Limp Bizkit – Gold Cobra – Buonanotte compagni.

A fine anni ’90, la generazione post-grunge coltivava un rancore umorale, più che sociale. I white kidz ce l’avevano con le donne (pardon, le troie), gli insegnanti (i falliti) e chiunque li contrariasse (assholes che dovevano succhiarglielo) e quindi, soprattutto, i genitori. Gli stolidi campioni di questa rabbia, trainati da Fred Durst, ex tatuatore con un solo credo (“Non Fidarti Di Nessuno”) e da uno degli ultimi guitar hero, Wes Borland, filosofo truccato da scimmione, iniziavano i concerti uscendo da un cesso di 15 metri (“Perché siamo merde”) per poi vomitare veleno su tutto e tutti. Come non odiarli? E perciò, come non amarli? Stupidi, imbarazzanti, ma capaci di attimi di imprevedibile verità, trascinarono il rock nell’abisso quando a Woodstock ’99 la loro Break Stuff, inno alla violenza più compiaciuta, scatenò pestaggi e stupri di gruppo. Fu un punto di non ritorno. Mtv tagliò i fondi al rock “generazionale”, consegnandolo per un decennio a nicchie e revival. E Borland mollò Durst. Ma oggi eccoli qui riformati, o de-ibernati, i ragazzi del ’99. U–gua–li. Sempre stupidi, imbarazzanti, ma capaci di attimi di imprevedibile verità. Ma per quale generazione?

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