Rubano e accusano chi non è complice di antipolitica.
L’unico vincitore è Beppe Grillo.
Crolla l’affluenza alle urne (un calo di oltre 14 punti rispetto al voto del 6-7 maggio) perché gli elettori – e non solo loro – non ne possono più; crolla la Lega bluff e malata, sconfitta in sette sfide su sette; trionfa Grillo che con Pizzarotti e il suo 5 Stelle espugna Parma; le fasce tricolori andranno a Leoluca Orlando (Idv) a Palermo e a Marco Doria (Sel) a Genova con Pier Luigi Bersani che grida alla vittoria e non si sa perché.
Forse il segretario del Pd gode per la debacle del Pdl, partito-gruviera, che ha perso il governo di alcune importanti città da sempre governate dal centrodestra, come ad esempio Como e Lucca.
Sul campo pieno di macerie, l’unico vero vincitore è Beppe Grillo. Con questi chiari di luna, il risultato di oggi può essere l’antipasto rispetto a quello che si dovrà ingurgitare alle prossime politiche.
Senza una svolta immediata di questi partiti (ma chi ci crede?) il risultato è già scritto. Uomo avvisato, mezzo salvato. E nei partiti veri, una volta, “questi” sarebbero già tutti a casa. Cacciati.
C’è chi dice sì!
Pier Luigi Bersani ha parlato chiaro subito dopo le elezioni: “I nostri elettori hanno compreso la scelta di sostenere il governo Monti”. Eppure alcune scelte rimangono incomprensibili. Non c’è alibi che tenga. Monti o non Monti. Come quella di votare contro l’emendamento presentato il 2 maggio dai senatori Idv Belisario, Pardi, Lannutti e Bugnano che ha reso possibile un taglio alle stellari pensioni dei funzionari di Stato (a votare a favore, addirittura, anche la maggior parte dei senatori del Pdl): ben 69 senatori targati Pd (su 94 totali) hanno deciso di votare contro. Anna Finocchiaro, capogruppo Pd al Senato, ha subito precisato: “Ce l’aveva chiesto il Governo”. Come se fosse una giustificazione più che valida. Ma il Governo non ci sta a tagliare lì dove si potrebbe tagliare. Ci mancherebbe. E infatti, in discussione alla Camera, ha proposto di reinserire la norma cancellata. Secca risposta del partito che ha presentato l’emendamento: “L’IdV non consentirà che alla Camera si riproponga una norma iniqua e vergognosa in un momento così drammatico per la nostra economia”, ha detto Antonio Di Pietro. Smascherando (politicamente) l’esecutivo.
Calearo non si dimette e chi se ne frega.
“Dall’inizio dell’anno alla Camera dei Deputati ci sono andato solo tre volte … è usurante. Anzi, credo che da questo momento fino alla fine della legislatura non ci andrò più … Con lo stipendio da parlamentare pago il mutuo della casa che ho comprato … sono 12mila euro al mese di mutuo, è una casa molto grande”.
“Lo sa che le dico? Basta, mi dimetto. Così la finiamo con le polemiche. Aspetto solo che questi sciocchini del Pd la smettano di spararmi addosso, poi scrivo la lettera a Fini”.
“Dimissioni? Ci rifletterò in questi giorni … chiederò consiglio a chi mi è vicino. La settimana prossima o questa vado dal mio capogruppo e me ne torno a casa a fare l’imprenditore. Ho già parlato con Moffa per vedere cosa fare. Dal mese prossimo pagherò il mutuo con lo stipendio da imprenditore”.
“Calearo è una persona molto seria e sa da solo come comportarsi. Ci siamo sentiti per telefono e gli ho solo detto di riflettere, invitandolo a continuare a svolgere la sua funzione di parlamentare … con la sua defezione il gruppo di Popolo e Territorio sarebbe sceso a quota 22 deputati, a rischio scioglimento”.
“Ma che cavolo ti dimetti? E’ sufficiente chiedere scusa, lascia passare la bufera, nessuno chiede la tua testa, riflettici” … “Calearo ha un profondo senso dello Stato”.
“Ho riflettuto, col cavolo che mi dimetto” … “Rimarrò in Parlamento fino al 2013. Il problema in Italia è l’invidia. Io resto, se na vadano gli indagati”.
I partiti preparano l’ennesimo bluff sul finanziamento pubblico.
I partiti temono un terremoto come nel 1993, temono il discredito popolare ormai gigantesco, ma non vogliono rinunciare all’albero della cuccagna. E così, come nel 1993 il referendum che aboliva il finanziamento pubblico dei partiti fu aggirato da tutta una serie di “paracadute” (a cominciare dai rimborsi elettorali abnormi), anche stavolta si preparano a un gioco gattopardesco: cambiare tutto perchè nulla cambi!
GRANDE FIGLIO DI PUTTANA.
“Dall’inizio dell’anno alla Camera dei Deputati ci sono andato solo tre volte … rimango a casa a fare l’imprenditore, invece che andare a premere un pulsante. Non serve a niente. Anzi, credo che da questo momento fino alla fine della legislatura non ci andrò più … Perché non mi dimetto? Perché altrimenti al mio posto entrerebbe un deputato filocastrista del Pd … Con lo stipendio da parlamentare pago il mutuo della casa che ho comprato … sono 12mila euro al mese di mutuo”.







