Dante, Divina Commedia, canto II purgatorio.


Il Purgatorio è la palestra dove la volontà fa i suoi duri esercizi sotto lo sguardo severo di Catone, la volontà di alleggerirsi della grave condensazione della materia infernale, dall’oggetto distogliere lo sguardo per posarlo sull’altro, in una relazione che di rimando in rimando guarda alla totalità degli uomini.
Se l’inferno è Possessione, rappresentazione statica ed immutabile data in eterno, il purgatorio attiene alla Relazione, relazioni io — tu e noi — voi, oltre che al soggetto, all’io-pensante, e posto che non si può pensare senza segni, si potrebbe considerarlo come regno della semiotica, forse, che sta in mezzo tra la cieca percezione sensibile e l’interpretante logico, Dio, che risiede nell’empireo della conoscenza sotto il nome di Verità.
Il Purgatorio è pertanto il regno di un’umana comunità di anime, quando l’inferno indicava soltanto l’identità con la materia, la fisica della natura, il determinismo di una azione meccanicamente perenne; nel luogo dell’umano v’è ancora la materia, ma qui, quel che conta ora, è la relazione (d’amore, d’affetto, di simpatia, di amicizia di lontananza, ecc) che si instaura tra uomo e uomo (viventi o deceduti) in un rapporto dialogico.
Fermo restando che l’inferno e il purgatorio appartengono ambedue al Regno della Fisica, uno v’appartiene nella materia bruta, l’altro fino al limite delle cause determinanti e l’inizio della libertà, dove comincia l’uomo, non nel senso che oltrepassato quel limite cessano le leggi deterministiche che legano alla materia, ma nel senso che rientra nella pienezza delle prerogative umane la facoltà di non dare loro cura, non dare loro ascolto, prescindere da esse.
E’ grazie alla prescissione dall’oggetto come scopo, contemplato senza concetto, che può aprirsi nel regno dei sogni, dei canti, dell’amicizia, il fiore più umano della bellezza e i canti del purgatorio sotto l’aspetto del bello è il cantico più riuscito.
De Sanctis si domandava se il purgatorio sovrastà o sottostà di bellezza l’inferno, ma non si sarebbe posto la domanda se si fosse rappresentato la Montagna come il regno dove ha dominio l’umano e la Bellezza, appunto, è riferita esclusivamente all’uomo, parimenti la Libertà, ma essa viene conquistata al termine della salita, dopo il purgatorio e la cancellazione delle P, dopo l’attraversamento del fuoco e prima del Paradiso Terrestre: è qui che Dante festeggia il trionfo, poiché ora può agire incondizionatamente, senza riguardo agli appetiti e ai piaceri del corpo; può finalmente mettere il libero timone della ragione sulla rotta del cielo, tra le vette eccelse della morale, la santità del Paradiso.
Bellezza e Libertà vanno a braccetto nell’Eden, in seguito, nei cieli, la bellezza trasmoda e la libertà diviene, senza sforzo, totale adesioni ai precetti divini, la Morale, appunto, del Cristallino.

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