quell’epoca e a quella latitudine. Leone nacque a Sanza Pombo, capitale dell’allora Regno del Congo. Nel 1905 i genitori presero la decisione di far crescere il figlioletto in Italia, lontano da un Congo sempre più preda degli umori da sterminio del monarca belga e così Leone fu spedito a vivere con i nonni paterni, nel frattempo trasferitisi a Viterbo per salvaguardare il bimbo dagli sguardi sprezzanti della Roma borghese del tempo.Con grandi difficoltà d’integrazione, non favorita da compagni di classe e insegnanti, Leone giunse alla licenza elementare, vide morire la nonna e ritornare in patria il padre; la madre morì in Congo, senza che egli la potesse più riabbracciare.Nel 1916, stanco di un paese che non lo accettava e, forse, sentendo il richiamo esotico dell’esplorazione, Leone prese il mare a Napoli, come mozzo di bordo.Nel 1919, mentre vagabondava per Londra, un organizzatore d’incontri da luna park, notata la scultoria prestanza fisica, gli propose un combattimento da disputarsi nella serata, che prevedeva lo scontro tra un bianco e un nero. Leone accettò senza essere mai salito sul ring prima d’allora.Così ebbe inizio la carriera da pugile di Leone Jacovacci il quale, nel frattempo, aveva cambiato il proprio nome in John Douglas Walker, soldato afro-britannico, prima, e in Jack Walker, pugile afro-americano, poi.Con le prime generalità si era arruolato nell’esercito britannico, nel 1917, combattendo sul fronte russo, mentre con il secondo nome aveva appena dato inizio alla sua storia di campione del ring.Confinato in incontri periferici dall’impossibilità per i neri di combattere ad alto livello, Leone diede nuovamente ascolto al proprio spirito nomade, decidendo di attraversare la Manica per raccogliere la sfida dei ring francesi. Nel paese transalpino conobbe fama e agiatezza grazie ai tanti trionfi; la sua falsa identità, però, pesava come un macigno sul suo incerto futuro.Nel 1925 stupì il mondo del pugilato con la propria confessione: il pugile afro-americano Jack Walker era in realtà Leone Jacovacci, di padre Romano e madre Congolese, cresciuto a Viterbo ed educato in un collegio capitolino.Il suo accento trasteverino era già stato carpito da molti spettatori del bordo ring, durante gli incontri sostenuti a Milano, a quel tempo capitale europea della boxe.Se il pubblico accolse favorevolmente un nuovo grande campione, i burocrati, come oggi peggior espressione del paese, fecero forte ostruzionismo al suo tesseramento da pugile italiano.Il 16 ottobre del 1927, il campione milanese Mario Bosisio, che aveva raccolto la sfida di Jacovacci per il titolo italiano, vinse ai punti una sfida che, a detta di moltissimi spettatori e giornalisti, aveva perduto: il colore della pelle precludeva a Leone un traguardo meritato e raggiunto a tutti gli effetti.Sei mesi più tardi, questa volta a Roma, Leone Jacovacci dominava la rivincita con Bosisio, che in palio aveva anche il titolo europeo dei medi.Il braccio alzato del pugile italiano Nero che non figura in alcuna foto ufficiale dell’incontro, fu uno smacco ai serpeggianti sentimenti razzisti dell’Italia coloniale.La Gazzetta dello Sport, il giorno successivo, paventò dubbi sull’opportunità per l’Italia di essere rappresentata da lui, ferendo profondamente l’atleta che aveva meritatamente vinto sul ring. Per altri due anni, i grandi successi di Leone furono stravolti dai verdetti di giudici accecati dalle direttive di un’Europa tendente all’ingiustizia e all’iniquità. In anticipo sulle leggi razziali, Leone si trasferì nuovamente in Francia, terminando la propria straordinaria carriera dopo 155 incontri. Fino alla fine aveva risposto alle chiamate al combattimento di tutta Europa, ma il distacco della retina rendeva un supplizio ogni match.Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Leone Jacovacci tornò a chiamarsi John Douglas Walker e raggiunse l’Inghilterra allo scopo di arruolarsi nel vecchio battaglione per dare il proprio contributo contro il dilagare del nazismo.Con la sconfitta dei tedeschi entrò da fante britannico in Italia, a Milano, adoperandosi per l’aiuto dei molti profughi creatisi col caos bellico.Con spirito di sostentamento, nei duri anni del dopoguerra, si dedicò al wrestling per i teatri meneghini, facendo sempre onore, sebbene più che sessantenne, alla propria grande combattività.Senza tante cerimonie, il campione d’Italia e d’Europa dei pesi medi cadde nel dimenticatoio.Silente e solitario portiere di uno stabile di via Ghibellina a Milano, arrivò al crepuscolo della propria vita in povertà e gravemente malato di cuore. A più di 80 anni d’età, il grande spirito battagliero di Leone Jacovacci si spense nel silenzio che spesso accompagna gli uomini più straordinari, il 16 Novembre del 1983.Di lui restano poche immagini, nessuna proprietà, ma ne è palpabile l’esempio di uomo caparbio, mai arresosi alle prevaricazioni di una società che non lo ha mai riconosciuto, né nelle sue vittorie e né come cittadino Italiano, problema quello della Cittadinanza che sino ad ora non si è mai affrontato in maniera seria ed approfondita ai livelli politici.

febbraio 7, 2021

.. ed ho trovato l’invasore!

Di Beppe Sarno

Con l’avvento del Governo Draghi quale che sia quello che succederà e quali saranno le soluzioni che verranno date ai problemi, che invece esistono, nessuno può negare che la caduta del governo Conte-due è stato  l’epilogo, di un lungo periodo nel quale la gestione della cosa pubblica è rimasta affidata ad una maggioranza che non ha portato quel contributo che tutti ritenevano necessario ed impellente alla soluzione dei problemi sociali economici e di salvaguardia dell’ambiente della società nazionale quali contrasto della disoccupazione, rilancio del sistema produttivo, livellamento delle differenze regionali esistenti, miglioramento del tenore di vita e soprattutto soluzione dell’emergenza sanitaria.

E’ certo che i governi che si sono succeduti negli ultimi trent’anni, inchinati pedissequamente al dettato dell’Europa e della BCE di cui Draghi era il dominus indiscusso nulla hanno fatto per una ricostruzione economica e sociale dell’Italia, con la conseguenza del permanere degli enormi squilibri economici e sociali nell’organismo nazionale.

Perdita di sovranità, concessione di enormi spazi ad organismi internazionali, rinuncia di funzioni strutturali dello Stato, questo il bilancio di un governo nazionale sempre teso alla conservazione del potere senza alcun supporto programmatico che ha prodotto il risultato di un indebolimento del sentimento democratico.

Il quadro che se ne ritrae è impressionante ed angoscioso per chi ha ancora a cuore la democrazia, la difesa dei diritti sociali ed economici conquistati con anni di lotta dei lavoratori.

Tutti osannano l’avvento di Draghi come il salvatore della patria, come se Draghi avesse in tasca la soluzione di problemi che esistono da sempre e che le scelte politiche passate hanno solo aggravato. Bisogna però riflettere sulla circostanza che quei partiti che oggi si preparano a sostenere Draghi sono gli stessi partiti che oggi occupano tutte le cariche più alte dello Stato.

Abbiamo potuto constatare che i più alti posti di responsabilità delle magistrature sono affidati a uomini compromessi con il potere come il caso Palamara ha disvelato.  I partiti al governo che si apprestano ad appoggiare Draghi controllano l’attività di tutti i ministeri, e tutta la vita della Pubblica Amministrazione attraverso i legami con l’apparato burocratico dello stato. Hanno a propria disposizione il potere dei Prefetti e della Polizia.

Tutto questo osannare Draghi da parte dei mass media dimostra come la stampa, i social, la televisione non sono altro che strumenti di penetrazione culturale ed ideologica e di propaganda politica. Alcune sere fa bruno Vespa ha dedicato un’intera trasmissione a Giorgia Meloni. Giorgia Meloni!

In questo pantano la classe politica legittima se stessa legandosi sempre più con i rappresentanti di un sistema finanziario internazionale: banche, fondi di investimento, settori confindustriali  e si alimentano della peggiore tradizione di corruzione e malversazione della nostra Repubblica. Ogni giorno dirigenti di partito vengono arrestati per fatti corruttivi legati al sistema degli appalti, dei favori, degli affari, del sottogoverno.

Così la cosa pubblica che dovrebbe essere votata al “bene comune” di fatto diventa mero strumento degli interessi privilegiati del capitale privato.  Ne è prova la privatizzazione della sanità realizzata dai Presidenti delle regioni in dispregio del dettato costituzionale.

Il Presidente della Repubblica ha chiamato Mario Draghi ad assumere la carica di presidente del consiglio dei Ministri. Le consultazioni sono iniziate, ma non si sa al momento quale sia il progetto politico economico del futuro premier.

Sappiamo però  quello che è stato Draghi e quello che ha fatto. IL Supermario non è un servo sciocco del potere, egli  è invece un ideologo del liberismo; egli è il potere e lo è sempre stato coerentemente fin da quando ha difeso le sue scelte quando era nel 1994 al ministero del Tesoro.

Draghi è stato uno dei teorici delle privatizzazioni iniziati da Prodi e D’Alema e perseguiti accanitamente dal Berlusconi quando divenne Presidente del Consiglio.

La longa manus di Draghi intervenne nell’operazione di acquisto della Antonveneta da parte del Monte dei Paschi di Siena. Monti con i soldi degli italiani pagò il conto. Infine Draghi è uno dei responsabili del massacro finanziario della Grecia.

Draghi farà quello che ha fatto sempre e traferirà la sua concezione dello Stato in materia di giustizia, legalità, sicurezza, ambiente, pensioni, precarietà del lavoro, spesa militare, istruzione, sanità, immigrazione, natalità, diritti civili, diplomazia estera, rapporti con la UE, spesa pubblica, stato sociale, agricoltura, OGM, ambiente, energia, infrastrutture, grandi opere. Non c’è da stare allegri!

Un sinistra che non esiste avrebbe il dovere di contrastare tutto questo, di combattere questa deriva reazionaria in cui rischiamo di precipitare.

Cosa serve per un programma socialista per contrastare tutto questo?

Bisognerebbe farsi carico di un programma di risanamento e di incivilimento del Paese usando un linguaggio non più omologato a quello corrente. E’ necessario parlare alla gente di  una rivoluzione culturale, qualcosa che si avvicini sempre più ai problemi concreti di ogni giorno e cioè tutti quei problemi che fanno sentire le persone disperate: ambiente, sanità, lavoro, giustizia nei termini indicati dalla Costituzione..

A che serve parlare di “debito buono” quando le fabbriche chiudono, gli operai vengono licenziati e i disoccupati nel mezzogiorno d’Italia raggiungono cifre intorno al 50% e le donne e i giovani non hanno nessuna speranza di vedere un futuro diverso.

Draghi ucciderà la speranza di milioni di lavoratori fra l’indifferenza generale con i media che ne esalteranno le gradi doti di uomo delle istituzioni.