Poveri onorevoli.

Una pensione di 2500 euro al mese, spicciolo più spicciolo meno.
È la garanzia più solida e concreta che Mario Monti ha per restare in carica fino al termine naturale della legislatura, nel 2013. Soldi che non andranno a lui ma a tutti quei deputati e senatori, circa un terzo dei parlamentari, che matureranno il vitalizio solo a partire da aprile dell’anno prossimo (più una manciata addirittura negli anni successivi). Su di loro, più che su sottili alchimie politiche e appelli alla responsabilità si regge il governo del Professore. Un bel «gruppone» che ha fatto bene i suoi calcoli e che non è disposto a rinunciare a una pensione garantita solo per far cadere l’esecutivo in anticipo e andare a votare in ottobre. Anzi quello sarebbe un caso «sciagurato» come lo definisce qualche deputato chiacchierando sottovoce in Transatlantico, perché con la legge modificata nel 2007 i parlamentari ricevono il vitalizio solo dopo 5 anni di effettivo mandato, mentre prima bastavano due anni e mezzo. Assegno che gli verrà dato a partire da 65 anni di età. Ma il tetto può esser abbassato per ogni anno in più di presenza in Parlamento. Il gruppo è trasversale e riguarda tutti i partiti.

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