Cucchi, un anno dopo.

Una giornata dedicata alla memoria di Stefano Cucchi nell’anniversario della sua uccisione, ma anche a tutti gli altri. Alle “morti sospette”, alle cause “naturali” non meglio chirite di decesso in carcere, alle malattie “fulminanti”. I familiari del giovane geometra deceduto a soli sei giorni dall’arresto per detenzione di stupefacenti, scelgono oggi di condividere la ricorrenza con rappresentanti delle istituzioni, della società civile, del giornalismo perché, ha spiegato il padre di Stefano, Giovanni, «il nostro caso appartiene a questa società». «Per evitare che questo possa ancora accadere» è scritto sulla locandina che scandisce gli appuntamenti: una messa in suffragio, una rappresentazione teatrale, un dibattito aperto a partire dal libro scritto da Ilaria Cucchi  “Vorrei dirti che non eri solo” (edizioni Rizzoli). Con l’udienza di martedì scorso in cui il gup Rosalba Liso ha respinto la richiesta della parte civile di una nuova perizia sul corpo del giovane, la famiglia ha subito l’ultima offesa. «La Procura ha manifestato segnali di insofferenza nei nostri confronti che ci hanno veramente umiliato», ha dichiarato il padre alla vigilia dell’anniversario. «Pretendiamo la stessa chiarezza e la stessa onestà – ha aggiunto – con cui noi stiamo cercando di affrontare questa doloroso dramma che ci è capitato». Restituire dignità a Stefano, ripete la famiglia. Alla sua vicenda e a quella delle altre “morti di carcere” è dedicato l’annuale rapporto dell’associazione Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia. Un dossier la cui pubblicazione è stata fatta coincidere con l’anniversario di oggi perché, si spiega nell’introduzione, «si descrivono alcune delle condizioni che hanno reso possibile la tragedia di una persona fragile. in quel momento pressoché indifesa, uccisa mentre era nelle mani dello Stato che dovrebbe avere come obiettivo irrinunciabile la garanzia della sicurezza dei suoi cittadini»

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