Solidarietà!

di Alberto Benzoni!

Avvento di fraternità - per incontrare Cristo povero | Caritas ...

Come usciremo da questa crisi? Non come una persona guarita da una polmonite o da un cancro che, riaperta la porta di casa, ricomincia la sua vita normale, con tutte le sue facoltà intatte. Ma piuttosto come una persona colpita da un ictus o da una rottura del femore, che deve recuperare faticosamente le sue facoltà e che non riesce a trovare accanto a sé persone che l’assistano.

Questa persona, noi, sarà certo più sobria e più attenta. Meno viaggi in paesi esotici e più attenzione alle infinite bellezze del proprio paese; meno pubblicità e più realtà; meno illusioni individuali e più attenzione ai beni collettivi; meno domeniche nei supermercati e più visite nei negozi sotto casa. Meno oggetti rutilanti; più oggetti duraturi. E, per dirla più in generale, meno consumo e sciupio e più risparmio e conservazione.

Ma sarà anche, attenzione, più chiusa. In generale, a un mondo esterno da cui sono apparsi molti pericoli ma pochi soccorsi. Ma anche agli estranei; anche perchè avremo sempre qualche avvelenatore di pozzi ad alimentare i nostri sospetti. Faremo molta fatica a recuperare i nostri spazi pubblici e i luoghi dei nostri incontri collettivi: stadi, cinema, teatri, discoteche ma anche le sedi e le manifestazioni della politica. Ascolteremo di più (non abbiamo fatto altro ai tempi della crisi) ma in quanto a esercitare il nostro di parola, la vedo dura. E, per dirla più in generale, seguiremo a chiuderci in noi stessi; e, quando riapriremo, lo faremo con molta difficoltà.

Vivremo più poveri in un mondo più povero. In genere i paesi poveri sono anche più giusti. Ma non è affatto detto che questo lo sia.

Sono tornati in campo è vero, a salvarci dal disastro, gli stati e la spesa pubblica; e, per nostra fortuna, non si ritireranno certo in buon ordine a missione compiuta. Ma è anche vero che la crisi ha fatto esplodere ogni tipo di disuguaglianza; e che questo tema non sembra al centro dell’attenzione dei governi. Un eufemismo per dire che non lo è affatto nemmeno nel discorso politico.

Saremo perciò, tendenzialmente, non solo più poveri, ma anche più disuguali.

Ma, alla stessa stregua, saremo anche meno liberi.

Impazzano, anche nelle democrazie, gli uomini soli al comando, nell’assenza dei parlamenti e del dibattito politico (a proposito, tanti auguri di pronta guarigione a Boris Johnson; anche perché il suo sostituto è un disastro…). Ma crescono anche i paesi dove, in nome della lotta al coronavirus il Salvatore o il vecchio autocrate di turno è autorizzato a cancellare libertà pubbliche e private. Mentre la scoperta della possibilità di “tracciare” le persone – dove sono, dove vanno, con chi hanno contatti – appare sì, per ora, un frutto proibito ma costituisce anche una tentazione permanente; e un colpo decisivo per le nostre libertà.

Come, allora, risalire la china? Come contrastare collettivamente una tendenza oggettivamente inarrestabile?

Le prime parole che ci vengono in mente sono “solidarietà” e “internazionale” (mi raccomando, da scrivere con la minuscola N.d.A) . E, a primo acchito, ci suonano bene. Constatiamo però, immediatamente dopo, che queste parole ce le sentiamo ripetere da mesi; ma come invocazione. E accoppiate, in forme diverse con “Europa”. E constatiamo ancora, immediatamente dopo, che queste parole hanno il doppio (dis) valore di funzionare nel corso di una seduta spiritica (leggi evocazione dei morti) e, insieme, di un esorcismo (cacciata dei demoni). Intendendo per tali da una parte le istituzioni e le regole internazionali e, dall’altra, gli stati nazionali e le pulsioni nazionaliste (oltre che “populiste”).

La realtà è che, nella battaglia contro il coronavirus, non c’è spazio per istituzioni, regole e iniziative comuni. Fino al punto che la manifestazione delle solidarietà più elementari – come l’invio di mascherine e altro materiale sanitario – è visto con sospetto e consentito solo dopo negoziati “al più alto livello”(“io Trump non dirò più che il virus è cinese”; “tu Cina, mandami le mascherine di cui ho un grandissimo bisogno”; testuale).

Tutti intenti, invece, a gestire singolarmente il presente per essere più forti, oggi e quindi anche domani, rispetto ai propri nemici, ai lacci e lacciuoli della democrazia e ai propri concorrenti internazionali. Non a caso, a guidare il percorso, l’America di Trump (consensi in forte crescita per la sua gestione della crisi):”far ripartire a qualsiasi costo l’economia” per poi “fargliela vedere”; a russi, cinesi, iraniani, europei e via elencando.

C’è dunque da essere pessimisti sul futuro. Meno liberi. Meno uguali. E, ora, almeno collettivamente, meno buoni e cioè meno solidali. Perché, in un ordine internazionale in cui i buoni esortano e i cattivi agiscono, vincono i secondi.

La partita, però, non è persa. Perché abbiamo ancora risorse a nostra disposizione.

E’ vero. Il vecchio antagonista socialista è scomparso dalla scena. Ma non è morto. Giace invece addormentato, come il Federico Barbarossa della leggenda, in qualche caverna dell’Asia minore; ma pronto a ritornare in campo, sempre come dice la leggenda, se richiamato da mille e mille voci a soccorso.

E queste voci diventano più forti giorno dopo giorno. Sono quelle della protesta e della rivolta momentaneamente sospese o soppresse ma non tutte e non definitivamente. Sono quelli di tanti esponenti dell’establishment che ne denunciano la debolezza e il fallimento: imprenditori, economisti, specialisti, opinionisti, politici di ordine e grado. E ci sono soprattutto i tanti che hanno riscoperto, nel giudizio di Dio cui stiamo sottoposti, ciascuno a suo modo, il dono della profezia: rivivere il passato per immaginare il futuro. E cioè riscoprire esistenzialmente i valori della libertà e dell’uguaglianza, oggi gravemente minacciati e il ruolo decisivo della fraternità nell’affermarli e nel difenderli. Per ripartire da questa; nella teoria e nella pratica. La prima a morire nel macello della prima guerra e nell’uso strumentale e tutto interno degli eredi di Lenin; ma per risorgere oggi più forte che mai.

Immaginate, allora, di riunire questi “tanti” in una stanza. E di fargli ascoltare l’Internazionale. Una musica che ti commuove, sempre, e in qualunque circostanza; e non solo per la sua trascinante bellezza ma perché ha il dono di farti sentire come parte di un tutto. E le sue parole finali: “e l’Internazionale sarà il genere umano”.

Non è un esperimento per “vedere l’effetto che fa”. Perché li c’è tutto, ma proprio tutto. Un impegno politico ed etico, ma anche un movimento, una fiamma che sentiamo ricrescere in ogni angolo e che nessuno potrà mai spegnere o soffocare.

Almeno per ora, un argine nei confronti del dilagare del male. Almeno per ora, quanto basta per farci sperare nel futuro.

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