Quarantanove miliardi. Sono queste le risorse (all’anno, a regime) che il candidato socialista François Hollande, qualora fosse eletto alla presidenza della Repubblica, dovrà trovare per far fronte da un lato agli impegni di risanamento dei conti pubblici (29 miliardi) e dall’altro al finanziamento (20 miliardi) delle 60 misure presentate ieri alla Maison des métallurgiste, luogo simbolo della sinistra parigina.
Un progetto, quello di Hollande, che si basa su una previsione di crescita dello 0,5% quest’anno (anche se le varie stime parlano di un aumento inferiore, tra lo 0,2% e lo 0,3%), dell’1,7% nel 2013 e del 2% a partire dal 2014. Che ha l’obiettivo di portare nel 2017 il deficit a zero (4,5% quest’anno, 3% il prossimo) e il debito all’80,2% (88,7% quest’anno e 88,6% il prossimo). E che immagina, sempre nel 2017, una spesa pubblica sul Pil al 53,9% (oggi al 56,5%) e una pressione fiscale al 46,9% (oggi è al 44,8%) rispetto al 46% previsto dalla destra.
A pagare saranno sostanzialmente tre categorie, che Hollande ha individuato con chiarezza: i ricchi, le banche, le grandi imprese. Attraverso una drastica revisione del sistema di detrazioni e agevolazioni fiscali (che avranno un tetto massimo di 10mila euro all’anno), la creazione di un’aliquota supplementare del 45% per i redditi superiori ai 150mila euro (attualmente la più alta è del 41% per i redditi oltre i 70mila euro) e una riforma fiscale che prevederà un aumento del 15% dell’imposizione sugli utili delle banche e tre aliquote per l’imposta sulle società (oggi mediamente del 33%): del 15% per le piccole imprese, del 30% per le medie e del 35% per le grandi (quando uno dei grossi problemi dell’economia francese è proprio la difficoltà delle piccole aziende a crescere).