Prokof’ev e Dvořák nell’interpretazione di Riccardo Muti al Teatro S. Carlo

Il M° Riccardo Muti
Quando Riccardo Muti sale sul podio e solleva la bacchetta per dare il via alla sua orchestra vi sono un paio di secondi – o forse anche meno – di un concentrato emozionale difficilmente definibile. Ci prende innanzitutto un’aspettativa che non assomiglia ad una pretesa, quanto ad una predisposizione all’ascolto fiduciosa, in quanto legittimata dalla gratitudine che il Maestro ha saputo conquistarsi in tante precedenti occasioni. E’ una specie di promessa implicita, che finora è stata sempre onorata fin da quel lontano 1980, quando per la prima volta avemmo l’occasione di seguirlo dal vivo nella direzione della Messa di Requiem di Verdi all’Arena di Verona (con un Dies irae da brivido!). Il secondo aspetto di questa emozione iniziale, quando tutto è ancora sospeso, riguarda la postura e l’espressione del Maestro che vengono spesso fraintese da chi non ha imparato a conoscerlo. A primo acchito, infatti, Muti sembra altero: reclinando leggermente il capo all’indietro sembra voler guardare il mondo dall’alto in basso. In realtà, noi, che crediamo di averne colto lo spirito, sappiamo che in quegli istanti il Maestro sta solennemente accettando il mandato di dare voce all’autore: è una sorta di giuramento di fedeltà allo spirito del compositore e pertanto quel che può sembrare alterigia è invece il rinnovo di una promessa solenne di devozione e rispetto anche nei confronti del pubblico.
Era inevitabile che una simile emozione si ripresentasse anche ieri sera al Teatro S. Carlo di Napoli dove Riccardo Muti ha proposto due pezzi forti del suo repertorio nell’esecuzione della Chicago Symphony Orchestra, che dirige da 10 anni: la suite da Romeo e Giulietta (1936) di Sergej Sergeevič Prokof’ev e la Sinfonia N° 9 in mi minore (“Dal Nuovo mondo”) di Antonín Dvořák (1893).

Sergej Sergeevič Prokof’ev (1891-1953)
E così, quando la bacchetta ha dato il via all’orchestra, l’irruzione immediata del musicista ucraino si è riversata sul pubblico attraverso i legni e gli ottoni, che avvertono perentoriamente che il tema è una tragedia, e soltanto dopo fanno largo agli archi, affinché affrontino la narrazione dell’anima, così come i protagonisti hanno vissuto il loro destino di amore e morte.
Pagine dense di emozioni vedono caratterizzare questa suite, della quale soltanto i conoscitori sanno che è tratta da un balletto. L’ascoltatore ignaro è catturato invece dall’impasto sinfonico che condensa tutte le esperienze che l’autore ha consumato nelle sue profonde relazioni con artisti come Djagilev, Debussy, Stravinskij, frequentati a Londra già prima della Grande Guerra a soli 23 anni, o dopo il viaggio negli Stati Uniti e il suo rientro in Russia agli inizi degli anni ‘30. Ma come si fa a distinguere il contributo del musicista Prokof’ev dall’interpretazione che ne propone Muti? Dobbiamo confessare la nostra difficoltà a riconoscere la mano del compositore nel lavoro maniacale che il direttore d’orchestra riserva alla finitura della sua interpretazione dello spartito, fino a porci la domanda: ma come sarebbe la sonorità di questo passaggio in una versione diversa da quella di Muti? E così quel patto di fedeltà di cui parlavamo all’inizio si trasforma in una dimensione quasi eroica del lavoro dell’interprete, lasciando aperta la questione di chi davvero ci consente un godimento così intenso fra i due protagonisti.
E’ una questione che ci pone anche l’impatto con la Sinfonia N° 9 di Antonín Dvořák, che ci accoglie dopo l’intervall0. Si tratta di una composizione americana, risalente al periodo nel quale il musicista ha diretto il Conservatorio Nazionale di New York su invito della signora Jeannete Thurber, una ricca mecenate, se così si può definire, che aveva progetti ambiziosi sul conservatorio della sua città.

Antonín Dvořák (1841-1904)
Ebbene, molto si è commentato su questa composizione, soprattutto in relazione all’utilizzo da parte dell’autore di musiche autoctone, addirittura risalenti ai nativi americani. Non sappiamo come stiano davvero le cose, anche perché Dvořák sulla quesione in seguito fu molto evasivo e qualcuno si è spinto ad ipotizzare che certe ispirazioni provenissero in realtà da tradizioni popolari ceche (Dvořák era nato in un paesino vicino a Praga allora capitale del Regno di Boemia, facente parte dell’impero austriaco). Fatto sta che, giunti al quarto movimento della sinfonia, il Teatro S. Carlo si è lasciato cullare da una melodia talmente familiare da autorizzare una ipotesi che non ci dispiace: e se le musiche dei nativi americani o della tradizione ceca fossero in realtà delle evocazioni di radici infantili che non possono essere ricondotte all’ortoddossia della musica colta, ma che si fanno comunque strada prepotentemente perché sono parte integrante delle radici di ogni civiltà, americana o ceca, poco importa? E così, a conclusione di questo cesello, il teatro è esploso in un tripudio che non ha segnato il successo del concerto, bensì la sua apoteosi. Gli orchestrali della Chicago Symphony Orchestra osservavano disorientati questa manifestazione di entusiasmo di migliaia di persone stipate nel teatro più antico del mondo, e il Maestro Muti ha concesso un breve bis con l’intermezzo della Fedora di Umberto Giordano.
Rubato da Facebook di Celestino Genovese

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