CORONAVIRUS, STATISTICHE.

di Alberto Benzoni

Churchill diceva che ci sono tre tipi di bugie: le bugie pure e semplici, le bugie “efferate” e le statistiche; aggiungendo che, torturando a sufficienza i numeri, ognuno poteva ottenere il responso che desiderava.
Considerazioni più che pertinenti per quanto riguarda i numeri che compaiono, giorno dopo giorno, forniti dai governi, per tutti i paesi del mondo; viziati, tra l’altro, da metodi di rilevazione del tutto diversi. Ma che dobbiamo però tenere per buoni: perché è sulla base di questi numeri che i governi scelgono le loro strategie di contenimento e i cittadini le accettano; e, ancora, e soprattutto, perché contestarli avrebbe il solo effetto di alimentare un clima di isterismo, di sfiducia e di complottismo, pronto ad esplodere in ogni momento, travolgendo tutto e tutti.
Fatta questa doverosa premessa, gli ultimi dati forniti dai nostri giornali ci danno un quadro nuovo e per molti aspetti preoccupante.
Scompaiono dalla corsa o la rallentano i tre Grandi colpevoli di inizio anno: Cina, Iran e Italia; i paesi d’Europa occidentale seguono a una/due settimane di distanza il percorso e i numeri italiani; gli Stati uniti si apprestano a raggiungere il primo posto e a mantenerlo nel futuro prevedibile; e, infine e anche soprattutto, la pandemia è entrata, con effetti potenzialmente esplosivi, nell’Asia meridionale, in Africa e in America latina.
Ciò avrà una serie di conseguenze. Prendiamole in esame nel modo più sintetico possibile. Prima in riferimento al quadro generale; poi in relazione a specifiche aree e in particolare all’Europa e all’Italia.
Al primo posto, la presa d’atto che la crisi è destinata a durare e che avrà effetti talmente distruttivi da rendere assolutamente impossibile il ritorno al mondo di prima (anche se molti, come avremo modo di vedere, sognano il contrario: a dimostrazione non della loro malvagità ma della loro stupidità).
Non più settimane, ma mesi e forse anno. Insomma, fino a quando non disporremo dell’unico possibile strumento di contenimento, il vaccino. E, allora, ecco il “durante” che, nella mentalità delle persone e nelle politiche dei governi prende il posto del “dopo”, sino a condizionarlo in modo decisivo; ma che può portarci nelle direzioni più opposte.
In questo “durante” c’è il collasso del sistema economico: offerta, domanda, reti. E, ancora, la centralità di istituzioni e di condizioni che prima del diluvio erano considerate superate o abominevoli: gli stati sovrani e il Debito (ce lo ha spiegato, meglio di chiunque altro, Mario Draghi). Il che si accompagna alla assenza o, comunque all’estrema debolezza delle istituzioni internazionali e dei meccanismi di solidarietà.
In questo “durante” c’è, di conseguenza, la fine del vecchio ordine: che si tratti di ordoliberismo o di austerità.
In questo “durante” si consoliderà la pratica e la mentalità della quarantena: magari ridotta all’interno dei singoli paesi ma sempre valida per quanto riguarda il mondo esterno.
In questo “durante” sono in gioco beni necessari: credibilità dei governi e fiducia dei cittadini nei loro confronti, coesione sociale, rapporti tra stato e cittadini. Basta un nulla – lo capite vero? – perché lo strato sottile si spezzi: fake news, esplosioni di panico, caccia all’untore di turno, lotta di tutti contro tutti; per tacere di quelle “unità nazionali”, giustamente invocate ma sempre meno praticate.
In questo “durante” c’è, infine e, probabilmente soprattutto, l’esplodere di un dato che tutti, chissà perché, erano interessati a occultare: il coronavirus come acceleratore delle disuguaglianze. Colpito il mondo della produzione; ma non quello della speculazione e della finanza. Colpiti i percettori di salari e stipendi ma non i titolari di patrimoni e i percettori di rendite (se n’è accorto, in Italia quel tardo bolscevico di Onida che ha proposto una patrimoniale). Colpiti i più deboli e i più esposti: i vecchi negli ospizi, quelli fuori da ogni sistema sanitario (perché troppo costoso o inesistente), i lavoratori, i giovani che per mesi non potranno avere accesso all’istruzione. E ,da oggi in poi, gli abitanti delle megalopoli/bidonville di quello che una volta si chiamava terzo mondo.
Ma veniamo, ora, al alcune vicende specifiche, o, almeno a quelle più significative..

USA, USA/CINA, USA/MONDO

Secondo l’OMS gli Stati uniti sono diventati – e presumibilmente rimarranno – l”epicentro mondiale della crisi del coronavirus”. Il tutto in un contesto in cui l’attuale amministrazione è, diciamo così, in scadenza. E vive in un clima di scontro a somma zero. E in cui non si fanno prigionieri.
Ciò la porta a estremizzare al massimo le sue posizioni e la sua precedente linea di condotta. Vediamo come, dove e perché.
Tempo fa, ne discutevamo con gli amici di Alganews, il segretario al commercio Usa Ross si fregava le mani per l’epidemia, allora tutta cinese; e sperava che durasse il tempo necessario per garantire agli Stati uniti nuove quote di mercato. Ma forse non sapeva che è proprio delle epidemie di diffondersi fino a colpire drammaticamente gli stessi Stati uniti; e proprio quando la Cina, chiusa l’epidemia, si sta riprendendo, produce e vende e si pavoneggia distribuendo a destra e manca medici, “expertise” e apparecchiature sanitarie.
Una sfida intollerabile. Cui Trump risponde lungo due linee; la prima oggettivamente spregevole ma forse pagante. La seconda, obbligata ma rischiosissima.
Nel primo caso, si gioca sulla ricerca ossessiva del nemico. C’è il virus che è “killer” Pnon in sé e per sé ma perché si manifesta in Cina; ci sono coloro che lo diffondono da fuori, cinesi, migranti o europei che siano, che lo diffondono; e, guarda caso, in fondo alla lista, coloro (democratici, membri della comunità scientifica, istituzioni locali) che denunciano la gravità della pandemia e la necessità di misure straordinarie per combatterla; mentre dovrebbe essere ovvio a tutti che il virus, mortale, nelle intenzioni di chi l’ha fatto nascere, diventa una comune febbriciattola una volta approdato in territorio americano. Al punto di pensare di chiudere l’emergenza in un paio di settimane.
Però, c’è del metodo in questa follia. E sta nella necessità di chiudere il mandato con un bilancio positivo sul terreno economico: più occupati, più soldi per tutti, borse che volano e così via. Per questo occorre sacrificare la vita delle persone al successo dell’economia; un’opzione (che è poi in definitiva quella del gregge) presente in tutta la sfera anglosassone e nel suo avamposto europeo, l’Olanda. Ma anche una scommessa che sarà sottoposta al vaglio del popolo americano: da ora in poi, sino alle presidenziali di novembre.

BIDEN

La sua è oramai una marcia trionfale. Al punto di spingere Sanders a rallentare la sua campagna (e non solo per colpa del coronavirus). Circolano voci di un suo ritiro; si moltiplicano le aperture, personali ma anche programmatiche, di Biden nei suoi confronti. L’esatto contrario di quanto avvenne quattro anni fa.
E, qui forse, la politica politicante non c’entra. E nemmeno la tradizionale distinzione tra moderati e radicali. C’entra la sensazione sempre più diffusa che quello tra Biden e Trump e Biden sia uno scontro di civiltà; e che elezioni del 3 novembre siano una specie di giudizio di Dio, decisivo per le sorti del paese e del mondo.

UE

Le ultime riunioni degli organismi europei sono segnate da profonde fratture. E, a differenza del passato, non suscettibili di occultamento, magari grazie alla vaghezza dei comunicati conclusivi. Chiarissimi i nomi e cognomi dei due partiti in contrasto: da una parte i paesi latini e mediterranei, con l’aggiunta della Slovenia. Dall’altra il blocco anseatico (dall’Olanda ai baltici), e quello di Visegrad con l’aggiunta dell’Austria; ma, a differenza delle altre volte, con la Germania non più giudice inflessibile ma non ancora mediatore neutrale.
A definire la materia del contendere lo scontro tra esigenze di fatto e obiezioni di principio. Scontro già definitivamente risolto, con la vittoria dei primi, a livello di politiche economiche e di bilancio dei singoli stati. Qui, in linea di fatto il cosiddetto “sistema di Maastricht” era già completamente franato. Via libera alla spesa pubblica e in tutti i maggiori paesi; e in dimensioni così gigantesche da ritenere provocatoria e del tutto impraticabile qualsiasi pretesa di ritorno alle regole e alle discipline dell’altro giorno. E via anche alle nazionalizzazioni e alle politiche industriali meglio se presentate con gli opportuni mascheramenti semantici. E via libera in nome di “circostanze eccezionali” che giustificavano la sua “sospensione”. Una sospensione che, come tutti sanno, è, in questo caso, per sempre.
La discussione rimane invece accesa, e con toni espliciti e violenti (vedi lettera di Conte) sul Mes e sui corona bond. Anche qui la logica delle cose e forse anche i rapporti di forza sono a favore dei fautori del cambiamento. Perché è non solo ridicolo ma anche provocatorio che chi chiede di accedere al fondo salva stati debba essere sottoposto a condizioni che richiamano il trattamento subito dalla Grecia e che tutti sanno essere del tutto insostenibili. In realtà l’opposizione si basa, qui come altrove, su questioni di principio dai sottintesi razziali (nordici onesti e latini imbroglioni per natura); e basterebbe, per soddisfarla, che il principio delle condizioni sia mantenuto magari come semplice foglia di fico. Una trincea destinata a franare; anche perché il suo principale sostenitore, la Germania, sta anch’essa franando.
Sugli eurobond, invece, almeno per ora, niente da fare. Perché qui si chiede ai paladini della virtù di unire le proprie sorti e di sostenere con i propri soldi con i praticanti del vizio; e questo è troppo.
Se ne riparlerà tra pochi giorni. In un contesto in cui i sostenitori del cambiamento non sembrano disposti al compromesso (la loro linea del Piave è fondo salva stati senza condizioni e introduzione, in tempi certi anche se in modo graduale, degli coravirus bond). E il probabile mancato accordo avrà come conseguenza lontana, l’instaurazione del principio del voto di maggioranza nelle istituzioni europee e la rinuncia di queste istituzioni a svolgere un ruolo attivo nella soluzione della crisi. Un colpo all’Europa di ieri; ma anche a quella di domani.

MIRACOLI E MIRACOLATI: ITALIA

L’Italia, anzi lo stato italiano, è, indubbiamente, uno dei più grandi miracolati di questo specifico momento storico. Le sue istituzioni, dallo stato al pubblico, fino a oggi oggetto del pubblico ludibrio fino ad essere demolite pezzo a pezzo, riacquistano un ruolo centrale, oggetto dell’attenzione e dell’aspettativa di tutti e con poteri, sulle cose e sulle persone, impensabili anche nei sogni più folli. Tutti i tabù che lo paralizzavano sono improvvisamente caduti. E lo status di libertà vigilata che lo segnava a dito in Europa è stato cancellato.
Questo miracolo va rispettato e apprezzato. Da laici perché riparatore di un’ingiustizia storica e ritorno di antichi valori. Dai cristiani, laici o meno, perché ogni miracolo contiene in sé un vincolo e una prmessa cui tenere fede.
Ma, allo stesso tempo, questo miracolo non abbiamo fatto nulla per meritarlo; né disponiamo ancora delle risorse necessarie per metterlo a frutto. Mentre saremo, anzi siamo sottoposti alle pressioni più diverse: regione contro regione, piccole contro grandi imprese, sindacati contro Confindustria; e, più in generale sostenitori delle pratiche del passato ampiamente dotati di truppe e anticipatori del futuro ancora del tutto disarmati. Scelte da compiere tra opzioni diverse se non opposte tra loro.
Un caso da manuale. Lo seguiremo insieme.

JOHNSON/TRUMP/BOLSONARO

Tre personaggi che hanno affrontato impavidamente il coronavirus. E il prezzo che questo poteva comportare per altri. Il primo con il “perderete i vostri cari”; il secondo con la “febbriciattola destinata a scomparire”; il terzo con il più marziale “chi si chiude in casa è un codardo”.
Per ora nessun segnale da Lassù: tre tamponi, uno positivo ma senza conseguenze.
Nemmeno una febbriciattola, magari per qualche collaboratore? Non chiediamo di più. E attendiamo fiduciosi.

SONDAGGI IN ITALIA

Tutti i sondaggi danno Salvini tra il 30 e il 25% e in calo; il Pd a tre/quattro punti di distanza e in crescita; alti valori per Conte; stazionario il M5S, la Meloni in ascesa e Renzi irrimediabilmente irrilevante. E’ vero che le elezioni sono ormai fuori dai nostri schermi; ma prima o poi si dovranno tenere. E allora sarebbe il caso di cominciare a riflettere su questi dati.

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