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agosto 17, 2022

Cosimo D’Aggiano

 di Antonella Ricciardi.

L’appello di Antonella Casafina prende le mosse da un caso specifico, pur avendo un valore più generale, universale: il marito, Cosimo D’Aggiano, è stato coinvolto in una tragica colluttazione che ha portato, involontariamente, alla morte di un uomo, Cataldo Pignatale. Cosimo D’Aggiano, secondo la documentata ricostruzione di Antonella Casafina, alterato mentalmente dalla droga, chiedeva  un passaggio, preso dal panico poiché doveva rientrare a casa ad una certa ora,  per vincoli giudiziari legati a piccoli reati connessi alla tossicodipendenza; non vi erano più mezzi pubblici disponibili, da Faggiano a Taranto: aveva cercato di ottenerlo appunto da Pignatale, sotto la minaccia di un taglierino, che era in realtà un suo strumento di lavoro: il comprensibile panico dello sventurato Cataldo Pignatale aveva portato, quindi, al ferimento mortale della stessa vittima. Un omicidio, quindi, forse preterintenzionale, certamente non premeditato; Lo stesso D’Aggiano era stato ferito nella colluttazione, dalla reazione dello sventurato Pignatale…Tanto che i carabinieri, quando era stato condotto in carcere, avevano precisato di non avere picchiato loro il D’Aggiano. Omicidio quindi, involontario. Cosimo D’Aggiano, che si era costituito dopo la tragedia, era stato condannato inizialmente all’ergastolo, in un processo in cui si era fortemente fatta sentire la pressione esasperata del pubblico; pena poi ridotta a trent’anni; una pena, quindi, meno estrema, pur non tenendo conto di diverse situazioni che potevano essere considerate attenuanti. Pena, comunque, accettata con serenità e forza d’animo da Cosimo D’Aggiano, il cui pentimento interiore è profondamente presente nella coscienza; Cosimo D’Aggiano chiede, però, di poterla scontare con dignità, magari lavorando perfino gratis, se necessario. Attualmente, invece, Cosimo D’Aggiano si trova nel carcere di Foggia, dove, a lui e ad altri detenuti, sono drammaticamente precluse le attività di recupero previste dalla legge stessa: tra topi, scarafaggi e blatte, in una inattività che rischia di fare impazzire. Il carcere registra un record di suicidi; inoltre, allarmante anche la situazione sanitaria, per cui, in troppi casi  le cure prestate sono troppo poche: minime e non specialistiche, mentre in molti casi sono necessarie cure esterne come denunciato dai medici.  Sette finora sono stati i rigetti della richiesta di trasferimento: pratiche spesso istruite con notevole ritardo. La famiglia D’Aggiano-Casafina accetta assolutamente che vi sia una pena, ma chiede che possa venire vissuta con dignità, in un carcere differente da quello di Foggia. Lo sa bene Antonella Casafina, che, con straordinaria umanità, esprime una mirabile filosofia, per non aggiungere male al male: la guida l’amore per un uomo che non vuole abbandonare, nel momento più difficile della sua vita.

Antonella Casafina aveva già vissuto momenti molto bui: nata in una famiglia disastrata, in cui gli abusi di tutti i tipi erano pane quotidiano, ha impostato la sua via secondo parametri che prendono le distanze proprio dal male subito, impegnandosi per dare invece bene ai suoi figli ed alla società, in generale. Impegnandosi, così, nei lavori più duri, pur di vivere in modo dignitoso e onesto. (attualmente è operatrice ecologica), Antonella Casafina comunica, così, una immagine differente di Cosimo D’Aggiano. Si chiarisce, in particolare, quanto Cosimo D’Aggiano, la cui indole, quando non alterato dalla droga, era pacifica ed altruista, per cui era prima impensabile un omicidio, abbia avuto un percorso in cui aveva cercato molte volte di uscire dalla tossicodipendenza, e di lavorare operosamente. Orfano di madre a soli 15 anni, con rapporti tormentati con la matrigna ed il padre, che si era allontanato, nonostante l’amore che pure c’era, Cosimo aveva cercato punti di riferimento in persone più grandi, che purtroppo lo avevano sviato con la droga. Cosimo D’Aggiano aveva trovato nuova serenità proprio grazie all’amore di Antonella Casafina, ragazza madre all’epoca ventenne, e con due bambini piccolissimi, con la quale aveva avuto a sua volta due figli. La figura materna era stata ricordata a Cosimo nella suocera, accudita con dedizione affettuosa; inoltre, il giovane si era effettivamente impegnato in numerosi lavori, con buona volontà, tra cui trattorista, macellaio, muratore, operatore ecologico ed addetto alle pulizie dei condomini, giardiniere, bracciante. Purtroppo però, e nonostante i ricoveri al Sert, a tratti il mostro della dipendenza da droga, prima eroina, poi cocaina, tornava a devastare la sua vita.

C’è qualcosa di non abbastanza rimarcato in precedenza dalla stampa sul caso di tuo marito, e qual è stata la dinamica esatta del tragico reato per il quale era stato poi condannato tuo marito?

Dal volontariato nella protezione civile era molto apprezzato. Purtroppo a fine 2013 Cosimo ha una brutta ricaduta nei problemi di tossicodipendenza in cui era già incorso, e non si riesce a far riprendere il controllo della situazione, in quanto il SERT che lo seguiva prese con superficialità la mia richiesta di aiuto, poiché mi ero resa conto che mio marito aveva dei problemi ed andava aiutato subito, ma venni liquidata. Mi venne detto che era tutto sotto controllo e che erano solo tutte mie paranoie. Purtroppo nel luglio 2014 l'epilogo peggiore paventato da me si è verificato. Mio marito, Cosimo (Mimmo) D'Aggiano, per procurarsi la cocaina, si recava in Taranto, dove, dopo averne fatto uso, perdeva la cognizione del tempo, e resosi conto verso le 22 che non avrebbe fatto in tempo a tornare a casa (distante 35km) per mancanza di mezzi pubblici (essendo sottoposto a sorveglianza doveva trovarsi nel domicilio alle 22), ebbe una crisi di panico… Dopo aver abusato di cocaina e in preda alle allucinazioni si introdusse in una vettura con un uomo all’interno: minacciandolo con un taglierino gli chiese un passaggio a casa. Voleva solo un passaggio. Voleva solo tornare a casa. Quest’uomo anch’egli in preda allo spavento, ovviamente preso dal panico si diresse in tutt’ altra direzione, portando Cosimo ad essere ancora più nervoso. L'uomo si fermò in una stradina di campagna ormai a notte inoltrata, scese dall’auto e tentò di chiudere dentro Cosimo e chiamare i carabinieri. 

A quel punto Cosimo scese dall’auto e iniziarono a lottare: purtroppo quest’uomo ebbe la peggio, venendo ferito a morte dal taglierino che il D’Aggiano aveva sempre con sé, come attrezzo da lavoro, (premetto anche che l’intento del D’Aggiano non era la rapina in quanto era nella sua disponibilità un bancomat.) Purtroppo Cosimo non si era reso conto che l’uomo era morto subito, causa una emorragia, dovuta al taglio vicino la gola e tentava di mettere l’uomo in auto per prestargli soccorso, ma non ci riusciva visto anche il suo stato psicofisico. La storia proseguì, con il D’Aggiano che telefonò al figlio maggiore, spiegando in maniera confusa l’accaduto e chiedendo di andarlo a prendere. Nel frattempo mi avvisarono, ed a mia volta chiamai i carabinieri e li avvisai della decisione di mio marito di costituirsi.

Puoi spiegare qualcosa del percorso di tentativi di disintossicazione dalla droga di tuo marito?

Mio marito si trovava sotto l’effetto di stupefacenti, perchè lui, comunque, era un tossicodipendente, seguito dal Sert, e comunque, in quel periodo, si trovava sotto forte pressione, in quanto era ricaduto. , Quindi, in un certo senso, si sentiva in colpa, si vergognava… ma nello stesso tempo si sentiva preso da questo schifo che è la tossicodipendenza. Quindi era in conflitto: era in conflitto con la famiglia, con noi: infatti, in quel periodo litigavamo, perchè io cercavo di spronarlo a farsi sentire con Sert, da psicologi e quant’altro. Io ho chiesto aiuto al Sert, ho chiesto all’Uepe, ma sono stata presa sottogamba, alla leggera. Io avevo capito che mio marito non stava bene, in quanto, conoscendolo, vedevo che sembrava un’altra persona. Sembrava come se, in realtà, fosse doppio, e anche mia figlia, in realtà, se ne accorgeva: in un episodio, dove tornò a casa, e mia figlia era con sua cugina in cucina, stette pochi minuti, mio marito, in casa, poi uscì di nuovo, e mia figlia disse a sua cugina: “Quello non era mio padre”. E la cuginetta le rispose: “Ma che stai dicendo? Io lo vedo sempre uguale”, ma mia figlia rispose: “Quello non è più mio padre”, cioè, per noi che lo conoscevamo, si vedeva chiaramente che non stava bene. E avrei voluto veramente che qualcuno ci aiutasse, ci tendesse una mano, si schierasse dalla mia parte, ma purtroppo è stato tutto contro di me, tutto contro di noi”.

Il processo si è svolto in un clima surriscaldato da una forte pressione di una parte dell’opinione pubblica; puoi raccontare qualcosa di alcuni toni che richiamano i linciaggi, utilizzati in alcuni commenti sul web? Toni che andavano oltre la legittima richiesta di giustizia, ma che, a volte, auspicavano reati violenti perfino ai danni di voi, familiari innocenti.

Riguardo il processo, sì, effettivamente si sarebbe dovuto svolgere in un’altra sede, magari fuori regione: perchè comunque è stato fatto un processo con i giornalisti, l’opinione pubblica: era tutto molto cattivo, tutto contro d noi. Io capisco comunque che non era qualcosa di facile, era un reato grave: comunque sia, era tutto accentuato: questo me lo disse anche il mio avvocato dell’epoca, infatti mi spiegò: “Non ti spaventare, non ti atterrire, perchè in primo grado prenderà certamente l’ergastolo, perchè comunque l’opinione pubblica è terribile, è tremenda”. Questa persona, la vittima, era molto conosciuta nella città di Taranto, aveva fatto beneficenza, e comunque era di buona famiglia, era stimato, era quant’altro… Poteva permettersi i migliori avvocati, di tutto. E quindi, se mettiamo sulla bilancia una persona del genere, e mettiamo sulla bilancia un paesano, tossicodipendente, contadino, senza arte nè parte, la bilancia pende tutta dall’altra parte: è ovvio che era tutto contro mio marito, e ne ero consapevole. E proprio per questo volevo che i giudici fossero imparziali, che giudicassero la situazione com’è andata, da tutti i punti di vista. Ho chiesto di sequestrare le telecamere, che erano sul fotovoltaico dove è successo, dopo, purtroppo, lo sfortunato incidente. Purtroppo, la sfortuna ha voluto che le telecamere erano disattivate. Io ho cercato di fare vedere la vicenda sotto l’aspetto effettivo, ma purtroppo era tutto contro di me. E quindi, il processo si è svolto sotto queste premesse, e già sapevo che sarebbe andato tutto male; inoltre, io e la mia famiglia, i miei familiari, la mia bambina, eravamo sotto attacchi molto cattivi, violenti, verbali. Figurati che in un giorno in cui io ero in caserma, perchè volevo capire, poichè io ero all’oscuro di tutto, un carabiniere mi disse: “Corri a casa, corri a casa, che se vengono i familiari, ti picchiano”. Allora io andai a casa, e mentre andavo, mi chiedevo: “Perchè mai devono picchiarmi? Che ho fatto, che è successo?” Cioè il clima era proprio agitato, e però di persone ce n’erano tante, che conoscevano Mimmo com’era, che mi mandavano messaggi in privato, però non si esponevano, giustamente, perchè c’era un linciaggio mediatico: spaventoso, spaventoso… di tutto e di più. Ripeto, anche sulla mia bambina, sui miei figli: sono stati chiamati “progenie di vipere”..

Durante il processo, io non sono mai andata, perché, dicevo, se vado durante il processo, e sento altre cose, rischio di svenire sicuramente. Per questo, non ci sono mai andata; però, mi ha raccontato l’avvocato in che clima si è tenuto, e che era tutto contro di lui, ovviamente…perchè era un pregiudicato, perchè aveva avuto degli altri reati violenti per via della tossicodipendenza, e così via. Allora io ho richiesto una visita medica dal Vito Fazi di Lecce, da uno specialista. Ho richiesto questa visita: questa perizia è stata fatta, però…non è stata ammessa, perchè in pratica mio marito, anche dopo l’arresto, non lo vedevo nelle giuste condizioni: lo vedevo confuso, lo vedevo che si scordava le cose, mentre parlavamo mi diceva una versione, me ne diceva un’altra. Poi pensa che, da Sava a Manduria, che ci sono, sì, e no, sei kilometri, nella caserma di Sava mi ha dato una versione, nella caserma a Manduria mi ha dato un’altra versione, quando sono andata a trovarlo a Taranto me ne ha data un’altra, dopo pochi giorni, a Lecce un’altra ancora. E quindi era confuso; qualcuno potrebbe dire vabbè, è bugiardo, ma non aveva intenzione di dire cose false, ma nei fatti confondeva le date… Alle volte, mia figlia, la grande, mi guardava, e mi diceva: “Mamma, papà non sta bene”. Poi anche tutt’ora, che son passati molti anni, molte cose le ha rimosse, non ricorda…ma non cose relative all’omicidio, relative proprio alla nostra vita in comune: è come se ci fosse qualcosa che lui ogni tanto ha cancellato.

C’è qualche precedente specifico che ha peggiorato la situazione giudiziaria di Cosimo, che forse doveva essere chiarita meglio?

Sì, c’è un precedente specifico, che deve essere chiarito, che riguarda la posizione specifica di mio marito; secondo me, è stato quello che ha aggravato la situazione, perchè mio marito è stato preso per una persona violenta, irascibile, e quant’altro: nel 2009, commise un reato, inizialmente valutato in tentato omicidio, poi ridotto a lesioni gravi. Tanto che per quell’arresto, mio marito ha preso otto anni e due mesi: si è fatto, sì e no, due mesi di carcere, poi ha scontato tutto fuori. Ed è stato quello il periodo in cui lui è cambiato: è stato benissimo.

Il problema sul caso del 2014, invece, a è che, pur avendo le attenuanti, a mio marito, non sono state proprio riconosciute; anzi, il giudice disse, durante l’udienza, sul fatto che si era consegnato, e quant’altro, aveva detto: “Adesso che cosa vuole, una medaglia?” E quindi le attenuanti non sono state proprio prese in considerazione, bensì sono state aggiunte le aggravanti; aggravanti che io contesto, che sono state contestate, ma non sono cadute.

Ora ti racconto il fatto del 2009: in quell’anno, una persona, anche questa tossicodipendente, purtroppo (ora per fortuna non lo è più), venne a trovarci. Nel mio paese, come in tutti i paesi, ci sono le prostitute, in campagna. Una sera, mio marito, e questa persona, con la mia macchina, andarono a comprare cocaina, per usarla, e si appartarono per usarla. Questa donna, vedendo due uomini, in campagna, che si avvicinano con la macchina, aveva pensato che stavano andando lì per lei, ha aperto lo sportello e si è seduta in macchina. Ovviamente, avendo paura di essere visti con una prostituta in macchina, l’altra persona ha aperto lo sportello, e mio marito l’ha spinta per farla scendere. Andando un punto indietro, bisogna dire che questo purtroppo era il suo modus operandi, in quanto un mio collega, andando in campagna, a raccogliere le olive, a fare i lavori, un giorno mi stava raccontando che andò lì e purtroppo questa donna entrò in macchina e non voleva scendere, dicendo: “Questa è zona mia, che sei venuto a fare?” Ed altro. Tornando alla situazione con mio marito, la signora è caduta, e cadendo ha sbattuto per terra. Ora, l’altro uomo, con mio marito, sono scappati; l’altra persona era  incensurata, mio marito si è preso la colpa di tutto… che poi c’è da dire, che la signora, quando è stata portata in ospedale, ha fatto il riconoscimento: non si sapeva che era mio marito, non si sapeva niente…ha indicato tutt’altra persona, che noi conoscevamo, anche…e mio marito si è sentito in dovere di aiutarla. La macchina era la mia, comunque mio marito ha detto: “Sì, sono stato io”, però comunque non ha detto dell’altra persona.  Ha detto solo che era andato lì, e stop. Poi, ha preso la condanna: ha preso otto anni e due mesi, è stato sì e no tre-quattro mesi in carcere, e poi ne è uscito. Anche in quel periodo ci furono voci infondate, fuori controllo: che andava con le prostitute, che voleva ammazzarla. Naturalmente non era così; lei aveva solo delle escoriazioni sulle mani, ma venne dipinta come se fosse stata in fin di vita: cosa che non era. Evidentemente, il giudice lì, vendendo che era una prostituta, ha visto le cose come stavano. Infatti, lei voleva anche il risarcimento, il suo avvocato voleva anche il risarcimento, perchè lei non aveva potuto lavorare, non aveva potuto svolgere il suo servizio, ma il giudice disse no, niente di fatto. Adesso, quando invece è successo, nel 2014, l’omicidio, purtroppo, si è andato a ritroso a riprendere questo episodio, che ha influito in modo pesante sulla situazione, perchè è stato detto: “Ecco, aveva aggredito un’altra persona, ecco era una persona violenta, ha fatto questo, ha fatto quello”. Certo, non era la stessa cosa: e perchè allora per quel caso hanno dato otto anni e mesi, e nell’altro trent’anni? Perchè uno era un ingegnere e lei era una prostituta? E’ che nell’applicazione della legge italiana, dico io, si sono fatti due pesi e due misure.

In che modo attualmente Cosimo si pone nei confronti del suo reato e della sua pena? Quali i suoi reali sentimenti, che forse hanno avuto poco spazio sulla stampa? Sull’onda di emozioni certamente comprensibili, ma unilaterali.

Attualmente Mimmo, nei confronti della sua pena, si pone con molta serenità, in quanto, già dall’inizio, sapeva che doveva essere condannato e doveva scontare una pena: su questo non c’è dubbio. Lui l’ha presa appunto con serenità, con rassegnazione, ma anche con forza, con determinazione, con speranza…e con forza anche da parte di tutti noi, certo. Lui si pone così nei confronti della sua pena: non ha mia voluto scappare dai suoi doveri, da ciò che lui doveva fare, e quindi, anche se su qualche singolo aspetto poteva pensarla diversamente, ha sempre accettato di buon grado tutto questo. L’unica cosa è che lui vorrebbe poter scontare la sua pena in modo umano, in modo dignitoso: vorrebbe poter contribuire in modo dignitoso alla famiglia, alla società: vorrebbe poter lavorare, anche gratuitamente; vorrebbe potere fare dei lavori per la società, per il carcere, per qualsiasi cosa, naturalmente per noi della famiglia. Vorrebbe poter fare i colloqui, sì, e nello stesso tempo potere avere tutto ciò che la legge consente: cosa che purtroppo, essendo lui ristretto a Foggia, non può fare nulla di tutto questo, anzi… Questo lo fa sentire inutile, lo fa sentire di peso, lo fa sentire mortificato, più di quanto dovrebbe esserlo.

Vi siete sentiti soprattutto abbandonati in questa disavventura, avete avuto anche vicinanza da volontari, associazioni, singoli?

Diciamo che, quando è successo tutto questo, noi siamo stati quasi totalmente abbandonati: sia da volontari, associazioni, sia da singoli; hanno preso le distanze, assolutamente. Diciamo che tra i pochi che ci sono rimasti accanto, ci sono le persone che lo conoscevano veramente, le persone che lo hanno conosciuto come lavoratore, come vicino di casa, come amico. Sì, da questo punto di vista ci sono rimaste accanto: sia all’inizio, sia anche adesso, dopo otto anni, c’è gente che, una-due volte a settimana, manda messaggi anche dalla Francia, ho avuto anche aiuti economici di suoi amici, che mi hanno aiutata, senza chieder nulla. Diversi hanno cercato di aiutarlo in qualche maniera; c’è mia nipote che vive in America, lei, poveretta, non sapeva nulla di leggi italiane, mi aveva chiesto a quanto ammontava la cauzione, per poter pagare, ma io le ho detto che in Italia non esiste cauzione. Tra coloro che lo conoscevano, e mi è stata accanto, ci sono stati anche gli edicolanti del mio paese, che non hanno esposto locandine e quant’altro, per non turbare i ragazzi, in particolare la bambina: solamente uno su dieci, ma ci sono stati. Gli altri, che ci hanno attaccato, erano estranei: soprattutto nei centri piccolo, parlano solo per dare aria ai polmoni, e basta.

C’è qualcosa che desideri evidenziare in più su questa vicenda, e sul suo significato generale?

Sulla stampa, diciamo che su alcune questioni non è stato detto niente di vero; si sa che i giornalisti comunque devono aumentare le cose, in modo da poter vendere il giornale, e per rendere più appetibili le notizie, questo sì… Però, molte volte, il quadro che ne è venuto fuori non era raffigurante mio marito, assolutamente no: non era come lo abbiamo vissuto noi. Non gli sarei rimasta accanto, con una condanna così alta, se non fosse stato una persona così amorevole, così buona… Che ti devo dire, io vorrei che tu parlassi con mia madre, che è un’anziana donna di 81 anni; lei dice sempre: “Quello che mi ha fatto Mimmo, non mi hanno fatto i miei figli…” . Mio marito, ogni pomeriggio, andava da mia madre, per lavarle i piedi, per tagliarle le unghie, cioè per cose che, magari, le mie sorelle non fanno. Mio marito era così, ma non perchè gli venisse chiesto: lui amava queste cose. Certe volte io lo chiamavo, quando tornava dal lavoro, e gli chiedevo: “Dove sei?” e lui diceva: “Sono dalla mamma”. Io chiedevo: “Ma sei sposato con la mamma?”, così, scherzando, perchè era fatto così, cioè tutti i giorni doveva passare dalla mamma, per vedere, chiedere: “Stai bene, hai bisogno di qualcosa? Cioè era fatto così; se stava a letto a dormire, e lo chiamava un estraneo, per dire: “Mi è scoppiata una ruota”, lui correva. Era fatto così, questo non è stato detto, non è stato detto. Questo non giustifica l’atto, non voglio dire che visto che era una brava persona si giustifichi, no, però voglio dire a certe persone: “Non è giusto che dipingete una persona per quella che non è”. Non era un leone ruggente che andava in giro cercando di divorare qualcuno: lui non voleva uccidere questa persona, non aveva niente contro questa persona, non la conosceva nemmeno. Gli sono state date le aggravanti per futili motivi, ma i futili motivi non c’erano, perchè non c’erano proprio motivi, perchè lui non voleva uccidere. Ci si può chiedere: “Ma perchè era lì con il taglierino?” Ma voi non lo conoscete, lui andava sempre in giro con giraviti e taglierini; ce li aveva sempre, perchè, dovunque si trovava, lo chiamavano di qua, di là. Non aveva intenzione di rapine ed altro, anche perchè è stato trovato tutto in macchina, nella macchina di quest’uomo. E quest’uomo è morto, ma se fosse vivo lo direbbe. Perchè mio marito non voleva niente, quest’uomo diceva: “Prendi il portafogli, prendi il computer”, ma mio marito continuava a dire: “Voglio tornare a casa”. Mio marito aveva un bancomat, mio marito aveva un suo budget. Non ha senso che lui è andato lì ed ha ammazzato questa persona, e gli hanno messo i futili motivi: non c’erano motivi, non c’era alcun motivo. Quello che il giudice non è riuscito a capire e l’avvocato non è riuscito a spiegare, non lo so, o quant’altro, era che è stato purtroppo un incidente: un maledetto incidente; sono state delle coincidenze che si sono messe insieme, un destino, non lo so… Perchè comunque, se quest’uomo gli avesse dato questo questo maledetto passaggio, quest’uomo era vivo, era vivo. E poi, se anche non gli voleva dare il passaggio, se scappava dall’auto e andava via poteva andare diversamente, ma rimanere a litigare con qualcuno che non si conosce…e se mio marito avesse avuto una pistola?  Ma armi da fuoco non ne aveva, benchè la vittima non lo potesse sapere… E comunque, non è stata rimarcata questa situazione: mio marito non voleva uccidere nessuno, voleva solo tornare a casa.

Attualmente Cosimo, che accetta in modo costruttivo la sua pena, vede ostacoli al suo percorso di recupero, sancito anche dall’articolo 27 della Costituzione: puoi esporre cosa sia accaduto e cosa auspicate?”

La situazione attuale di mio marito in carcere è una situazione pessima e tragica. Come ho già detto, lui si trova nel carcere di Foggia, dove si è recluso da circa due anni… E a Foggia non lavora, non frequenta corsi, niente, nè scuole, non fa colloqui con l’educatore, con l’educatrice, nè psicologo; non ha possibilità di curarsi nella mente, con qualcosa di psicologico, ma nemmeno nel corpo perchè là non si va oltre la tachipirina. E’  tragica per il covid, vabbè, perchè è pieno; non hanno frigoriferi, per poter avere un biccher d’acqua fresca in questo periodo. Non effettua colloqui, perchè siamo lontani; non ci sono ventilatori, non c’è alcuna possibilità di reinserimento, di fare un giusto percorso, di fare niente. Può stare solamente in cella, quasi 24 ore su 24, a pensare e a uscire fuori di testa. Questa è la situazione oggi. Io mi auguravo che comunque scontasse una pena, come è giusto, e anche voluto da lui, ma in un carcere dove lui non considerasse il suo tempo, un tempo perso, ma quantomeno poter contribuire a un aiuto alla famiglia, a un sostentamento, a un reinserimento, a un percorso: questo è quanto.

Manca la volontà di adeguare queste strutture, di mettere personale, di far sì che le cose siano più vivibili. Ce ne sono tante cose che vengono in mente a me, persona diciamo, fra virgolette, ignorante, che si potrebbero fare, con un po’ di volontà, e per rendere la pena più agibile, sia per loro che per i familiari. Comunque, ripeto, gli istituti di pena, le carceri, sono luoghi dove le persone vanno a scontare una pena che gli è stata inflitta dal giudice, e va bene così, ma non è un luogo dove si vada per essere puniti giornalmente.  Invece, nei fatti sono luoghi dove la dignità viene mortificata, per la mancanza di acqua, la mancanza di doccia, la mancanza di ventilatori, si vive fra sporcizia, blatte e topi… se si hanno soldi ti compri da mangiare, se no guardi il Sole, quando esce e quando entra… E tutte queste cose qua non ci dovrebbero essere in un mondo civile, in un Paese civile, anche con le persone che hanno sbagliato. Vediamo un po’ i canili (ed io sono un’animalista convinta): non è che possiamo dire, vabbè, sono cani, e li teniamo rinchiusi nelle gabbie roventi, senz’acqua, senza niente: e questo non si fa… E questo non si fa nemmeno per i detenuti, che comunque sono persone che hanno sbagliato, ma sono comunque sempre persone. Quindi, se noi non gli abbiamo dato la pena di morte, e gli abbiamo dato una pena da scontare, gliela dobbiamo far scontare questa pena, ma in modo dignitoso, altrimenti a questo punto si rimette la pena di morte, si uccide e ci si toglie il pensiero, ma a che cosa serve? Questa situazione non si deve accettare.  Poi, i detenuti, a mio parere, creano comunque un’entrata allo Stato: lascia perdere gli avvocati, e quant’altro, quelli che comunque ci mangiano sopra, ma anche nelle carceri, perchè i familiari portano il cibo, i familiari portano i soldi per quello che serve, addirittura se una persona si fa male, ha bisogno di gesso, di un tutore, lo deve comprare, e se non ha i soldi, non lo comprano e non glielo mettono, ma di cosa si sta parlando? Non è garantito niente, io penso che sia la mancanza di volontà, assolutamente…perchè, con un po’ di volontà, non dico che tutto andrebbe bene, però il 60%, il 70% di questi problemi andrebbero risolti subito, e con facilità…Però, manca l’interesse, manca la volontà, perchè comunque i nostri politici sono quasi tutti giustizialisti…finchè non capitano loro  in certe situazioni, perchè quando capitano a loro, accidenti….Però c’è anche da dire che quando capita a loro, loro ce li hanno i soldi per vivere una vita dignitosa là dentro, mentre noi familiari facciamo i salti mortali per poter mandare 50 euro a settimana, per poter far la spesa. Non va bene questo, non va bene, non è così, perchè comunque, se mio marito ha sbagliato, la pena la deve pagare lui, non la devo pagare io.  Per dirtene una, mio marito sono due anni che è in attesa di fare un intervento alla coliciste: lo portano in ospedale, gli fanno fare la flebo, per i dolori, e lo riportano in carcere; riguardo questo intervento, l’ultima volta il medico aveva detto: “Si deve fare assolutamente”, c’è il rischio, a parte che gli venga una colica là dentro, che finchè si organizza la scorta, ci voglia tempo,  finchè si porta in ospedale, come arriva, come non arriva, non lo sappiamo. Per cui sono due anni che mio marito ha bisogno di fare questo intervento di colecisti, e non viene portato in ospedale…cioè sono tante di quelle cose, tante. L’ultima volta aveva bisogno degli occhiali, e sono stata io a comprargli gli occhiali, fargli la richiesta, a spedirglieli…cioè no, non va bene così. Mio marito ha fatto tanto bene, a tutti: tantissima gente se lo ricorda; poi ha fatto un errore grande, accidenti, però non è giusto che per quell’unico errore si debba cancellare tutta la sua vita, in cui ha fatto del bene. Nonostante che lui avesse problemi, però cercava sempre di aiutare gli altri. Sì, sono di parte, è mio marito, lo amo, però anche se fosse un estraneo…cioè non è che parlo così singolarmente: quanto dico vale anche per altre persone.

Forse sono strana io, però sono stata sempre così, non solo perchè mi ci trovo dentro. Anche nei fatti di cronaca, io guardo sempre l’altro lato, non so perchè, se è questione di empatia, se è questione che sono nata “sbagliata”, sono nata “dall’altra parte”, non lo so. Però…io guardo sempre l’altro lato: io mi chiedo sempre: “Perché è successo? Come mai? Cosa è scattato, cosa non è scattato?  Che cosa poteva essere fatto, che cosa è cambiato? Io credo che c’è sempre qualcosa oltre le apparenze. Tranne nei casi in cui una persona abbia problemi mentali conclamati, non è che una persona si alza al mattino, e dice, vabbè divento cattivo, e incomincio a fare del male a tutti: non credo in questa cosa; io credo che comunque ognuno di noi è portato a fare del bene, è portato a fare del male. Anche una persona bravissima e buonissima, in tutta la sua vita, sotto, magari esasperazione, sotto dolore, sotto rabbia, sotto sofferenza, può anche commettere qualcosa che, guardandosi indietro, direbbe io non l’avrei mai fatto, questo.

Vorrei aggiungere che non c’è la pena di morte, ma c’è la morte di pena, quindi non è particolarmente differente; non c’è la pena di morte, perchè non si muore subito, ma comunque c’è la morte di pena, persone che ci muoiono lì dentro. In carcere ci sono persone ultranovantenni, ci sono persone in fin di vita, terminali…cioè, quindi, non c’è la pena di morte, ma c’è la morte per pena… Quindi, un po’ di umanità ci deve essere, soprattutto per chi giudica, perchè chi giudica, lo fa verso persone che hanno fatto qualche misfatto, non è che possono giudicare persone che non hanno fatto niente. Verso quelle persone ci vogliono soprattutto un po’ di amore, un po’ di empatia. Non possono neanche venire a dire, nel caso specifico: “Come l’amore che ha avuto tuo marito nei confronti di quel ragazzo?”:

Tornando al linciaggio mediatico, sì, con Facebook, con messenger, ma poi basta leggere su Google, per vedere quello che hanno scritto i giornalisti, della storia, della vicenda, se non erro anche il “Graffio” contattò il mio avvocato, all’epoca, perché voleva fare un’intervista, ma io dissi assolutamente no, perchè non sono Michele Misseri, non mi metto in mostra così, poi non sapevamo ancora in che modo sarebbe andato il processo: che cosa vengo a fare? E quindi rifiutai. Tornando al linciaggio, c’è stato, verso di me, verso mia figlia, verso i familiari, i conoscenti…verso tutti…ma tutt’ora, oggi. Ora ti spiego una situazione che mi era accaduta l’anno scorso: ero entrata in un bar, a prendere un caffè, durante l’orario di servizio, e fuori, a fianco al bar, c’era una cosiddetta signora, che fumava una sigaretta, che parlava con un mio collega; parlavo anch’io con questo mio collega. Si parlava con questo collega del fatto del covid, non stanno facendo niente per gli ospedali, non stanno facendo niente per le persone anziane, e io dissi: “Se è per questo, non stanno facendo niente nemmeno per i detenuti”. Questa signora si volta verso di me e mi dice: “Fosse per me, potrebbero morire tutti, i detenuti: perchè sono la feccia dell’umanità, sono quelli che sporcano il Paese”. Io la guardai in faccia, e le dissi: “Forse stai parlando così perchè non hai nessuno, o non conosci nessuno, o comunque non hai nè marito nè figli”; lei rispose: “Sì, in effetti, sono single: non ho marito nè figli”. Le dissi: “Se avessi dei figli, potresti pensare che un giorno potrebbero commettere un errore, e comunque, anche se non hai figli e non hai marito, nessuno ti dà questa autorevolezza, di dover parlare in questa maniera”. Abbiamo avuto un bruttissimo battibecco: questo mi ha fatto pensare tantissimo: come può la gente pensare in maniera così brutta, così cattiva, spregevole.

Allora,  se anche non si avesse qualcuno in carcere, c’è da considerare: comunque sia, il carcere dà lavoro, dà lavoro alla polizia penitenziaria, dà lavoro agli educatori,  dà lavoro agli assistenti sociali, dà lavoro a magistrati, avvocati,, e quant’altro; è comunque un luogo dove non stanno solamente i detenuti, chi ha commesso un reato: è un luogo dove tanta gente la mattina ci va a lavorare, e la sera torna a casa… Per cui, voglio dire, di che stiamo parlando? E se non ci fossero i detenuti? Tutta quella gente, che faceva? Tutti contadini, o tutti operatori ecologici, come me? Che lavoro facevano? Cioè, non si riesce a riflettere abbastanza che c’è un mondo dentro il carcere, c’è un mondo. E non necessariamente chi sta in carcere è una brutta persona, come non necessariamente chi è libero è una brava persona. C’è tanta gente che è fuori, fa reati, e non viene arrestata, libera…ma non vuol dire questo che sia una brava persona. Quello cioè che voglio far capire io è che si sia in carcere perchè si è fatto un reato, si sia stati scoperti, o ci si è consegnati da soli. Non andare in carcere non vuol dire essere bravi; non andare in carcere, molte volte, vuol dire anche essere furbi, essere ricchi, e potersi pagare qualsiasi cosa, e non farsi prendere mai…cioè non necessariamente che chi è fuori è bravo, e chi è dentro è cattivo. Vedi, Antonella, ti faccio un esempio: io ho 49 anni, e sono nata in una famiglia atipica, in quanto comunque ero maltrattata, ho subito abusi di tutti i tipi, di tutti i generi, fin da piccola, fin dalla tenera età: dai cinque ai dodici anni, e sono scappata via di casa, sono stata per strada. Ho subito di tutto nella mia vita, nella mia infanzia. Poi, ho avuto i miei figli, sono diventata adulta; questo non mi ha portata a incattivirmi, di tutto quello che avevo passato io, di farlo passare sui miei figli: assolutamente no. Anzi, io ho cercato di riparare quegli errori che erano stati fatti su di me…ovviamente che mi hanno lasciato lo strascico, che mi hanno lasciato l’amaro, quando ci penso e quando mi ricordo quello che ho passato, quello che ho subito…ma comunque sia io ho voluto dare la parte diversa ai miei figli: ho voluto dare la presenza, l’amore, l’educazione, la famiglia, la pace, il lavoro. Proprio questo ho voluto dare ai miei figli: non si giustifica quindi che queste persone parlino con spietatezza dei detenuti, perchè comunque il male si deve troncare. Anche io potevo continuare la strada di alcuni familiari non sempre corretti, ma non volevo certo fare strage degli altri, non volevo certo il male dei miei figli, piuttosto ho voluto dire non va bene al male. Se non è andato bene per me, perchè lo dovrei fare ai miei figli? Il male va stoppato; mio marito, pure se ha fatto del male, è stato involontariamente, e voglio dire a certe persone: la soluzione mica è fare del male a lui? Poi altri lo faranno a voi: che cosa s’innesca, che cosa s’innesca? Per questo, il male va fermato.