Ingroia: “Io, pazzo come Borsellino la stanza della verità è ancora buia”

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Il procuratore aggiunto di Palermo replica a Dell’Utri e insiste nella denuncia: “Nessuno vuole illuminare quella stanza”

“Un imputato, il senatore Marcello Dell’Utri, mi ha definito pazzo e devo dire che a volte mi ci sento. Mi piace essere un po’ pazzo come Paolo Borsellino, perché continuo a credere nella possibilità che, nonostante tutto, si possa raggiungere la verità sui grandi misteri del nostro paese”. Replica a distanza del procuratore aggiunto di Palermo Antonio ingroia al senatore Marcello Dell’Utri che ieri, dopo avere appreso di essere indagato per estorsione ai danni di Silvio Berlusconi, ha definito appunto i pm di Palermo “pazzi e morbosi”. “Mi sento pazzo – ha proseguito Ingroia – di fronte all’imbarazzo per la verità e alla paura che spesso si denota dentro le istituzioni anche più insospettabili. Sono pazzo perché credo in un’Italia che abbia il coraggio della verità, conquistata a qualsiasi prezzo e senza paura”.

Ingroia è intervenuto ieri sera alle commemorazioni organizzate per il ventesimo anniversario della strage di via D’Amelio, in un dibattito organizzato dal giornale Antimafia duemila. Sulle stragi mafiose del ’92 “abbiamo finalmente varcato l’anticamera della verità – ha detto fra l’altro -, ora siamo entrati nella stanza della verità. Pensavamo, però, di trovare una stanza illuminata, invece era buia. Qualcuno aveva sbarrato le finestre e qualcuno aveva fulminato le lampadine. Siamo da soli e con le candele”.

“Leggendo in questi giorni i giornali – ha proseguito Ingroia – con commenti illustri di giuristi, giornalisti e politici, ho notato che nessuno purtroppo vuole illuminare quella stanza buia della verità”. Sempre durante il suo intervento, più volte interrotto dagli applausi, Ingroia ha ribadito: “C’è il perpetuarsi dell’allergia alla verità. Da parte della politica non è mai stato fatto un passo avanti per l’accertamento della verità”. E ancora: “Vogliamo che nessuno dica alla magistratura di fare passi indietro su questo”.

“Per accertare la verità sulla strage di Borsellino – è la tesi di Ingroia – prima ancora che domandarci chi uccise Paolo dobbiamo interrogarci sul perché Paolo è stato ucciso. Era questa la stessa domanda che Borsellino si poneva a pochi giorni dalla morte dell’amico e collega Giovanni Falcone. In tutti noi che al tempo eravamo lì in via d’Amelio c’era la consapevolezza che c’era qualcosa di anomalo in quella strage, di quasi unico che non si spiega solo con il fatto che Paolo era un nemico giurato di Cosa Nostra”. Poi il procuratore aggiunto di Palermo ha continuato: “Vent’anni sono tanti e troppi perché si accerti la verità su un fatto del genere”. “E’ scandaloso – ha concluso Ingroia – che non si sia
mai istituita alcuna commissione che indaghi sulle stragi del ’92 e del ’93 e sulla trattativa Stato-mafia”.

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