CAT CALLING. L’ESPULSIONE DEI POVERI.

Da qualche giorno imperversa l’eco di un nuovo inglesismo. Cat calling. Il giornalismo sensazionalista, impegnato a ricercare la moltiplicazione dei click, impone senza soste stratagemmi linguistici presi in prestito dalle scuole di business. La colonizzazione dell’idioma d’impresa ormai viene accolta in ogni spigolo dell’esistenza. Il fenomeno non deve lasciare interdetti. La pubblica opinione tratta con scanzonata vacuità le cronache giornaliere, i tormenti psicologici, le profonde riflessioni dei patriarchi e dei rampolli che vanno a comporre quell’esclusivo club ricco e cosmopolita in grado di elevarsi – con inattaccabile merito – dalla melma scomposta dei popolani, i quali non avranno mai dimestichezza con parole tanto ricercate. Quest’assise di agiati ospiti del mondo tra un capodanno in Australia, un cocktail party a Montecarlo, una puntatina a New York e la messa in piega a Parigi suo malgrado è costretta a incrociare lo sguardo di qualche villano che ancora viene lasciato libero di toccare il suolo sacro dello jogging mattutino. Quella barbarie cafona che nei romanzi – tanto osannati dal conformismo postmoderno – di Don DeLillo è finalmente scomparsa dalla sensibile vista della lettura distratta e aristocratica consumata tra i vapori rigeneranti dei villaggi esclusivi. Si agogna un futuro rarefatto, delimitato da luoghi e presenze a immagine e somiglianza degli uffici sparsi per i continenti delle organizzazioni internazionali. Dove l’1% della popolazione mondiale e i suoi caddie si misurano nel glaciale galateo dei competenti. Le buone maniere un tempo riempite di francesismi grotteschi e sconclusionati, oggi ribattezzate politically correct, non servono a ristabilire quella distanza sociale che mortificava i non adatti. Delimitano il confine tra chi ha il buon diritto di difendere la propria condizione e chi non lo ha. Maledetto suffragio universale! Chi non sa esprimersi, chi alla vista di una donna graziosa non riesce che a emettere un grugnito, un fischio o un complimento poco ricercato non ha alcun diritto di cittadinanza. Lo si arresti per vagabondaggio anche se quel rozzo approccio sta lì a dimostrare la sua impotenza, il suo innocuo misurarsi con qualcosa di inarrivabile. Che i muratori impegnati nei labirinti dei tralicci o delle impalcature consumino i loro panini alla mortadella in campi di rieducazione. I centri storici, i quartieri residenziali diventino delle enormi gate community dove alcuna anima viva sarà in grado di disturbare il tempo libero, così illuminato e produttivo, delle giovani promesse impegnate nella ricerca di sé stesse. Quello spazio ultra-terreno dove la creatività artistica e imprenditoriale renderà orgogliosa la famiglia che ha investito in cotanto capitale umano. Mentre la mamma top manager è impegnata in una sacrosanta battaglia di civiltà denominata – ça va sans dire – gender gap, il marito top manager guadagna qualche milione di euro in più all’anno, i pupilli della buona stirpe non dovranno essere contaminati dal virus portato da qualche parassita. Quei fannulloni che non hanno cura del loro corpo, della loro anima. Che non si nutrono di innovazione. Che ancora stanno lì a vivere di novecento. Allora – inopinatamente – tutti o quasi avevano un lavoro, una casa, una discreta sicurezza (se ne erano privi lottavano con arroganza per la loro conquista) e nessuno si misurava con l’inebriante concorrenza pedagogica. Ingenua epoca in cui a un complimento, anche mal costruito, si rispondeva con una risata o con una ponderata indifferenza. In cui nei quartieri un “a bella” gridato o un fischio roboante non toglievano di certo il sonno alla figlia del dottore. Resta un solo dubbio. Se specificare che la molestia è un reato giustamente punito dal codice penale. Nell’odierno clima d’ipocrita perbenismo è forse necessario. O se sottolineare che la nostra società è intimamente violenta nonostante qualche liberale sia sollevato o gratificato dalla scomparsa della violenza politica o della conflittualità sociale. Oggi la violenza è ancor più spaventosa. La competizione individuale impone la continua affermazione di sé. La violenza è bulimica prevaricazione in cui l’altro non esiste. Per questo è gratuita, inarrestabile, esorbitante. Non prevede una fine con la conquista del potere o della roba. Ma rappresenta l’immagine di un soggetto che non deve avere ostacoli, imprigionato dall’obbligo sociale della prestazione perenne. L’uomo impresa la riversa in primis su sé stesso nelle sue forme autodistruttive e in seguito su chi si frappone alla conquista della sopravvivenza. Non ha generi. Costituisce l’essenza della concezione evolutiva della vita nei mercati. Non si relaziona con l’esterno. Quindi non ha pudore.

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