La fontana di Bellerofonte 1820

Crescendo e…. Beethoven! (Cap.7)

 

 

Una cantina a sera, un lungo tavolo attorno a cui siedono otto buontemponi a bere. Un gran pentolone di ‘laine e ciceri’ e  attorno una schiera di cucchiai di legno che “cominciavano i loro viaggi di andata e ritorno” in compagnia di ‘lunghe sorsate di vino fresco’.  Il ‘ventre’ della cantina, viene così somatizzato il luogo, dà l’impressione di una simbolica cornucopia o altro simile, con libertà di alzare la voce, schiamazzare, fare battutacce…  con  allusioni salaci e  smargiassate carnevalesche.

Tutta la sequenza ha una parola chiave, “crescendo”, soprannome di Michele: perché? Ora ci arriviamo… Crescendo si è riscaldato, dopo vino e cucchiaiate saporite, a far ridere tutti con lazzi pruriginosi spassosissimi, in dialetto irpino, alla volta di Talleyrand e teste coronate : si tratta di ‘volgarissime corna’ di gusto ‘carnevalesco’. (Michele ha accompagnato nel 1815 un signore a Vienna per il famoso congresso: ovviamente come servitore, perciò in prospettiva straniante ‘dal basso’). Ma ora si produrrà nel pezzo forte: nella sala magnifica e regale del teatro imperiale ha ascoltato, lui analfabeta o quasi, l’esecuzione esclusiva  della Settima beethoveniana . E con la direzione del compositore in persona! ‘Sordo?… E come faceva? …Ma allora non era vero che era sordo….”

Si apre il sipario e via alla ‘rappresentazione’! Rievocando prodigiosamente tutto sul filo della memoria, dopo anni, il promosso Beethoven irpino solleva colline, lancia cavalli al galoppo, alza la ‘bacchetta’ e dirige, agitando braccia, corpo, testa,fino al colmo di un climax ascendente, nel rapimento attonito e commosso del ‘pubblico’ in sala ‘vinaria’. Tra onomatopeici ‘perepè perepé perepé’  e corse futuristiche a briglia sciolta sembra di rivivere la dimensione avvolgente riservata da McLuhan alle sale cinematografiche, finché  con un boato finale esplodono gli applausi e una risata generale copre l’emozione rusticana e ‘scornosa’.

Gina Ascolese

Celestino Genovese, scrittore di origine irpina, psicoanalista ed ex docente universitario, già autore di molti saggi nel suo campo. Il romanzo, documentato sulla base di approfondite ricerche, appare come opera di indubbio significato tra letteratura e storia, ambientata al tempo dei moti carbonari del 1820: esattamente duecento anni fa, data di cui celebriamo quest’anno il Bicentenario.

Romanzo storico di Celestino Genovese  ,                                                                               

                                               Pironti editore, Napoli 2014

 

 

 

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