Livida palus: metafora di una città.

Visualizza immagine di origine
Iniziano ex abrupto, come sempre, anche gli ultimi romanzi di Franco Festa, scrittore impropriamente definibile come giallista, invece maestro nell’ibridare il genere engagé con trame poliziesche. Alle prime pagine sembra che siamo assaliti e ingoiati da un torrente in piena, che fatica a trovare il fiume in cui confluire, e quel torrente trascina rami secchi, fa rotolare ciottoli, sbatte contro le rive sinuose, con acque scure e putride che sommergono. Eppure, quelle acque così sporche sentiamo di amarle, sono le nostre, a qualunque paese apparteniamo, e, come un personaggio dei tanti romanzi, forse anche qualcuno tra noi tutte le sere vorrebbe andare a trarne fuori frasche macere… plastica….abbandoni di un’umanità che disperde…. e si disperde.
Non riesco a immaginare le trame estranee al corpo sofferente della città che vi compare, la ‘nostra’ città. Vi riconosciamo angoli da amare, fischi di vento, raffiche gelate, e quel caldo umido che ammorba l’aria e sembra congiurare per la degradazione sempre più in basso, sempre più viscida e putrescente…come quelle acque ….livida palus, direbbe qualcuno… La città è una lividissima palus, e quindi, in un’interpretazione simbolica, una descensio ad Inferos, nell’inconscio più profondo, un labor-intus. E da qui la destrutturazione dei periodi, spezzati, lacerati , ridotti a monconi di dialoghi in cui non ci si comprende il più delle volte, e si parlano linguaggi da sordomuti, simbolici e infernali. La forma è il contenuto: è questa la chiave di lettura! Ed è anche, questo, un linguaggio espressivo che risente delle neoavanguardie tardonovecentesche: il cui piano non è assolutamente estetico-letterario, ma di un politico-ideologico portato a valenza estetica, se questo concetto è possibile logicamente: ed anche, il cosiddetto messaggio dell’anticorruzione e dell’anticapitalismo è fortunatamente non tout court progressista, perché è senza cattedre e palchi, senza microfoni o folle di adepti: no, si tratta qui di un’antidemagogia: della voce, anzi no, della resistenza di chi si spezza le gambe a fare il suo dovere, credendo nelle istituzioni civili . Livida palude di Caronte. Palus-pestis, stessa radice. Il caldo stagnante appiccicoso dell’estate in mezzo al cemento avellinese, quando l’aria non viene fuori dal climatizzatore della questura e il commissario Matarazzo soffre ancor più per la palude-peste dell’anima che lo deprime, lo opprime, che ha molto dello Spleen de Paris. Livia è lontana, forse l’ama, o forse non più, ma ciò che è tremendo e lo schianta è l’accusa implicita di non essere stato all’altezza della donna che poteva essere la sua donna, ma non si sa perché, che cosa non andasse, forse niente, e sembra tutto, forse nella guerra inconscia uomo-donna lui è sconfitto perché non ha capito che non c’è in realtà alcuna ostilità, che interagire è la vera forza, ma perché lei si rifiuta? Perché lui non riesce a farsi accettare? Una città e un amore malato che hanno tanto della livida palus virgiliana, dantesca, baudelairiana, sanguinetiana… Altro che Avellino! E non s’intravede resurrezione alcuna, né personale, né umana.
Questo lo scenario degli ultimi libri di Franco Festa. Poi, chiunque, lettore del nord e del sud, può e deve astrarre da Avellino e scendere nei propri inferni, leggere dentro le storie un’allegoria cittadina che vale per noi tutti oggi, come l’Inferno di Dante nel M.Evo per l’intera umanità. Un inferno senza cielo come quello della cosmologia dantesca, una voragine in cui l’individualismo chiude ciascuna anima dannata nella propria dolorosa solitudine.
E agli antipodi la roccaforte. L’angelo salvifico che schiaccia il capo al serpente, nella forma del vecchio commissario Melillo, sempre biancovestito, che conversa amabilmente offrendo un profumato Aglianico tra le mura fresche e protettive, alte sull’abisso del nulla. Il centro storico, l’orologio che scandisce il tempo esatto dei giusti e la possibilità di ricordare che il Natale è ancora Natale e che il luogo, anche questo un archetipo, ma di segno rovesciato e positivo, è l’intimità della dimora domestica, raccolta e silenziosa, di chi si è speso tutto e sta per andar via dallo scenario del mondo.

Perugia, 4 Marzo 2020

Gina Ascolese

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: