Archive for marzo 8th, 2020

marzo 8, 2020

Coronavirus: quanto durerà e quando finirà l’epidemia?

Quanto durerà il coronavirus in Italia e nel mondo? L’epidemia rallenterà davvero con l’arrivo della primavera e del caldo? Cosa sappiamo ad oggi sulla durata e la (possibile) fine dell’epidemia.

Coronavirus: quanto durerà e quando finirà l'epidemia?

Mentre spuntano nuovi casi di coronavirus in Italia, in Europa e nel mondo, ci si chiede quanto durerà l’epidemia e quando, finalmente, riusciremo a vedere la fine di questo periodo nero.

È vero, come hanno detto alcuni, che l’epidemia finirà con l’arrivo della primavera e del caldo? O dovremo aspettare il vaccino per dire addio al COVID-19 che intanto continua a colpire e a uccidere persone in tutto il mondo?

Ad oggi è non possiamo dire per certo quanto durerà il coronavirus, se finirà tra poche settimane, mesi, anni oppure mai, ma quello che è sotto gli occhi di tutti è che la sua marcia globale sembra inarrestabile, tanto che alcuni lo hanno già definito una pandemia.

Il coronavirus potrebbe durare 3-4 mesi

In Italia gli esperti sono concordi nel dire che questa settimana sarà decisiva per capire se le misure di contenimento prese finora sono state oppure no efficaci nel far rallentare i contagi.

Il dottor Fabrizio Pregliasco, virologo e direttore sanitario dell’Irccs Galeazzi di Milano, ha detto al Messaggero:

“Possiamo prevedere che si andrà avanti per alcuni mesi, direi 3-4 mesi, considerando anche le code che arrivano dai singoli soggetti ammalati. Sul conto dei contagiati si deciderà se allargare le maglie del controllo in modo mirato o stringere ancora i bulloni.”

Coronavirus: come finirà? Due scenari

A prescindere dalla durata dell’epidemia, sarà cruciale trovare soluzioni per minimizzarne gli effetti. La diffusione del virus nel mondo sta infatti mettendo in ginocchio interi settori produttivi e a rischio posti di lavoro, nonché alimentando i timori di una pandemia globale. Urge quindi fermarlo prima che comporti la recessione dell’economia mondiale e una radicale trasformazione della società.

L’esperto di salute globale Jonathan D. Quick, storico collaboratore dell’OMS e autore di un libro intitolato “La fine delle epidemie: La minaccia incombente per l’umanità e come fermarla”, ha avanzato due possibilità.

1) Nella migliore delle ipotesi i focolai scoppiati nei vari paesi si estingueranno grazie alle misure di controllo e contenimento prese da tutti gli Stati.

2) Nella peggiore delle ipotesi l’epidemia diventerà globale fino a diventare endemica, il che significa che circolerà in modo permanente nella popolazione.

Molti esperti sostengono che Covid 19 diventerà endemico, andandosi a unire agli altri 4 coronavirus esistenti che causano raffreddori lievi, febbre e sintomi influenzali.
Anche Quick ritiene che sia più probabile il secondo scenario. “Il virus si è diffuso in modo silenzioso in 6 continenti con catene di trasmissione da persona a persona anche fuori dalla Cina, e la diffusione si è accelerata nell’ultima settimana. Se diventa una pandemia le domande sono due: quanto sarà grave e quanto durerà? Il tasso di mortalità è del 3% circa, molto superiore a quello dell’influenza stagionale. Ci sono ancora molte incognite. Ad esempio, potremmo aver sottovalutato il periodo di incubazione e il modo in cui il virus si diffonde”.

Coronavirus e meteo: finirà con l’arrivo del caldo?

Alcuni virus, come quelli che causano l’influenza, sono stagionali. Ad esempio, l’influenza stagionale che in Italia inizia in autunno e raggiunge il suo picco tra gennaio e febbraio leva le tende tra marzo e aprile, con l’inizio della primavera.

Anche questo coronavirus si placherà con l’arrivo della bella stagione? La prospettiva che l’estate e il caldo possano evitare lo scoppio di una pandemia è allettante, ma è ancora troppo presto per prevedere come SARS-COV-2 risponderà ai cambiamenti climatici.

Per comprendere meglio il corso del nuovo coronavirus da qui ai prossimi mesi gli scienziati stanno studiando il comportamento dei virus “fratelli” come SARS e MERS. L’epidemia di SARS, che ha iniziato a diffondersi a metà novembre 2002, è durata fino a luglio 2003, per poi sparire sempre più velocemente. Questo dato suggerisce che il virus potrebbe essere scomparso grazie al clima più caldo, anche perché, lo ricordiamo, ad oggi non esiste un vaccino contro la SARS, né un trattamento farmacologico specifico per curarla. Se dovesse comportarsi in maniera simile al virus della SARS, il nuovo coronavirus potrebbe durare 1 anno.

Per quanto riguarda la MERS, iniziata a settembre 2012 in Arabia Saudita dove le temperature sono in genere molto elevate, non sembra esserci una correlazione con la stagionalità. L’epidemia infatti non è mai stata davvero contenuta e occasionalmente vengono segnalati nuovi casi in Medio Oriente.

L’epidemia si fermerà solo con il vaccino?

Ad oggi non esiste ancora un rimedio efficace o un vaccino contro il nuovo coronavirus: i pazienti guariscono spontaneamente o grazie a terapie di supporto. “Se poniamo tutte le nostre speranze nel vaccino siamo nei guai”, ha detto il prof. Jason Schwartz della Yeale School of Public Health. I tempi per la messa a punto e in commercio di un vaccino, infatti, sono lunghi: occorre in genere almeno 1 anno/1 anno e mezzo. Secondo lui, “se non avessimo messo da parte il programma di ricerca sui vaccini per la SARS oggi avremmo avuto più armi per affrontare il nuovo coronavirus”.

La comunità scientifica sta facendo grossi sforzi nello sviluppo del vaccino e la sua commercializzazione in tempi brevi. La compagnia farmaceutica americana Moderna ha sviluppato un vaccino contro il Covid 19 pronto per i test sull’uomo che dovrebbero iniziare ad aprile, ma gli scienziati israeliani del MIGAL potrebbero essere ancora più vicini al vaccino. Stando a quanto riferito dal ministro della Scienza, Tecnologia e Spazio Ofir Akunis, il vaccino contro il Covid 19 sviluppato in Isreale, che non si somministrerà per via endovenosa ma per bocca, potrebbe ottenere l’approvazione entro 3 mesi.

Per prevenire la malattia l’OMS raccomanda di lavarsi frequentemente le mani e di evitare il contatto ravvicinato con chi mostra sintomi riconducibili al coronavirus come tosse, starnuti e febbre.

(fonte: money.it)

marzo 8, 2020

Marie Colvin.

cominciò la sua carriera a New York, come reporter per United Press International (UPI), dopo essersi laureata a Yale, per poi diventare capo del bureau di Parigi dell’UPI nel 1984, e trasferirsi al Sunday Times nel 1985. Dal 1986 fu la corrispondente del giornale in Medio Oriente, e dal 1995 la corrispondente per gli Affari Esteri. Nel 1986 fu la prima giornalista a intervistare Muʿammar Gheddafi dopo l’inizio dei bombardamenti degli Stati Uniti in Libia.

Specializzata nella zona del Medio Oriente, fu corrispondente nei conflitti in CeceniaKosovoSierra LeoneZimbabweSri Lanka e Timor Est. Nel 1999, a Timor Est, le fu attribuito il merito di aver salvato le vite di 1500 donne e bambini da una zona assediata da forze armate sostenute dall’Indonesia. Rifiutandosi di abbandonarle, rimase con un contingente militare delle Nazioni Unite, riportando il tutto su giornali e televisioni[1]. Sono stati evacuati dopo quattro giorni. Ha vinto il premio International Women’s Media Foundation per il coraggio dimostrato nella copertura dei conflitti in Kosovo e Cecenia[2]. Ha scritto e prodotto diversi documentari, tra cui Arafat: Behind the Myth per la BBC e Bearing Witness.

La Colvin perse la vista nell’occhio sinistro durante un servizio sulla guerra civile dello Sri Lanka. Fu colpita da un’esplosione da una granata dell’esercito dello Sri Lanka il 16 aprile 2001, mentre si spostava da un’area controllata dalle Tigri Tamil a un’area controllata dal Governo. Da allora indossò una benda sull’occhio[3], inoltre iniziò a soffrire di disordine post traumatico da stress.

Fu anche testimone ed intermediaria durante gli ultimi giorni della guerra in Sri Lanka e riportò di crimini di guerra contro i tamil che furono commessi durante questo periodo[4]. Diversi giorni dopo il suo ferimento, il governo dello Sri Lanka permise l’ingresso ai giornalisti stranieri nelle zone tenute dai ribelli. Ariya Rubasinghe ha dichiarato: “I giornalisti possono andare, non glielo impediamo, ma devono essere pienamente consapevoli e accettare il rischio per le proprie vite”[5].

Nel 2011, mentre riportava notizie sulla primavera araba in TunisiaEgitto e Libia, le fu offerta l’opportunità di intervistare Gheddafi insieme ad altri due giornalisti che poteva nominare. Scelse Christiane Amanpour, della ABC, e Jeremy Bowen, della BBC.

Marie Colvin sottolineò l’importanza di accendere la luce sulla “umanità in condizioni estreme, spinte verso l’insopportabile”, affermando: “il mio lavoro è testimoniare. Non sono mai stata interessata a sapere quali modelli di aerei avesse appena bombardato un villaggio o se l’artiglieria che aprì il fuoco su di esso fu 120mm o 155mm”.

Nel febbraio del 2012, ignorando i tentativi del governo siriano di non permettere ai giornalisti stranieri di riportare notizie sulla guerra civile, la Colvin riuscì ad entrare in Siria senza permessi, stazionandosi nel distretto occidentale Baba Amr della città di Homs. Da qui, la sera del 21 febbraio, per l’ultima volta fece i suoi ultimi interventi in programmi televisivi della BBC, Channel 4CNN e ITN News tramite un telefono satellitare. Descrisse “senza pietà” i bombardamenti e gli attacchi da cecchino contro edifici civili e persone per le strade di Homs da parte delle forze governative. Parlando con Anderson Cooper, Colvin descrisse il bombardamento di Homs come il peggior conflitto che avesse mai vissuto.

Marie Colvin è morta il 22 febbraio 2012 in Siria, all’età di 56 anni, insieme al fotoreporter francese Rémi Ochlik, uccisi mentre lasciavano una sede media non-ufficiale durante l’offensiva di Homs.[6][7]

L’autopsia condotta a Damasco dal governo siriano ha concluso che Marie Colvin è stata uccisa da una “improvvisa esplosione di un dispositivo pieno di chiodi”. Il governo afferma che il dispositivo esplosivo è stato piantato dai terroristi. Questo resoconto è stato respinto dal fotografo Paul Conroy, che era con Colvin e Ochlik e sopravvisse all’attacco. Conroy ha ricordato che Colvin e Ochlik stavano facendo le valigie quando il fuoco dell’artiglieria siriana ha colpito il loro mediacentre. Il giornalista Jean-Pierre Perrin e altre fonti hanno riferito che l’edificio era stato preso di mira dall’esercito siriano, identificato mediante segnali telefonici via satellite. La loro squadra aveva pianificato una strategia di uscita poche ore prima.

(Fonte Wikipedia)