I nostri Santi laici: Rocco Chinnici.

Ventisette anni fa esattamente il Il 29 luglio 1983, nel pieno delle sue attività, viene ucciso davanti al portone di casa, il magistrato Rocco Chinnici. L’agguata avviene in  via Federico Pipitone a Palermo, con un’autobomba carica di tritolo. Perdono la vita, insieme a lui, i due agenti della scorta Salvatore Bartolotta e Mario Trapassi, e il portiere del suo stabile, Stefano Li Sacchi. Il processo per l’omicidio ha individuato come mandanti i fratelli Nino e Ignazio Salvo, e si è concluso con 12 condanne all’ergastolo e quattro condanne a 18 anni di reclusione per alcuni fra i più importanti affiliati di Cosa Nostra. Nato in un piccolo paese della provincia siciliana, Rocco Chinnici frequenta il liceo classico “Umberto” di Palermo dove consegue il diploma nel 1943. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza nella stessa città conosce una giovane insegnante, Agata Passalacqua, che sposa e dalla quale avrà tre figli, Caterina, Elvira e Giovanni. Dopo la laurea in giurisprudenza nel luglio del 1947, entra in magistratura cinque anni dopo e lavora come procuratore nell’ufficio del Registro della sua città natale. Per i due anni di uditorato viene assegnato prima al Tribunale di Trapani, poi alla Pretura di Partanna. La lunga tappa nella tranquilla provincia siciliana lo porta a sviluppare quelle doti di sensibilità umana che caratterizzeranno tutto il suo lavoro di magistrato. Nel 1966 lascia la piccola cittadina per trasferirsi al Tribunale di Palermo, dove si occupa dei primi grandi processi conto la mafia. Nel 1975 consegue la qualifica di magistrato in Corte d’Appello e viene nominato consigliere istruttore aggiunto.

Quattro anni dopo diventa consigliere istruttore e inizia a dirigere l’ufficio di cui fa parte da tredici anni come unico titolare. Dopo l’assassinio di alcuni importanti giudici impegnati contro la criminalità organizzata, Chinnici ha l’intuizione vincente che porterà all’istituzione del “Pool antimafia” qualche anno dopo. Dà vita a gruppi di lavoro con responsabilità e indagini condivise, per le quali chiama con sé due giovani giudici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Mette in piedi con loro le prime indagini che porteranno anni dopo all’istruzione del Maxiprocesso. Parallelamente porta avanti un intenso lavoro di sensibilizzazione nelle scuole con i più giovani, convinto che la spinta verso un’educazione antimafiosa sia parte integrante del lavoro di magistrato.

Questa la motivazione con cui è stato insignito della medaglia d’oro al valor Civile “«Magistrato tenacemente impegnato nella lotta contro la criminalità organizzata, consapevole dei rischi cui andava incontro quale Capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, dedicava ogni sua energia a respingere con rigorosa coerenza la sfida sempre più minacciosa lanciata dalle organizzazioni mafiose allo Stato democratico. Barbaramente trucidato In un proditorio agguato, tesogli con efferata ferocia, sacrificava la sua vita al servizio della giustizia, dello Stato e delle istituzioni» “Quaderni Socialisti”non dimentica i martiri della democrazia e della legalità.

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