L’Ilva e la città dei veleni dove la diossina arriva direttamente sulle tavole dei cittadini .

A Taranto si vive ancora nell’incubo. Sono già state abbattute 1.200 pecore, altre mille moriranno. Ma ad essere inquinati sono anche le cozze

C’è qualcosa che a volte, nella città di Taranto, accomuna uova e lumache, cozze e formaggio: un’alta percentuale di diossina. Quando nel 2008 Alessandro Marescotti, dell’associazione Peacelink, scoprì la percentuale di diossina nel pecorino prodotto alla periferia di Taranto, si allarmarono in parecchi. Era tre volte oltre i limiti di legge: 2 grammi di quel pecorino superavano la dose di diossina giornaliera tollerabile da un bambino di 20 chili. L’Asl confermò le sue denunce: da allora sono state abbattute 1.200 pecore, altre mille sono condannate a morte ed è stato interdetto il pascolo libero, nei terreni incolti, nel raggio di 20 km dall’area industriale.

C’è da credergli, quindi, se oggi dice: “Le cozze andrebbero abbattute, oltre le pecore: in 100 grammi di cozze – spiega – si possono trovare anche 200 picogrammi di diossina: ben più dei 120 che si potevano ‘ingoiare’ mangiando 100 grammi della carne d’agnello che hanno abbattuto. La legislazione vigente, però, riserva a mitili e pesci un trattamento più blando. E le cozze di Taranto sono a norma”.  Nel 2008, quando fu trovato il pecorino contaminato, l’Arpa valutò che a Taranto ben 172 grammi di diossina, in un solo anno, venivano fuori dal camino “E312” dell’Ilva: la più grande acciaieria d’Europa.

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