Archive for aprile 22nd, 2020

aprile 22, 2020

Cos’è veramente la UE

Di Franco Bartolomei – coordinatore nazionale di Risorgimento socialista

Risultato immagine per risorgimento socialista

LA UE e’ una superstruttura finanziaria , monetaria , e normativa , finalizzata ad imporre in modo vincolante ed autocratico a tutti gli stati che la compongono un ordinamento sociale rigorosamente liberista e totalmente funzionale ai processi di globalizzazione finanziaria .

,attraverso la soppressione della loro sovranita’ costituzionale .

Lo strumento principale di garanzia e di tenuta di questo processo di omologazione sociale e’ l’EURO ,come moneta comune agli stati trai…

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aprile 22, 2020

Sospensione rate mutui e prestiti, nuovo accordo: durata e requisiti

Sospensione rate mutui e prestiti, nuovo accordo: durata e requisiti

Sospensione rate mutui e prestiti, pronto il nuovo accordo tra banche e associazioni di consumatori. La novità è stata diffusa direttamente dall’ABI, con un comunicato stampa sul suo sito il 22 aprile.

Grazie al nuovo accordo appena annunciato dall’Associazione Banche Italiane è possibile sospendere fino a 12 mesi la quota capitale delle rate dei mutui, così come per altri finanziamenti a rimborso rateale.

L’accordo è stato stipulato tra ABI e le Associazioni di consumatori (Acu, Adiconsum, Adoc, Altroconsumo, Asso-Consum, Assoutenti, Cittadinanzattiva, Codacons, Confconsumatori, Centro Tutela Consumatori e Utenti, Federconsumatori, La Casa del consumatore, Lega consumatori, Movimento consumatori, Movimento difesa del cittadino, Udicon, Unione nazionale dei consumatori).

L’accordo raggiunto, sostiene ABI, permetterà di dare maggiore sostegno economico alle famiglie, lavoratori autonomi e liberi professionisti per tutta la durata della crisi sanitaria e finanziaria.

Vediamo dunque quali sono i requisiti per poter accedere alla sospensione delle rate dei mutui e dei prestiti.

Sospensione rate mutui e prestiti, nuovo accordo: stop fino a 12 mesi

Nuovo accordo per accedere alla sospensione delle rate dei mutui e dei prestiti: è l’ABI stessa a diffondere la notizia, tramite il comunicato stampa del 22 aprile 2020.

L’accordo amplia i sostegni economici a famiglie, partite IVA e professionisti che sono stati colpiti dalle misure di contenimento del contagio, dando loro la possibilità di sospendere fino a 12 mesi le rate dei mutui garantiti da immobili e degli altri finanziamenti a rimborso rateale.

Gli ambiti di intervento dell’Accordo sono:

  • mutui garantiti da ipoteche su immobili non di lusso erogati prima del 31 gennaio 2020 a persone fisiche per ristrutturazione degli stessi immobili ipotecati, liquidità o acquisto di immobili non adibiti ad abitazione principale, che non rientrano nei benefici previsti dal Fondo Gasparrini;
  • prestiti non garantiti da garanzia reale a rimborso rateale erogati prima del 31 gennaio 2020.

La sospensione comprende anche le eventuali rate scadute e non pagate dopo il 31 gennaio 2020. Inoltre, la sospensione non determina l’applicazione di alcuna commissione.

Il processo di ammortamento verrà ripreso al termine del periodo di sospensione. Il piano di ammortamento verrà prorogato per una durata pari al periodo di sospensione.

Sospensione rate mutui e prestiti, nuovo accordo banche e associazioni: i requisiti

Per poter accedere alla moratoria di mutui e prestiti messa in conto dal nuovo accordo sono previsti determinati requisiti:

  • la cessazione del rapporto di lavoro subordinato per qualsiasi tipo di contratto;
  • la sospensione dal lavoro o riduzione dell’orario di lavoro per un periodo di almeno 30 giorni;
  • morte o insorgenza di condizioni di non autosufficienza;
  • la riduzione di un terzo del fatturato causata dall’evento epidemiologico per lavoratori autonomi e liberi professionisti.

A breve sarà pubblicato l’elenco delle banche che adottano il suddetto accordo sul sito dell’ABI, insieme al modello del modulo di domanda per accedere all’iniziativa.

L’iniziativa si inserisce nell’ambito della collaborazione tra ABI e Associazioni dei Consumatori e del Protocollo d’intesa “CREDIamoCI”.

aprile 22, 2020

Carceri: evitare una strage annunciata.

di Beppe Sarno

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L’emergenza carceraria ormai non fa più notizia, eppure le carceri italiane per quanto emerge dai dati del Ministero della Giustizia, al 29 febbraio (dato più aggiornato) in Italia i detenuti erano 61.230, a fronte di una capienza regolamentare delle carceri pari a 50.931 posti.

In altre parole, dove dovrebbero stare 100 persone lo Stato italiano ne ha confinate 120. Le ribellioni di questi giorni,  peraltro a fronte di misure restrittive più stringenti per evitare il contagio da coronavirus hanno messo in evidenza la fragilità di questo sistema e la precarietà di una situazione insostenibile.

Il 15 marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha redatto delle linee guida applicabili in ambiente detentivo allo scopo di prevenire la diffusione del coronavirus.

Tra queste raccomandazioni innanzitutto quella di osservare la distanza fisica di un metro. Ma è possibile questo nelle nostre carceri?

Il governo dal canto suo ignora il problema prevedendo misure per i  carcerati nel  decreto del 17 marzo che è stato  da più parti criticato perchè  dimostra l’assoluta indifferenza della nostra classe politica ad un problema così grave.

Sono stati vietati ai carcerati i colloqui con i familiari e  prevede la detenzione domiciliare per chi debba scontare una pena o un residuo di pena fino a 18 mesi. Secondo calcoli fatti  saranno poco meno di tremila i beneficiari di questa misura.

Mentre la politica si divide  la magistratura cerca di affrontare il problema  e tentare di risolvere l’emergenza carceraria utilizzando le norme esistenti.

Il primo aprile, il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, dopo una riunione via web con i Pg di tutta Italia, ha sottoscritto un documento di 19 pagine che, sfruttando le leggi attualmente in vigore, tenta di affrontare il surplus di detenuti chiusi nelle patrie galere che, per oggettiva mancanza di spazio, non possono rispettare le regole anti Covid-19 ovviamente obbligatorie per tutti gli italiani. La parola chiave con cui si chiude il testo è “detenzione domiciliare semplice”, indicata come la strada maestra da seguire.

Il documento parte  dalla constatazione semplice che per affrontare l’urgenza del coronavirus servono misure di effettiva emergenza.

 

L’ex PM Giuseppe Cascini, ex pubblico ministero a Roma, oggi consigliere al Csm propone che escano dalle carceri al più presto tutti coloro che devono scontare ancora tre anni di pena. E che non entri neppure in cella chi è stato condannato a 4 anni ed è in attesa dell’esecuzione.

la magistratura ordinaria ha immediatamente risposto con atti concreti adottando una serie di misure volte a scongiurare l’emergenza sanitaria in corso.

Vale la pena di sottolineare la decisone del tribunale di Sorveglianza di Milano che con ordinanza n. 2206 del 31 marzo 2020 ribaltando la decisone del tribunale di sorveglianza di Pavia annullava la decisone di rigetto di applicazione della detenzione domiciliare  nei confronti di un detenuto, con fine pena al 24 novembre 2020 condannato per reati gravi.

Per il magistrato di Pavia la detenzione in carcere non era incompatibile con l’epidemia da coronavirus. Beato lui!

Il Tribunale di Sorveglianza di Milano ribaltava la decisione del Giudice di Sorveglianza di Pavia e disponeva il differimento della pena nella forma della detenzione domiciliare fino al suo termine. Nel motivare il provvedimento il Presidente del Tribunale di Sorveglianza stabiliva che “non è possibile fronteggiare l’emergenza così drammaticamente insorta: il virus corre più veloce di qualunque decisone, che, alle condizioni date,è certo perverrebbe fuori tempo massimo.”

Il diritto alla salute posto come una dei cardini della nostra Carta Costituzionale è stato considerato in questa decisione meritevole di tutela prevalente rispetto ad ogni altra considerazione, mettendo in secondo piano le istanze sociali correlate alla pericolosità del detenuto.
l’Unione delle Camere penali e l’Associazione dei docenti di diritto penale ha dichiarato che servono “ulteriori misure di rapida applicazione che portino la popolazione detenuta al di sotto della capienza regolamentare effettivamente disponibile“. (10.000 in meno)

le indicazioni di Cascini se inserite in un contesto normativo, magari nella legge di conversione del dl 17 marzo  dimostrerebbe una solidarietà che i detenuti nella situazione attuale, e non solo, meritano, quindi la proposta  per evitare una strage annunciata deve essere  che tutti coloro che devono scontare ancora tre anni di pena possano scontare la pena residua nella forma di detenzione domiciliare e chi è stato condannato a 4 anni ed è in attesa dell’esecuzione non entri neppure in carcere applicando anche a questi la misura del differimento della pena nella forma della detenzione domiciliare fino al suo termine o mediante l’affidamento ai servizi sociali.

aprile 22, 2020

Italexit: l’uscita dall’euro non è da escludere – Financial Times

 Cristiana Gagliarducci

 Il rischio Italexit torna a far discutere. L’analisi del Financial Times
Italexit: l'uscita dall'euro non è da escludere - Financial Times

Attraverso la penna dell’editorialista Wolfang Munchau, il quotidiano ha dipinto tre scenari differenti, alcuni meno probabili di altri, che potrebbero delinearsi nei prossimi mesi.

Tra questi come non citare l’Italexit, ossia la possibilità di uscire dall’euro, rispolverata negli ultimi anni con la progressiva avanzata dei partiti euroscettici. La domanda sorge spontanea: il rischio esiste ancora?

Rischio Italexit: i tre scenari del FT

I tre scenari del Financial Times sono partiti da due considerazioni ormai assodate: nel 2020 il Prodotto Interno Lordo dell’Italia crollerà (come confermato dal FMI e da altri illustri analisti) mentre il debito pubblico decollerà.

Scenario 1 – L’intervento della BCE

In questo primo caso, nel Consiglio europeo di domani gli Stati membri troveranno un compromesso su un fondo di ristrutturazione.

“Una volta che gli applausi svaniranno e le persone inizieranno a concentrarsi sui dettagli, esse si renderanno conto che (il fondo, ndr) non avrà alcuna rilevanza macroeconomica. Ciò lascerà la BCE, ancora una volta, come l’unica istituzione dell’UE che conta. Quest’anno il suo programma sulla pandemia farà il necessario.”

Nel primo scenario non ci sarà il rischio Italexit. Ad agire sarà nuovamente l’istituto centrale magari con le OMT, Outright Monetary Transactions mai davvero lanciate. Come ricordato dal FT, il programma permetterebbe a Francoforte di acquistare direttamente titoli di Stato dei Paesi più colpiti dalla crisi ma soltanto in caso di accettazione del MES.

Una strada poco probabile viste le opposizioni dell’Italia nei confronti del fondo salva-Stati e le incertezze sulle reali possibilità di attivare le OMT.

Scenario 2 – Default/Ristrutturazione debito

Questa ipotesi richiederebbe comunque l’intervento della BCE che permetterebbe al debito del Belpaese di non perdere il suo status. Allo stesso tempo, però, uno scenario del genere metterebbe in difficoltà gli istituti bancari che, viste le grandi quantità di BTP detenute, potrebbero fallire.

Una possibile soluzione? Quella di “tagliare” i bond nazionalizzando i depositi e “spazzando via gli investitori”.

Scenario 3 – Italexit

Uno scenario poco probabile, secondo il Financial Times, ma non da escludere.

“Come accaduto nel Regno Unito, gli italiani stanno iniziando ad accusare l’UE di qualsiasi cosa vada storta.”

In questo contesto il Movimento 5 stelle potrebbe tornare a guadagnare consensi cavalcando politiche anti-UE. L’euroscetticismo, ha tuonato il quotidiano, non finirà neanche dopo il lockdown.

In linea di massima, comunque, il rischio Italexit appare al momento molto basso. Certamente l’argomento continuerà ad essere dibattuto anche alla luce delle prossime decisioni dell’UE.

aprile 22, 2020

Se Conte ricorre al MES può cadere il governo

 Alessandro Cipolla

  L’eurodeputato del Movimento 5 Stelle Ignazio Corrao non ha dubbi sulle conseguenze che ci sarebbero in caso di un ricorso al MES da parte dell’Italia: “Cade il governo, ma non credo che Conte lo attiverà”.
Se Conte ricorre al MES può cadere il governo

La storia è ben nota. Dall’Eurogruppo sono uscite fuori quattro soluzioni per aiutare economicamente i Paesi membri a sostenersi durante questa crisi dovuta dal coronavirus, tra cui anche un MES rivisitato vista l’emergenza in corso.

L’unica cosa che al momento appare certa è che per l’Italia ci sarebbero 36 miliardi a disposizione per le spese sanitarie. Sulla presenza o meno di condizionalità non è ancora dato sapere, così come sulle modalità di attivazione, con le linee guida che verranno decise (forse) nel Consiglio Europeo di giovedì.

Una parte del Partito Democratico e Italia Viva sarebbero favorevoli a un utilizzo del MES senza condizionalità, mentre il Movimento 5 Stelle non ne vuol sapere a prescindere. In mezzo c’è Giuseppe Conte che ha più volte ribadito come al momento l’Italia non è interessata ad attivare il fondo, puntando tutto invece sugli Eurobond.

Il premier durante il Consiglio Europeo potrebbe anche non porre il veto sul MES per non mettere in difficoltà quei paesi come la Spagna che vorrebbero utilizzarlo, senza che poi l’Italia poi ne faccia a sua volta richiesta.

Con il MES governo a rischio

Secondo le immancabili voci di corridoio, alla fine però Conte potrebbe anche decidere di non rinunciare ai 36 miliardi che sarebbero a disposizione per l’Italia. L’ultima parola comunque spetterebbe sempre al voto in Parlamento dove i giallorossi potrebbero andare in crisi.

Intervistato da La Repubblica l’europarlamentare del Movimento 5 Stelle Ignazio Corrao, considerato vicino ad Alessandro Di Battista, non ha usato giri di parole nel far capire come il governo Conte bis potrebbe arrivare al capolinea in caso di una attivazione del MES.

La conseguenza immediata sarà la caduta del governo – ha spiegato Corrao – Tutti nel M5S, anche i più moderati, sono sempre stati contro il MES. Ma non credo che Conte vi ricorrerà, è sempre stato di parola. Se l’Italia attiverà il Mes, sarà un altro governo a farlo”.

 

aprile 22, 2020

Calamari ripieni all’andalusa.

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I calamari ripieni all’Andalusa sono un piatto tipico della località di Guadix, in Granada.
Sono una semplice ricetta molto popolare nel sud della Spagna e, più in generale, in tutti i Paesi mediterranei.
I calamari ripieni all’andalusa vengono preparati con un ripieno di calamaro cotto in un soffritto di cipolla e carota, e tenuto assieme da uovo e pangrattato.
Di ricette dei calamari ripieni all’andalusa ne esistono molte, ad esempio un’altra versione molto diffusa è quella che prevede un ripieno di carne.

Leggi anche: Calamari alla griglia

INGREDIENTI

298
CALORIE PER PORZIONE
Calamari 4 grossi (da circa 80 gr l’uno)
Cipolle 1
Carote 1
Pomodori ramati 3
Uova 2
Zafferano 1 bustina
Prezzemolo 1 ciuffo
Pangrattato 5 cucchiai
Olio extravergine d’oliva 6 cucchiai
Sale fino q.b.
Pepe nero q.b.

https://ricette.giallozafferano.it/Calamari-all-andalusa.html

aprile 22, 2020

Coronavirus USA: cosa si nasconde dietro le proteste anti-lockdown?

di  Violetta Silvestri

Coronavirus USA: cosa si nasconde dietro le proteste anti-lockdown?

La sfida politica è tutta concentrata su due concetti chiave, in netto contrasto: mantenere prudenza da una parte – soprattutto per la precarietà sanitaria – e accelerare la ripresa delle attività e delle libertà dall’altra.

Una vera battaglia si sta scatenando all’interno della grande potenza economica, ben rappresentata dalle proteste anti-lockdown iniziate – e ancora attive – in alcuni Stati USA.

Cosa vogliono i cittadini scesi in strada? Tornare a lavorare, uscire di casa, aprire aziende e negozi. Proprio come desidera Donald Trump. Non a caso, le manifestazioni contro il blocco stanno sempre più diventando un sostegno alla campagna per la rielezione del presidente repubblicano. Cosa nascondono realmente?

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Negli USA c’è chi non teme il coronavirus. Nonostante i 2.000 morti al giorno

Proteste anti-lockdown negli USA: campagna elettorale pro-Trump?

Non è proprio un caso che le proteste anti-lockdown che si stanno diffondendo negli USA stiano avvenendo in tutti gli Stati chiave per le elezioni presidenziali di novembre.

Secondo Reuters, in Michigan, gli organizzatori della manifestazione della scorsa settimana contro l’ordine di restare a casa del governatore democratico Gretchen Whitmer sono tutti coinvolti nella campagna a sostegno di Trump.

In altri Stati incerti sull’esito del voto, come Pennsylvania, Wisconsin e Carolina del Nord, i legislatori repubblicani, i leader di partito e gli alleati del presidente in carica hanno incoraggiato i loro seguaci sui social media a unirsi alle proteste, spesso organizzate da attivisti conservatori – come il Tea Party – e gruppi a favore dei diritti alle armi.

Nel Wisconsin, dove Trump vinto con meno di un punto percentuale nel 2016, Stephen Moore, membro del consiglio del presidente per riaprire l’economia e consigliere economico esterno della Casa Bianca, ha esortato le persone a partecipare a una manifestazione anti-lockdown.

Alla protesta di lunedì a Harrisburg, la capitale dello Stato della Pennsylvania, diversi parlamentari repubblicani si sono rivolti alla folla, prendendo in prestito gli slogan preferiti di Trump.

Riapriamo l’economia. Facciamo di nuovo grande la Pennsylvania”, ha dichiarato il senatore repubblicano Doug Mastriano.

E ancora, nel Wisconsin, i repubblicani hanno fatto causa per bloccare l’ordine del governatore democratico che estende l’obbligo di restare a casa fino al 26 maggio.

In questo scenario, occorre ribadire che Donald Trump non ha mai nascosto la sua simpatia – e il suo appoggio – al movimento anti-lockdown che si sta creando.

Persone responsabili, che vogliono tornare a lavorare: così le ha etichettate il presidente, incitandole attraverso discutibili slogan su twitter. E non sono mancate critiche contro l’eccessivo rigore imposto dai governatori democratici.

Nonostante il piano di riapertura proposto con le linee guida dalla Casa Bianca cerchino di mantenere la prudenza, è evidente che Trump scalpita per ritornare alla normalità. E i cittadini in piazza lo stanno galvanizzando, preparando la sua campagna elettorale.

 

aprile 22, 2020

Giornata della Terra 2020: il clima e la covid

La Giornata della Terra 2020 deve fare i conti con la covid. Finita l’emergenza, i timori per l’economia metteranno in secondo piano il dibattito sul clima?

Earth Day 2020: la Terra e il suo sgradito ospite

Il 22 aprile si celebra il 50° anniversario della Giornata della Terra. Un appuntamento che quest’anno, in molti Paesi del mondo, si terrà perlopiù con iniziative in streaming a causa della CoViD-19: i programmi della giornata sono su Earth Day Italy e #OnePeopleOnePlanet.

Al momento la covid è la maggiore sfida per i governi di tutto il mondo, e il punto è proprio questo: se nel breve periodo l’obiettivo è sconfiggere il coronavirus SARS-CoV-2, non ci si deve dimenticare di uno dei maggiori problemi della nosta epoca, la crisi climatica. Il tema dell’Earth Day 2020 è agire per il clima, ed è proprio ciò che gli esperti del Programma di Valutazione degli schemi di Certificazione Forestale italiano (PEFC) temono non accadrà, superata l’emergenza sanitaria, e per questo sottolineano l’importanza di tutelare l’ambiente e le foreste e di vegliare sull’operato dei Governi, che, preoccupati di far ripartire l’economia, potrebbero rendere più flessibili le leggi a tutela dell’ambiente.

DEFORESTAZIONE… Secondo le stime della FAO (Food and Agriculture Organization), tra il 2010 e il 2015 il mondo ha perso in media 6,5 milioni di ettari di foreste l’anno (65.000 km quadrati, quasi tre volte la Lombardia). Tra le principali cause imputabili all’umanità spiccano zootecnia, agricoltura intensiva, conversione di foreste in piantagioni e utilizzo del legname. «Il legno è la materia prima per antonomasia dello sviluppo sostenibile», afferma Maria Cristina D’Orlando, presidente di PEFC Italia. «Deve però provenire da una gestione sostenibile delle foreste, non dalla loro distruzione.»

 

… E CORONAVIRUS. Coronavirus e deforestazione, epidemie ed estinzioni, sono fenomeni interconnessi. La distruzione delle grandi foreste e la compravendita e il consumo di specie animali selvatiche favoriscono la diffusione di virus zoonotici, che possono cioè passare da animale a uomo, come il coronavirus SARS-CoV-2.

aprile 22, 2020

Il Myanmar rilascia 25mila detenuti: è la più grande scarcerazione di massa degli ultimi dieci anni

Ogni anno in Myanmar in concomitanza con il Capodanno che in Birmania viene festeggiato ad Aprile, vengono scarcerati un certo numero di detenuti. L’anno scorso, secondo i media statali, sono stati circa 23.000. L’anno precedente erano stati 8.000, quest’anno quasi 25.000, con ogni probabilità circa un quarto della popolazione carceraria.

Secondo l’AAPP, un’associazione che assiste i prigionieri politici, sarebbero oltre 90.000 le persone sotto il tetto del sistema carcerario che soffre di pesante sovraffollamento con strutture detentive che avrebbero raggiunto il doppio o il triplo della loro capacità. Non esistono invece stime ufficiali sul numero dei detenuti fornite dal governo.

Ufficialmente in Myanmar non esistono neanche prigionieri politici ma i gruppi per i diritti umani birmani sostengono che le persone incarcerate per la loro attività politica siano dozzine. Secondo l’associazione per i diritti umani Athan, nel 2019 più di 331 persone erano state perseguite per reati legati alla libertà di espressione; tra loro ci sono i membri di una compagnia di poesia satirica e alcuni studenti che avevano protestato contro la chiusura di internet imposta dal governo.

Il presidente birmano ha citato “motivi umanitari” tra le ragioni del rilascio ma alla domanda specifica su che tipo di prigionieri fossero stati rilasciati è stato risposto che la prigione non mette “etichette”. Secondo Amnesty International diversi prigionieri noti per reati di opinione e attivisti non sono stati inclusi nell’amnistia.

Nonostante la più grande scarcerazione degli ultimi dieci anni le carceri del Myanmar restano affollate, insalubri e carenti di servizi sanitari. Una situazione ancora più grave durante l’epidemia di COVID-19, allorché il distanziamento sociale e l’autoisolamento sono praticamente impossibili.

aprile 22, 2020

Il collasso del petrolio.

Il prezzo del petrolio è collassato ulteriormente.

Shock petrolio: la situazione sta addirittura peggiorando. Occhio ai dati

Per la quotazione del WTI, e ormai anche per quella del Brent, la terza settimana di aprile si è rivelata disastrosa.

Prima c’è stato il tracollo dei futures USA sui contratti di maggio, affondati persino sotto la parità. Poi, invece, il caos ha definitivamente travolto l’intero mercato e il prezzo del petrolio è crollato ancora lasciando tutti a bocca aperta. La situazione, oggi, è addirittura peggiorata.

Prezzo del petrolio: quotazione WTI sotto la lente

Ad attirare l’attenzione nelle ultime ore è stata in particolar modo la quotazione del WTI visto che, in previsione della scadenza dei contratti di maggio ieri avvenuta, il mercato ha dato vita a un imponente sell-off che ha imposto al prezzo del petrolio di crollare in negativo a -37 dollari al barile.

Con il passare delle ore, però, la drammatica situazione ha smesso di interessare solo la scadenza di maggio. Anche i futures sui contratti di giugno sono affondati tanto da riportarsi intorno ai minimi del 1974, in area $10.

Il sentiment di avversione al rischio ha nuovamente guadagnato terreno, mentre l’OPEC+ non è sembrato propenso ad azioni immediate per frenare il tracollo del mercato. Dalla conferenza telefonica avuta ieri, d’altronde, non sono emerse novità di rilievo tra i Paesi produttori.

Al momento in cui si scrive, i futures sui contratti di giugno stanno continuando a perdere quota: il prezzo del petrolio WTI sta scambiando poco sopra i $10,8 al barile.

Occhi sul Brent

Nelle prime ore di ieri, il greggio del Mare del Nord ha continuato a viaggiare per la sua strada, quasi ignorando il tracollo della quotazione del WTI. Una situazione, questa, che ha tuttavia avuto vita breve.

In giornata, anche il Brent è stato travolto dalle vendite e ha registrato perdite a doppia cifra percentuale. I futures sui contratti di giugno, nello specifico, si sono inabissati di oltre il 15%.

Al momento in cui si scrive, il prezzo del petrolio nordico sta scambiando intorno ai $16 al barile.