Simpatia Zeman.

Pubblichiamo un articolo di Stefano Ciavatta, uscito su Linkiesta, su Zeman.

di Stefano Ciavatta

L’ossessione Zeman non finisce mai: mentre è in procinto di tornare alla Roma dove lo aspettano come un salvatore della patria, la sua casa in Abruzzo viene svaligiata dai ladri. La festa a Pescara è finita? E perché tutto questo delirio di attenzioni? Per molti tifosi sulla barricata calcistica degli anni Novanta c’è stato solo Zeman, quello di cui l’Avvocato Agnelli disse perentorio “no, non lo prenderei, non mi piace come allena la squadra”. Il suo calcio sembra essere l’unico degno di stupore e idolatria. Nessuno infatti ha mai raccontato il Cagliari di Bruno Giorgi che arrivò a sorpresa alla semifinale di Coppa Uefa (1994) schierando a centrocampo Allegri. Neanche il Vicenza di Guidolin è stato mai celebrato eppure vinse la coppa Italia (1997) e venne sconfitto in semifinale di coppa delle Coppe dal Chelsea di Zola e Vialli. Rimosso anche il Parma di Nevio Scala vincitore della coppa delle Coppe (1993) e di quella Uefa (1995). Il carisma dell’allenatore boemo senza successi resiste invece al passare del tempo come un brand vintage, nonostante anni di esilio, fallimenti sparsi e quell’Italia juventina che non gli ha ancora perdonato le allusioni alle farmacie e ai muscoli di Vialli e Del Piero nell’intervista a “l’Espresso” nel 1998. Una battaglia che gli è costata la carriera ma che lo ha eletto a simbolo anti-Palazzo.

Con la risalita del Pescara in serie A, il partito trasversale di Zeman è tornato alla carica portando in dote molto più di un campionato cadetto appena vinto. Già pronta la definizione: “Zeman è il leader del movimento cinque stelle del calcio” (Ivan Zazzaroni, GQ). È davvero così? Nonostante il successo locale di Parma, lo scetticismo verso le capacità di Grillo come politico nazionale è ancora forte. È lo stesso elastico che accompagna Zeman dagli esordi. A differenza di Grillo però, che dopo Stalingrado ha dichiarato di sognare Berlino, Zeman ha già avuto l’esperienza della grande piazza dove le potenzialità si sono scontrate con pressioni ed esigenze molto forti. È accaduto a Roma, capitale che lo ha esaltato sulle panchine di Lazio e Roma ma poi lo ha consumato, divorato, infine cacciato. E che ora dopo più di dieci anni lo rivuole, sponda giallorossa, con lui che ammette: “è vero, la Roma mi fa vacillare”. Leggi il resto di questo articolo »

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