Archive for marzo 28th, 2020

marzo 28, 2020

Ho provato con l’adozione.

L'immagine può contenere: 1 persona, con sorriso

«Ho provato con l’adozione. Sono stato esaminato da una giudichessa che però mi individuò subito come pessimo soggetto. “I figli hanno bisogno di una figura femminile”. Io misi avanti mia madre e le mie sorelle, invano. Alle spalle della giudichessa c’era un calendario con l’immagine della Natività. Sorrisi, indicando: “La madre, quella lì, è rimasta incinta da vergine, il padre putativo, famiglia più disastrata non c’è”. La giudichessa mi cacciò in malo modo: “Lei non è atto all’infanzia”. Invece l’uomo, come il cavalluccio marino, è più portato della donna alla cura dei figli.
Verso la metà degli anni Settanta a Roma scioglievano l’Opera Maternità e Infanzia. Ci sono andato, insieme con una dama benefica che aveva portato le caramelle. C’erano stanze piene di bambini che a quattro anni camminavano a stento e dicevano solo “cacca” e “cioccolato”. Una suora di quelle pietose mi disse: “Ne prenda due e scappi”. Io sognavo una bambina bionda e buona e una bruna e cattiva, come nelle fiabe, ma non feci in tempo a scegliere, in due mi saltarono al collo e mi chiamarono “mamma”. “Ottimo inizio”, pensai, e feci per guadagnare l’uscita. Mi fermò un infermiere, un sindacalista, che me le fece posare: meglio figlie dello Stato che di una ragazza irrecuperabile come me».

(Paolo Poli) – Un santo laico.

marzo 28, 2020

Massimo Ammaniti: “Diamo ai bambini un’ora d’aria. Evitiamo che si sentano sequestrati”

Intervista allo psicoanalista e neuropsichiatra infantile: “Creiamo sportelli online di supporto psicologico per genitori. Gli adulti controllino l’ansia con l’autodisciplina”

HUFFPOST ITALIA
Il prof. Massimo Ammaniti, psicoanalista e neuropsichiatra infantile

“I bambini sono scomparsi dai decreti. Ma bisogna occuparsi anche di loro. Concediamogli un’ora d’aria al giorno, evitiamo che si sentano sequestrati. Creiamo degli sportelli online che siano di supporto ai genitori e agli adulti che ne hanno bisogno”. Massimo Ammaniti, psicoanalista e neuropsichiatra infantile, parla ad HuffPost delle ricadute psicologiche dell’emergenza coronavirus sulle famiglie. “Dobbiamo attrezzarci perché abbiamo davanti una lunga traversata nel deserto. I bambini, che già all’interno dello sviluppo demografico italiano si riducono sempre di più, restano il nostro futuro. Abbiamo il dovere di valorizzarli anche all’interno di un momento così difficile in cui le preoccupazioni sembrano essere altre”.

Professore, nei decreti anti-contagio non c’è spazio per bambini. Eppure in ballo c’è una generazione di 10 milioni di bimbi e ragazzi italiani chiusi in casa da settimane. E che lo saranno ancora per molto. Quale è il rischio di questa scelta?

“Bisognerebbe essere molto più attenti e garantire degli spazi di ricreazione all’aperto per il genitore e il bambino, evitiamo che questi si sentano sequestrati. Scendere a fare una piccola passeggiata o giù in cortile per mezz’ora o un’ora al giorno può solo far bene. Così come si possono portare i cani a fare i bisogni, diamo ai bambini la possibilità scendere a camminare, soprattutto quando vivono in case ristrette. Il Governo ha previsto dei contributi per le baby sitter, ma è parte della soluzione solo per chi fa smart working. Poi c’è un altro aspetto di cui parlare, e riguarda chi va a scuola. Qui giocano un ruolo importante gli insegnanti che devono essere in grado di organizzare il materiale di studio. Eppure ci sono molti casi in cui vengono dati compiti senza nemmeno spiegare le lezioni, per cui alla fine devono intervenire i genitori. In questo momento sia le scuole, sia gli insegnanti devono essere più attenti, usiamo meglio le risorse digitali”.

Prendiamo il caso di un bimbo che all’improvviso vede solo mamma e papà, che non incontra più i nonni, che non va più al nido o alla materna. Non scende più in piazza o al parchetto a giocare. Come ridurre al massimo l’impatto psicologico dell’isolamento?

“Intanto spieghiamo loro cosa sta succedendo. Ma non parliamo di virus, che è un’entità astratta. Raccontiamo che è come quando un compagno di scuola ha la tosse o il mal di gola e contagia gli altri. E questo sta succedendo anche agli adulti. Perciò è stata presa la decisione di stare tutti a casa. In questo momento di stress che i bambini stanno vivendo è importante essere particolarmente protettivi. Fargli fare le attività a cui era abituato e limitare, per quanto possibile, la televisione. Organizziamo la giornata in maniera regolare, utilizziamo tutti gli spazi casalinghi e di gioco. Evitiamo che i bambini sviluppino nuovi comportamenti, come per esempio andare a letto più tardi. Lasciamo dei punti fermi, evitiamo che saltino le norme che abbiamo introdotto fino ad ora. Conserviamo le loro routine, non facciamoli restare in pigiama tutta la giornata. E ricordiamoci che siamo anche di fronte a una grande occasione. Nella quotidianità viviamo di fretta, con tempi accelerati. Portiamo i nostri figli di corsa al nido e corriamo al lavoro. Usiamo questo tempo per occuparci di loro, vivendo una quasi seconda maternità”.

Ma esistono anche situazioni limite. Bambini che vivono in famiglie numerose in case di 50 metri quadri,  figli di coppie che stavano divorziando, bambini ai quali i genitori non sono in grado di spiegare cosa stia succedendo, bambini costretti a convivere con genitori violenti. 

“Casi come questi andrebbero gestiti con programmi di home visiting, ossia visita all’interno della famiglia, in cui un educatore o un giovane psicologo va lì ed è di supporto. Ma se già di norma i genitori tendono a rifiutare un intervento del genere, in una situazione estrema come questa del coronavirus è ancora più difficile. Una cosa che proporrei è di fare degli sportelli online che spieghino ai genitori come affrontare al meglio questa emergenza. Sia che li supportino nelle situazioni più critiche sia che consiglino come organizzare la giornata: quali attività fare, per esempio. Non dimentichiamo che ci troviamo tutti in una situazione complessa. Nei primi giorni in cui sono stati introdotte le restrizioni coltivavamo la speranza che si trattasse di un periodo breve. Prima sembrava fossimo di fronte a una corsa, ora ci troviamo ad affrontare una maratona”.

Quali sono le difficoltà psicologiche che tutto questo comporta?

“Ci troviamo di fronte a una forte limitazione della nostra libertà individuale: non possiamo andare al lavoro, i bimbi non possono andare a scuola, gli adolescenti non possono uscire. La restrizione fisica può creare una specie di ansia claustrofobica: ovvero la paura di restare intrappolati in questa situazione. Altro problema è l’ansia legata a un obiettivo pericolo di contagio da coronavirus. Se da un lato questa è una reazione emotiva utile perché ci obbliga a trovare delle risorse, dei comportamenti, che tendono a proteggerci, dall’altro può diventare ansia accentuata. In questo caso invece di aiutarci ci blocca, crea stati di tensioni, somatizzazioni. Infine c’è l’ansia ipocondriaca: accade quando una persona tende a guardare continuamente se stesso, controlla la temperatura, si lava continuamente le mani, pulisce continuamente casa. Questa può bloccarci la vita perché genera comportamenti ossessivi. E ci fa vivere in una bolla fatta di rituali ossessivi e ripetitivi”.

Se poi ci mettiamo fattori come la perdita del lavoro, o difficoltà lavorative serie, o difficoltà familiari di ogni tipo, l’ansia aumenta. Come si può arginare?

“Per combattere l’ansia è fondamentale organizzare le giornate in modo da non soccombere alla depressione. Per esempio limitare la dipendenza dalle notizie. È  meglio evitare il tritacarne da social network fatto di numeri, di morti, di notizie di ogni tipo. Sarebbe meglio invece ascoltare il telegiornale una o due volte al giorno. Manteniamo autodisciplina e autocontrollo: conserviamo i nostri orari, prendiamoci cura di noi stessi: facciamo yoga per la respirazione, ed esercizi per la schiena. Rimettiamo mano a tutte quelle cose che si sono accumulate. Lettere materiali, appunti. È un occasione per ritornare alle cose del passato e selezionare quello che è importante rispetto a quello che è secondario: questo ci aiuta organizzare una sorta di coerenza personale. Impariamo a tranquillizzarci: con il respiro ritmico, proviamo a creare dei rifugi mentali per tranquillizzarci e dove ritrovarci. Leggiamo, immaginiamo di viaggiare, cuciniamo a turno in famiglia, ritroviamo i nostri amici in chat. Ricordiamo che i traumi si possono sopportare meglio se condivisi”.

Oggi abbiamo paura dell’altro. Quando torneremo a vivere insieme non c’è il rischio di una maggiore diffidenza? 

“Oggi quando camminiamo e incontriamo qualcuno ci allontaniamo. Quando vediamo dei film dove c’è gente che si incontra ci sembra strano. Ma sono sicuro che ricominceremo a vivere come abbiamo sempre fatto. Dobbiamo ricomporre le nostre relazioni e dimenticare questo periodo buio della nostra vita”

marzo 28, 2020

Siamo tutti sulla stessa barca!

L'immagine può contenere: 1 persona, spazio all'aperto

marzo 28, 2020

Si chiama solidarietà!

Cecile Kyenge è stata per oltre un anno Ministro della Repubblica Italiana.
E da oggi è uno dei medici che si sono offerti in prima linea nel Padovano per combattere il coronavirus.

Da Ministro, per il colore della sua pelle Cecile Kyenge è stata massacrata senza tregua, soprattutto dalle parti della Lega Nord che allora aveva ancora e solo nel Nord tutta la sua forza.

Roberto Calderoli la definì un Orango.
E vi risparmio gli orribili appellativi e insulti della cosiddetta “base” della Lega Nord in quei mesi.

Però oggi Cecile Kyenge prende servizio in uno dei cuori del contagio.
Nel profondo Nord.
In quel Nord affollato di leghisti che l’hanno odiata, insultata, offesa, disprezzata, umiliata per il colore della sua pelle.

Oggi Cecile Kyenge rischia la vita per curare quel popolo che ama e ha servito.
Senza fare distinzioni tra chi l’ha odiata e chi no, chi l’ha insultata e chi no.

Il suo compito sarà quello di trovare i contagiati a casa.
Probabilmente ad aprirle la porta di casa sarà anche qualcuno che ha fatto della sua vita un inferno.
E lei gli sorriderà lo stesso.
E si prenderà cura di loro.

Perché questo è il suo paese, questa è la sua gente, questo è il suo lavoro e questa è l’umanità che vince sull’odio.

Buon lavoro dottoressa.
E grazie.

Cathy La Torre

L'immagine può contenere: una o più persone e primo piano
marzo 28, 2020

CORONAVIRUS, STATISTICHE.

di Alberto Benzoni

Churchill diceva che ci sono tre tipi di bugie: le bugie pure e semplici, le bugie “efferate” e le statistiche; aggiungendo che, torturando a sufficienza i numeri, ognuno poteva ottenere il responso che desiderava.
Considerazioni più che pertinenti per quanto riguarda i numeri che compaiono, giorno dopo giorno, forniti dai governi, per tutti i paesi del mondo; viziati, tra l’altro, da metodi di rilevazione del tutto diversi. Ma che dobbiamo però tenere per buoni: perché è sulla base di questi numeri che i governi scelgono le loro strategie di contenimento e i cittadini le accettano; e, ancora, e soprattutto, perché contestarli avrebbe il solo effetto di alimentare un clima di isterismo, di sfiducia e di complottismo, pronto ad esplodere in ogni momento, travolgendo tutto e tutti.
Fatta questa doverosa premessa, gli ultimi dati forniti dai nostri giornali ci danno un quadro nuovo e per molti aspetti preoccupante.
Scompaiono dalla corsa o la rallentano i tre Grandi colpevoli di inizio anno: Cina, Iran e Italia; i paesi d’Europa occidentale seguono a una/due settimane di distanza il percorso e i numeri italiani; gli Stati uniti si apprestano a raggiungere il primo posto e a mantenerlo nel futuro prevedibile; e, infine e anche soprattutto, la pandemia è entrata, con effetti potenzialmente esplosivi, nell’Asia meridionale, in Africa e in America latina.
Ciò avrà una serie di conseguenze. Prendiamole in esame nel modo più sintetico possibile. Prima in riferimento al quadro generale; poi in relazione a specifiche aree e in particolare all’Europa e all’Italia.
Al primo posto, la presa d’atto che la crisi è destinata a durare e che avrà effetti talmente distruttivi da rendere assolutamente impossibile il ritorno al mondo di prima (anche se molti, come avremo modo di vedere, sognano il contrario: a dimostrazione non della loro malvagità ma della loro stupidità).
Non più settimane, ma mesi e forse anno. Insomma, fino a quando non disporremo dell’unico possibile strumento di contenimento, il vaccino. E, allora, ecco il “durante” che, nella mentalità delle persone e nelle politiche dei governi prende il posto del “dopo”, sino a condizionarlo in modo decisivo; ma che può portarci nelle direzioni più opposte.
In questo “durante” c’è il collasso del sistema economico: offerta, domanda, reti. E, ancora, la centralità di istituzioni e di condizioni che prima del diluvio erano considerate superate o abominevoli: gli stati sovrani e il Debito (ce lo ha spiegato, meglio di chiunque altro, Mario Draghi). Il che si accompagna alla assenza o, comunque all’estrema debolezza delle istituzioni internazionali e dei meccanismi di solidarietà.
In questo “durante” c’è, di conseguenza, la fine del vecchio ordine: che si tratti di ordoliberismo o di austerità.
In questo “durante” si consoliderà la pratica e la mentalità della quarantena: magari ridotta all’interno dei singoli paesi ma sempre valida per quanto riguarda il mondo esterno.
In questo “durante” sono in gioco beni necessari: credibilità dei governi e fiducia dei cittadini nei loro confronti, coesione sociale, rapporti tra stato e cittadini. Basta un nulla – lo capite vero? – perché lo strato sottile si spezzi: fake news, esplosioni di panico, caccia all’untore di turno, lotta di tutti contro tutti; per tacere di quelle “unità nazionali”, giustamente invocate ma sempre meno praticate.
In questo “durante” c’è, infine e, probabilmente soprattutto, l’esplodere di un dato che tutti, chissà perché, erano interessati a occultare: il coronavirus come acceleratore delle disuguaglianze. Colpito il mondo della produzione; ma non quello della speculazione e della finanza. Colpiti i percettori di salari e stipendi ma non i titolari di patrimoni e i percettori di rendite (se n’è accorto, in Italia quel tardo bolscevico di Onida che ha proposto una patrimoniale). Colpiti i più deboli e i più esposti: i vecchi negli ospizi, quelli fuori da ogni sistema sanitario (perché troppo costoso o inesistente), i lavoratori, i giovani che per mesi non potranno avere accesso all’istruzione. E ,da oggi in poi, gli abitanti delle megalopoli/bidonville di quello che una volta si chiamava terzo mondo.
Ma veniamo, ora, al alcune vicende specifiche, o, almeno a quelle più significative..

USA, USA/CINA, USA/MONDO

Secondo l’OMS gli Stati uniti sono diventati – e presumibilmente rimarranno – l”epicentro mondiale della crisi del coronavirus”. Il tutto in un contesto in cui l’attuale amministrazione è, diciamo così, in scadenza. E vive in un clima di scontro a somma zero. E in cui non si fanno prigionieri.
Ciò la porta a estremizzare al massimo le sue posizioni e la sua precedente linea di condotta. Vediamo come, dove e perché.
Tempo fa, ne discutevamo con gli amici di Alganews, il segretario al commercio Usa Ross si fregava le mani per l’epidemia, allora tutta cinese; e sperava che durasse il tempo necessario per garantire agli Stati uniti nuove quote di mercato. Ma forse non sapeva che è proprio delle epidemie di diffondersi fino a colpire drammaticamente gli stessi Stati uniti; e proprio quando la Cina, chiusa l’epidemia, si sta riprendendo, produce e vende e si pavoneggia distribuendo a destra e manca medici, “expertise” e apparecchiature sanitarie.
Una sfida intollerabile. Cui Trump risponde lungo due linee; la prima oggettivamente spregevole ma forse pagante. La seconda, obbligata ma rischiosissima.
Nel primo caso, si gioca sulla ricerca ossessiva del nemico. C’è il virus che è “killer” Pnon in sé e per sé ma perché si manifesta in Cina; ci sono coloro che lo diffondono da fuori, cinesi, migranti o europei che siano, che lo diffondono; e, guarda caso, in fondo alla lista, coloro (democratici, membri della comunità scientifica, istituzioni locali) che denunciano la gravità della pandemia e la necessità di misure straordinarie per combatterla; mentre dovrebbe essere ovvio a tutti che il virus, mortale, nelle intenzioni di chi l’ha fatto nascere, diventa una comune febbriciattola una volta approdato in territorio americano. Al punto di pensare di chiudere l’emergenza in un paio di settimane.
Però, c’è del metodo in questa follia. E sta nella necessità di chiudere il mandato con un bilancio positivo sul terreno economico: più occupati, più soldi per tutti, borse che volano e così via. Per questo occorre sacrificare la vita delle persone al successo dell’economia; un’opzione (che è poi in definitiva quella del gregge) presente in tutta la sfera anglosassone e nel suo avamposto europeo, l’Olanda. Ma anche una scommessa che sarà sottoposta al vaglio del popolo americano: da ora in poi, sino alle presidenziali di novembre.

BIDEN

La sua è oramai una marcia trionfale. Al punto di spingere Sanders a rallentare la sua campagna (e non solo per colpa del coronavirus). Circolano voci di un suo ritiro; si moltiplicano le aperture, personali ma anche programmatiche, di Biden nei suoi confronti. L’esatto contrario di quanto avvenne quattro anni fa.
E, qui forse, la politica politicante non c’entra. E nemmeno la tradizionale distinzione tra moderati e radicali. C’entra la sensazione sempre più diffusa che quello tra Biden e Trump e Biden sia uno scontro di civiltà; e che elezioni del 3 novembre siano una specie di giudizio di Dio, decisivo per le sorti del paese e del mondo.

UE

Le ultime riunioni degli organismi europei sono segnate da profonde fratture. E, a differenza del passato, non suscettibili di occultamento, magari grazie alla vaghezza dei comunicati conclusivi. Chiarissimi i nomi e cognomi dei due partiti in contrasto: da una parte i paesi latini e mediterranei, con l’aggiunta della Slovenia. Dall’altra il blocco anseatico (dall’Olanda ai baltici), e quello di Visegrad con l’aggiunta dell’Austria; ma, a differenza delle altre volte, con la Germania non più giudice inflessibile ma non ancora mediatore neutrale.
A definire la materia del contendere lo scontro tra esigenze di fatto e obiezioni di principio. Scontro già definitivamente risolto, con la vittoria dei primi, a livello di politiche economiche e di bilancio dei singoli stati. Qui, in linea di fatto il cosiddetto “sistema di Maastricht” era già completamente franato. Via libera alla spesa pubblica e in tutti i maggiori paesi; e in dimensioni così gigantesche da ritenere provocatoria e del tutto impraticabile qualsiasi pretesa di ritorno alle regole e alle discipline dell’altro giorno. E via anche alle nazionalizzazioni e alle politiche industriali meglio se presentate con gli opportuni mascheramenti semantici. E via libera in nome di “circostanze eccezionali” che giustificavano la sua “sospensione”. Una sospensione che, come tutti sanno, è, in questo caso, per sempre.
La discussione rimane invece accesa, e con toni espliciti e violenti (vedi lettera di Conte) sul Mes e sui corona bond. Anche qui la logica delle cose e forse anche i rapporti di forza sono a favore dei fautori del cambiamento. Perché è non solo ridicolo ma anche provocatorio che chi chiede di accedere al fondo salva stati debba essere sottoposto a condizioni che richiamano il trattamento subito dalla Grecia e che tutti sanno essere del tutto insostenibili. In realtà l’opposizione si basa, qui come altrove, su questioni di principio dai sottintesi razziali (nordici onesti e latini imbroglioni per natura); e basterebbe, per soddisfarla, che il principio delle condizioni sia mantenuto magari come semplice foglia di fico. Una trincea destinata a franare; anche perché il suo principale sostenitore, la Germania, sta anch’essa franando.
Sugli eurobond, invece, almeno per ora, niente da fare. Perché qui si chiede ai paladini della virtù di unire le proprie sorti e di sostenere con i propri soldi con i praticanti del vizio; e questo è troppo.
Se ne riparlerà tra pochi giorni. In un contesto in cui i sostenitori del cambiamento non sembrano disposti al compromesso (la loro linea del Piave è fondo salva stati senza condizioni e introduzione, in tempi certi anche se in modo graduale, degli coravirus bond). E il probabile mancato accordo avrà come conseguenza lontana, l’instaurazione del principio del voto di maggioranza nelle istituzioni europee e la rinuncia di queste istituzioni a svolgere un ruolo attivo nella soluzione della crisi. Un colpo all’Europa di ieri; ma anche a quella di domani.

MIRACOLI E MIRACOLATI: ITALIA

L’Italia, anzi lo stato italiano, è, indubbiamente, uno dei più grandi miracolati di questo specifico momento storico. Le sue istituzioni, dallo stato al pubblico, fino a oggi oggetto del pubblico ludibrio fino ad essere demolite pezzo a pezzo, riacquistano un ruolo centrale, oggetto dell’attenzione e dell’aspettativa di tutti e con poteri, sulle cose e sulle persone, impensabili anche nei sogni più folli. Tutti i tabù che lo paralizzavano sono improvvisamente caduti. E lo status di libertà vigilata che lo segnava a dito in Europa è stato cancellato.
Questo miracolo va rispettato e apprezzato. Da laici perché riparatore di un’ingiustizia storica e ritorno di antichi valori. Dai cristiani, laici o meno, perché ogni miracolo contiene in sé un vincolo e una prmessa cui tenere fede.
Ma, allo stesso tempo, questo miracolo non abbiamo fatto nulla per meritarlo; né disponiamo ancora delle risorse necessarie per metterlo a frutto. Mentre saremo, anzi siamo sottoposti alle pressioni più diverse: regione contro regione, piccole contro grandi imprese, sindacati contro Confindustria; e, più in generale sostenitori delle pratiche del passato ampiamente dotati di truppe e anticipatori del futuro ancora del tutto disarmati. Scelte da compiere tra opzioni diverse se non opposte tra loro.
Un caso da manuale. Lo seguiremo insieme.

JOHNSON/TRUMP/BOLSONARO

Tre personaggi che hanno affrontato impavidamente il coronavirus. E il prezzo che questo poteva comportare per altri. Il primo con il “perderete i vostri cari”; il secondo con la “febbriciattola destinata a scomparire”; il terzo con il più marziale “chi si chiude in casa è un codardo”.
Per ora nessun segnale da Lassù: tre tamponi, uno positivo ma senza conseguenze.
Nemmeno una febbriciattola, magari per qualche collaboratore? Non chiediamo di più. E attendiamo fiduciosi.

SONDAGGI IN ITALIA

Tutti i sondaggi danno Salvini tra il 30 e il 25% e in calo; il Pd a tre/quattro punti di distanza e in crescita; alti valori per Conte; stazionario il M5S, la Meloni in ascesa e Renzi irrimediabilmente irrilevante. E’ vero che le elezioni sono ormai fuori dai nostri schermi; ma prima o poi si dovranno tenere. E allora sarebbe il caso di cominciare a riflettere su questi dati.

marzo 28, 2020

MEMORANDUM PER LA GERMANIA

 

di Massimo Nava

Quentin Metsys. Cambiavalute con la moglie (1514 circa) Parigi, Museo del Louvre.

Di fronte all’ampiezza della crisi per l’epidemia del coronavirus, prudenze e riserve di parte tedesca per un’azione finanziaria convergente a livello europeo sembrano fuori luogo e fuori tempo. Non solo minacciano la definitiva implosione dell’Europa, ma vanno contro gli stessi interessi della Germania. Angela Merkel rischia di passare alla Storia non per avere salvato l’Europa e dato finalmente al suo Paese un ruolo di guida e indirizzo, ma per avere difeso fino all’ultimo un castello di regole non più adeguato all’emergenza che ci sta travolgendo.
All’indomani della riunificazione, un grande cancelliere, Helmuth Schmidt, disse : « Noi tedeschi abbiamo accresciuto la nostra capacità di ricostruzione negli ultimi decenni non da soli, non solo con le nostra forze. Questa capacità non sarebbe stata possibile senza gli aiuti delle potenze vincitrici occidentali, senza il nostro inserimento nella comunità europea e senza la fine della dittatura comunista. Abbiamo il dovere di mostrarci degni della solidarietà ricevuta con la nostra solidarietà nei confronti dei vicini. La classe politica non è sufficientemente consapevole di questa solidarietà (…) Non abbiamo bisogno solo di razionalità, ma anche di un cuore che sappia immedesimarsi nei nostri vicini e partner. »
Schmidt non è stato ancora ascoltato. Nè ieri, nè oggi.
Il 28 giugno 1919 fu firmato a Versailles il trattato di pace con cui le potenze vincitrici (in testa Francia e Gran Bretagna) imposero alla Germania pesantissime riparazioni dei danni di guerra, 132 miliardi di marchi dell’epoca. Secondo varie interpretazioni storiche, furono gli oneri del conflitto perduto, oltre alla crisi mondiale del ’29, a tracciare l’autostrada politica e sociale per l’ascesa di Hitler al potere. Il debito, dopo successive rinegoziazioni, venne ripagato solo in parte e fu considerato estinto dal Fuehrer nel 1933. Alla conferenza di Londra del 27 febbraio 1953 fu negoziato un secondo debito riparatore a carico della Germania, per i danni provocati nel secondo conflitto mondiale. Anche in questo caso, gli storici hanno analizzato controversie di varia natura. A Londra, ci si domandó se il debito dovesse ricadere sulle spalle della sola Germania federale o anche sulla ex DDR, la Germania comunista. I negoziati portarono a una dilazione dei pagamenti e a una parziale riduzione. In piena guerra fredda, per europei e americani la rinascita e la stabilita’ della Germania federale erano un obiettivo vitale di fronte al blocco comunista e quindi preponderante sulla riscossione totale del debito.
Ricordare oggi i debiti della Germania per i danni di due guerre da essa provocate non significa rifare l’esame delle coscienze rispetto alle colpe del passato, per le quali le riparazioni etiche non sono peraltro quantificabili. Dovrebbe essere però utile ricordare ai tedeschi che la forza del loro Paese non risiede soltanto sulla straordinaria efficacia dell’apparato produttivo e del modello federale, ma anche sull’aiuto finanziario che il Paese ha ricevuto in varie epoche per risorgere. Un sostegno indiretto e’ arrivato anche recentemente, nel processo di riunificazione. L’ex presidente francese Mitterrand pensó di “diluire” in Europa la potenza tedesca scambiando la riunificazione con la rinuncia al marco. Il cancelliere Kohl sacrifico’ la moneta nazionale, ma intuí che l’euro avrebbe avuto come riferimento costante l’andamento dell’economia tedesca e avrebbe favorito l’eccezionale surplus commerciale del Made in Germany.
Al tempo della crisi del debito greco, Atene riaprì il contenzioso su danni di guerra subiti durante l’occupazione delle truppe naziste, ma non ottenne soddisfazione. Eppure si poteva comprendere la disperazione del Paese : ai torti del passato si stavano sommando terribili imposizioni economiche : non per avere combattuto e perso due guerre, ma per l’ingresso in Europa.
La crisi greca non ha insegnato nulla. E l’atteggiamento di Berlino non cambia, nonostante una crisi di ben più eccezionale ampiezza.
La Storia dovrebbe almeno sfatare luoghi comuni, come quello di un Paese che si è ricostruito con le proprie forze e che per questo non ritiene di doversi mostrare solidale con i partner più poveri, più in difficoltà, più indebitati.

 

marzo 28, 2020

  La fontana di Bellerofonte 1820

Crescendo e…. Beethoven! (Cap.7)

 

 

Una cantina a sera, un lungo tavolo attorno a cui siedono otto buontemponi a bere. Un gran pentolone di ‘laine e ciceri’ e  attorno una schiera di cucchiai di legno che “cominciavano i loro viaggi di andata e ritorno” in compagnia di ‘lunghe sorsate di vino fresco’.  Il ‘ventre’ della cantina, viene così somatizzato il luogo, dà l’impressione di una simbolica cornucopia o altro simile, con libertà di alzare la voce, schiamazzare, fare battutacce…  con  allusioni salaci e  smargiassate carnevalesche.

Tutta la sequenza ha una parola chiave, “crescendo”, soprannome di Michele: perché? Ora ci arriviamo… Crescendo si è riscaldato, dopo vino e cucchiaiate saporite, a far ridere tutti con lazzi pruriginosi spassosissimi, in dialetto irpino, alla volta di Talleyrand e teste coronate : si tratta di ‘volgarissime corna’ di gusto ‘carnevalesco’. (Michele ha accompagnato nel 1815 un signore a Vienna per il famoso congresso: ovviamente come servitore, perciò in prospettiva straniante ‘dal basso’). Ma ora si produrrà nel pezzo forte: nella sala magnifica e regale del teatro imperiale ha ascoltato, lui analfabeta o quasi, l’esecuzione esclusiva  della Settima beethoveniana . E con la direzione del compositore in persona! ‘Sordo?… E come faceva? …Ma allora non era vero che era sordo….”

Si apre il sipario e via alla ‘rappresentazione’! Rievocando prodigiosamente tutto sul filo della memoria, dopo anni, il promosso Beethoven irpino solleva colline, lancia cavalli al galoppo, alza la ‘bacchetta’ e dirige, agitando braccia, corpo, testa,fino al colmo di un climax ascendente, nel rapimento attonito e commosso del ‘pubblico’ in sala ‘vinaria’. Tra onomatopeici ‘perepè perepé perepé’  e corse futuristiche a briglia sciolta sembra di rivivere la dimensione avvolgente riservata da McLuhan alle sale cinematografiche, finché  con un boato finale esplodono gli applausi e una risata generale copre l’emozione rusticana e ‘scornosa’.

Gina Ascolese

Celestino Genovese, scrittore di origine irpina, psicoanalista ed ex docente universitario, già autore di molti saggi nel suo campo. Il romanzo, documentato sulla base di approfondite ricerche, appare come opera di indubbio significato tra letteratura e storia, ambientata al tempo dei moti carbonari del 1820: esattamente duecento anni fa, data di cui celebriamo quest’anno il Bicentenario.

Romanzo storico di Celestino Genovese  ,                                                                               

                                               Pironti editore, Napoli 2014

 

 

 

marzo 28, 2020

Urbi et orbi!

Papa Francesco, davanti a una piazza San Pietro spettrale, sotto un cielo plumbeo, solo con tutta la sua forza e tutta la sua debolezza umana, recita l’Urbi et Orbi.

Un’immagine destinata a rimanere per sempre scolpita nella nostra memoria di atei e credenti, laici e cattolici, semplicemente esseri umani di fronte a qualcosa di spaventoso e più grande di noi. Che si vedono e si riconoscono umanamente nelle parole di questo grande Papa.

“Siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo trovati su una stessa barca fragili e disorientati, ma allo stesso tempo importanti e necessari, chiamati a remare insieme e a confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti. E ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo. Ma solo insieme. Nessuno si salva da solo”.

 

 

L'immagine può contenere: cielo e spazio all'aperto