Messaggio di Nichi Vendola per il 120 anniversario del Partito dei lavoratori.

Messaggio di NICHI VENDOLA per il 120˚ anniversario della fondazione del Partito dei lavoratori.

Carissimi compagni e carissime compagne,

l’occasione che viene proposta dal gruppo di Volpedo e dai circoli socialisti che hanno organizzato questa giornata di studi, è quantomai preziosa. Difficilmente, senza il vostro impegno, a partire da quello instancabile di Felice Besostri che mi ha così cortesemente invitato, avremmo potuto avere una sede collettiva di discussione su una data tanto gravida di conseguenze come quella della fondazione del 120˚ anniversario della fondazione del Partito dei lavoratori, che poi diede origine al Psi. Una discussione che, vista la qualificazione delle presenze sia nazionali che internazionali, ragiona in maniera non scontata sull’evoluzione di un pensiero e di una pratica politica ancora valida per i giorni nostri, non lasciando a sterili commemorazioni il compito di “imbalsamare” la storia, rendendola infeconda.

La riflessione sulle comuni origini della sinistra europea, sulle sue divisioni, debbono farci prendere parte nella elaborazione di un pensiero politico all’altezza delle sfide proposte dall’attuale fase politica e sociale nel nostro paese ed in Europa.

Siamo all’indomani di un vertice europeo che veniva atteso con speranze eccessive e che, sul piano delle risposte da dare a questa crisi, non costituisce la necessaria discontinuità rispetto alla disastrosa situazione economica e politica attuale. Ritengo insensate le politiche che hanno puntato sull’imposizione di un rigore di bilancio che ha generato l’austerity, con un aumento della pressione fiscale e un taglio consistente della spesa sociale. Per questo mi sto impegnando, tanto in Italia quanto in Europa, per far sentire la voce di quei cittadini che sono stritolati dai meccanismi creati al solo scopo di garantire le attuali rendite di posizione dei mercati finanziari. L’Europa è in crisi innanzitutto poiché non ha affrontato la crisi attuale dal punto di vista di chi stava subendo gli effetti della crisi stessa, ma adottando le priorità di chi quella crisi l’aveva generata. Penso che la crisi dell’Europa, del suo progetto originario e delle speranze che aveva acceso in tanti cittadini europei, va a braccetto con quella della sinistra.

Ci sono tre domande alle quali, ritengo, dobbiamo saper rispondere collettivamente.

“La casa brucia” si ripete da molti mesi e così appare una crisi finanziaria ed economica nel nostro paese. Noi, che siamo stati educati a fronteggiare le fiamme per salvare chi abita dentro la casa, pensiamo davvero che per spegnere l’incendio si debba seppellire di sabbia ogni cosa? Siamo sicuri che per spegnere l’incendio, attraverso l’austerity, in realtà non stiamo soffocando l’intero sistema paese, portando le politiche deflattive ad avere degli effetti recessivi se non depressivi? Penso che risalire alle origini di questa crisi, che è una crisi generata non da una “finanza impazzita”, ma da una finanza utilizzata per generare il massimo grado di disuguaglianza sociale, sia fondamentale per fare le scelte necessarie. Se la casa brucia, non si può avere il solo debito sovrano, che va ridotto, come variabile indipendente. Va piuttosto rilanciata l’economia e l’occupazione, ambientalmente sostenibile, per far crescere la ricchezza prodotta. Ma vanno anche prese misure immediate per tagliare le unghie alla speculazione finanziaria.

La seconda domanda riguarda la questione che è alla base dei sistemi di convivenza umana: chi decide? Qual è il ruolo della democrazia nel fronteggiare la crisi? Alcuni segnali, dalla cancellazione del referendum che avrebbe voluto fare Papandreu all’imposizione di un governo tecnico in Italia, fanno sempre più pensare che la gestione della crisi sia tendenzialmente a democratica. Basti pensare alla silenziosa modifica dell’articolo 81 della nostra Costituzione, introducendo il pareggio di bilancio, che determinerà le scelte fondamentali di politica economica del nostro paese. Siamo in un regime di cessione di sovranità “inconsapevole”, ovvero non controllabile dai cittadini. Penso che l’unica strada per non alimentare le pulsioni nazionaliste ed antieuropeiste, che pure stanno crescendo, sia quello di rilanciare il processo di costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Si tratta di un impegno che non può essere preso genericamente, ma esso deve essere preceduto dalle scelte che, fin dalla prossima tornata delle elezioni europee, possano far eleggere direttamente il Presidente della Commissione ed che possano introdurre strumenti adeguati per dare un governo politico europeo che sappia guidare le politiche fiscali ed economiche per armonizzarle, a partire dal ruolo nuovo che dovrà assumere la Bce. Si tratterebbe di una cessione di sovranità “consapevole”, affidata al consenso ed alla partecipazione dei cittadini.

La terza domanda mette in campo noi. Quale sinistra di fronte alla crisi? È evidente che il cimento dei padri fondatori di 120 anni fa rende tutti noi nani sulle spalle di giganti. Eppure, il nostro posto nella storia non dovrà essere quello di chi abbia abbandonato ogni ambizione di cambiamento reale dell’esistente. La sinistra in Europa, in primo luogo, deve essere pienamente libera dai condizionamenti, dalle divisioni, dai nazionalismi e dagli egoismi. Siamo di fronte alla nostra sfida più impegnativa e per affrontarla abbiamo bisogno dell’impegno di ciascuno a lavorare insieme, non a misurare il proprio grado di consenso per tutelare solo se stessi.

Il campo socialista europeo è per noi il principale riferimento sulla scena politica continentale.Vogliamo contribuire ad un dibattito che ha il compito di mettere radicalmente in discussione ciò che è stato il quindicennio disastroso della terza via blairista. Ipnotizzate dall’ambizione di governo le classi dirigenti che hanno diretto la maggior parte dei governi negli anni ’90 hanno aperto la strada alla riscossa delle destre e alla disastrosa crisi attuale. Va riscoperte l’orgoglio di dirsi socialista, ambientalista, libertario e non liberista. Va fatto con una passione civile e politica che non sopporta il piccolo cabotaggio e che mette al centro la dimensione europea, sempre più necessaria. Se un tempo era il movimento operaio ad essere internazionale ed il capitale ad essere nazionale (o peggio patriottico), oggi sono le forze che rappresentano il lavoro (tanto partitiche che sindacali) che sono strette nella ridotta nazionale, mentre il capitale è globalizzato. Solo la sinistra, per la sua storia e per la fedeltà ai propri principi, dunque, può far rinascere una dimensione europeista e di sinistra.

Sta a noi raccogliere la sfida!

Evviva il socialismo! Evviva la libertà!

Genova, 30 giugno 2012

Nichi Vendola

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