La provocazione di Jan Fabre alla Biennale di Venezia

Il volto della Madonna diventa un teschio e tra le sue braccia non più il Cristo morto, ma l’artista, vestito in abito da sera e avviato anch’esso a una rapida decomposizione, come testimoniano gli insetti, farfalle e scarabei, sul suo corpo, mentre una mano sorregge un cervello. E’ la “versione” della Pietà michelangiolesca dell’artista fiammingo Jan Fabre che fa già mostra di sé a Venezia alla Scuola Grande della Misericordia, parte di un’installazione di cinque sculture (le altre sono appunto cervelli ingranditi e percorsi da tartarughe rovesciate o da alberi bonsai) in marmo di Carrara poste su una grande pedana dorata, presentata in anteprima a pochi giorni dall’apertura della Biennale Arti Visive. Una scultura destinata a far discutere il suo Sogno compassionevole. Fabre, più volte presente a Venezia e alla Biennale, nega ogni intento blasfemo e afferma come si tratti di un’opera-performance che mette in scena i veri sentimenti di una madre che vuole sostituirsi al figlio morto.

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