Archive for ottobre 5th, 2020

ottobre 5, 2020

EMILIANO ZAPATA L’UNICO VERO RIVOLUZIONARIO MESSICANO.

di Giuseppe Giudice

Zapata fu ucciso dai massoni (di origine spagnola ) come Carranza. I massoni messicani . La rivolta del 1910 contro il dittatore Porfirio Diaz (massone) fu scatenata dai contadini e dai braccianti che avevano pagato a duro prezzo la politica di Diaz. Il guaio è che questa rivolta contadina fu poi strumentalizzata da altri massoni filoamericani , come Venustiano Carranza ed Alvaro Obregon. Zapata aveva idee opposte : non gli interessava diventare presidente della Repubblica, voleva distribuire la terra ai contadini e costruire aree di vero e proprio “socialismo rurale”. Per questo fu ucciso in una imboscata tesagli da Carranza. IL quale fu poi ucciso dal suo rivale massone Obregon ; e costui fu a sua volta ucciso. Per cui si parlò di “macelleria messicana”. Da credente mi è doveroso sottolineare un altro aspetto poco conosciuto. La Costituzione Messicana del 1917, non si limitava a proclamare la piena e giusta laicità dello stato. Ma arrivava a proibire il culto religioso. Il Messico era un paese profondamente cattolico , con elementi sincretistici- ma nel sud Italia ed in Spagna non sono a lungo rimasti elementi sincretici nella religiosità popolare . La Costituzione non fu applicata di fatto (su questo punto) fino al 1926 , quando un altro massone filo-usa Plutarco Lopez Calles decise di applicarla integralmente suscitando una vera e propria “guerra civile” sanguinosissima (oltre centomila morti) tra l’esercito regolare e quello “cristero”. Che era fatto in larga parte di contadini, impiegati. Ed era un blocco eterogeneo , che comprendeva il clero tradizionalista ed antimoderno, ma anche anche molti che avevano combattitto con Villa e Zapata. La repressione del massone criminale Calles fu violentissima : civili, donne , anche ragazzini uccisi a sangue freddo. Certo anche dall’altra parte vi furono atti di crudeltà, ma la responsabilità politica fu tutta di Calles. La guerra civile terminò il 1929, ma vi furono strascichi fino al 1936. Quando il nuovo presidente Lazaro Cardenas esiliò Calles, e si impegnò a ristabilire buoni rapporti con i cattolici, permettendo loro di riiniziare le funzioni religiose e le stesse processioni. Inoltre , secondo alcune fonti, ebbe l’appoggio dei vescovi messicani sul progetto di nazionalizzazione del petrolio, che creò forti contrasti con gli USA . Alla fine, la rivoluzione messicana fu un fallimento voluto. I massoni cercarono di utilizzare il malcontento popolare per prendere il potere (e farsi anche la guerra tra loro) , non diedero la terra ai contadini (si appropriarono loro delle terre della vecchia aristocrazia) e diedero vita ad una guerra civile terribile. Del resto il Messico (a parte il breve periodo di Cardenas ) è rimasto sempre un paese succube degli USA. Il mio intento non è quello di fare una crociata antimassonica (tra di loro c’è anche gente per bene) , ma credo che gente come, Carranza, Obregon e Calles vadano dimenticati. E comunque ricordo le parole di Riccardo Lombardi il quale sosteneva che era difficile per un socialista aderire alla massoneria che è una organizzazione elitaria e legata a riti mistici-esosterici).

Comunque VIVA ZAPATA

22Appulo Colantuono, Maurizio Giancola e altri 20Commenti: 4Condivisioni: 4Mi piaceCommentaCondividi

ottobre 5, 2020

IL CASO ISRAELIANO: COME E PERCHE’ MUORE UN PARTITO SOCIALISTA.

di Alberto Benzoni

Ancora alla fine degli anni novanta, il partito laburista israeliano era alla guida del paese e il suo leader, Ehud Barak, si recava a Camp David per discutere, con Clinton e Arafat, di un possibile accordo di pace. Ad appena vent’anni data questa formazione, unita ai socialisti di sinistra del Meretz, rappresenta intorno al 5% dell’elettorato, in una curva discendente che appare senza fine.Le ragioni di questo disastro coincidono, anche se in forma molto più accentuata, con quelle che hanno portato al declino del socialismo europeo; elencarle tutte può dunque servire anche a noi.La prima, e forse fondamentale, sta nella trasformazione della società israeliana. Sin dalle sue origini, il socialismo, intrecciato con il pieno recupero dell’identità ebraica, era l’asse portante del progetto sionista. Non a caso portato avanti dall’immigrazione proveniente dall’Europa centrale e orientale. Una specie di socialismo dal basso (kibbutz, cooperative, sindacati); i cui benefici erano però riservati soltanto agli ebrei. A differenza della destra, i palestinesi non erano considerati nemici permanenti, sensibili soltanto all’uso della forza; ma, semplicemente ignorati. Infine, c’era la convinzione che gli ebrei israeliani, avessero sempre bisogno di quella solidarietà internazionale mancata in passato ai loro confratelli.Oggi Israele è, invece, una società capitalista avanzata con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. E il socialismo non è solo, come in Europa, scomparso dal futuro ma relegato in un passato di cui si sta perdendo la memoria e di cui sono venute meno le strutture portanti.Per altro verso, il socialismo israeliano ha totalmente perso la sua dimensione internazionale. Nello specifico, legata all’essere o, almeno, all’apparire il partito della pace con i palestinesi. Sino a pagarne il prezzo con la morte di Rabin. Ora, appena cinque anni dopo, con il fallimento di Camp David e la successiva seconda intifada, il tema scompare totalmente dall’agenda; e in tutti i sensi. Ad occuparsi della guerra ma anche della pace saranno, da allora in poi, leader di destra, come Sharon o centristi, come Tzipi Livni e Olmert; ai laburisti, il concentrarsi sui temi del lavoro e della giustizia sociale. Ma qui i temi tradizionali si riveleranno assai poco se se non per nulla paganti. Per effetto del mutamento del “clima” (meno speranze e più paure). Ma anche perché, in generale, il socialismo non ha mai saputo rappresentare i ceti medi impoveriti e, ancor più, gli ultimi; gli uni e gli altri privi, in tutti i sensi, della necessaria coscienza di classe e della dimensione collettiva. Nello specifico poi, l’immigrazione, dagli anni sessanta in poi, contrariamente alle aspettative dei nostri compagni, ha nettamente favorito la destra populista. Gli ebrei provenienti dal mondo arabo, per tacere di quelli russi, essendo segnati segnati dall’ostilità esistenziale sia verso il socialismo reale che verso l’èlite socialista allora al potere; per tacere degli arabi. Come si diceva, siamo qui di fronte all’esasperazione di fattori di crisi che investono, in maggiore o minor misura, tutta l’area del socialismo democratico.Come risorgere, allora? O, più esattamente, come evitare di diventare irrilevanti in un terreno che i socialisti non hanno saputo coltivare, fino a vederlo occupato da altri; ma che, nel frattempo, è diventato oggettivamente sempre meno coltivabile?I suggerimenti che continuano ad arrivare dal mondo intellettuale e accademico sono per lo più interessanti e pregevoli. Ma hanno due difetti, per ora insuperabili, relativi alla comunicazione ma anche alla sostanza del messaggio. Nel primo caso, le riflessioni dei Piketty o degli Strauss Kahn (per citare solo due esempi) hanno molti pregi ; ma non a quello di com/muovere e ancor più di mobilitare i loro destinatari. Certo, i grandi profeti non nascono a domanda (e, questo vale anche per i socialisti). Ma il fatto è che il personale culturale e politico a disposizione non è in grado di suscitare energie e passioni comparabili a quelle alimentate della destra autoritaria e populista. E i rimedi suggeriti in proposito, diversi se non opposti nei contenuti, hanno in comune l’inefficacia.Inefficace, per non dire irrilevante, il bollito scaduto del riformismo, leggi di un socialismo che parte dall’ordoliberismo ma non arriva da nessun’altra parte. Ma anche il ritorno all’ortodossia di una contestazione generale quanto generica, fatta di denunce che lasciano il tempo che trovano e della riproposizione di ricette spesso superate.Naturalmente, tutte le mie simpatie vanno ai Corbyn e ai Sanders. Ma non al punto di pensare che, in un mondo dominato dalla paura e non dalla speranza, la loro capacità complessiva di suscitare adesioni sia superiore al loro effetto di rigetto.E allora bisognerà assolutamente alzare il tiro. Non foss’altro perché siamo in una fase di transizione tra la fine del vecchio ordine e la faticosa e lontana nascita del nuovo; fase di incertezza e di disordine in cui la catastrofe è sempre possibile.Ora, per risuscitare la speranza, c’è bisogno di un movimento che l’incarni. Che sappia contestare il capitalismo imbarbarito di oggi anche per la sua insufficienza sistemica. E che restituisca ai socialisti la capacità di partecipare in prima persona, anche se in un quadro e con scelte diverse dal passato, al movimento permanente dell’umanità in direzione di un mondo migliore.Una rivoluzione copernicana; l’unica possibile.