Archive for marzo 29th, 2020

marzo 29, 2020

La grande fuga.

di Beppe Sarno

Il 29 marzo 1932 moriva esule in Francia uno dei padri del socialismo italiano: Filippo Turati. A me più che ricordarlo da morto piace ricordarlo da vivo e mi piace più di tutto gli episodi della sua vita l’avventuroso episodio del suo espatrio.
il fatto avvenne fra l’11 e il 12 dicembre 1925. In un primo momento si era pensato do farlo espatriare in Svizzera, ma l’impresa si rivelò molto rischiosa e si optò per la via del mare.
“Una vertiginosa fuga in auto per monti e per valli gelate – scriveva Ferruccio Parri organizzatore dell’impresa – sfuggendo fortunosamente i blocchi stradali ci portò a Savona. Adriano Olivetti impassibile e silenzioso guidava la macchina. Ricoverammo al’albergo senza incidenti “il povero vecchio zio sofferente” Fuori dal porto non si può partire, a Vado nemmeno. Si tenta “ai pesci vivi” all’interno del porto. Ma riesce, momenti di sospensione alla bocca del porto: che fragore nei nostri cervelli quel motore! La sentinella è distratta. Evviva!Ammiragli della spedizione erano Lorenzo Dabove , macchinista navale ed Italo Oxilia, capitano di lungo corso. L’industriale Francesco Spirito aveva fornito il motoscafo. [……..] guardavo Turati. Aveva lasciato più che la sua patria e mi pareva una quercia crudelmente sradicata. Sapeva che non avrebbe più rivisto la sua casa, sentiva che sarebbe morto in esilio e lo diceva respingendo dolcemente le proteste di Rosselli. Ora anche Pertini era della partita. ” Continua il racconto Carlo Rosselli sul periodico parigino Libertà “…..dodici ore durò la traversata da Savona alla Corsica. orribili. Più volte dovemmo darci il cambio alla pompa per eliminare l’acqua che ogni ondata ci regalava. Oxilia e Dabove grandi lupi di mare si davano il cambio al timone, sapientemente accogliendo le ondate…..Ma ecco la linea dei monti farsi più chiara col monte Cinto che tutti li sovrasta. L’isola rossa ci saluta. Ci saluta il sole. Calvi svela il suo forte proteso sul mare. Navighiamo ora in un’atmosfera di sogno, zitti in piedi, protesi verso la terra amica. Entriamo i rada verso le dieci del mattino sfiniti, inzuppati ma felici”
Il gruppo viene accolto nel locale circolo repubblicano dove Turati tiene una conferenza.
Dirà Pietro Nenni su le “Soir” del 21 dicembre 1926 “Turati fronteggia dapprima la tirannia mussoliniana, ma ormai nuove leggi di eccezione vietano quel po’ che ancora sussisteva del diritto di parola, di scrivere di pensare ….Rimanere in Italia come ostaggio sarebbe una viltà. Filippo Turati, vecchio sofferente, ha preso la dolorosa via dell’esilio.
Claudio Treves definirà nel 1936 i fuggiaschi “Argonauti del dolore che puntano la prua verso una terra di libertà e di onore per porvi i lari della patria perduta e tradita.”
Scriveva in francese Turati “M hanno incaricato di assumere la direzione di un “Bollettino d’informazione” edito par” la concentration antifasciste Italienne,” Questo bollettino si chiamerà “ITALIA”.
Scriverà Vera Modogliani in “Esilio” “Chi vorrà essere lo storico dell’Italia martoriata dal fascismo troverà in LIBERTA’ dati e informazioni. Vi troverà, in particolare la statistica delle condanne a morte pronunciate in Italia da quell’autentica vergogna giudiziaria che prese il nome di “Tribunale Speciale”
Scrive Pertini, che fu definito il mozzo dell”imbarcazione fuggiasca, a Turati ” Maestro domani è l’anniversario della nostra partenza da Savona ed io voglio ricordarlo con lei”.
Siamo nel dicembre 1927 e Pertini, futuro Presidente della Repubblica, faceva il muratore per sopravvivere.
Beppe Sarno

L'immagine può contenere: 3 persone, persone in piedi
marzo 29, 2020

MI RICORDERO’ DI VOI.

DI Paolo Rumiz
Non c'è solo il coronavirus, l'inquinamento uccide più del fumo e di malattie come Aids e malaria
Stamattina ho appeso fuori dalla porta un foglio con su scritto: «Mi ricorderò di voi quando tutto sarà finito. Di voi che avete smantellato la sanitàpubblica per finanziare centri di estetica e ora tuonate contro lo Stato perché mancano respiratori. Di voi farisei che, mentre pontificavate sulla vita, mettevate il profitto davanti alla vita stessa, e la difesa dei beni davanti a quella delle persone. Di voi, che ci avete coperto di veleni e lasciato desertificare l’Italia dei borghi; e di voi, volonterosi partigiani dell’economia del saccheggio, dello scarto e dello spreco, che avete de-localizzato in Asia e tolto lavoro alla nostra gente. E di voi, che avete coperto tutto questo, facendoci credere che il problema fossero gli immigrati, quando siete stati i primi a chiamarli per ingrassarvi il culo. E soprattutto di voi, ultra-liberisti da talk show, che avete smantellato cultura e senso del dovere, obbligandoci a gestire questa emergenza più con la polizia che con l’educazione civica. E infine di voi, che anche ora, nel momento estremo, seminate zizzania e bugie per coprire di fango chi senza clamore si spende per soccorrere gli ultimi».
Scritto d’impeto, dopo avere letto un report agghiacciante sulle responsabilità dell’ecatombe a Bergamo, epicentro dell’infezione, con centinaia di morti al giorno. Ho due figli lontani, ciascuno con un nipotino. Uno nelle Langhe in Piemonte, l’altro in Svizzera. Il primo non è mai stato così contento di vivere in campagna. «Fino a ieri gli amici mi chiedevano: “ma come fai a vivere lì senza nemmeno un cinema?” e oggi sono io che chiedo loro come fanno a vivere in città, senza la natura accanto». Michele sa che, con una creatura di quattro anni, avere del verde dove sgambare è impagabile. Ora ci sentiamo più di prima, via Skype o Whatsapp. Stasera, su un tavolo pieno di tessere di legno colorato e bandierine, eccomi in collegamento video a spiegare al piccolo, affamato di storia, come Annibale ha battuto i Romani in battaglia, arretrando. Mi guarda, affascinato. Ma il “clou” della giornata è al mattino, quando lui è ancora aletto e al nonno —che per l’occasione indossa turbante e mantello — tocca il racconto della fiaba. Storie italiane mirabilmente asciutte, raccolte da Calvino. Mostri, metamorfosi, incantesimi. Un mondo antico che non ha ancora dimenticato che a governarci sono spesso forze misteriose, complesse e sconosciute.
marzo 29, 2020

Usate le mascherine.

marzo 29, 2020

Musica, maestro!

di Gina Ascolese

Il romanzo storico ‘La fontana di Bellerofonte’ dello scrittore C. Genovese contiene , tra i tanti episodi che potrebbero vivere anche di vita autonoma, questo che segue, particolarmente esilarante. Ambientazione: Avellino, centro storico, la pittoresca cantina di Andrea Ficca, 1820. E’ sera: donne a casa, uomini in cantina a farsi compagnia davanti a qualche allegra sorsata di vino. Tra gente semplice non c’è da aspettare il carnevale per immaginarsi seduti nel grande teatro imperiale di Vienna, tra re, regine e diplomatici. Lì il compaesano Michele ebbe pochi anni addietro l’occasione di ascoltare, di nascosto, nientedimeno che la Settima di Beethoven diretta dal compositore in persona. A grande richiesta Michele impersonerà per gli amici di bevuta ‘Beethoven’ tutto braccia e bacchetta in mano. E il pubblico di ‘raffinati intenditori avvinazzati’ ordinerà il ‘crescendo’ nei momenti di maggior impeto orchestrale!

Celestino Genovese è scrittore di origine irpina, di grande forza espressiva e immaginazione, psicoanalista ed ex docente universitario, autore di molti saggi scientifici.

Ed ecco qui la narrazione del brano, a cui abbiamo dato un titolo indicativo:

Crescendo e…. Beethoven! (Cap.7)

Una cantina a sera, un lungo tavolo attorno a cui siedono otto buontemponi a bere. Un gran pentolone di ‘laine e ciceri’ (un buonissimo piatto di tagliatelle larghe e corte, bianche, ovviamente fatte in casa, e ceci: piatto della tradizione irpina) e  attorno alla pietanza una schiera di vispi cucchiai di stagno che “cominciavano i loro viaggi di andata e ritorno” in compagnia di ‘lunghe sorsate di vino fresco’.  Il ‘ventre’ della cantina, viene così somatizzato il luogo, dà l’impressione di una simbolica cornucopia o altro simile, con libertà di alzare la voce, schiamazzare, fare battutacce…  con  allusioni salaci e  smargiassate carnevalesche.

Tutta la sequenza ha una parola chiave, “crescendo”, soprannome di Michele: si è detto il perché. Crescendo si è riscaldato, dopo vino e cucchiaiate saporite, tenendo banco con lazzi pruriginosi spassosissimi, in dialetto irpino, alle spalle

di Talleyrand e teste coronate d’Europa: si tratta di ‘volgarissime corna’ di gusto ‘carnevalesco’. Il nipote, bella però la moglie del nipote,e  i faticosi viaggi di andata e ritorno, che cosa non si fa per una bella donna? Tutto vero! Tutti pettegolezzi di cucina…! (Michele ha accompagnato nel 1815 un signore a Vienna per il famoso congresso: ovviamente come servitore, perciò in prospettiva straniante ‘dal basso’). Ma ora si produrrà nel pezzo forte: cercherà di descrivere a suo modo tutta la Settima beethoveniana, trasportandola  dalla sala magnifica e regale del teatro imperiale, lui analfabeta o quasi, nella modesta cantina avellinese del Regno delle due Sicilie.  E con una magica bilocazione del compositore in persona!  ‘Ludwigh, se ci sei batti un colpo!’ verrebbe da suggerire… Ma non ce n’è bisogno: Eccolo qua il maestro, non si vede? E’ Crescendo!  ‘Sordo?… E come faceva? …Ma allora non era vero che era sordo….” e il parlottio continua, ma…

si apre il sipario e via alla ‘rappresentazione’! Rievocando prodigiosamente tutto sul filo della memoria, dopo anni, il promosso Beethoven irpino solleva colline, lancia cavalli al galoppo, alza la ‘bacchetta’ e dirige, agitando braccia, corpo, testa,fino al colmo di un climax ascendente, nel rapimento attonito e commosso del ‘pubblico’ in sala ‘vinaria’.E a un cenno del ‘maestro’  gli amici comandano in coro: ‘Crescendo!’ e il volume dell’orchestra sale… Tra onomatopeici ‘perepè perepé perepé’  e corse futuristiche a briglia sciolta sembra di rivivere la dimensione avvolgente riservata da McLuhan alle sale cinematografiche, finché  con un boato finale esplodono gli applausi e una risata generale copre l’emozione rusticana e ‘scornosa’.

 

 

 

marzo 29, 2020

L’etica protestante e lo spirito del capitalismo

 

di Gaetano Petrelli

In questo dipinto di Lucas Cranach il Vecchio (1472-1553) si vede Martin Lutero sulla sinistra, con i capelli grigi, mentre assiste al miracolo di Gesù che resuscita Lazzaro dalla morte

Forse non tutti sanno che “Schuld”, in tedesco, significa non solo “debito” ma anche “colpa”. La concezione luterana (o calvinista) del mondo è meritocratica, e per comprenderla davvero bisogna leggere, tra gli altri, il grande Max Weber, “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”.

La reazione della UE alla grande crisi dei debiti pubblici, a partire dal 2010, si spiega in buona parte con l’esigenza, etica prima ancora che politica ed economica, fortemente sentita dalle nazioni nordeuropee, di non incoraggiare l’azzardo morale foraggiando gli Stati spendaccioni del sud Europa. Poi, certo, c’era anche l’esigenza di tutelare i creditori esposti sui debiti sovrani, tra i quali anche le banche tedesche e francesi. Ma pecca di semplicismo, ai limiti del grottesco, chi considera solo quest’ultima come causa della c.d. austerità imposta a partire dal 2010, come condizione alla quale la Grecia, l’Italia, la Spagna e altri hanno potuto accedere a meccanismi quali le Omt, o il quantitative easing della Bce, salvandosi da un sicuro default. Proprio perché, ripeto, l’elettore tedesco, olandese o finlandese non avrebbe mai accettato di dare aiuti senza condizionalità, incentivando l’azzardo morale. La cifra per la comprensione della realtà è la complessità, non l’ottuso semplicismo dei sovranisti, siano essi europei meridionali o settentrionali. Ed è proprio il complesso scenario suddescritto (ossia, la storia economico-politica dell’Europa nell’ultimo decennio) che viene descritto in questi giorni da Conte e Macron come crisi “asimmetrica”.

Orbene, la tragedia che sta piegando tutto il mondo in queste settimane è qualcosa di totalmente diverso. Nessun azzardo morale, nessuna colpa, nessuna asimmetria. Ci sono persone, popoli, che stanno soffrendo l’indicibile a causa di una terribile pandemìa, e se non si comprende questo, se non sorge ora uno spirito di fratellanza tra popoli che stanno soffrendo insieme, quegli stessi popoli che si sono date istituzioni comuni per evitare guerre fratricide dopo il disastro della seconda guerra mondiale, allora – e lo dice un europeista convinto – non c’è davvero futuro per questa Europa. Perciò bene ha fatto Conte, nella conferenza stampa di ieri sera, come all’Eurogruppo dell’altro ieri, ad essere duro e determinato nei confronti dei partners europei. La storia sta bussando violentemente alla porta, e non si può far finta di niente rifugiandosi, ottusamente, negli schemi e nelle soluzioni pensati per gestire problemi totalmente diversi. La soluzione – per alleviare la drammatica situazione vissuta soprattutto, sul versante economico, dai popoli del sud Europa – c’è ed è semplice: si scorpori il debito contratto per far fronte alla crisi da coronavirus, tutto il debito che serve senza limiti, e si emettano i c.d. coronabond, che godranno di un buon rating e saranno in tal modo meno onerosi, e potranno essere acquistati in buona parte dalla Bce, e per il resto dagli investitori. Certo, si possono studiare altre soluzioni tecniche, ma se vogliamo parlare di Europa al singolare l’epidemia non deve generare debito aggiuntivo per le disastrate finanze pubbliche dei singoli Stati, perché esso non è dovuto a loro colpa, la crisi non è responsabilità di nessuno.

Se così non sarà, prepariamoci a un disastro europeo di proporzioni immani. I popoli italiano, spagnolo, portoghese, greco, non accetteranno di essere ridotti alla fame per l’intransigenza dei popoli del nord (e parlo di popoli, non di governi, perché oggi il conflitto è, purtroppo, in primis tra le diverse opinioni pubbliche, la “pancia” dei diversi paesi). Perché appare chiaro che gli strumenti della Bce, che pure sta agendo bene, non saranno sufficienti, se gli Stati del sud Europa vedranno esplodere i propri debiti pubblici.

Le élites dei paesi nordici devono fare una scelta, e devono farla oggi, altrimenti non potremo mai più parlare di “etica protestante”, ma solo dell’ottuso rigido fanatismo di quanti avranno egoisticamente – e assai poco cristianamente – sepolto insieme a milioni di cadaveri il sogno europeo, per sempre.

marzo 29, 2020

Il mondo che verrà!

di Alberto Benzoni

Anni e anni fa, una signora milanese scrisse una lettera al cardinale Martini. In questa lettera c’era una domanda. E questa domanda era : “quando sarò in cielo, potrò rivedere mio marito?”.

Non conosco la risposta. Ma non riesco a pensare che questa sia stata negativa. Perché se lo fosse stata, la nostra esistenza e il mondo in cui viviamo non avrebbero alcun senso.

Personalmente credo nel “mondo che verrà”. E che questo sia il compimento di un disegno collettivo in cui non si vive e si muore da soli; ma in cui la nostra personale esistenza è legata con infiniti fili a quella degli altri e alla generazione presente e a quelle che ci hanno preceduto. In quel mondo non ci saranno più vincenti e perdenti, fortunati o miserabili, felici o infelici, ricordati o dimenticati: perché tutto verrà riportato alla luce e rimesso al suo posto. E nessuno sarà solo; mai. Una scommessa, certo; ma anche l’unica che dia un senso alla nostra vita.

E mi fermo qui. Perché non intendevo assolutamente approfittare di questa circostanza per aprire un “dibbattito”. Ma solo esprimere un’emozione. Anzi un grande senso di gratitudine.

Nel corso della mia lunga vita ho avuto quasi sempre accanto a me molte altre persone. Senza di loro sarei rimasto quello che ero potenzialmente: quel vecchio accademico raccontato da Cechov che all’appello della figlioccia, fuggita di casa con il solito cialtrone di turno e che, rimasta sola in un albergo sperduto e che gli chiede consiglio e aiuto, risponde: “non so cosa dirti; ho solo idee generali”. Oppure come il padre di Disraeli, sempre chiuso in biblioteca; e magari con la scritta “do not disturb”.

Persone del genere non possono fare niente da soli. Da soli, posso testimoniarlo, non possono né andare al cinema né prendere un caffè. E da soli, posso ancora testimoniarlo, al minimo ostacolo serio o davanti alla prima scelta difficile, precipitano senza essere in grado di risalire da soli.

La mia sorte è stata invece di vivere costantemente in un ambiente che mi coccolava e mi proteggeva. Era quello dei libri: i cui personaggi e le cui vicende mi porto sempre dentro. Era quello di un mondo forse inconsistente ma bellissimo. In cui non si parlava mai né di cibo, né di danaro, né di odi nè passioni, né di sesso, né di potere; e in cui non c’erano buoni e cattivi, amici e nemici, ma solo di persone simpatiche o antipatiche, “autentiche” o “cerebrali”. In questo mondo non c’erano problemi che non potessero essere superati né vicende personali che non potessero risolte con la parola.

La mia sorte? Adesso posso dire la mia fortuna. Perché la forte tensione etica che lo percorreva e, insieme, il bisogno di comunità, mi hanno portato al socialismo. Perché nella sua cultura il successo non era la misura dell’esistenza; il che mi ha consentito di vivere il presente e di guardare al passato con la dovuta serenità, con i dovuti rimorsi ma senza inutili rimpianti. Perché le esperienze che ho vissuto e le cose che ho fatto sono avvenute, sempre, con persone amiche che mi stavano intorno. E, infine, e soprattutto, perché, guardando al passato e al presente ricordo con esattezza tutti, dico tutti, gli atti di gentilezza e di amicizia di cui sono stato oggetto; mentre di offese, odi, rancori non ho alcun ricordo.

Debbo, dunque, a tanti, tanta gratitudine e non finirò mai di manifestarla. Questa varrà per un anno. Poi ci risentiremo. Da Vedova scaltra e con gli opportuni contatti, ho saputo da Chi di dovere che potrò vivere sino a quando: 1) vedrò crescere uno o più dei miei quattro nipoti così da rimanere nella loro memoria e da intuire cosa faranno nella vita; 2) rinascerà, in Italia e nel mondo, una forza socialista degna di questo nome, 3) la Roma vincerà lo scudetto. Più d’una di queste tre cose. Vedova scaltra sì; aspirante a vivere per sempre no.

Un abbraccio a tutti

Ho letto con emozione questa riflessione del compagno Alberto cui mi lega una fede politica e una stima che spero sia reciproca.

marzo 29, 2020

Reddito di emergenza, il nuovo aiuto contro la crisi: come funziona e a chi spetta

 Antonio Cosenza

 Reddito di emergenza a tutti i lavoratori: ecco la misura pensata dal Governo per combattere la crisi economica derivata dalla diffusione del Coronavirus.
Reddito di emergenza, il nuovo aiuto contro la crisi: come funziona e a chi spetta

Niente reddito di cittadinanza per tutti, ma ad aprile arriverà il reddito di emergenza (REM), la nuova misura pensata dal Governo per tutelare tutti quei lavoratori che a causa della diffusione del Coronavirus hanno subito una notevole contrazione del fatturato.

Lo ha annunciato il Ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, smentendo qualsiasi ipotesi riguardo ad una modifica del reddito di cittadinanza visto che questo non è il momento di “riformare uno strumento ordinario”. D’altronde ci troviamo a dover far fronte ad una situazione straordinaria ed è per questo che bisognerà prevedere uno strumento ad hoc per riconoscere un sostegno economico adeguato a coloro che in questi giorni hanno dovuto sospendere la loro attività.

Il REM (reddito di emergenza) farà parte quindi del Decreto “Cura Italia” in arrivo ad aprile e avrà un doppio obiettivo: da una parte aumentare l’importo dell’indennità riconosciuta ai lavoratori autonomi (e liberi professionisti) nel mese di marzo e dall’altra tutelare anche i cosiddetti lavoratori sommersi.

Come spiegato da Gualtieri, infatti, ci sono molte persone che “non hanno altre fonti di reddito” e che sono “rimaste fuori dai 600,00€”; anche queste meritano un aiuto, un sostegno che verrà dato loro con il nuovo reddito di emergenza con il quale verrà erogato un’indennità che sarà “adeguata, efficace, universale e ancora più rapida”.

Reddito di emergenza: come funziona e a chi spetta

Per il reddito di emergenza il Governo intende stanziare circa 6 miliardi; poco meno, quindi, di quanto oggi costa annualmente il reddito di cittadinanza.

6 miliardi che verranno distribuiti tra una platea di circa 10 milioni di “lavoratori. A differenza del RdC – che nella maggior parte dei casi spetta a chi è disoccupato (anche se il fatto di avere un lavoro o meno non fa parte dei requisiti della misura), il reddito di emergenza spetterà esclusivamente a chi un lavoro ce l’ha ma che a causa del Coronavirus ha dovuto momentaneamente sospendere la propria attività.

Il contributo verrà erogato per tutta la durata della crisi – quindi non solo per il mese di aprile – e sostituirà l’indennità di 600,00€ erogata il mese scorso ad alcune categorie di lavoratori. Secondo le stime del Governo, la platea interessata dal reddito di emergenza sarà pari al doppio di quella a cui è stato riconosciuto il bonus di 600,00€, visto che saranno molte di più le categorie che ne avranno diritto.

Ecco un elenco – al momento solamente ufficioso – delle categorie di lavoratori che potranno fare richiesta del reddito di emergenza:

  • commercianti;
  • agricoli;
  • Partite IVA;
  • Co.Co.Co.
  • collaboratori dello spettacolo;
  • stagionali (compresi quelli entranti, quali bagnini, camerieri animatori turistici e addetti alle pulizie);
  • liberi professionisti;
  • badanti e colf;
  • precari;
  • lavoratori “grigi”;
  • irregolari;
  • intermittenti.

Inoltre, nel reddito di emergenza saranno compresi anche quei lavoratori che hanno appena finito di percepire la NASpI e che quindi nei prossimi mesi non avranno di cui vivere. Saranno coperti anche i fast jobs, ovvero i contrattisti a giorni, settimane o a tempo determinato per pochi mesi.

È importante però sottolineare che molto probabilmente non potranno beneficiarne coloro che già percepiscono il reddito di cittadinanza, esclusi già dall’indennità di 600,00€. In ogni caso i requisiti per richiedere il nuovo reddito di emergenza – così come gli importi della misura – saranno ufficiali solamente con la stesura e l’approvazione del Decreto “Cura Italia” di aprile, in arrivo nelle prossime settimane.

marzo 29, 2020

Laicità, questione cattolica e religiosa in Italia, intercultura.

L’approccio laico che la tradizione socialista ci affida deve essere riaffermato e al contempo aggiornato rispetto alle sfide del nostro complesso presente.
La fase ottocentesca, basata sull’opzione liberale di “libera Chiesa in libero Stato” e quella post-unitaria di contrapposizione fra masse cattoliche e istituzioni del nuovo stato, fu poi superata dagli eventi del Novecento (la nazionalizzazione passiva delle stesse masse popolari) e dal Concordato del 1929 fra due stati, la Città del Vaticano e lo stato fascista, salvaguardato – nonostante la contrarietà del mondo socialista – dall’articolo 7 della Costituzione e da una modificazione bilaterale avvenuta nel 1984. Tale situazione rende lo Stato italiano uno dei pochi stati concordatari al mondo rimasti nel nuovo secolo, un’evidente anomalia che va risolta mediante mediazione.
La fine del partito cattolico interclassista di centro (la Democrazia cristiana), principale detentore del potere politico nei primi 40 anni della Repubblica – uno dei motivi cha hanno consentito il formarsi della cosiddetta “seconda repubblica” –, anziché costituire un fattore per una definitiva laicizzazione delle istituzioni pubbliche italiane, si è rovesciata in una quasi totale resa delle stesse istituzioni ai dettami ideologici vaticani e alle relative richieste economiche (finanziamenti e sgravi fiscali), soprattutto nel periodo finale del pontificato di Giovanni Paolo II e lungo quello successivo di Benedetto XVI: un’autentica riclericalizzazione dello spazio pubblico e politico italiano perseguito in particolare durante la presidenza di Camillo Ruini nella CEI. I principali raggruppamenti politici, quello liberista di sinistra (Ulivo, DS, PD) e liberista di destra (Forza Italia e polo berlusconiano), hanno svelato anche sul piano dell’assenza di laicità e di subalternità verso alcune organizzazioni cattoliche – così come nei confronti del neoliberismo e dell’atlantismo – una reale contiguità, ben al di là delle presunte incompatibilità fra loro. La battaglia per una completa laicità dello Stato rappresenta per noi socialisti una delle facce del nostro impegno contro il neoliberismo e la sudditanza politico-militare agli Stati Uniti: un elemento dell’indipendenza e della sovranità reale dello Stato, secondo il dettato costituzionale.
Attualmente, al tempo del pontificato non più eurocentrico di Francesco I, del ruolo diplomatico positivo che il segretario di Stato vaticano, mons. Parolin, sta ricoprendo in molte questioni internazionali e della presidenza nella CEI di mons. Bassetti, non priva di critiche alle storture del sistema socio-economico vigente e alle derive neorazziste di forze politiche italiane, è possibile pensare alla ripresa di un dialogo necessario con i gruppi cattolici in Italia per obiettivi comuni: nella difesa e attuazione della Costituzione, nel ripensare un nuovo modello di sviluppo, nella salvaguardia del sistema ecologico, nella gestione dell’enorme disagio sociale (non solo accoglienza e integrazione di immigrati, ma anche critica della diffusa emigrazione giovanile meridionale e assistenza a gruppi sociali fragili). Pertanto, pur mantenendo gli argini del Tevere a debita distanza, si pone l’esigenza di canali di dialogo e di iniziativa comuni con quella parte del mondo cattolico critico verso gli effetti della globalizzazione neoliberista e verso la catastrofe ecologica. Alcuni temi comuni sono già adesso la resistenza ad ogni forma di mercificazione dell’umano (corpo e patrimonio genetico) e di privatizzazione dell’acqua e dei beni comuni, che riteniamo fasi estreme della grande trasformazione neocapitalistica.
D’altra parte, non siamo osservatori neutrali del conflitto interno al mondo vaticano e cattolico, come mostrano i reiterati tentativi di oppositori alle pur caute riforme e nomine volute dal nuovo corso bergogliano di ripristinare una religione come stampella di una caduca ideologia al servizio del potere euroatlantico, complice di politiche conservatrici se non apertamente reazionarie, sempre neocolonialiste. Consapevoli di questo, noi avversiamo l’opposizione di destra, anteconciliare e elitistica a papa Bergoglio e sosteniamo le critiche con cui gruppi riformatori stanno stimolando il percorso bergogliano. Né siamo disinteressati rispetto alle molteplici attestazioni di dialogo, a livello vaticano e di chiese locali, fra il mondo cattolico e i movimenti popolari, come testimoniano le esperienze dei social forum mondiali e delle annuali giornate di incontri mondiali dei movimenti popolari in Vaticano. Inoltre, riteniamo il confronto con la sinistra cristiana e col mondo delle comunità cristiane non cattoliche, a cominciare dalla chiesa valdese, un’esigenza che si rinnova, dal momento che da lì sono giunti compagni e compagne rilevanti nella secolare storia del movimento socialista.
Il dialogo presuppone da parte nostra una chiarezza rispetto ad alcune questioni. Ribadiamo l’esigenza inderogabile di riaffermare il principio di libertà delle confessioni religiose e di eguaglianza fra loro davanti allo Stato (articolo 8 Cost.). In tal senso, occorre ripensare all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole statali e alla sostanziale discriminazione verso gli studenti che non se ne avvalgono (in assenza o in presenza di attività alternative previste dai singoli istituti): sosteniamo la posizione della recente legge di iniziativa popolare “Per la scuola della Costituzione” che (art. 8 della proposta) aveva previsto che le attività di chi faccia richiesta dell’IRC siano svolte in orario extracurricolare e che «cerimonie religiose e atti di culto non hanno luogo nei locali scolastici, né in orario scolastico». Quanto alle scuole non statali ribadiamo l’assenza di oneri statali diretti per il loro funzionamento o per le loro iscrizioni (art. 33, c. 3 Cost.), in chiara contrapposizione ai cospicui finanziamenti per le scuole non statali, per lo più gestite da enti cattolici, erogati da tutti i governi precedenti, compreso quello attuale.
I fenomeni migratori che stanno interessando l’Italia, come luogo di approdo, transito o anche domicilio pongono a loro volta sfide inedite anche sul piano culturale e religioso per una sempre maggiore presenza di gruppi provenienti da altre culture e da altri continenti, in particolare da Africa, Asia e America latina. Nel rigettare e contrastare qualunque posizione razzista, neocolonialista, eurocentrica e discriminatoria e nel riaffermare i principi di pluralità e di libertà etico-religiose, riteniamo la risposta multiculturale debole, compatibile con il sistema neoliberista e capace di fomentare quelle discriminazioni che vorrebbe superare, compartimentando la società su base etnico-culturale; sosteniamo invece una posizione interculturale critica, basata sul riconoscimento e promozione delle diversità di qualsiasi tipo, che ha il vantaggio di garantire i principi di pluralità e di libertà di scelte senza però scendere in una sorta di relativismo etico-religioso.
La nostra concezione di laicità delle istituzioni pubbliche – coniugata a scelte di varia natura (confessionali, religiose, spirituali, agnostiche o atee) e/o alla affermazione di un coerente materialismo storico – si declina in chiave interculturale. Non possiamo trascurare la componente religiosa delle masse popolari, cattolica ancora per gran parte della popolazione italiana, cristiana non cattolica o islamica per molti lavoratori immigrati e le ricadute pubbliche che i loro culti assumono.
Non possiamo sostenere le posizioni di privilegio che su base giuridica e soprattutto di fatto ancora assume la chiesa cattolica. La nostra laicità non è pertanto ostilità al mondo religioso in quanto tale (nelle varianti del laicismo oltranzista borghese o ateismo di stato sovietico) né ad un positivismo scientista ma, fedele ai principi costituzionali, si oppone a tutte le ingerenze e rendite di posizione dominante. L’abolizione del Concordato è un obiettivo di medio periodo, da conseguire – secondo lo stesso dettato dell’art. 7 Cost. – in modo non unilaterale.
Non ci appartiene – come oltre un secolo fa Engels rispondeva chiaramente alla Kuliscioff – la Kulturkampf (la politica anticlericale e laicista imposta da Bismarck nella Germania di fine Ottocento) non riguardava le forze socialiste, essendo uno scontro interno alla cultura delle classi dominanti.