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gennaio 2, 2021

I sette segreti del 2020

di Yanis Varoufakis

Quest’anno è sembrato una marea che si ritira rapidamente, costringendoci a confrontarci con verità sommerse. Una lezione che abbiamo imparato nel 2020 è che i governi nazionali avevano scelto di non esercitare i loro enormi poteri in modo che coloro che la globalizzazione aveva arricchito potessero esercitare i propri.

ATENE – Un castello di carte. Una serie di bugie che abbiamo inconsciamente accettato. Ecco come appaiono le nostre certezze durante le crisi profonde. Tali episodi ci sconvolgono nel riconoscere quanto siano insicure le nostre supposizioni. Questo è il motivo per cui quest’anno è sembrato una marea che si ritira rapidamente, costringendoci a confrontarci con verità sommerse.

Pensavamo, con buone ragioni, che la globalizzazione avesse distrutto i governi nazionali. I presidenti si erano dichiarati subalterni ai mercati obbligazionari. I primi ministri hanno ignorato i poveri del loro paese ma mai Standard & Poor’s. I ministri delle finanze si sono comportati come i furfanti di Goldman Sachs e i satrapi del Fondo monetario internazionale. I magnati dei media, i petrolieri e i finanzieri, non meno dei critici di sinistra del capitalismo globalizzato, concordavano sul fatto che i governi non avevano più il controllo.

Poi la pandemia ha colpito. Nella notte, i governi hanno fatto uscire gli artigli e hanno scoperto i denti affilati. Hanno chiuso i confini e bloccato gli aerei, imposto coprifuoco draconiani alle nostre città, chiuso i nostri teatri e musei e ci hanno proibito di confortare i nostri genitori morenti. Hanno persino fatto quello che nessuno pensava possibile prima dell’Apocalisse: hanno cancellato eventi sportivi.

Il primo segreto è stato così svelato: i governi conservano un potere inesorabile. Quello che abbiamo scoperto nel 2020 è che i governi avevano scelto di non esercitare i loro enormi poteri in modo che coloro che la globalizzazione aveva arricchito potessero esercitare i propri.

La seconda verità è quella che molte persone sospettavano ma erano troppo timide per affermare: l’albero del denaro è reale. I governi che hanno proclamato l’assenza di risorse ogni volta che sono stati chiamati a costruire un ospedale qui o una scuola lì hanno improvvisamente trovato una gran quantità di risorse per pagare i salari, nazionalizzare le ferrovie, rilevare le compagnie aeree, sostenere le case automobilistiche e persino sostenere palestre e parrucchieri.

Coloro che non credono che i soldi “crescano sugli alberi”, che i governi debbano lasciare che i soldi cadano come briciole dai ricchi che li hanno, hanno tenuto a freno la lingua. I mercati finanziari hanno celebrato, invece di attaccare la frenesia della spesa dello Stato.

La Grecia è un perfetto caso di studio della terza verità rivelata quest’anno: la solvibilità è una decisione politica, almeno nel ricco Occidente. Nel 2015, il debito pubblico della Grecia di 320 miliardi di euro (392 miliardi di dollari) sovrastava un reddito nazionale di soli 176 miliardi di euro. I guai del paese erano in prima pagina in tutto il mondo e i leader europei si sono lamentati della nostra insolvenza.

Oggi, nel mezzo di una pandemia che ha peggiorato una già cattiva economia, la Grecia non è un problema, anche se il nostro debito pubblico è cresciuto di 33 miliardi di euro, e le nostre entrate sono inferiori di 13 miliardi di euro rispetto al 2015. I poteri dell’Europa hanno deciso che un decennio in cui si sono occupati del fallimento della Grecia era sufficiente, così hanno scelto di dichiarare la Grecia solvibile. Finché i greci continueranno ad eleggere governi che trasferiscono costantemente all’oligarchia senza confini qualsiasi ricchezza (pubblica o privata), la Banca centrale europea farà tutto il necessario – acquistare tutti i titoli di stato greci necessari – per tenere l’insolvenza del paese al di fuori dei riflettori.

Il quarto segreto che il 2020 ha portato allo scoperto è che le montagne di ricchezza privata concentrata che osserviamo hanno ben poco a che fare con l’imprenditorialità. Non ho dubbi che Jeff Bezos, Elon Musk o Warren Buffett abbiano un talento per fare soldi e conquistare i mercati. Ma solo una piccola percentuale del loro bottino accumulato è il risultato della creazione di valore.

Si consideri l’enorme aumento da metà marzo della ricchezza dei 614 miliardari americani. I 931 miliardi di dollari aggiuntivi che hanno accumulato non sono il risultato di alcuna innovazione o ingegnosità che ha generato ulteriori profitti. Si sono arricchiti nel sonno, per così dire, quando le banche centrali hanno inondato il sistema finanziario con denaro artificiale che ha fatto salire alle stelle i prezzi delle attività e quindi la ricchezza dei miliardari.

Con lo sviluppo, i test, l’approvazione e il lancio dei vaccini COVID-19 a velocità record, è stato rivelato un quinto segreto: la scienza dipende dagli aiuti di Stato e la sua efficacia non dipende dalla percezione pubblica. Molti commentatori si sono spesi in lodi sulla capacità dei mercati di rispondere rapidamente ai bisogni dell’umanità. Ma l’ironia non dovrebbe mai perdersi: l’amministrazione del presidente degli Stati Uniti più anti-scienza che mai – un presidente che ha ignorato, intimidito e deriso gli esperti anche durante la peggiore pandemia del secolo – ha stanziato 10 miliardi di dollari per garantire che gli scienziati avessero le risorse di cui avevano bisogno.

Ma c’è un segreto più profondo: mentre il 2020 è stato un anno eccezionale per i capitalisti, il capitalismo non esiste più. Come è possibile? Come possono i capitalisti prosperare mentre il capitalismo si evolve in qualcos’altro?

I più grandi profeti del capitalismo, come Adam Smith, ne hanno sottolineato le conseguenze non intenzionali: “poiché gli individui in cerca di profitto non hanno riguardo per nessun altro, finiscono per servire la società. La chiave per convertire il vizio privato in virtù pubblica è la concorrenza, che spinge i capitalisti a perseguire attività che massimizzano i loro profitti. In un mercato competitivo, che serve il bene comune aumentando la gamma e la qualità dei beni e servizi disponibili, abbassando costantemente i prezzi”.

Non è difficile vedere che i capitalisti possono arricchirsi molto meglio con meno concorrenza. Questo è il sesto segreto svelato dal 2020. Liberate dalla concorrenza, colossali piattaforme come Amazon hanno fatto sorprendentemente bene dalla sostituzione di un capitalismo morente con qualcosa di simile al tecno-feudalesimo.

Ma il settimo segreto che quest’anno ha rivelato riguarda un aspetto positivo. Anche se realizzare un cambiamento radicale non è mai facile, è ormai evidente che tutto potrebbe essere diverso. Non c’è più motivo per cui dovremmo accettare le cose per come sono. Al contrario, la verità più importante del 2020 è catturata dall’aforisma appropriato ed elegante di Bertolt Brecht: “Poiché le cose sono come sono, le cose non rimarranno come sono”.

Non riesco a pensare a una fonte di speranza più grande di questa rivelazione, consegnataci in un anno che la maggior parte di noi preferirebbe dimenticare.

gennaio 2, 2021

LEGGE ELETTORALE: LA GRANDE TRASCURATA

di Franco Astengo

La discussione sulla legge elettorale è stata riaperta da Alfredo Grandi in un suo davvero apprezzabile intervento pubblicato da “Domani” il 30 dicembre scorso.

Il tema, assolutamente decisivo per il funzionamento della democrazia (come quello riguardante i partiti) appare trascurato e sottovalutato: oggetto semplicemente di ragionamenti di convenienza per quella o quest’altra parte e per il mantenimento del proprio “status” soggettivo.

E’ il caso allora di insistere nel proporsi di arrivare a un’ampia discussione di merito che colleghi la questione della legge elettorale nel suo complesso a quella riguardante la rappresentanza politica.

La qualità e le forme della rappresentanza politica rappresentano, infatti, il vero punto di difficoltà che sta incontrando la democrazia “liberale” di fronte al non sopito assalto del combinato tra populismo e sovranismo.

Un punto di difficoltà non risolvibile come vorrebbero alcuni, semplicemente accentuando le caratteristiche maggioritarie e di personalizzazione raccolte attorno a un accentramento monocratico delle funzioni di potere.

Accentramento monocratico del quale abbiamo osservato le avvisaglie in questi duri mesi di emergenza sanitaria.

Il realtà il rischio e quello di essere prossimi al punto d’approdo di un lungo itinerario di distruzione del concetto di “rappresentanza politica” già percorso nell’infinita transizione italiana, almeno dal momento della trasformazione del sistema elettorale da proporzionale al misto maggioritario (75%) – proporzionale (25%).

Di seguito abbiamo avuto, è bene ricordarlo, altre tre formule elettorali delle quali due bocciate dalla Corte Costituzionale e l’altra utilizzata nelle più recenti consultazioni politiche che presenta evidenti limiti e difetti.

Limiti e difetti ancora più accentuati con l’inopinata riduzione del numero dei parlamentari suffragata, recentemente, da un contrastato esito referendario.

E’ bene essere chiari su questo punto: l’obiettivo della riduzione del numero è stato quello di allineare il complesso della rappresentanza politica “abilitata” all’ingresso nelle istituzioni ponendola forzatamente all’interno di un’idea di governabilità intesa quale elemento esaustivo dell’azione politica.

Vale la pena allora cercare di recuperare, almeno sul piano teorico, il significato pieno del concetto di rappresentanza allo scopo, anche, di sviluppare un’iniziativa di riflessione politica destinata soprattutto a cercar di capire che cosa s’intende negare con questa che non può essere definita diversamente da “stretta autoritaria”.

Si pone, infatti, oggettivamente una questione tra mandato libero e mandato imperativo di cui il M5S si è già fatto interprete.

Far rientrare per intero la possibilità di accesso alle istituzioni parlamentari all’interno del concetto di “governabilità” significherebbe compiere un vero e proprio passo indietro: tornare, cioè, a una versione “privatistica” degli istituti rappresentativi che configurerebbe, alla fine, per gli eletti un mandato di tipo imperativo.

In base ad esso il rappresentante non può derogare alle istruzioni che ha ricevuto e che gli trasmettono la volontà del proprio mandante: nel caso delle “liste bloccate” e dell’indicazione del candidato presidente del consiglio, quindi, dell’uomo solo al comando assestato sull’idea del partito personale/elettorale e/o padronale.

Uomo solo al comando pervenuto in tale posizione o perché ritenuto “unto del signore” oppure attraverso plebisciti realizzati attraverso l’idea del rapporto diretto tra il Capo e la folla.

Plebisciti magari svolti esclusivamente attraverso il web, con procedure opache e sfuggenti al controllo della pubblica opinione.

Prima di tutto dobbiamo invece difendere l’idea del mandato libero, in quanto legata all’idea dell’espressione della volontà comune, che non coincide con quella dei singoli: si tratta di una necessità legata al mantenimento dell’istituto della rappresentanza politica.

Si tratta di un passaggio fondamentale anche rispetto alla stessa idea di “democrazia diretta” che, in certi ambienti si è contrabbandata come momento “salvifico” rispetto al cosiddetto strapotere della degenerazione burocratica nella gestione dei partiti.

La rappresentanza politica, infatti, deve trovare (com’è stato del resto, pur tra contraddizioni evidenti, in Italia nel periodo dei grandi partiti di massa) nel riferimento costituzionale e nell’idea giuridica della personalità dello Stato (in cui si rappresenta la “totalità del corpo politico”) il cardine dell’unità politica del popolo.

Fuori da questo non c’è popolo ma soltanto una disgregata moltitudine come vorrebbe il populismo dei “pieni poteri”.

Questi elementi fin qui descritti definiscono l’orizzonte logico in cui viene necessariamente pensata la rappresentanza della modernità politica.

La rappresentanza definisce l’unica modalità che permette al popolo di agire come corpo politico e la legge elettorale rappresenta lo strumento – cardine, in democrazia, perché sia razionalmente possibile quest’azione.

L’espressione della volontà comune che non coincide con quella dei singoli che stanno alla base del mandato (è di nuovo il caso delle liste bloccate, corte o lunghe che siano) letteralmente non esiste se non prende forma mediante la rappresentanza.

La distruzione della rappresentanza, come si sta cercando di completare in Italia in questa fase, coinciderebbe con la distruzione della democrazia.

Un allarme da lanciare e su cui riflettere e agire.