Musica, maestro!

di Gina Ascolese

Il romanzo storico ‘La fontana di Bellerofonte’ dello scrittore C. Genovese contiene , tra i tanti episodi che potrebbero vivere anche di vita autonoma, questo che segue, particolarmente esilarante. Ambientazione: Avellino, centro storico, la pittoresca cantina di Andrea Ficca, 1820. E’ sera: donne a casa, uomini in cantina a farsi compagnia davanti a qualche allegra sorsata di vino. Tra gente semplice non c’è da aspettare il carnevale per immaginarsi seduti nel grande teatro imperiale di Vienna, tra re, regine e diplomatici. Lì il compaesano Michele ebbe pochi anni addietro l’occasione di ascoltare, di nascosto, nientedimeno che la Settima di Beethoven diretta dal compositore in persona. A grande richiesta Michele impersonerà per gli amici di bevuta ‘Beethoven’ tutto braccia e bacchetta in mano. E il pubblico di ‘raffinati intenditori avvinazzati’ ordinerà il ‘crescendo’ nei momenti di maggior impeto orchestrale!

Celestino Genovese è scrittore di origine irpina, di grande forza espressiva e immaginazione, psicoanalista ed ex docente universitario, autore di molti saggi scientifici.

Ed ecco qui la narrazione del brano, a cui abbiamo dato un titolo indicativo:

Crescendo e…. Beethoven! (Cap.7)

Una cantina a sera, un lungo tavolo attorno a cui siedono otto buontemponi a bere. Un gran pentolone di ‘laine e ciceri’ (un buonissimo piatto di tagliatelle larghe e corte, bianche, ovviamente fatte in casa, e ceci: piatto della tradizione irpina) e  attorno alla pietanza una schiera di vispi cucchiai di stagno che “cominciavano i loro viaggi di andata e ritorno” in compagnia di ‘lunghe sorsate di vino fresco’.  Il ‘ventre’ della cantina, viene così somatizzato il luogo, dà l’impressione di una simbolica cornucopia o altro simile, con libertà di alzare la voce, schiamazzare, fare battutacce…  con  allusioni salaci e  smargiassate carnevalesche.

Tutta la sequenza ha una parola chiave, “crescendo”, soprannome di Michele: si è detto il perché. Crescendo si è riscaldato, dopo vino e cucchiaiate saporite, tenendo banco con lazzi pruriginosi spassosissimi, in dialetto irpino, alle spalle

di Talleyrand e teste coronate d’Europa: si tratta di ‘volgarissime corna’ di gusto ‘carnevalesco’. Il nipote, bella però la moglie del nipote,e  i faticosi viaggi di andata e ritorno, che cosa non si fa per una bella donna? Tutto vero! Tutti pettegolezzi di cucina…! (Michele ha accompagnato nel 1815 un signore a Vienna per il famoso congresso: ovviamente come servitore, perciò in prospettiva straniante ‘dal basso’). Ma ora si produrrà nel pezzo forte: cercherà di descrivere a suo modo tutta la Settima beethoveniana, trasportandola  dalla sala magnifica e regale del teatro imperiale, lui analfabeta o quasi, nella modesta cantina avellinese del Regno delle due Sicilie.  E con una magica bilocazione del compositore in persona!  ‘Ludwigh, se ci sei batti un colpo!’ verrebbe da suggerire… Ma non ce n’è bisogno: Eccolo qua il maestro, non si vede? E’ Crescendo!  ‘Sordo?… E come faceva? …Ma allora non era vero che era sordo….” e il parlottio continua, ma…

si apre il sipario e via alla ‘rappresentazione’! Rievocando prodigiosamente tutto sul filo della memoria, dopo anni, il promosso Beethoven irpino solleva colline, lancia cavalli al galoppo, alza la ‘bacchetta’ e dirige, agitando braccia, corpo, testa,fino al colmo di un climax ascendente, nel rapimento attonito e commosso del ‘pubblico’ in sala ‘vinaria’.E a un cenno del ‘maestro’  gli amici comandano in coro: ‘Crescendo!’ e il volume dell’orchestra sale… Tra onomatopeici ‘perepè perepé perepé’  e corse futuristiche a briglia sciolta sembra di rivivere la dimensione avvolgente riservata da McLuhan alle sale cinematografiche, finché  con un boato finale esplodono gli applausi e una risata generale copre l’emozione rusticana e ‘scornosa’.

 

 

 

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