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marzo 27, 2021

Rcicordando Fiorentino Sullo

di Massimiliano Amato

L’on. Fiorentino Sullo, ministro dei Lavori pubblici nel primo governo di centro-sinistra, diretto dall’on. Fanfani, ha raccolto nel volume “Lo Scandalo Urbanistico” (Firenze, Vallecchi 1964) la documentazione del sorgere e del tramontare in seno alla DC delle illusioni riformatrici nel campo dell’urbanistica. È una parabola che inizia dal congresso di Napoli e dalla successiva formazione del governo Fanfani, che ha il suo corso più rapido e ascendente durante l’estate del 1962, raggiunge il punto più elevato alla fine di settembre, al Congresso ideologico della Democrazia cristiana a San Pellegrino e, subito dopo, inverte la propria direzione e precipita miseramente insieme, del resto, a tutto il castello programmatico del primo governo di centrosinistra. L’on. Sullo, parlando a San Pellegrino non lesinava l’audacia delle sue affermazioni: “La legge urbanistica sarebbe più rivoluzionaria, non dirò della legge di nazionalizzazione dell’industria elettrica, che è proprio nulla rispetto a una seria legge urbanistica, ma persino della legge di riforma agraria”, ed individuando possibile una prossima soluzione aggiungeva: “Sarebbe veramente una grande vittoria per la Democrazia cristiana se non aspettasse altre legislature per porre a fuoco questo problema sotto la pressione di altre forze politiche”. Non sappiamo fino a che punto l’on. Sullo, pronunciando queste parole, si cullasse nelle sue generose illusioni, ovvero intendesse, così, di esercitare una pressione sulle potenti forze che già si erano messe in movimento (e lui lo sapeva) per insabbiare lo schema di una nuova legge urbanistica che, durante l’estate, era stato approntato   di studio da lui stesso nominata. Dalla lettura attenta della sua prefazione e dal riscontro dei documenti raccolti nel volume risulta però in modo inoppugnabile che, mentre egli pronunciava le parole che abbiamo sopra riportate, aveva già rinunciato a parte del suo programma ed aveva avuto anche numerose occasioni di registrare segni non equivoci di resistenza ed opposizioni insuperabili”. Così, sulla Rinascita del 25 aprile 1964, non senza una punta di ingenerosità (Fiorentino Sullo difese sempre a spada tratta l’impianto originario della “sua” legge) Aldo Natoli sintetizzava la parabola dello schema di riforma urbanistica dello statista irpino che avrebbe potuto cambiare il corso della storia italiana, e invece fu affossato dal partito traversale della rendita fondiaria e del cemento, del quale la destra Dc rappresentava il principale terminale nel governo del Paese.

In occasione del centenario della nascita di Fiorentino Sullo (che cade lunedì prossimo, 29 marzo) molti ricorderanno il grande impegno per la rinascita del Mezzogiorno, sviluppatosi negli anni che vanno dal 1943 al 1958, e che come ha ricordato Pierluigi Totaro in un pregevole studio, “Modernizzazione e Potere locale” (Napoli, 2012), rappresentò un efficace punto di sintesi e di incontro tra il meridionalismo di matrice sturziana e l’elaborazione laica di un altro grande irpino, Guido Dorso, prematuramente scomparso nel 1947. Altri ancora ricostruiranno il suo complicato rapporto con la Dc sfociato a un certo punto in una clamorosa rottura, seguita poi da un altrettanto clamoroso ritorno. Troppo forte è, però, una suggestione legata a un dato biografico che può apparire insignificante e invece riassume quasi per intero la sua traiettoria di visionario lucidissimo nelle idee e nei propositi, sconfitto, ma non vinto, dalla piega presa dalla storia italiana dopo il rapido tramonto della grande utopia riformatrice dei primissimi anni Sessanta. Il fatto cioè che egli abbia trascorso l’ultimo tratto della sua vita e sia morto, all’inizio del nuovo millennio, nella città campana – Salerno – che negli stessi anni del suo crepuscolo si avviava a diventare uno dei luoghi simbolo, non solo nel Sud Italia, di ciò che il suo progetto di riforma urbanistica del 1962 puntava a scongiurare. Il trionfo del cemento legato alla speculazione edilizia privata. Era successo che, sette anni prima che lo statista irpino morisse, nel 1993, uno degli ultimi epigoni di quello stesso partito in cui nel 1964 militava Natoli, e di cui Rinascita era uno degli organi di stampa, appena salito al potere, tra tutte le categorie economiche presenti in città aveva adottato quella dei costruttori. Con un programma che si racchiudeva in un’esortazione: “Arricchitevi”. E così è stato. Più che un’altra storia, esattamente la stessa storia che, 30 anni prima, aveva portato alla sconfitta di Sullo.

Quando, nel 1962, da ministro dei Lavori Pubblici del IV governo Fanfani, Fiorentino Sullo presenta la sua bozza di Riforma Urbanistica, l’Italia sta mutando pelle. Da paese prevalentemente agricolo è diventato una potenza industriale, e alla trasformazione della struttura economica corrisponde una tendenza del “neocapitalismo”, studiato in due storici convegni dei maggiori partiti politici (la Dc a settembre del 1961 San Pellegrino, il Pci a marzo del ’62 all’Istituto Gramsci), che nei due decenni successivi si cercherà di arginare con interventi legislativi, ma che mostra fin da subito caratteristiche aggressive. E’ il boom dell’edilizia privata, basato su un assalto indiscriminato alle aree libere da parte dei costruttori. Le città, soprattutto nelle periferie, cambiano completamente volto. Il processo si è messo in moto già nella seconda metà degli anni Cinquanta, ma la politica arriva molto tardi a manifestare coscienza della sua pericolosità. Anzi, in alcuni casi, la ignora deliberatamente: è in quel periodo che pezzi importanti dei partiti governativi sottoscrivono un tacito pactum sceleris con i costruttori. Di contro, agli albori dei Sessanta, ancor prima del varo del primo governo di centro-sinistra organico, va affermandosi la consapevolezza che “lo sforzo riformatore” che le mutate condizioni storico-economiche del Paese richiedono alla politica – e che dovrebbe avere il suo fulcro nella cosiddetta “programmazione economica”, basato sulla presenza pianificatrice dello Stato nell’economia – non possa prescindere da interventi regolamentativi profondi e radicali anche in questo specifico settore. Sullo, dunque, si fa carico di un’esigenza cruciale, che dagli ambienti tecnici (architetti, ingegneri, geologi) più avvertiti e progressisti, dilaga nel dibattito politico e in quello culturale. Con il quarto esecutivo a guida Fanfani, che si regge sull’astensione (e non ancora la partecipazione) dei socialisti, lo schieramento riformatore ottiene le vittorie più importanti: la scuola media unificata, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, imposta dalla coriacea determinazione del socialista Riccardo Lombardi, e tutta una serie di provvedimenti meno pubblicizzati ma non per questo poco significativi, come la creazione della prima commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, l’attenuazione della censura, l’istituzione del presalario universitario, la legge che sancisce la possibilità per le donne di accedere a tutti gli impieghi compresa la magistratura. E la tassazione della proprietà edilizia, che, alla fine, è quel che resta (molto poco, quasi niente) del grande progetto di riforma elaborato dallo statista di Paternopoli con la consulenza di giuristi, economisti, sociologi. La parte più “rivoluzionaria” della riforma era la profonda modifica del regime proprietario delle aree: di proprietà privata sarebbe rimasta soltanto una parte delle aree edificate, le altre aree – edificate o edificabili – sarebbero dovute passare gradualmente in proprietà dei comuni, che avrebbero ceduto ai privati il diritto di superficie per le utilizzazioni previste dai dispositivi programmatori (piano regionale, piano comprensoriale, piano regolatore comunale e piano particolareggiato). Per affossare il disegno di legge, la destra Dc e confindustriale fece passare il messaggio (il primo organo di stampa a prestarsi fu Il Tempo di Roma) che Sullo voleva confiscare la casa agli italiani.  “A casa mia, con un senso di sgomento e di smarrimento più che di curiosità, miei parenti stretti mi chiesero, anche essi, se volessi togliere loro davvero la casa – avrebbe dichiarato più tardi il ministro. – Ed io, confesso, non sapevo più come difendermi da una allucinazione generale: non bastava a difendermi il tentativo di spiegare gli errori giuridici degli oppositori, né il rammentare che in Parlamento, nell’ottobre 1962, avevo dichiarato che del diritto di superficie si sarebbe potuto fare a meno”. Anziché consentirgli di spiegarsi, magari in televisione, la Dc preferì scaricare il suo ministro. Con una “dolorosa nota” del 13 aprile 1963, 15 giorni prima del turno elettorale di quell’anno, “Il Popolo” comunicava che il partito dissociava la propria responsabilità dall’operato di Sullo. “Se i lavoratori non erano sufficientemente mobilitati a favore della legge, la mobilitazione dei proprietari di case era invece massiccia”, avrebbe commentato il ministro. Il mondo della cultura non restò insensibile, anzi. In quello stesso anno, il 1963, nelle sale cinematografiche arrivò “Le mani sulla città” di Francesco Rosi, che attraverso il personaggio di Edoardo Nottola raccontava la figura del costruttore rapace che con la complicità della politica si arricchisce seppellendo Napoli sotto un’autentica colata di cemento. E Einaudi riportò in libreria “La speculazione edilizia”, ferocissimo pamphlet sotto forma di romanzo breve che Italo Calvino aveva scritto due anni prima, nel 1961, ambientandolo nella sua Rapallo sfregiata dal cemento selvaggio. Ne nacque un termine, “rapallizzazione”, che da allora definisce l’attacco indiscriminato al territorio.

marzo 27, 2021

DOPO DRAGHI LETTA,LA NORMALIZZAZIONE CONTINUA!

Di Luca Massimo Climati

Letta è arrivato per ‘modernizzare’ il PD e toglierlo da una condizione di rissa permanente e di subordinazione politica.

Chi ha deciso di sostituire Zingaretti con Letta ha però  in mente anche una ridefinizione complessiva degli equilibri politici in Italia all’interno del quadro europeista e atlantico. Quindi bisogna concepire questo passaggio non solo come alternanza di leadership, ma qualcosa di molto più ampio che è partito dalla defenestrazione di Conte. Siamo in piena pandemia, ma parallelamente siamo dentro una operazione di riorganizzazione del campo imperialista occidentale che coinvolge l’EU e i rapporti con gli USA.

Se questo è il disegno bisogna fare un bilancio sia di come procede l’operazione restaurazione e normalizzazione che di come ci si deve muovere per contrastare i disegni dei nostri avversari politici e di classe. Pensare di contrapporsi a tutto questo con dichiarazioni ‘ e con i appelli generici non può modificare la situazione.

Abbiamo avuto modo di constatare questa cosa nella iniziativa  dell’11 marzo scorso a Roma. L’appello a manifestare veniva da un comitato internazionale che, sostenuto da molti governi, richiedeva la sospensione dei brevetti sui vaccini per consentire la vaccinazione gratuita a livello mondiale. Un’ottima occasione dunque che peraltro è legata a tutta la gestione sanitaria del nostro paese. Davanti a Montecitorio c’erano però solo alcune decine di persone, tutte riconducibili al solito circuito della sinistra ‘alternativa’ romana, con tanto di sventolio di bandiere, mentre mancavano del tutto  settori di popolazione a cui la proposta di lotta sui vaccini sarebbe dovuta sicuramente interessare.

Si può dichiarare guerra al governo Draghi in queste condizioni?

Continua ad imperare in questo modo il principio che non importa quello che facciamo e quali risultati otteniamo, ma quello che diciamo coi comunicati e le testimonianze. Quando si comincerà a stabilire una connessione tra proposte, risultati e gli strumenti operativi per conseguirli? Le prospettive dipendono difatti da questa capacità di connessione. Draghi e il suo blocco golpista dobbiamo imparare a combatterlo veramente e non a parole.

Torniamo dunque alla questioni essenziali che riguardano sia gli strumenti che un ipotesi di programma che sia in grado di misurarsi con la sfida della normalizzazione  che ci viene  dall’operazione Draghi e ora anche dal programma di Letta. In primo luogo abbiamo la questione dello strumento. Pensare di poter affrontare un nemico che, nonostante le contraddizioni che si esprimono al suo interno e nella gestione del potere non solo non può essere assolutamente sottovalutato, ma neppure combattuto con l’arco e con la freccia perchè questo ci rende ininfluenti. Se vogliamo affrontare lo scontro, alle parole devono seguire i fatti. E fatti significa cogliere in modo preciso le contraddizioni e coinvolgere veramente coloro che le subiscono. Bisogna rendersi conto che siamo ben lontani da questa capacità e senza acquisirla rimaniamo soggetti alla manipolazione mediatica che il potere, nelle sue varie articolazioni, esercita sulla gente.

Mao diceva: osare combattere, osare vincere. Per noi il motto deve essere: imparare a combattere, imparare a vincere.

Si tratta, di riportare la discussione sul terreno del realismo e della verifica delle intenzioni di chi dichiara di voler combattere.

Ma quale forza organizzare e in che modo?

Intanto si tratta di fare, in proposito, i conti con un luogo comune in cui sguazza una certa sinistra: la retorica delle lotte senza tener conto che esse, per essere vere,  hanno un inizio e anche una fine e soprattutto un esito. Nutrirsi di ideologia non fa progredire il movimento: o si riduce questo ad un rito o lo si porta alla dispersione e alla sconfitta. Quindi, per andare al concreto, bisogna in questa nuova fase capire da dove partono queste lotte e qual’è il percorso e come ci attrezziamo. La riflessione da fare è questa.

Senza allargare il discorso limitiamoci alla partenza e rendiamoci conto che la prima e la più urgente delle questioni che ci stanno di fronte è quella della pandemia, dei vaccini e delle condizioni di salute della gente e le questioni sociali collegate.

Le forze che si raccolgono attorno a Draghi sanno che su questo si gioca la loro credibilità e il loro futuro.

Possiamo su questo affrontare lo scontro e disarticolare i progetti della restaurazione e della normalizzazione?

Possiamo da questo iniziare a creare una forza reale che sappia combattere la battaglia e porre le condizioni perchè l’esperienza e il risultato positivo possa rimettere in moto ampi settori di sinistra e dargli fiducia che le cose possono cambiare?

In  Italia ci sono milioni di persone che sono diffidenti rispetto all’azione di governo, ma confuse sulle responsabilità. Quest’opera di chiarimento dobbiamo saperla fare uscendo dalle nicchie e impegnandoci in campo aperto e con una forza unitaria e credibile.